L’e-commerce, la privacy e il copyright ai tempi della UE

C’era una volta la CEE, la Comunità Economica Europea: un accordo tra le principali nazioni europee che si impegnavano a mettere da parte secoli di divisioni, guerre e battaglie in nome dei vantaggi di un mercato unico comunitario.

Quello che era un accordo commerciale tra 6 paesi nel tempo si è trasformato in un gruppo di 28 stati che hanno aperto le loro frontiere e si sono dotati di un parlamento comune e di una moneta unica, adottata da 19 di essi.

L’odierna Unione Europea però nel tempo è diventato qualcosa di più complesso di un semplice agglomerato di mercati; con l’avvento della globalizzazione noi italiani pizza e mandolino ci siamo ritrovati  ad essere molto più simili e vicini ai cugini francesi con la baguette, ai tedeschi muniti di sandali e calzini, ai britannici bombetta ed ombrello, e così via.

A sparigliare le carte sono state la facilità con cui ci si muove nell’unione e il web: treni veloci e aerei low cost hanno ridotto le distanze fisiche ed internet ci ha reso culturalmente prossimi.

Oggi l’UE è ancora in fase di evoluzione e gli aggiornamenti normativi comunitari cercano di armonizzare i rapporti tra le varie realtà nazionali, la natura comunitaria dell’UE e la società globale con cui ci interfacciamo quotidianamente. Vediamo quali sono le principali aree in cui il dibattito è particolarmente acceso.

Ecommerce e Digital Single Market

Negli scaffali dei negozi siamo ormai abituati a trovare prodotti comunitari che si affiancano a quelli Made in Italy per diverse motivazioni: ci sono prodotti tipici stranieri che ormai utilizziamo quotidianamente, merci che arrivano con diversa stagionalità o semplicemente beni che sono più economici per via della diversa provenienza geografica.

Ma nell’ecommerce la realtà è diversa, siamo spesso ancorati a limiti geografici nonostante l’apparente assenza di delimitazioni territoriali.

Ad operare nei diversi paesi europei sono perlopiù i marketplace più grandi – Amazon e Ebay in prima fila – ma che hanno sostanzialmente degli store virtuali per ogni singola nazione ai quali si accede in base alla propria posizione.

Ma oltre al geoblocking, ci sono altri limiti: non tutti i rivenditori sono attrezzati per consegnare in tutta Europa o semplicemente il prezzo di una spedizione estera li rende fuori mercato. Le differenti lingue comunitarie possono ancora essere un limite e anche la capacità di rifornire un mercato più esteso può mancare. Non è da trascurare infine il livello di assistenza post vendita e le diverse normative di tutela del consumatore ancora vigenti nell’UE.

L’Unione si sta muovendo oggi verso l’abolizione del geoblocking, la limitazione su scala nazionale dei siti di ecommerce, e verso l’introduzione di un Digital Single Market che sia fruibile da tutti i cittadini comunitari.

Questa soluzione, che sulla carta è quella più adeguata e più comoda per i consumatori, male si adatta al tessuto economico europeo ricco di piccole e medie imprese che ad oggi non sono strutturate per soddisfare un mercato comunitario.

Una piccola realtà può non avere risorse a sufficienza per promuoversi, commerciare e fornire assistenza post vendita a un contesto che risponde a diverse abitudini d’acquisto, che parla lingue differenti e che ha norme non omogenee.

Privacy e GDPR

Sul versante della privacy online di recente si è discusso molto perché è da poco entrato in vigore il regolamento europeo GDPR, che ha sostituito o integrato le varie normative comunitarie preesistenti sulla tematica.

La nuova normativa ha buttato nel caos tutte le aziende che si sono adeguate negli ultimi giorni, nonostante il nuovo regolamento UE sia comunque stato approvato nel 2016, ma tutela maggiormente i consumatori europei.

Un aspetto importante al riguardo è quello per cui anche le realtà extra UE devono essere in regola col il GDPR se il loro business coinvolge utenti europei.

A proposito di privacy può essere utile conoscere chi è la principale minaccia ad essa e comprendere meglio cos’è il diritto all’oblio.

Una norma comunitaria per il copyright

Dal punto di vista del copyright, il confronto è ancora più acceso e in questi giorni è al vaglio del Parlamento UE una nuova direttiva europea.

In particolare è sull’ancillary copyright che si teme una limitazione della libertà di informazione e un impoverimento culturale.

La normativa nasce per tutelare il cosiddetto diritto d’autore ancellare, ovvero la condivisione in forma ridotta di contenuti protetti dal diritto d’autore.

Ciò rischia di limitare la condivisione dei contenuti in rete, con tutte le limitazioni del caso. Per approfondire meglio quest’ultimo argomento ti invito a leggere questo articolo esplicativo di Flora e l’utile contributo di Rita.

GDPR: l’alba di una nuova era? Sì, no, forse, chissà

Informativa sulla privacy

Non possiamo esimerci dall’iniziare rassicurandovi che i dati di voi lettori sono al sicuro, archiviati e sempre trattati in maniera conforme alla nuova Direttiva Generale sulla Protezione dei Dati, che forse conoscerete meglio col nome di GDPR.

Parliamo della GDPR, seriamente

È passata più di una settimana dall’entrata in vigore della Direttiva, cerchiamo di analizzare la situazione per vedere cosa è cambiato, se è cambiato ovviamente. Sicuramente abbiamo ricevuto tante, tantissime (troppe?) email molto (troppo?) simili tra loro, che ci avvisavano dell’aggiornamento delle policy di trattamento dei nostri dati.

Chiariamo subito un punto: secondo la direttiva avrebbero dovuto contattarci uno per volta e chiedere esplicitamente il nostro consenso, ma è evidente che sarebbe risultato quanto meno scomodo e difficile: ce la vedete un’azienda come Google o Facebook, che hanno centinaia di milioni di utenti in Europa, a contattarli uno per volta?

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“Pronto, sono Larry Page, uno dei fondatori di Google, posso continuare a usare il suo indirizzo email?” qualche centinaio di milioni di volte.
Sembrerebbe un pochino surreale, no? E infatti c’è stato anche chi ha preferito tagliare la testa al toro e non esporsi affatto: molte testate americane, tra cui il Los Angeles Times e il Chicago Tribune hanno deciso da un giorno all’altro di impedire completamente l’accesso agli utenti che dovevano essere protetti da GDPR, bloccando il traffico proveniente dall’UE.

Soluzione drastica, ma non possiamo dire che manchi di efficacia, perché adesso loro sono sicuramente compliant, in attesa di trovare la maniera giusta di adeguarsi. Se si viene beccati in flagrante si rischiano multe parecchio salate, e in questi casi prevenire è sempre meglio che curare.

Non solo i giornali spaventati dalla GDPR

Dello stesso avviso sono stati anche network televisivi come History Channel, e addirittura applicazioni largamente conosciute e utilizzate come Klout e Instapaper hanno chiuso definitivamente i battenti (ciao Klout, insegna agli angeli a misurarsi i follower).

Qualcun altro, anzi forse la maggior parte, hanno risolto tutto installando dei grossi popup sui siti e inviando le famose email di cui sopra, un po’ come quando è entrata in vigore la cookie law.

La GDPR era stata accolta bene all’inizio, perché sembrava indirizzata ai colossi come Facebook e Google, che dopo lo scandalo Cambridge Analytica avevano suscitato più di un interrogativo su come venissero gestiti i dati degli utenti, ma forse era mancata qualche riflessione.

Per esempio, come si fa a vedere la pubblicità ultra-profilata se gli utenti scelgono di disattivare i pixel di tracciamento che consentono ai network di sapere quali annunci inviare? E infatti le previsioni sulle vendite di advertising online erano a dir poco catastrofiche.

Quindi che succede in concreto?

Poi ci si è accorti che paradossalmente la Direttiva potrebbe aver reso ancora più potenti i soggetti che intendeva limitare: avete mai letto i termini di servizio delle piattaforme a cui vi iscrivete? Quei documenti giganteschi da decine di pagine che saltate a piè pari e premete solo su “accetta”? I dati li abbiamo forniti noi, insieme al consenso.

Se ci pensiamo bene loro hanno già l’autorizzazione, l’hanno sempre avuta, e hanno sempre esplicitato in maniera molto chiara che i dati degli utenti sarebbero stati utilizzati per profilare anche gli annunci pubblicitari. Solo che non tutti l’avevamo letto subito.

In attesa di vedere le applicazioni serie della GDPR teniamo bene a mente questa situazione, può servirci di lezione per quando dovremo affrontare altre leggi dalla dubbia urgenza (chi ha detto link tax e riforma del copyright?)

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Diritto all’oblio e memoria sul web: utopia o possibilità concreta?

Tutto ciò che facciamo, in rete ma anche offline, può lasciare tracce su internet: una miriade di blog, giornali, timeline social, videocamere, archivi e piattaforme di vario genere pompano informazioni nei meandri del web.

Un flusso incontrollato di dati che raccontano le nostre vite e che finisce in un vaso di Pandora senza fondo. Si potrebbe pensare che lo stratificarsi dei contenuti possa portare a un graduale oblio, ma il lavoro dei bot dei motori di ricerca crea invece dei dossier che restano immagazzinati nella memoria del web.

Nel mio precedente articolo ti parlavo di chi è che minaccia la tua privacy online e – spoiler – sei tu. Ma anche imparando a gestire e dosare i dati che condividi con il world wide web la tua riservatezza può essere lesa da terzi, e non sempre in maniera illegale.

La memoria sul web

Ogni volta che mi imbatto in qualche risultato inatteso nelle pagine di Google, che ravviva ricordi ormai svaniti, mi torna in mente l’incipit del romanzo di Proust Alla ricerca del tempo perduto: come all’autore le petites madeleines riportano alla memoria lontani ricordi d’infanzia, così una keyword specifica riesuma un contenuto dimenticato ma ancora reperibile in rete.

Quasi sempre questi relitti digitali sono ricordi di avvenimenti di secondo piano o non rilevanti, ma può succedere che invece le nostre tracce digitali possano far riaffiorare eventi spiacevoli o dolorosi. In altre situazioni può tornare a galla un aspetto di noi che non condivideremmo con un recruiter o con qualcuno che debba doverci giudicare per qualcosa.

Perché si, chiunque voglia farsi un’idea su di noi può avere un rapido ma non necessariamente calzante riassunto della nostra reputazione online semplicemente interrogando Google.

Finché non si hanno scheletri nell’armadio tutto ciò può essere accettabile, il normale contratto sociale che ci impone di perdere un po’ di privacy in nome di una maggiore sicurezza. Il problema sorge nel momento in cui si è coinvolti in situazioni spiacevoli come quando si commette un reato e la notizia di questo resta a far bella mostra di sé anni e anni dopo l’errore commesso.

Si possono cancellare dalla rete le tracce del proprio operato? Agli albori del web, prima della diffusione massiva dei social network, era relativamente semplice tenere sotto controllo la propria reputazione online.

Le aziende poco etiche con azioni di manipolazione ai danni dei motori di ricerca riuscivano a posizionare contenuti autoreferenziali in alto nelle serp e riuscivano a spingere le informazioni dannose oltre le colonne d’Ercole che separano la prima pagina di Google dall’ignoto.

Oggi riuscire a modificare la percezione del proprio brand è più complesso anche per le grandi aziende.

Ma cosa accade quando la vittima della memoria del web è un singolo cittadino? Esiste il diritto all’oblio.

Diritto all’oblio: cos’è e come funziona?

Il diritto all’oblio è una particolare forma di garanzia che prevede la non diffondibilità, senza particolari motivi, di precedenti pregiudizievoli dell’onore di una persona, intensi principalmente da un punto di vista giudiziario.

Secondo questo principio non si possono quindi diffondere notizie relative alla situazione giudiziaria di un soggetto. La diffusione dei dati sensibili può essere effettuata soltanto in virtù del diritto di cronaca, ma con alcune limitazioni.

Infatti la necessità di riservatezza va a cozzare con il diritto all’informazione: se c’è qualcuno che si è reso responsabile di un reato, è giusto che la comunità ne sia a conoscenza.

Esiste però un confine indefinito che ogni tanto viene aggiustato, spostato o rimarcato a suon di sentenze dai vari tribunali del mondo.

Il problema sorge per questioni morali. Dopo quanto tempo la notizia non è più rilevante come evento di cronaca? Se chi commette un reato si riabilita, deve essere comunque marchiato a vita?

Oltre a chi commette il reato spesso la notizia dello stesso danneggia ulteriormente la vittima, come può accadere nei casi di violenza sessuale: è giusto che in nome del diritto di cronaca si vada continuamente ad allargare una ferita già difficile da rimarginare?

In altri casi poi la notizia di un reato continua a girare, mentre quella relativa alla rettifica per l’inesattezza della precedente si arena nel web e scompare, causando così disinformazione.

Quadro normativo e GDPR

Tra diritto all’oblio e di cronaca, tra diritto alla rettifica o alla deindicizzazione, i confini normativi non sono ancora ben delineati anche perché il web è spesso una terra di nessuno, giuridicamente parlando.

Qualche anno fa, in risposta a sentenze e pressioni internazionali, Google ha addirittura iniziato a prendere in carico le domande di deindicizzazione, che sono fioccate numerose e che comunque non sempre vengono accolte.

Da poco è entrato in vigore il Regolamento Europeo GDPR, e di diritto all’oblio si parla negli articoli 17, 21 e 22. Il GDPR va a integrarsi con le varie normative sulla privacy comunitarie, sarà quindi il principale riferimento comunitario oltre alle sentenze della corte europea.

Secondo tale normativa il diritto di opposizione dell’interessato pone fine al trattamento per motivi di marketing diretto, ma è derogabile se il trattamento ha fini di ricerca scientifica o storica o a fini statistici, e ciò avviene per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico.

La richiesta di oblio deve essere motivata ma il titolare del trattamento può comunque continuare a utilizzare i dati se dimostra motivi legittimi.

L’interessato ha poi diritto ad ottenere l’integrazione e la rettifica dei propri dati personali.

Purtroppo però, come in generale sull’ambito privacy, esiste ancora confusione tra gli editori, professionisti o meno, i motori di ricerca e soprattutto tra coloro che condividono tali notizie senza verificarne l’esattezza o la veridicità.

Nonostante gli sforzi del Garante della privacy che cerca, con l’aiuto dei legislatori, di arrivare alla definizione di un preciso quadro giuridico spesso il cittadino si ritrova a dover intraprendere azioni legali.

Queste poi spesso peggiorano la situazione per via dell’effetto Streisand: nel tentativo di censurare o rimuovere un’informazione, se ne provoca invece un’ampia pubblicizzazione.

Chi è che minaccia la tua privacy online?

Ultimamente si parla molto di come la nostra privacy online venga spesso violata attraverso l’utilizzo poco etico dei nostri dati personali.

Dare la colpa agli hacker – che poi al massimo dovremmo darla ai cracker – o ai colletti bianchi di Cambridge Analytica è sbagliato. E non serve nemmeno accusare Mark Zuckerberg.

Chi protegge la nostra privacy online?

In fondo, se qualcuno ha abusato dei nostri dati personali c’è un solo responsabile da porre sul banco degli imputati, e quello sei tu!

Non ci sarà redenzione cancellando il tuo account Facebook. Non arriverà nemmeno Capitan America a farci scudo con il nuovo regolamento GDPR, anche perché dovrà attenersi alla normativa solo se saremo coinvolti anche noi cittadini dell’UE.

Potremmo affermare che a proteggere la nostra privacy online sia lo stesso GDPR e gli organi preposti alla sua attuazione, ma sarebbe poco rispondente al vero: l’effetto deterrente delle sanzioni e l’effettiva applicazione delle stesse da sole non bastano a tutelarci.

Se ti sta a cuore la tua vita privata, non vuoi condividerla con l’intero globo o semplicemente non vuoi che venga strumentalizzata e/o utilizzata per fini poco etici o illegali,  allora devi essere tu il custode dei tuoi dati personali.

In che modo puoi tutelarti? Devi ritornare al ’68 e vivere all’insegna di un analogico peace & love?

Non è necessario, basta semplicemente aumentare la consapevolezza di ciò che condividi in rete.

Il problema della scarsa tutela dei nostri dati personali ha una duplice causa: da un lato non siamo consapevoli di quanti e quali dati concediamo; dall’altro la nostra privacy online è minacciata dai nostri bias cognitivi e dalle euristiche di pensiero.

Quali sono i dati personali che immettiamo in rete?

Molti di noi non hanno ben chiaro il numero di informazioni che sono rilevabili dalla nostra navigazione: vengono registrati il nostro indirizzo ip, spesso la nostra posizione, la durata della navigazione, le pagine viste, i nostri click, ecc.

Tutti questi dati vengono utilizzati ad esempio da Google Analytics che li ripropone a chi gestisce il sito come statistiche in forma anonima.

Vi sono poi dei dati che vengono memorizzati dai cookies dei vari siti. Anche il blog più innocuo ci chiede di accettare i suoi biscottini che, anziché sfamarci, pasteggiano con le nostre informazioni.

Se infine smettiamo di essere fruitori passivi di contenuti e iniziamo a produrne sui social network, offriamo un’overdose di dati sensibili alle varie piattaforme.

Foto, video e testi mostrano noi stessi, le nostre compagnie, i luoghi che frequentiamo e, soprattutto, ciò che mangiamo e i nostri animali domestici.

Le bio raccontano le nostre informazioni anagrafiche, il nostro curriculum, le ideologie e le preferenze, ecc.

Facebook & co. ci conoscono meglio dei nostri cari, tre anni fa raccontavo di uno studio scientifico che dimostrava questa tesi. Oggi, col progredire dell’intelligenza artificiale, non deve stupirci se a volte i social sanno rispondere a domande che ancora non gli abbiamo posto!

E per quanto ci sforziamo di limitare la privacy dei nostri post alle cerchie più ristrette di contatti, i nostri contenuti vengono comunque incamerati nei server dei vari servizi digitali. Questi, nella più innocua delle ipotesi, li utilizzano per profilarci e proporci pubblicità pertinenti.

Pigrizia o risparmio energetico, chi è la vera minaccia?

Eppure le varie privacy policy ci spiegano nel dettaglio come vengono raccolti ed utilizzati i nostri dati, perché ne perdiamo il controllo?

La colpa è nostra: spesso adottiamo delle scorciatoie mentali o facciamo valutazioni sbagliate a causa di processi di pensiero automatici.

Non è tanto un problema di pigrizia, ma di semplificazione al fine di risparmiare energie mentali.

Quante volte abbiamo accettato termini e condizioni, cookie e contratti vari senza leggerne il contenuto?

Quante spunte abbiamo inserito per confermare di aver letto tutto, quando in realtà non siamo neanche giunti al secondo rigo?

La quasi totalità dei soprusi alla nostra privacy online li autorizziamo approvando le condizioni di utilizzo dei vari servizi.

E solo in parte ci discolpa il fatto che per poter utilizzare alcuni di essi siamo obbligati a fornire il consenso, altrimenti non ci viene consentito di utilizzare il servizio stesso.

Un’ulteriore aggravante per questo tipo di comportamento è il cattivo dosaggio della fiducia digitale: ci affidiamo a servizi gestiti da persone che non conosciamo solo perché abbiamo un senso di familiarità verso i vari brand.

Abbiamo un bel canovaccio di scuse che ci fanno accettare tutte le clausole che sono in bella vista: abbiamo poco tempo, siamo troppo stanchi, in fondo ci fidiamo, ecc.

Come salvare dati e privacy

C’è da dire che l’utilizzo fraudolento dei nostri dati è un problema per fortuna abbastanza limitato, ma non da trascurare.

In molti casi le informazioni fornite migliorano la nostra esperienza online o semplicemente la rendono possibile.

Inoltre i dati vengono quasi sempre aggregati e analizzati in forma anonima: più che il nostro profilo personale, le aziende hanno dei profili medi di consumatori che vanno a sintetizzare le caratteristiche di tutti noi.

Ma essere maggiormente consapevoli del tipo di dati che condividiamo con i singoli servizi può portarci a dosare meglio la quantità e la qualità delle informazioni che diffondiamo in rete.

Infatti non sempre sarà necessario fornire la nostra posizione, soprattutto quando non staremo utilizzando quella specifica app. Nemmeno concedere ai programmi di apprendere dalle nostre ricerche ci darà vantaggi irrinunciabili.

Si riduce tutto al vecchio dilemma di quanta libertà perdere per salvaguardare la sicurezza: ciascuno di noi dovrà trovare il giusto equilibrio tra l’esperienza di navigazione libera e i limiti della sicurezza in rete.

Terrorismo: ha senso parlare di privacy online? Scopri il caso Telegram!

Il terrorismo è più attento alla propria privacy di quanto non lo sia la maggior parte di noi. La tua privacy, sopratutto online, dovrebbe essere qualcosa di cui dovresti sempre prenderti cura. A volte, però, qualcuno approfitta di questa leggerezza ed usa l’anonimato che Internet offre per cercare di fare del male ad altre persone. È il caso, ad esempio, dell’organizzazione fondamentalista ISIS che sfrutta le caratteristiche di Telegram per riunire virtualmente i suoi seguaci. Scopriamo insieme cosa sta succedendo.

La privacy e l’anonimato in rete sono diritti fondamentali di cui non siamo spesso pienamente consapevoli. Cosa accade quando qualcuno approfitta di questa poca attenzione alla privacy online e ne fa un uso dannoso per tutti? In questo caso specifico, è gusto garantire comunque la privacy dell’interessato? Questo dilemma anima da diverso tempo le discussioni online, sui social network ed in tv.

Privacy online: diritto fondamentale o dovere necessario?

L’anno scorso in USA l’FBI ha recuperato l’iPhone di un terrorista chiedendo ad Apple di sbloccarlo per una questione di sicurezza. L’azienda si è rifiutata categoricamente poiché ciò sarebbe stata una violazione dei termini di utilizzo. Attuarla sarebbe stato pericoloso per la fiducia tra l’azienda ed i suoi clienti.

Attualmente un discorso molto simile è in atto. Le agenzie di sicurezza di molti paesi hanno capito che la rete del terrorismo usa Telegram per fare propaganda e comunicare. Sempre più paesi hanno quindi chiesto un maggiore controllo sulle comunicazioni che avvengono sul programma, ma l’azienda russa fino ad ora non ha fatto concessioni. Perché i terroristi usano una app come Telegram? Ecco svelato il motivo.

Perché il terrorismo usa Telegram?

Telegram è uno dei programmi per scambiarsi messaggi più conosciuti ed apprezzati in rete. In molte cose è simile ad app molto più comuni come WhatsApp. Ci sono però delle caratteristichedi questo programma che piacciono molto agli utenti del web, specialmente quelli più attenti alla propria privacy online e chi invece cerca l’anonimato per sfuggire alla giustizia. Telegram permette infatti di:

  • Creare delle chat segrete che sono totalmente protette da occhi indiscreti;
  • Creare gruppi che in questo caso sono usate dai terroristi per fare propaganda per la loro causa;
  • Fare in modo che i messaggi di una chat si autodistruggano poco dopo l’essere stati letti; questo senza lasciare alcuna traccia;
  • Comunicare con protocolli di criptografia end-to-end. Questo significa che il messaggio viene codificato quando lascia il tuo cellulare e rimane tale fin quando non arriva sul dispositivo del destinatario.

È bene specificare che anche WhatsApp cripta le comunicazioni quando scriviamo un messaggio con una criptografia end-to-end. Sui server del programma gli unici dati salvati sono la data e l’ora del messaggio, insieme al numero del mittente ed è questo uno dei motivi per cui queste persone preferiscono Telegram.

Terrorismo, affrontarlo non vuol dire perdere i tuoi diritti

Il braccio di ferro tra i governi che chiedono maggior controllo sulle comunicazioni e gli intermediari delle comunicazioni non è di certo una storia nuova. È tornata a galla, con tutte le ragioni, dopo i recenti avvenimenti che stanno scuotendo il mondo. Governi come per esempio la Russia hanno chiesto apertamente l’accesso alle chat per questioni di sicurezza, minacciando bloccare l’app sul loro territorio in caso tale richiesta non venisse accolta. La domanda che tutti si fanno è semplice e diretta. La privacy va sempre difesa? In un mondo come il nostro la risposta è sí.

La lotta al terrorismo è possibile senza ledere i tuoi diritti e violare la privacy. Non ci sono dubbi che, dato quello che succede Telegram possa fare di più per ostacolare il diffondersi di certi messaggi sul suo canale. Minacciare di bloccare l’app e magari farlo, non è davvero la strada giusta. Anche se Telegram venisse bloccato chi ha cattive intenzioni troverebbe sicuramente un nuovo mezzo per comunicare.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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Terrorismo, come combatterlo e difendere la tua privacy

È chiaro come colpire direttamente Telegram forzando l’azienda ad eliminare la criptografia o impedendo l’accesso sul territorio non sia una soluzione, ma semplicemente un invito per i terroristi a scegliere un mezzo alternativo tra quelli che la rete già offre. In realtà pare che non tutte le comunicazioni avvengano su Telegram, ma che già vengano usate altre app.

Questo non significa assolutamente che l’unica soluzione sia stare a guardare, ma che bannare un programma è una reazione semplice ad un problema molto più complesso che necessita di cooperazione tra governi ed aziende come Facebook che si è schierato contro il terrorismo. Un’idea potrebbe essere quella in cui l’azienda sia un filtro tra le comunicazioni che avvengono sui propri canali ed i governi. Così avresti una maggiore moderazione e quindi sicurezza senza dover però rinunciare alla tua privacy.

Come difendersi dal terrorismo mediatico

Ogni giorno c’è sempre qualcuno che vuole farti credere che la privacy è un diritto di cui puoi fare a meno. Ti viene costantemente quasi imposto di rinunciare ai tuoi diritti: il diritto all’informazione, il diritto ad informare il prossimo e di poter usare internet per farlo. Dietro tutto questo come al solito si nascondono grandi interessi economici che non vengono mai menzionati, mentre vantaggi finti o trascurabili sono sempre in primafila.

Non accettare di lasciare agli altri la scelta sui tuoi diritti restando a guardare. Difendi il tuo diritto all’informazione ed alla privacy online. Aderisci alla nostra petizione se non l’hai già fatto.

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Privacy online: ecco perchè è importante difenderla

La tua privacy non è una questione di poco conto. Dovresti difenderla e proteggerla sempre. Oggi ti spiegheremo perché la tua privacy è importante anche se non sei un VIP e non hai nulla da nascondere. Continua a leggere per capire quali sono i rischi di perdere la privacy sul web.

Tutelare la privacy, specialmente in internet, è un argomento che è sempre stato oggetto di discussioni. È dal 2013 però, che l’argomento entrato veramente nel vivo. Edward Snowden un ex impiegato della CIA rivelò che l’NSA, l’agenzia per la Sicurezza Nazionale Americana stava acquisendo i dati degli utenti a loro insaputa. Questo era possibile grazie ad un sistema che registrava chiamate, messaggi, email e ricerche in internet; insomma tutto quello su cui riuscisse a mettere le mani. Da quel momento le persone sono diventate sempre più attente alla propria privacy; ne hanno tutte le ragioni. Sono passati ormai 4 anni dalla fuga di documenti creata da Snowden ma è ancora importante difendere la propria privacy. Scopriamo il perché insieme.

Perchè la privacy è importante soprattutto sul web

Non accetteresti mai di farti visitare dal dottore con la porta aperta, giusto? Lo stesso dovrebbe valere quando sei su internet. Una delle frasi più comuni che si sente dire quando si parla di privacy online è: non sono preoccupato, non ho niente da nascondere. La verità è che non devi essere un criminale o un vip per dover proteggere la tua privacy. I tuoi dati sono inestimabili ed hai tutte le ragioni per tenerli lontani da occhi indiscreti.

Su internet le tue informazioni personali possono essere in pericolo. Non si tratta solo del tuo nome o della data di nascita. Sul web anche l’ultimo stato di Facebook, il tweet di qualche minuto fa e le tue foto sono una risorsa. Per questo è importante tu impari a curare la tua privacy online.

Preoccuparti di dove e quando i tuoi dati sono condivisi con qualcun altro ti aiuta anche ad evitare le bufale. Le tue abitudini online lasciano delle tracce in rete che, possono suggerire a degli estranei quali sono gli argomenti che ti interessano. Questo permette agli algoritmi di social network e motori di ricerca di trovarti tra migliaia di persone solo per proporti magari una notizia falsa. Insomma proteggere i tuoi dati, ti protegge dalla disinformazione.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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Ecco cosa rischi quando la privacy è violata

Internet è popolato da tante persone. Alcune pronte a risolvere i tuoi problemi e rispondere alle tue domande. Non tutti sono lì per aiutarti però. Alcuni sono dei malintenzionati che approfittano del fatto che magari non conosci la rete come le tue tasche. Per queste persone i tuoi dati personali sono una vera e propria miniera d’oro. Non vedono l’ora di metterci le mani sopra. Vediamo quali sono i rischi legati alla tua privacy e alla sua protezione:

  • Furto d’identità: il furto d’identità è probabilmente uno dei cyber crimini più comuni e pericolosi. Si parla di furto d’identità quando qualcuno riesce ad accedere alle tue informazioni personali e fa finta di essere te. Chi ha in mano i tuoi dati personali può spacciarsi per te in rete, senza destare alcun sospetto ed accumulando sempre più dati. Può commettere delle frodi a tuo nome. Cerca di essere sempre molto selettivo a riguardo dei siti che hanno i tuoi dati;
  • Dati bancari: i sistemi informatici della tua banca sono davvero sicuri, nessuno lo mette in dubbio. Non devi però abbassare la guardia. Un malintenzionato molto volenteroso può comunque riuscire ad accedere ai tuoi dati e fare prelievi e trasferimenti. Anche se il sito della tua banca è criptato dovresti per sicurezza cambiare spesso la password con cui accedi ed accedere solo da casa tua;
  • Furti in casa: non tutti i malintenzionati si nascondono sempre dietro lo schermo. Alcuni lo usano solo per sapere il più possibile su di te in modo da colpire poi nel mondo reale. Immagina di scrivere uno stato su Facebook in cui dici che partirai per 7 giorni. Questa piccola azione che a te sembra totalmente innocua, per qualcuno che ti tiene d’occhio è fondamentale per sapere quando non c’è nessuno in casa.
  • Furto di dati: negli ultimi anni gli hacker hanno sviluppato nuove strategie. Molti hanno abbandonato l’idea di ficcanasare nei tuoi dati per puro divertimento ed hanno scelto invece di tenerli in ostaggio. Sempre più computer vengono presi di mira fa virus specifici che bloccano l’accesso ai dati finché non si paga un riscatto.
  • Perdi la libertà di informarti: perdere la tua libertà d’informazione potrebbe non sembrarti qualcosa legato alla tua privacy, ma non è così. A volte a minacciare l’anonimitá del web non sono gli hacker; ma i governi stessi che possono in alcuni stati controllare il traffico internet. Un occhio sempre puntato su ciò che leggi e guardi influirebbe sicuramente sulla fonti da cui scegli di informarti.

Chi tutela la privacy dei cittadini?

Nella protezione dei tuoi dati non sei da solo. L’Unione Nazionale Consumatori è sempre dalla tua parte per aiutarti ed ascoltarti. Inoltre la tutela dei tuoi dati è affidata al Garante per la protezione dei dati personaliQuesto organo è indipendente a livello amministrativo e si occupa di tutelare il diritto dei cittadini a difendere i propri dati. Il Garante ha il compito di vegliare sul corretto trattamento dei tuoi dati e sul rispetto delle norme che lo regolamentano, ecco alcuni dei suoi compiti.

  • Controllare che il trattamento dei dati si verifichi a norma di legge;
  • Esaminare i reclami e le segnalazione in merito alla protezione dei dati personali;
  • Bloccare il trattamento dei tuoi dati qualora questa azione a causa della loro natura stessa dei dati possa arrecarti danno;
  • Invitare in determinati settori sensibili, come per esempio il giornalismo, a sottoscrivere codici deontologici e di buona condotta;
  • Sensibilizzare l’opinione pubblica a riguardo della privacy e del trattamento dei dati.

5 consigli per difendere la tua privacy online

Anche se il Garante della privacy è dalla tua parte non è detto tu sia al sicuro dai rischi della rete. Non esiste una bacchetta magica che difenda al 100% i tuoi dati. Questo non significa tu debba rimanere a guardare, così come puoi difendere il tuo diritto all’informazione firmando la nostra petizione, puoi difendere i tuoi dati con questi semplici consigli, prendi carta e penna!

  • Attenzione alle password: le tue password sono letteralmente la chiave dei tuoi dati sensibili ed i malintenzionati farebbero di tutto per tentare di rubartele. Per rendergli la vita difficile crea password complicate. Una buona password è lunga almeno 8 caratteri e contiene una combinazione di lettere sia maiuscole che minuscole. Cerca di non usare la stessa password su tutti i siti che frequenti;
  • Dai sempre meno informazioni possibili: la maggior parte delle app sul tuo computer e sul tuo smartphone cercano di acquisire il maggior numero di informazioni possibili. Cerca sempre di minimizzare il numero di dati che fornisci. Quando possibile tenta di disattivare i servizi di localizzazione e l’accesso alla fotocamera. Sui social condividi stati e foto solo con le persone di cui ti fidi;
  • Tieni sempre aggiornati e protetti i tuoi dispositivi: quando si parla di privacy e sicurezza l’antivirus da solo non basta e andrebbe affiancato ad un firewall. Sia sul tuo computer che sul cellulare è buona norma tenere sempre aggiornati i programmi di sicurezza e il sistema operativo;
  • Fai un backup dei dati: fare un backup dei tuoi dati è una delle buone abitudini digitali che dovresti acquisire. Oltre a sollevarti dalla scocciatura di dover ritrovare tutto quello che ti serve nel caso tu sia stato costretto a formattare, è anche un’ottima assicurazione contro i virus che possono bloccarti l’accesso ai dati;
  • Spegni il Bluetooth: il Bluetooth è davvero molto comodo. Ti permette di collegare i tuoi dispositivi tra loro o scambiare file con i tuoi amici. Allo stesso tempo però questo sistema costituisce una porta d’ingresso per i malintenzionati. Assicurati di spegnerlo quando non lo stai usando.

Come vedi difendere la tua privacy non è per nulla difficile. Tutto sta nell’acquisire delle buone abitudini digitali che mettano al sicuro i tuoi dati da chi vuole prenderli per truffarti o per altri interessi poco nobili.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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