Chi è che minaccia la tua privacy online?

Ultimamente si parla molto di come la nostra privacy online venga spesso violata attraverso l’utilizzo poco etico dei nostri dati personali.

Dare la colpa agli hacker – che poi al massimo dovremmo darla ai cracker – o ai colletti bianchi di Cambridge Analytica è sbagliato. E non serve nemmeno accusare Mark Zuckerberg.

Chi protegge la nostra privacy online?

In fondo, se qualcuno ha abusato dei nostri dati personali c’è un solo responsabile da porre sul banco degli imputati, e quello sei tu!

Non ci sarà redenzione cancellando il tuo account Facebook. Non arriverà nemmeno Capitan America a farci scudo con il nuovo regolamento GDPR, anche perché dovrà attenersi alla normativa solo se saremo coinvolti anche noi cittadini dell’UE.

Potremmo affermare che a proteggere la nostra privacy online sia lo stesso GDPR e gli organi preposti alla sua attuazione, ma sarebbe poco rispondente al vero: l’effetto deterrente delle sanzioni e l’effettiva applicazione delle stesse da sole non bastano a tutelarci.

Se ti sta a cuore la tua vita privata, non vuoi condividerla con l’intero globo o semplicemente non vuoi che venga strumentalizzata e/o utilizzata per fini poco etici o illegali,  allora devi essere tu il custode dei tuoi dati personali.

In che modo puoi tutelarti? Devi ritornare al ’68 e vivere all’insegna di un analogico peace & love?

Non è necessario, basta semplicemente aumentare la consapevolezza di ciò che condividi in rete.

Il problema della scarsa tutela dei nostri dati personali ha una duplice causa: da un lato non siamo consapevoli di quanti e quali dati concediamo; dall’altro la nostra privacy online è minacciata dai nostri bias cognitivi e dalle euristiche di pensiero.

Quali sono i dati personali che immettiamo in rete?

Molti di noi non hanno ben chiaro il numero di informazioni che sono rilevabili dalla nostra navigazione: vengono registrati il nostro indirizzo ip, spesso la nostra posizione, la durata della navigazione, le pagine viste, i nostri click, ecc.

Tutti questi dati vengono utilizzati ad esempio da Google Analytics che li ripropone a chi gestisce il sito come statistiche in forma anonima.

Vi sono poi dei dati che vengono memorizzati dai cookies dei vari siti. Anche il blog più innocuo ci chiede di accettare i suoi biscottini che, anziché sfamarci, pasteggiano con le nostre informazioni.

Se infine smettiamo di essere fruitori passivi di contenuti e iniziamo a produrne sui social network, offriamo un’overdose di dati sensibili alle varie piattaforme.

Foto, video e testi mostrano noi stessi, le nostre compagnie, i luoghi che frequentiamo e, soprattutto, ciò che mangiamo e i nostri animali domestici.

Le bio raccontano le nostre informazioni anagrafiche, il nostro curriculum, le ideologie e le preferenze, ecc.

Facebook & co. ci conoscono meglio dei nostri cari, tre anni fa raccontavo di uno studio scientifico che dimostrava questa tesi. Oggi, col progredire dell’intelligenza artificiale, non deve stupirci se a volte i social sanno rispondere a domande che ancora non gli abbiamo posto!

E per quanto ci sforziamo di limitare la privacy dei nostri post alle cerchie più ristrette di contatti, i nostri contenuti vengono comunque incamerati nei server dei vari servizi digitali. Questi, nella più innocua delle ipotesi, li utilizzano per profilarci e proporci pubblicità pertinenti.

Pigrizia o risparmio energetico, chi è la vera minaccia?

Eppure le varie privacy policy ci spiegano nel dettaglio come vengono raccolti ed utilizzati i nostri dati, perché ne perdiamo il controllo?

La colpa è nostra: spesso adottiamo delle scorciatoie mentali o facciamo valutazioni sbagliate a causa di processi di pensiero automatici.

Non è tanto un problema di pigrizia, ma di semplificazione al fine di risparmiare energie mentali.

Quante volte abbiamo accettato termini e condizioni, cookie e contratti vari senza leggerne il contenuto?

Quante spunte abbiamo inserito per confermare di aver letto tutto, quando in realtà non siamo neanche giunti al secondo rigo?

La quasi totalità dei soprusi alla nostra privacy online li autorizziamo approvando le condizioni di utilizzo dei vari servizi.

E solo in parte ci discolpa il fatto che per poter utilizzare alcuni di essi siamo obbligati a fornire il consenso, altrimenti non ci viene consentito di utilizzare il servizio stesso.

Un’ulteriore aggravante per questo tipo di comportamento è il cattivo dosaggio della fiducia digitale: ci affidiamo a servizi gestiti da persone che non conosciamo solo perché abbiamo un senso di familiarità verso i vari brand.

Abbiamo un bel canovaccio di scuse che ci fanno accettare tutte le clausole che sono in bella vista: abbiamo poco tempo, siamo troppo stanchi, in fondo ci fidiamo, ecc.

Come salvare dati e privacy

C’è da dire che l’utilizzo fraudolento dei nostri dati è un problema per fortuna abbastanza limitato, ma non da trascurare.

In molti casi le informazioni fornite migliorano la nostra esperienza online o semplicemente la rendono possibile.

Inoltre i dati vengono quasi sempre aggregati e analizzati in forma anonima: più che il nostro profilo personale, le aziende hanno dei profili medi di consumatori che vanno a sintetizzare le caratteristiche di tutti noi.

Ma essere maggiormente consapevoli del tipo di dati che condividiamo con i singoli servizi può portarci a dosare meglio la quantità e la qualità delle informazioni che diffondiamo in rete.

Infatti non sempre sarà necessario fornire la nostra posizione, soprattutto quando non staremo utilizzando quella specifica app. Nemmeno concedere ai programmi di apprendere dalle nostre ricerche ci darà vantaggi irrinunciabili.

Si riduce tutto al vecchio dilemma di quanta libertà perdere per salvaguardare la sicurezza: ciascuno di noi dovrà trovare il giusto equilibrio tra l’esperienza di navigazione libera e i limiti della sicurezza in rete.

In America il “fair use”, in Europa chiudiamo i blog?

Il diritto d’autore online non dovrebbe essere uno strumento per limitare la tua libertà, ma qualcosa che invece serve a tutelarti. Ahimè questo non sembra essere il futuro che ti aspetta se la rete continuerà ad essere vista come un luogo in cui bisogna avere il controllo sui cittadini. L’Agcom potrebbe acquisire a breve il potere di ordinare la cancellazione di qualsiasi contenuto online se sospettato. Scopriamo cosa sta succedendo.

Qualcun’altro vuole usare il diritto d’autore online come scusa per provare a toglierti la libertà d’informazione? Pare sia proprio così. L’Agcom, l’autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni, ha di fatto chiesto ufficialmente di avere maggiori poteri. La richiesta sorprendentemente sembra essere stata accolta a braccia aperte ed approvata alla camera. L’autoritá potrà quindi ordinare la rimozione di contenuti online che anche solo potenzialmente violano il diritto d’autore, senza doversi appellare alle autorità giudiziarie, espandendo quindi la sua area di azione anche sul mondo del web.

Lo scopo è veramente punire i reati contro il diritto d’autore online?

Bufale online, diritto d’autore ed ancillary copyright sono argomenti che nell’ultimo anno sono costantemente sotto la luce dei riflettori. Nel nostro paese che fa fatica a stare dietro alle nuove tecnologie ed ad integrarle nella sua quotidianità, non sono di certo mancate proposte riguardanti il mondo del digitale. Tutte finite male poichè i consumatori hanno scorto dietro quelle promesse di tutela il pericolo di vedersi rubata la possibilità di condividere ed informarsi.

Qualche mese fa una proposta proveniente da Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust ha raccolto parecchio malcontento. L’idea era quella di assegnare ad un organismo statale il compito di monitorare e riconoscere le bufale. Non sono solo le fake news ad essere usate come scusa. Tra gli specchietti per le allodole compare anche il cyberbullismo.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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Diritto d’autore online come funziona adesso?

L’emendamento è stato presentato il 19 luglio 2017 ed approvato alla camera in tempi record! Praticamente il giorno dopo.  Poco più di una settimana prima il presidente di Agcom, Angelo Marcello, ha dichiarato la sua ferma convinzione sulla necessità di una legge contro le bufale online e non solo. La richiesta è stata quella di concedere al più presto all’autorità da parte degli organi legislativi la competenza per agire anche in rete.

Sembra essere andato tutto secondo i piani. In sintesi adesso l’Agcom potrebbe, dopo una segnalazione da parte dei detentori dei diritti, ordinare agli intermediari delle comunicazioni di far cessare istantaneamente una presunta violazione del diritto d’autore. Ma cosa significa all’atto pratico?

È molto semplice. L’autorità potrà chiedere ai prestatori di servizi di non rendere più accessibile un contenuto. Questo accadrà se sospetta che ci sia una violazione del diritto d’autore o dei diritti connessi. Questa censura online preventiva può avvenire anche solo sulla base di un accertamento sommario che attesti che i detentori del diritto d’autore di un contenuto possano venire danneggiati.

Il problema è che, se da un lato si giustifica una tale prepotenza nascondendosi dietro l’obbligo di attuare quelle che sono le direttive europee, dall’altro in realtà si contravviene a quelle che sono le disposizioni europee. L’articolo 9 della direttiva 2004/ 48/CE dice che tali competenze sono delle autorità giudiziarie.

Cosa comporterebbe per te questo cambiamento?

Se tutto dovesse continuare in questa direzione le conseguenze per te e la tua libertà d’informazione e di condivisione sarebbero devastanti. L’agcom guadagnerebbe un nuovo strumento da usare contro i provider di servizi e chi tutela i consumatori come te. Assegnare all’autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni determinate libertà significherebbe:

  • La possibilità che siti e blog vengano chiusi con uno schiocco di dita sotto richiesta dei grandi dell’informazione;
  • Perdere il tuo diritto ad informarti da più fonti;
  • Perdere la possibilità di divulgare e condividere online;

Non tutto è perduto. Questa proposta così come tante altre, cura sicuramente degli interessi, ma non i tuoi o di tanti altri consumatori come te. Puoi far sentire le tue ragioni con la nostra petizione, basta un click per aderire.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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Digital Single Market e riforma del copyright: le responsabilità degli intermediari in Europa

La riforma del copyright sta letteralmente spaccando a metà la Commissione Europea. Ogni paio di giorni salta fuori una novità che scongiura sempre più la possibilità di trovare un punto d’incontro tra le parti, specialmente visto che le votazioni finale saranno ad Ottobre. Adesso nel mirino della riforma ci sono gli intermediari della comunicazione. In gioco c’è come al solito il tuo diritto all’informazione.

La riforma del copyright è costantemente oggetto di critica negli ultimi tempi. Sei visto non come un individuo che usufruisce di internet e contribuisce ai contenuti di cui è fatto, ma come un cliente che genera guadagni che qualcuno vuole incassare. Adesso  è il turno degli intermediari della comunicazione e i provider di finire nel mirino. Continua a leggere per scoprire cosa sta succedendo.

Cosa significa intermediario secondo la riforma del copyright

Prima di entrare nel vivo della discussione vogliamo spogliare il discorso dal politichese e spiegarti cos’è un intermediario della comunicazione. Nella riforma del copyright si parla di “Intermediari”. Per intermediari della comunicazione si intendono tutte quelle aziende che fanno da tramite tra chi vuole fornire delle informazioni e le persone che devono riceverle.

Gli intermediari sotto la luce dei riflettori della riforma sono fondamentalmente gli ISPInternet Service Provider  e gli hosting provider. Parliamo di quelle aziende che mettono a disposizione le loro risorse per permetterti di memorizzare e trasmettere dati su internet. In pratica parliamo delle aziende che ti permettono di navigare su internet e su cui sono caricati i siti che visiti.

Di chi è la responsabilità quando c’è un contenuto illegale online?

Gli obblighi ed i diritti degli intermediari della comunicazione all’interno della Comunità Europea sono regolamentati dalla Direttiva 2000/31/CE ovvero la Direttiva sul commercio elettronico. Uno dei concetti più importanti del documento, l’articolo 15, stabilisce che gli intermediari non hanno l’obbligo di monitorare le tue informazioni che immagazzinano. Gli stati membri possono però richiedere al provider di ricevere comunicazioni in caso esso sia a conoscenza di qualsiasi contenuto illegale. Questo divieto ha lo scopo di favorire la crescita del mercato digitale.

Sempre secondo la direttiva, i provider non sono responsabili delle informazioni memorizzate a costo che:

  • Non siano al corrente dell’illecità delle informazioni o delle attività;
  • Agiscano tempestivamente nel cancellare o precludere l’accesso alle attività ed ai dati illegali.

In parole povere, il provider non è responsabile di quello che un altro utente carica sui suoi sistemi anche quando si tratta di materiale protetto da copyright, a meno che non sia direttamente coinvolto con questa attività. Inoltre, anche se il provider non rispetta totalmente le condizioni dell’articolo 14, non vuol dire che sia automaticamente responsabile dell’illecito di questi ultimi. Va provato che l’ISP (il provider) ha di fatto agito in modo da favoreggiare la condivisione del contenuto illegale.

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Secondo chi promuove la riforma del copyright la responsabilità è del provider

Tra le varie proposte all’interno della riforma del copyright, oltre a quelle inerenti all’ancillary copyrightsi parla anche delle responsabilità degli intermediari. La proposta in merito è descritta nell’articolo 13. Questo mira a cambiare totalmente le responsabilità dei provider abolendo la libertà di non monitorare le attività per tutte quelle piattaforme che immagazzinano e offrono accesso a grandi quantità di contenuti.

L’articolo 13 sancisce che se l’intermediario della comunicazione ha un ruolo attivo, esso è automaticamente responsabile dei contenuti caricati dagli utenti. L’unica soluzione diventa quindi applicare delle contromisure come per esempio il monitoraggio dei dati che è in contrasto con la normativa per il commercio online.

In questo modo l’ISP sarà direttamente responsabile di ciò che avviene nell’ambito dei suoi servizi. L’unico modo per un intermediario della comunicazione per non cadere vittima di questa interpretazione discutibile è di essere totalmente conforme alle condizioni dell’articolo 14 della direttiva sul commercio online. Ovvero avere la certezza che il provider di servizi non abbia un ruolo attivo nella condivisione del contenuto illegale.

Cosa cambia per te con l’articolo 13 della riforma del copyright?

Come un po’ in tutti gli ambiti che la riforma del copyright abbraccia, la persona su cui ricadranno le conseguenze di tutto questo sei tu. Quando vengono presi di mira gli aggregatori di notizie quello che ci va a perdere sei tu, poiché si limitano le fonti da cui puoi informarti. Nel momento in cui i provider saranno costretti a monitorare le attività online rischi di perdere il tuo diritto all’informazione.

Monitorare una mole di dati così grande non è qualcosa che può essere fatto manualmente da un essere umano. È quindi qualcosa che gestito con l’aiuto di specifici programmi. La stessa Corte Europea si è dichiarata preoccupata a riguardo durante la sentenza sul caso Sabam-Netlogaffermando che un sistema simile potrebbe ledere alla libertà d’informazione. In quanto potrebbe non essere in grado di distinguere sempre tra un contenuto legale ed illegale, finendo con il creare una vera e propria censura online di contenuti che non hanno nulla di sbagliato.

Questa altro non sembra che l’ennesima prova del fatto che il testo della direttiva sul copyright non tiene minimamente conto dei diritti dei consumatori. Serve solo a cercare tutti i modi possibili per dare in mano a persone come i grandi editori il controllo su cosa può essere su internet, privandoti dei tuoi diritti più fondamentali. Non devi restare in silenzio, puoi difenderti e far sentire le tue ragioni aderendo alla nostra petizione se non l’hai già fatto.

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Scienza e fake news, i complottisti hanno vinto?

La bufale stanno vincendo contro la scienza. Se non facciamo niente, ci ritroveremo catapultati indietro nel tempo di mille anni. Uno studio recente infatti afferma che, i tentativi di smontare le bufale o le strambe ipotesi dei complottisti siano praticamente inutili ed in alcuni casi controproducenti. Quello che pensavamo essere un fenomeno che potevamo ignorare si sta dimostrando qualcosa in grado di cambiare la realtà. Vogliamo veramente stare a guardare mentre fanno diventare la terra piatta e dicono che lo sbarco sulla luna non ci sia mai stato?

Le bufale troppo eclatanti sono molto più pericolose di quello che pensiamo. Vi è mai capitato di sentir parlare dei terrapiattisti? Se non li conoscete ve li presentiamo noi. Come il nome probabilmente suggerisce, sono gruppi di persone che, credono fermamente che la terra non sia una bellissima sfera azzurra che galleggia nello spazio, ma un disco di roccia. Detto così viene da ridere e la prima cosa che si pensa sia che tali affermazioni vengano fatte per scherzo; purtroppo non è così.

Come creare bufale su facebook e battere gli scienziati

Quando volte ci siamo trovati di fronte a qualcuno così ottuso e con motivazioni talmente assurde da portarci a dire: Mio dio, non vale neppure la pena discuterci! A quanto pare adesso è scientificamente provato (ve ne avevamo parlato qualche giorno fa quì).  È di pochi giorni fa una notizia che ha dell’incredibile. Vorremmo fosse una delle tante bufale online ma non è così.

Un team internazionale di scienziati capitanato da alcuni nostri connazionali ha effettuato uno studio su svariate pagine Facebook ed il risultato oltre a non essere incoraggiante è addirittura proccupante; discutere con gli antivax, i terrapiattisti e chi crede che non siamo mai stati sulla luna è inutile, anzi, spesso è controproducente.

Lo studio nello specifico era concentrato sul debunking, ovvero la pratica di sfatare le bufale o le notizie errate avvalendosi di prove scientifiche.  La ricerca ha avuto una durata di 5 anni ed è riuscita ad analizzare ben 54 milioni di utenti suddivisi tra:

  • Più di 80 pagine Facebook che trattano argomenti scientifici;
  • Quasi 350 pagine complottiste;
  • Poco meno di 70 pagine che si occupano di debunking.

I risultati della ricerca devono metterci in allarme. Infatti, quello che esce fuori dallo studio è che maggiore è l’impegno che si mette nel cercare di sfatare affermazioni false o pseudocientifiche, peggiori saranno i risultati. Il più delle volte un post che sarebbe dovuto essere accolto con felciità è stato invece tempestato di commenti negativi. In poche parole la verità fa arrabbiare i complottisti.

Perchè crediamo alle bufale? Perchè non ci confrontiamo

La cosa più preoccupante che emerge da questo studio è però un’altra. In internet esistono due gruppi che, hanno opinioni contrastanti, ma non si confrontano mai realmente. La maggior parte delle discussioni avviene infatti in ambienti chiusi in cui non c’è mai confronto e dialogo, ma solo il darsi ragione a vicenda mentre si da torto al prossimo. Cosa succede quindi? Che chi è stato imbrogliato con delle notizie false o imprecise non ha mai l’occasione di conoscere la verità.

Questo succede non solo a causa della poca inclinazione al confronto, ma anche perchè sempre a causa di chi fa girare bufale online, le persone hanno perso fiducia verso i mezzi d’informazione e abbiamo perso l’abitudine di approfondire le notizie che incontriamo durante la giornata. A questo c’è da aggiungere che com’è normale sia ognuno tende a voler portare l’acqua al suo mulino.

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Chi diffonde bufale lo fa per spaventarci e confonderci

Le false notizie vanno di moda giá da un po’, ma nel mondo scientifico non sono un fenomeno così recente come si potrebbe pensare. Le fake news in campo scientifico sono sempre esistite, quello che è cambiato è che con i social media le bufale si diffondono maggiormente e più velocemente. Di solito una fake news viene creata usando informazioni volutamente false o imprecise con lo scopo di influenzare la nostra opinione.

In campo scientifico le cose sono un po’ diverse; in un campo in cui tutto può essere definito inaccurato a seconda delle esigenze è difficile definire i limiti entro cui un fatto viene riferito in modo inesatto e quando invece è una vera e propria bufala. A differenza delle solite fake news, le notizie scientifiche inaccurate il più delle volte si diffondono perchè danno speranza; come per esempio una nuova cura per una malattia, o al contrario danno un capro espiatorio contro cui gettarsi.

Bufale: come scoprire le bufale su internet

Anche se le fake news stanno vincendo sulla verità e sulla scienza non tutto è perduto. Possiamo ancora combattere e vincere. C’è però bisogno di unire gli sforzi. Ecco come può essere invertita questa tendenza:

  • Diventiamo più aperti al confronto, anche se qualcuno non la pensa come noi dovremmo ascoltare cosa ha da dire. Questo ci aiuta a comprendere le basi della sua opinione;
  • Informiamoci in modo più consapevole, approfondendo le notizie ed imparando a riconoscere le bufale online;
  • Chi fa scienza può diventare più aperto al dialogo e creare un ponte con il prossimo, anche se si tratta di qualcuno che di quella materia conosce poco o niente. Fornire sempre e solo dati per quanto corretti si è mostrato infruttuoso;
  • Le agenzie e le istituzioni devono iniziare a monitorare internet con più attenzione e quando un loro studio viene interpretato male o distorto, spiegare con maggior efficienza i dati dello studio;
  • I motori di ricerca dovrebbero eliminare gli studi obsoleti e confutati dai risultati di ricerca in modo che chi si rivolge alla rete per informarsi possa attingere a fonti non solo autorevoli ma aggiornate.

Ricevere informazioni corrette è un diritto, chi per scherzo o per guadagnarci fa girare in rete fake news e notizie distorte danneggia tutti noi. Avere a disposizione più fonti da cui informarsi è una delle soluzioni al problema delle fake news e delle notizie riportate in modo inesatto per spaventarci. Il modo giusto per difendere il nostro diritto ad informarci è combattere la censura online.

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Le bufale fanno male! Meglio imparare a riconoscerle

Le bufale sono un po’ come le bugie: ci sono quelle che si dicono a fin di bene, quelle che si dicono tanto per, quelle che mandano la gente nei guai. E poi ci sono tante leggende metropolitane che, a dire tutta la verità, sono anche valide per alcune persone, ma non per questo valgono per l’umanità intera.

Certe volte potremmo addirittura farci del male, specialmente quando parliamo di temi delicati, come quelli legati alla salute o all’alimentazione. Non voglio entrare nello specifico per non urtare la sensibilità di qualcuno, ma potrei citare centinaia di esempi in cui, senza un’ombra di evidenza scientifica, si sono adottate delle convinzioni sbagliate che sono andate a modificare abitudini e stili di vita delle persone. La maggior parte delle volte in peggio.

Come sono fatte le bufale?

Le più diffuse sono quelle sull’alimentazione: sono molto semplici da riconoscere perché si basano su una singola evidenza empirica. Qualcuno si è sentito male dopo aver mangiato questo o quel prodotto, quindi il tale prodotto fa male e nessuno deve più mangiarlo. E gli altri 7 miliardi di persone si devono adeguare per un caso sporadico, magari neanche verificato?

Basterebbe pochissimo, per esempio scrivere due parole in un motore di ricerca, per capire quanto è vera quella cosa che ha detto il parente di turno a tavola, oppure se prendendola per vera (o peggio, condividendola), rischiamo di fare un grosso errore. Ma non lo si fa, altrimenti non saremmo qui a parlarne.

Perché si diffondono le bufale?

Lavorando con il web da diversi anni mi sono convinto che il motivo reale è la pigrizia. Le persone non hanno voglia di andare a verificare quanta verità ci fosse in quella convinzione, o quanto meno se avesse delle basi reali. Ci vogliono due minuti, basta digitare l’affermazione seguita dalla parola “bufala” e subito compaiono migliaia di risultati che ci illustrano la risposta per filo e per segno. Senza contare che ci sono svariati siti che per vocazione smascherano le bufale e lottano contro la disinformazione in ogni sua forma.

Vogliamo veramente rischiare di farci del male solo perché non vogliamo perdere 2 minuti a cercare una cosa su Google? Io non credo. E allora informiamoci, condividiamo le notizie vere, cerchiamo di aiutare gli altri a informarsi e a capire meglio come funziona questo gigantesco mare di notizie. Finché possiamo almeno, facciamolo subito, perché in futuro potrebbe non essere più così facile.

Allora, che pensiamo di fare?