Quando anche in politica è tutta una questione di copyright

Il copyright per una legge sui vitalizi? In Italia succede anche questo. Quando c’è da raccogliere i frutti di qualcosa tutti vogliono essere sotto i riflettori e prendersene il merito. Quando però le cose vanno male è sempre colpa degli altri. È davvero così importante di chi è il merito di qualcosa quando a guadagnarci sono tutti? Scopriamo cosa è successo.

Risulta strano vedere discorsi simili a quelli sul copyright quando si parla di leggi che dovrebbero essere un patrimonio comune. Il mese scorso è stata votata a Montecitorio la proposta di legge sullabolizione dei vitalizi dei parlamentari con il pdl Richetti. Da questa votazione è scaturita una diatriba tra Partito Democratico e Movimento 5 stelle. Qui non ci interessa tanto focalizzarci sull’orientamento politico, mettiamolo subito in chiaro ma come il copyright (e le modifiche che vengono proposte in parlamento europeo in questi giorni) non è una questione così lontana dalla vita di tutti i giorni. Una questione – quella dell’ancillary copyright – che riguarda anche il linguaggio politico, quello dei quotidiani e, più in generale, quello dell’informazione.

Analizziamo la vicenda sulla paternità dell’espressione “no ai vitalizi”, argomento del contendere fra PD e Movimento 5 Stelle. Ripetiamo, evitiamo ogni giudizio di valore perché non è tanto il colore politico ad interessarci in questo momento quanto, soprattutto, l’impatto che il copyright e le sue modifiche possono avere nella nostra vita quotidiana. Sei pronto? Capiamo cos’è successo!

I vitalizi sono stati aboliti e c’è chi quasi parla di copyright

Il pdl Richetti è approdato alla camera poco meno di un mese fa. Il risultato probabilmente ha superato anche le aspettative più rosee. Sebbene vi siano stati voti contrari e addirittura banchi vuoti durante la votazione, la proposta non ha avuto problemi a farsi strada grazie all’unione delle forze tra PD, M5S e Lega. Molti infatti, piuttosto che mostrare pubblicamente che erano contro l’abolizione dei vitalizi hanno preferito non presentarsi direttamente.

Cosa succede però al tavolo dei vincitori? Una volta che la proposta ha fatto rotta verso il senato sono iniziati i primi battibecchi. La legge porta la firma di Matteo Richetti del PD che è stato ben contento di ricevere manforte dal Movimento 5 Stelle, ma che al contempo ci tiene a precisare e a calcare la mano sulla questione che la paternità è del Partido Democratico e che i pentastellati, sebbene non abbiano mai fatto mistero di volere ritoccare i vitalizi, si siano aggiunti a questa manovra solo di recente.

Beppe Grillo dal canto suo taglia corto affermando che la politica non dovrebbe essere una questione di meriti o copyright, ma una questione di morale. Se il PD ci tiene tanto alla paternità della legge possono tenersela. Questo avvenimento ha dato parecchio da pensare a molte persone. Quando qualcosa dovrebbe essere fatto per il bene comune come per esempio una legge, ha davvero senso accanirsi al punto da quasi voler estromettere tutti gli altri che non facevano altro che fare i nostri interessi. Qualcosa di simile succede anche quando parliamo di informazione.

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Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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Nessuno vuole che Internet sia posto dove non esista Copyright

Su internet succede sempre più spesso qualcosa di molto simile a quello che è successo nelle nostre aule. Qualcuno che tendenzialmente dovrebbe fare dell’informazione la sua missione finisce con il mettere il suo profitto davanti ai nostri diritti. Questo capita sempre più spesso nel mondo delle notizie dove i grandi editori usando la tutela della loro proprietà intellettuale come scusa cercano una nuova fonte di guadagno grazie all’ancillary copyright che limita la possibilità di blogger e piccoli editori di condividere i link delle testate più grandi, imponendo di fatto una link tax.

Il mezzo che le grandi case editrici stanno usando per raggiungere lo scopo è quello di spingere sempre con forza sulla riforma del copyright, la proposta che già da un po’ è discussa tra i banchi dell’Unione Europea rischia di farci perdere il nostro diritto all’informazione grazie all’articolo 11 della riforma. È bene specificare che nessuno si sognerà mai di negare ad un editore la paternità e i gadagni dei contenuti che portano la loro firma.

Resta però che, chi fa delle notizie la sua professione dovrebbe avere a cuore la possibilità degli utenti di portersi informare. Cercare soluzioni alternative affinchè possa esserci un guadagno senza penalizzare noi cittadini dovrebbe essere la priorità di ogni giornalista, anche perchè altrove provvedimenti simili a quelli che i grandi editori invocano a gran voce hanno portato non pochi problemi e non fanno bene a nessuno, ecco qualche esempio:

  • Se siti di aggregazione come Google News dovessero vedersi costretti a pagare per linkare delle notizie ci andrebbero a perdere anche gli editori che, non vogliono sicuramente rinunciare al traffico che arriva da siti esterni ai loro.
  • Imporre un costo a chi fa da tramite tra noi e la fonte della notizie significa correre il rischio che per ovviare a quei costi saremo noi consumatori ad avere meno servizi e fonti d’informazione o addirittura dover pagare per informarci.

Il nostro diritto ad informarci non dovrebbe essere messo da parte per l’avidità di qualcun’altro. Le case editrici possono trovare una strada alternativa per tutelare il diritto d’autore delle loro creazioni senza danneggiare noi consumatori. Se non vuoi perdere il tuo diritto all’informazione fatti valere, il primo passo è firmare la nostra petizione se non l’hai già fatto.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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Le bufale fanno male! Meglio imparare a riconoscerle

Le bufale sono un po’ come le bugie: ci sono quelle che si dicono a fin di bene, quelle che si dicono tanto per, quelle che mandano la gente nei guai. E poi ci sono tante leggende metropolitane che, a dire tutta la verità, sono anche valide per alcune persone, ma non per questo valgono per l’umanità intera.

Certe volte potremmo addirittura farci del male, specialmente quando parliamo di temi delicati, come quelli legati alla salute o all’alimentazione. Non voglio entrare nello specifico per non urtare la sensibilità di qualcuno, ma potrei citare centinaia di esempi in cui, senza un’ombra di evidenza scientifica, si sono adottate delle convinzioni sbagliate che sono andate a modificare abitudini e stili di vita delle persone. La maggior parte delle volte in peggio.

Come sono fatte le bufale?

Le più diffuse sono quelle sull’alimentazione: sono molto semplici da riconoscere perché si basano su una singola evidenza empirica. Qualcuno si è sentito male dopo aver mangiato questo o quel prodotto, quindi il tale prodotto fa male e nessuno deve più mangiarlo. E gli altri 7 miliardi di persone si devono adeguare per un caso sporadico, magari neanche verificato?

Basterebbe pochissimo, per esempio scrivere due parole in un motore di ricerca, per capire quanto è vera quella cosa che ha detto il parente di turno a tavola, oppure se prendendola per vera (o peggio, condividendola), rischiamo di fare un grosso errore. Ma non lo si fa, altrimenti non saremmo qui a parlarne.

Perché si diffondono le bufale?

Lavorando con il web da diversi anni mi sono convinto che il motivo reale è la pigrizia. Le persone non hanno voglia di andare a verificare quanta verità ci fosse in quella convinzione, o quanto meno se avesse delle basi reali. Ci vogliono due minuti, basta digitare l’affermazione seguita dalla parola “bufala” e subito compaiono migliaia di risultati che ci illustrano la risposta per filo e per segno. Senza contare che ci sono svariati siti che per vocazione smascherano le bufale e lottano contro la disinformazione in ogni sua forma.

Vogliamo veramente rischiare di farci del male solo perché non vogliamo perdere 2 minuti a cercare una cosa su Google? Io non credo. E allora informiamoci, condividiamo le notizie vere, cerchiamo di aiutare gli altri a informarsi e a capire meglio come funziona questo gigantesco mare di notizie. Finché possiamo almeno, facciamolo subito, perché in futuro potrebbe non essere più così facile.

Allora, che pensiamo di fare?