L’e-commerce, la privacy e il copyright ai tempi della UE

C’era una volta la CEE, la Comunità Economica Europea: un accordo tra le principali nazioni europee che si impegnavano a mettere da parte secoli di divisioni, guerre e battaglie in nome dei vantaggi di un mercato unico comunitario.

Quello che era un accordo commerciale tra 6 paesi nel tempo si è trasformato in un gruppo di 28 stati che hanno aperto le loro frontiere e si sono dotati di un parlamento comune e di una moneta unica, adottata da 19 di essi.

L’odierna Unione Europea però nel tempo è diventato qualcosa di più complesso di un semplice agglomerato di mercati; con l’avvento della globalizzazione noi italiani pizza e mandolino ci siamo ritrovati  ad essere molto più simili e vicini ai cugini francesi con la baguette, ai tedeschi muniti di sandali e calzini, ai britannici bombetta ed ombrello, e così via.

A sparigliare le carte sono state la facilità con cui ci si muove nell’unione e il web: treni veloci e aerei low cost hanno ridotto le distanze fisiche ed internet ci ha reso culturalmente prossimi.

Oggi l’UE è ancora in fase di evoluzione e gli aggiornamenti normativi comunitari cercano di armonizzare i rapporti tra le varie realtà nazionali, la natura comunitaria dell’UE e la società globale con cui ci interfacciamo quotidianamente. Vediamo quali sono le principali aree in cui il dibattito è particolarmente acceso.

Ecommerce e Digital Single Market

Negli scaffali dei negozi siamo ormai abituati a trovare prodotti comunitari che si affiancano a quelli Made in Italy per diverse motivazioni: ci sono prodotti tipici stranieri che ormai utilizziamo quotidianamente, merci che arrivano con diversa stagionalità o semplicemente beni che sono più economici per via della diversa provenienza geografica.

Ma nell’ecommerce la realtà è diversa, siamo spesso ancorati a limiti geografici nonostante l’apparente assenza di delimitazioni territoriali.

Ad operare nei diversi paesi europei sono perlopiù i marketplace più grandi – Amazon e Ebay in prima fila – ma che hanno sostanzialmente degli store virtuali per ogni singola nazione ai quali si accede in base alla propria posizione.

Ma oltre al geoblocking, ci sono altri limiti: non tutti i rivenditori sono attrezzati per consegnare in tutta Europa o semplicemente il prezzo di una spedizione estera li rende fuori mercato. Le differenti lingue comunitarie possono ancora essere un limite e anche la capacità di rifornire un mercato più esteso può mancare. Non è da trascurare infine il livello di assistenza post vendita e le diverse normative di tutela del consumatore ancora vigenti nell’UE.

L’Unione si sta muovendo oggi verso l’abolizione del geoblocking, la limitazione su scala nazionale dei siti di ecommerce, e verso l’introduzione di un Digital Single Market che sia fruibile da tutti i cittadini comunitari.

Questa soluzione, che sulla carta è quella più adeguata e più comoda per i consumatori, male si adatta al tessuto economico europeo ricco di piccole e medie imprese che ad oggi non sono strutturate per soddisfare un mercato comunitario.

Una piccola realtà può non avere risorse a sufficienza per promuoversi, commerciare e fornire assistenza post vendita a un contesto che risponde a diverse abitudini d’acquisto, che parla lingue differenti e che ha norme non omogenee.

Privacy e GDPR

Sul versante della privacy online di recente si è discusso molto perché è da poco entrato in vigore il regolamento europeo GDPR, che ha sostituito o integrato le varie normative comunitarie preesistenti sulla tematica.

La nuova normativa ha buttato nel caos tutte le aziende che si sono adeguate negli ultimi giorni, nonostante il nuovo regolamento UE sia comunque stato approvato nel 2016, ma tutela maggiormente i consumatori europei.

Un aspetto importante al riguardo è quello per cui anche le realtà extra UE devono essere in regola col il GDPR se il loro business coinvolge utenti europei.

A proposito di privacy può essere utile conoscere chi è la principale minaccia ad essa e comprendere meglio cos’è il diritto all’oblio.

Una norma comunitaria per il copyright

Dal punto di vista del copyright, il confronto è ancora più acceso e in questi giorni è al vaglio del Parlamento UE una nuova direttiva europea.

In particolare è sull’ancillary copyright che si teme una limitazione della libertà di informazione e un impoverimento culturale.

La normativa nasce per tutelare il cosiddetto diritto d’autore ancellare, ovvero la condivisione in forma ridotta di contenuti protetti dal diritto d’autore.

Ciò rischia di limitare la condivisione dei contenuti in rete, con tutte le limitazioni del caso. Per approfondire meglio quest’ultimo argomento ti invito a leggere questo articolo esplicativo di Flora e l’utile contributo di Rita.

Monopolio SIAE: è davvero finita?

Quanto costa davvero difendere il copyright in Rete?

Non se n’è parlato molto, ma lo scorso 16 ottobre è apparso in Gazzetta Ufficiale il decreto legge 148 (il “collegato fiscale” alla Legge di Bilancio), deciso dal Governo, e si parla di liberalizzazione della raccolta dei diritti d’autore. Ma che cosa significa precisamente?Troviamo all’interno del decreto una disposizione che riguarda la raccolta dei diritti d’autore: prima di quella data in Italia il compito della gestione dei diritti d’autore era affidato per legge alla SIAE, la quale operava in regime di monopolio. (il famoso monopolio SIAE di cui si parla ormai da anni).

Come tutti sappiamo, il monopolio SIAE dei diritti d’autore in Italia è sempre stata una situazione molto chiacchierata poiché estremamente limitante, e soprattutto era in contrasto con la direttiva europea Barnier che, invece, dettava la linea della liberalizzazione del settore del diritto d’autore.

Per cui in Italia per non arrivare a scontri con l’Unione Europea, il Governo ha decretato la liberalizzazione del settore, dichiarando quanto segue:
«È superato il monopolio della Siae in materia di raccolta dei diritti d’autore» recita il comunicato stampa, una formula che sembra porre per sempre fine al monopolio SIAE. Ma è davvero così?

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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Monopolio SIAE: è davvero finita?

E invece no: perché tra le righe del testo di legge compare la nota secondo cui le società e le aziende che possono operare nella raccolta dei diritti d’autore – facendo concorrenza alla SIAE – devono necessariamente essere «enti senza fine di lucro, e a base associativa».
Questa nota, che sembra di poco conto, automaticamente esclude la più famosa concorrente di SIAE in Italia, ovvero Soundreef, che già vanta tra i propri clienti Fedez, Rovazzi e Gigi d’Alessio: Soundreef infatti è una società privata e anche con la nuova disposizione continuerà a non poter concorrere legalmente con SIAE.

Praticamente gli unici enti a livello comunitario con le caratteristiche indicate dal decreto sono le omologhe di SIAE negli altri Paesi, i quali però lavorano in accordo con SIAE quando si tratta di gestirne i diritti sul territorio italiano.

Quindi un artista in Italia può anche affidarsi a una società straniera europea, ma paradossalmente non farebbe altro che compiere un inutile giro più lungo, perché i suoi diritti passerebbero comunque al vaglio di SIAE. Il monopolio non finisce qui, insomma.

La materia dei diritti d’autore è in ogni caso molto complessa, e difficilmente un decreto avrebbe potuto risolvere la questione: è necessaria la regolamentazione.
L’ideale sarebbe prendere le mosse da modelli di regolamentazione già applicati in altri settori: un unico centro di controllo che si occupi soltanto della supervisione, e, separata, la struttura capillare che si occupi della circolazione delle licenze e dei pagamenti.

Questa strada però richiederebbe una scissione delle due anime della SIAE, ma sembra mancare la volontà politica per farlo. Insomma, siamo salvi da infrazioni delle direttive europee, ma la liberalizzazione vera e propria è molto lontana ancora: la fine del monopolio SIAE non sembra così vicina.

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Copyright Romania: cosa succede con la link tax?

Copyright Romania: di cosa parliamo? Cosa c’entra con la link tax il paese dell’Est Europa?

Ormai saprai tutto sulla questione della Link Tax: pro, contro, rischi ed opportunità. Te ne abbiamo parlato per mesi perché in Italia e Unione Europea se ne parla sempre di più. Ebbene, non siamo solo noi e i paesi occidentali “forti” come Spagna e Germania ad esser coinvolti, ma anche paesi che spesso molte persone considerano meno attenti di noi ai diritti che reputiamo fondamentali come libertà d’espressione, libera concorrenza, etc. Errore: stavolta ti parliamo dell’ennesimo campanello d’allarme: Link Tax e Romania, è guerra.

Copyright Romania: uno sguardo d’insieme sulla questione

Il 23 giugno l’associazione ApTI (la romena Asociația pentru Tehnologie și Internet, ovvero “Associazione Tecnologia e Internet”) insieme all’Associazione Nazionale di Biblioteche e Pubbliche Biblioteche della Romania (ANBPR) e al Centro per il Giornalismo Indipendente (CJI), insieme al membro del Parlamento Europeo Victor Negrescu, ha organizzato una giornata di discussione sul tema della Direttiva Europea tanto discussa anche nel resto d’Europa.

Al centro del dibattito si è discusso del famoso Articolo 11 – che introduce proprio la Link Tax e quindi del controverso Ancillary Copyright – e dell’Articolo 13, che si basa sulla proposta di imporre dei filtri ai portali online per caricare materiale.

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Link Tax e Romania, è guerra: perché?

Negrescu ha commentato così lo scenario che avrebbe condotto alla nascita della direttiva:

<<Purtroppo, questa direttiva non è partita da esigenze di giornalisti. È partita dalla volontà di alcuni paesi e, implicitamente, delle lobby di questi paesi, di nuocere ai loro grandi concorrenti americani. Questa proposta è stata creata come un attacco deliberato contro Google, YouTube e Yahoo. E dovreste tutti essere consapevoli del fatto che questa è la loro posizione ufficiale. Ho partecipato a riunioni con i rappresentanti della Commissione europea che hanno dichiarato chiaramente che questo è il loro obiettivo ufficiale.>>

Ora capisci perché ti diciamo che la tra Link Tax e Romania è guerra? Una posizione così netta da un rappresentante del Parlamento Europeo non è un episodio da prendere alla leggera.

<<In Germania, ciò che è stato tentato di fare è stato costringere gli aggregatori di notizie a pagare un contributo agli editori e ai giornali per il contenuto utilizzato come frammenti. Ma ad un certo punto si parlava anche dei collegamenti ipertestuali, perché i collegamenti ipertestuali possono contenere alcune parole dell’articolo.
E cos’è successo? I grandi aggregatori, in particolare Google News, si arrestano in Germania, causando una caduta enorme del numero di visualizzazioni di pagine per questi siti. Tuttavia, hanno introdotto nella legge qualcosa che ha finito per interrompere i loro piani: la possibilità per il creatore di contenuti di fornire liberamente l’accesso al loro contenuto. Quello che è successo subito dopo è che i grandi publisher hanno offerto a Google l’accesso gratuito a pubblicare link e frammenti dei loro contenuti. Ma non lo hanno offerto a Yahoo o ai concorrenti tedeschi. Perché sul mercato esistevano concorrenti tedeschi. Che succede ora? Google News esiste e offre collegamenti mentre i loro concorrenti, che dovevano essere aiutati da questa legge, sono fuori attività.>>

Praticamente Negrescu ci ha spiegato non soltanto il vero intento della nascita della Link Tax, ovvero quello di mettere i bastoni tra le ruote ai Big del web; ma ci ha anche detto che in Germania, il primo paese ad approvare la Link Tax, l’effetto è stato addirittura controproducente e ha causato danni a coloro che intendevano rivalersi su Google.

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Ma non finisce qui

Copyright Romania: ci sono tantissime differenze con gli altri paesi europei! L’esperienza tedesca avrebbe dovuto fare da monito e da precedente, invece, gli spagnoli sono cascati nella stessa trappola, con l’aggravante di aver imposto anche un pagamento per la fruizione dei contenuti. Cos’è successo? Google Noticias è stato chiuso, Yahoo ha cessato di operare in territorio spagnolo, e l’unica società rimasta a fornire contenuti editoriali (leggi: notizie) è un’applicazione Android, di origine, guarda caso, tedesca:

<<[l’applicazione] È come Google News, ma in una forma di un’applicazione a pagamento. Si parla di una nuova, interessante, innovativa e dinamica azienda, un’avventura europea di grande successo. Tuttavia, dietro le quinte, è di proprietà di una grande società tedesca, Axel Springer, che, coincidente, è il principale driver di questo tipo di legislazione in Germania, in Spagna e in Europa>>.

Springer, un’enorme azienda tedesca sta letteralmente beneficiando del caos in Spagna che la Germania ha contribuito a creare, mentre le piccole imprese spagnole soffrono. Forse sono solo coincidenze?
Possibile ma improbabile, visti gli scenari che si sono delineati. E per questo possiamo voler credere nel buon senso di Commissione Europea e Parlamento, non possiamo ignorare questo aspetto, ovvero che si tratta di fatto di concorrenza sleale.

Copyright Romania: se c’è di mezzo la link tax è guerra. E non possiamo far altro che augurarci che in Europa sia presto presa una decisione che rispetti davvero i piccoli editori, e non faccia gli interessi di grosse realtà locali interessate soltanto a fare le scarpe a chi è, semplicemente, più bravo di loro.

Per lanciare un messaggio chiaro, noi non possiamo far altro che continuare a raccontarti quello che succede, e invitarti a firmare la petizione.

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La nuova proposta sul copyright dell'UE non funzionerà mai!

La campagna che stiamo portando avanti da qualche mese è iniziata prima che le proposte UE sul copyright arrivassero seriamente sotto i riflettori. Quando per limitare i danni si muovono addirittura da Mozilla, da sempre sostenitori della libertà sul Web, vuol dire che stiamo andando nella direzione giusta.

Questo schierarsi dalla parte di chi detiene i diritti, infatti, rende le proposte “disfunzionali, tendenti all’assurdo” secondo Raegan MacDonald, Senior Policy Manager ed EU Principal di Mozilla (intervistata da The Next Web). Sono talmente in disaccordo con le proposte di riforma che hanno una loro campagna attiva, con petizione annessa, per cambiare la disciplina sul copyright.

Uno dei problemi più grandi che la riforma potrebbe generare è che, in effetti, le piattaforme diventerebbero responsabili per tutti i post degli utenti: qualcuno potrebbe denunciare Facebook se un utente (dei circa 2 miliardi attuali) pubblicasse un contenuto protetto da diritto d’autore, che con la nuova riforma accadrebbe praticamente nel 90% dei casi.

I 3 articoli della morte

Poi c’è la questione dei 3 articoli della morte, anch’essi molto discussi: prima di tutto le restrizioni fortissime, e quindi praticamente fatali, per tutto ciò che è basato sul text and data mining (cioè la raccolta direttamente da internet di informazioni da parte di algoritmi e Intelligenze Artificiali). Moltissime startup utilizzano queste tecniche e potrebbero passare dalla parte dei cattivi, risultando così spacciate.

Dopo il data mining c’è l’ancillary copyright a noi tanto caro. Se guardiamo cosa è successo in Spagna e in Germania (per chi si collegasse solo adesso con noi, un fallimento totale) non c’è assolutamente alcun motivo per il quale una riforma che ha fallito a livello nazionale possa funzionare a livello di sovrasistema.

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Il terzo articolo della morte riguarda l’obbligo per le piattaforme di filtrare i contenuti degli utenti tramite dei veri e propri bot da censura per non esserne responsabile. Per capirci, è come se Google dovesse monitorare tutte le immagini che vengono caricate su internet e confrontarle con tutte le immagini coperte da copyright, per capire se ci sono state violazioni.

Non sembra una follia? Senza contare che questo porterebbe a fortissime limitazioni alla nostra libertà di caricare i contenuti come utenti. L’unico modo per operare in un ambiente giuridico del genere sarebbe avere un team di avvocati per negoziare le licenze di utilizzo prima ancora di effettuare qualunque operazione, e per giunta grande abbastanza per affrontare tutte le cause che sarebbero intentate sulla base dei contenuti infringing.

E allora perché mandano avanti la riforma sul copyright?

Appare chiaro che ci siano pressioni politiche da parte degli editori più “svantaggiati”, che invece di guardare avanti vorrebbero tornare indietro a quando avevano pieno controllo sulla pubblicazione e distribuzione dei contenuti.

Forse la UE non sarà mai in grado di avere una legislazione all’altezza se non prende in considerazione il punto di vista di tutti i soggetti coinvolti, dai più grandi ai più piccoli.

Per questa precisa ragione dobbiamo farci sentire!

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Quanto costa davvero difendere il copyright in Rete?

Stiamo parlando da un po’ della riforma del copyright proposta dalla Corte Europea, molto discussa per una lunga serie di motivazioni. Tra queste c’è anche il suo costo potenziale, che potrebbe richiedere un bel po’ di investimenti, non solo agli editori (piccoli o grandi che siano) ma anche alle piattaforme.

All’interno della riforma è previsto l’obbligo di inserire dei sistemi di riconoscimento e filtraggio dei contenuti User generated, quelli che servono appunto a riconoscere le parti protette da diritto d’autore. Anche qui sorgono un po’ problemini.

Che problema c’è?

Primo, l’articolo 15 della direttiva sul commercio elettronico, promulgata dalla stessa UE, proibisce di imporre un obbligo di monitoraggio dei contenuti che vada a restringere la libertà di produzione e condivisione degli stessi. Bella contraddizione, no?

Secondo, questi sistemi di filtraggio costano abbastanza, malgrado quello che ne possono pensare i proponenti la legge. Per loro basterebbe impostare un po’ di sistemi automatici e con “qualche centinaio di dollari” (cito testualmente) si risolverebbe il problema. Questa visione è quanto meno semplicistica e non ci è voluto molto tempo per dimostrare che non è proprio realistica.

Quanto costerebbe davvero?

YouTube, ad esempio, ha investito più di 60 milioni di dollari in tecnologie per identificare i contenuti, e SoundCloud ne ha spesi più di 5 per sviluppare un suo sistema di filtraggio alla cui manutenzione e aggiornamento cui lavorano costantemente sette persone a tempo pieno (fonte: CopyBuzz: indagine sul costo degli strumenti di tutela del copyright).

È vero che Audible Magic, uno dei sistemi più utilizzati, costa 900 euro al mese circa, ma consente di filtrare solo fino a 5000 file musicali (quindi niente video): per farvi un esempio, qualche anno fa ogni minuto venivano caricate su SoundCloud dodici ore di contenuti audio, che si risolvevano in decine di migliaia di dollari di spese solo per la licenza di Audible Magic.

E naturalmente non sarebbe quello l’unico costo, perché la proposta sul copyright copre tutti i tipi di contenuti frutto dell’intelletto (parole, musica, coreografie, sceneggiature, immagini, disegni, sculture e quant’altro) per i quali non esiste un vero e proprio metodo di valutazione, e che quindi rendono eventuali controlli anche molto facili da “imbrogliare”.

Che senso avrebbe allora implementare degli strumenti costosi, facili da aggirare e limitati, a parte danneggiare (e anche parecchio) utenti, creatori di contenuti, startup, aziende e piattaforme in generale?

Parliamone insieme, magari in poche parole.

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Libertà di Panorama: cosa c'entra Wikipedia?

Hai mai sentito l’espressione Libertà di Panorama?

Facciamo un passo indietro: quando si parla di Diritto d’Autore, precisamente, a cosa pensi? Pochissime persone sanno che il diritto d’autore a livello mondiale – in modalità diverse, come sempre – riguarda anche un’attività che svolgiamo tutti, tutti i giorni, ogni volta che siamo da soli, in coppia, con famiglia o amici, in viaggio all’estero o la domenica pomeriggio nella nostra città: fotografare spazi pubblici. Ecco cosa significa Libertà di Panorama.

Pensate stia esagerando? Ebbene no: esiste una dicitura nella Direttiva del 2001, che avevamo già conosciuto qui, che dice, all’art. 5, che la legge sul copyright degli stati membri può restringere i diritti di copyright per sculture ed edifici esposti al pubblico:

<<Gli stati membri possono tener conto di eccezioni o limitazioni ai diritti concessi negli articoli 2 e 3 nei seguenti casi: (…) uso di opere, come opere dell’architettura o della scultura, fatte per essere installate permanentemente in luoghi pubblici;>>

In sostanza, mentre nei precedenti articoli 2 e 3 tutti gli Stati membri erano invitati a uniformarsi e a tutelare ugualmente il diritto d’autore, nell’articolo 5 si spiega che è possibile tener conto di eccezioni a proposito di utilizzo di opere permanenti in luoghi pubblici: vale a dire i monumenti, i palazzi storici e quelli moderni.

Insomma, quello che decora il nostro spazio urbano dal 2001 non è strettamente protetto come le altre opere, per cui scattare una fotografia ad un Duomo, una Galleria d’Arte, una Statua o un Palazzo di qualsiasi periodo storico non è punito in tutti i paesi.

Adesso indovinate in quale paese dell’Unione Europea invece questo tipo di attività è vietata?

Wikipedia

L’Italia è uno dei paesi dell’Unione Europea, insieme a Francia, Grecia e Svezia, per i quali non esiste alcuna forma di Libertà di Panorama: praticamente una serie di leggi e regolamentazioni che consentono al singolo stato membro di aderire alla flessibilità concessa dalla Direttiva del 2001 e consentire libertà totale (tutte le opere, in verde scuro), solo per edifici (verde chiaro), per uso non commerciale (giallo).

Nessuno tocchi Wikipedia!

Per anni si è cercata una soluzione, la più famosa è stata l’interrogazione parlamentare scaturita dall’inchiesta di Luca Spinelli, e la conseguente polemica su Wikipedia e il progetto Commons: Commons è un database di immagini liberamente consultabili, ma in Italia la sua esistenza pareva essere fuori legge, perché la presenza di fotografie di opere ideate da autori che non sono morti da più di 70 anni è contro il diritto d’autore.

La serie di polemiche che sono seguite hanno portato ancora più alla luce la incredibile confusione che si è venuta a creare nel nostro paese tra tutela dei beni culturali, tutela del diritto d’autore e quindi libertà di panorama. Un vero caos, a cui neanche la più recente modifica del 2014 ha posto fine.

Perché dovremmo preoccuparcene proprio oggi?

Luca Spinelli, Facebook

Nel 2015 al Parlamento Europeo Julia Reda ha finalmente portato in esame l’estensione della libertà di panorama a tutta l’Europa, ma il parlamentare francese Jean-Marie Cavada ha chiesto che per foto e video di opere protette diventi obbligatoria per legge un’autorizzazione del titolare all’uso commerciale.

Stai pensando che è un pensiero anacronistico, vero? È esattamente quello che ha pensato Julia Reda:

Se questo emendamento passasse, non potremmo fare alcun uso commerciale – neanche pubblicarle sui social network, ai quali stiamo cedendo i diritti dei nostri contenuti! – di immagini di edifici senza prima accertarci che non siano edifici che è possibile fotografare: immagina cosa significa preoccuparti di poter scattarsi un selfie!

Siamo arrivati al punto della questione: ci avrai già pensato leggendo l’articolo, ma la diffusione delle fotografie e in generale delle immagini di luoghi pubblici, in città e in natura, è un’attività che negli anni è radicalmente cambiata. È vero che le prime leggi a tutela dei Beni Culturali sono frutto dell’ingegno dei Padri Costituenti e dobbiamo andar fieri del loro essere visionari e lungimiranti in tanti aspetti della nostra società, però è innegabile che oggi la fruizione dei beni culturali in senso ampio abbia un significato che prima non aveva, così come il diritto d’autore.

Quindi la stretta realizzata attorno al progetto di Wikipedia, allo stesso modo della stretta che sta avvenendo in Commissione sull’Ancillary copyright, impone regole che rischiano di fare seri danni.

E se il futuro dell’editoria ti interessa poco, la questione della libertà di panorama invece deve sicuramente stare a cuore a tutti noi.

*Immagine in evidenza Designed by Freepik

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