Ancillary Copyright: perchè serve capire cos’è?

Capita spesso di imbattersi nel cd. Ancillary Copyright ed è forse arrivato il momento di capirci qualcosa in più perché finirà inevitabilmente per condizionare il nostro comportamento da utenti del web e il nostro modo di fruire informazioni e notizie reperite sui motori di ricerca.

Com’è nato l’Ancillary Copyright?

Letteralmente l’Ancillary Copyright può essere tradotto come diritto d’autore ancillare, cioè, supplementare al diritto d’autore pieno, che viene normalmente tutelato.

Il diritto d’autore ancillare è quello che riguarda in particolare gli articoli, o meglio le preview degli articoli, che appaiono poi in rete negli aggregatori di notizie, tipo Google news. 

Diciamoci la verità, capita a tutti di soffermarsi su una notizia leggendo anche soltanto quelle prime due righe di preview, vero? 

Ebbene, secondo qualcuno, anche quelle poche righe rientrano nel diritto di un autore (o di un editore), e proprio per questo devono essere ricompensate.

Tutto sommato, è stato detto, anche se si tratta di poche battute, si tratta comunque di un’attività intellettuale creativa. Come tale deve essere economicamente valutata e valorizzata.

Ed è stato detto, per la prima, nel 2012 in Germania, dove sul tema è stata proposta una normativa nazionale.

Questioni pratiche sul diritto d’autore ancillare

Come in ogni regolamentazione che si rispetti, è necessario contemperare i diversi interessi in campo affinché non vi sia una netta frattura tra vincitori e vinti, tra chi ha solo obblighi e chi ha solo diritti. 

Nel mondo in costante espansione di internet questo problema emerge spesso e volentieri, perché ognuno cerca di accaparrarsi quanto più spazio possibile.

Nel caso dell’Ancillary Copyright ci sono più fronti contrapposti. 

Da un lato è necessario prevedere un giusto compenso per le opere che sono frutto di un’attività creativa e intellettuale e come tali ricoperte dal diritto d’autore. Poco importa se l’opera sia citata integralmente o solo in parte. 

Dall’altro è obiettivo che prevedere la concessione di una licenza potrebbe comportare una limitazione della produzione e diffusione di contenuti intellettuali in rete. 

Questo è quello che accade, per esempio, se non viene concessa la licenza di riprodurre le news, che quindi non circolano liberamente.

Ed è anche chiaro che rispettare certe formali procedure (richiesta di licenza-concessione di licenza) comporta un rallentamento della pubblicazione. 

E si sa, sopratutto se si tratta di notizie, l’immediatezza della loro accessibilità e la totale libertà della circolazione sono tutto!

Digital Single Market: il diritto d’autore nel mercato unico digitale

Sul punto sta provando ad intervenire l’U.E. a livello legislativo.

In realtà l’Unione Europea era già stata chiamata in causa sempre da mano tedesca.  Un tribunale berlinese ha rinviato alla Corte di Giustizia europea la risoluzione di una questione di concorrenza sleale, insorta tra editori tedeschi e il colosso della rete Google, che non voleva pagare alcun diritto d’autore per le notizie pubblicate.

L’U.E. ha quindi deciso di risolvere la questione con una proposta di Direttiva, la cd. Digital  Single Market.  Nella direttiva si dichiara l’intento di raggiungere “un giusto equilibrio tra i diritti e gli interessi degli autori e degli altri titolari di diritti, da un lato, e gli utenti, dall’altro.”

Diritto ad essere ricompensati per la propria opera intellettuale da un lato. Diritto ad avere accesso alle informazioni e alle notizie dall’altro.

È corretto prevederlo sia per aiutare a sostenere il settore editoriale e giornalistico, sia per evitare uno sfruttamento economico delle altrui opere intellettuali che rischiano di restare prive di remunerazione.

Diversi Paesi hanno già definito con leggi nazionali la questione, proteggendo il diritto d’autore nella sua totalità. 

Anche la Spagna si è schierata con la Germania, al punto da provocare la chiusura di Google news sul territorio iberico.

E questo è il motivo per cui si è attivato il legislatore europeo, cioè per trovare un’armonizzazione comune che riguardi tutta l’Unione Europea, onde evitare diversità di trattamenti dei diritti. Pericolo verosimile visto che la rete non ha, di fatto, confini geografici.

Mini glossario di Ancillary Copyright

I termini più diffusi, quando si parla di questo argomento sono:

Ancillary Copyright

lett. diritto d’autore ancillare. Si riferisce al diritto d’autore supplementare che riguarda solo una parte di opera, notizia o informazione che riceve comunque diffusione in rete

Digital Single Market 

Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del consiglio sul diritto d’autore nel mercato unico digitale, che si occupa, tra l’altro, di licenza ed equo compenso nel caso di ancillary copyright

Google Tax

È così soprannominato l’equo compenso che spetterebbe ad editori ed autori per lo sfruttamento anche solo di parte di una notizia ricoperta dal diritto d’autore nella sua interezza.

Link Tax

È un altro modo per definire la tassa che google e gli altri aggregatori di notizie dovrebbero pagare ad autori ed editori per pubblicare anche solo parte delle loro opere.

Digital Single Market

Proposta di direttiva europea sul diritto d’autore nel mercato unico digitale

Insomma, qui si sta parlando del modo in cui noi tutti possiamo avere nel futuro accesso alle informazioni attraverso la rete.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

La federazione antipirateria contro Italiansubs e il mondo del fansubbing: ci ricorda qualcosa?

Questo articolo non parla esattamente dei nostri argomenti soliti, ma forse può essere utile a inquadrare i fatti che cerchiamo di mettere in evidenza da un altro punto di vista e in un altro contesto che sicuramente sarà più familiare e anche meno “di nicchia” rispetto alla condivisione e diffusione dei link.

I sottotitoli sono illegali?

La Federazione per la Tutela dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali, o Fapav se preferite, ha recentemente denunciato in maniera molto aspra la community Italiansubs, che traduce e rende disponibili sottotitoli in italiano per film e serie tv in lingua inglese.

Secondo Federico Bagnoli Rossi, il segretario generale della Fapav, l’attività di Italiansubs sarebbe illegale perché – cito – “viola la legge in quanto non in possesso del consenso per realizzare la traduzione in lingua italiana dei relativi dialoghi dei contenuti audiovisivi, generando un danno alle imprese che hanno investito in quel determinato prodotto e alterando il mercato stesso”.

Sempre secondo Bagnoli Rossi, la disponibilità dei sottotitoli in italiano per contenuti audiovisivi alimenterebbe la pirateria, perché gli utenti sarebbero portati a scaricare illegalmente il materiale, arrecando un ulteriore danno ai detentori dei diritti d’autore su tali opere.

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Soffermiamoci un attimo su questo ultimo punto: vi ricorda qualcosa? Sì, esatto, in pratica è la stessa identica argomentazione che stanno usando altri soggetti per i contenuti musicali, ma anche per i contenuti sul web che sono a noi tanto cari. La stessa anacronistica e protezionistica argomentazione.

Censura o altro?

Lungi da me voler fare da contraddittorio alla Fapav o difendere soggetti che affermano apertamente di svolgere attività “borderline con l’illegale” (e per giunta lo pubblicizzano), ma non mi sento nemmeno di condannarli così apertamente solo perché prendono dei materiali già presenti su Internet (questo è l’elemento che dovrebbe fare la differenza) e li traducono.

È come se qualcuno volesse denunciare, o peggio ancora, tassare qualcun altro solo perché dice: “ehi, qui c’è un articolo molto interessante che ho trovato su questo sito, perché non ci date un’occhiata? Guardate, vi metto anche il link così dovete solo cliccare. E prima di cliccarci vi copio un breve estratto del testo così potete capire se vi interessa”.

O peggio ancora, se qualcuno si scagliasse contro i motori di ricerca solo perché indicizzano snippet di testo per linkare le pagine. Come dite, lo vogliono già fare?

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Web tax e link tax: quali sono le differenze e cosa centra lo shopping online?

La web tax e le proposte che porta con se sono uno degli argomenti più discussi dell’ultimo periodo. C’è chi crede sia una manna dal cielo. Un soluzione che porterà giustizia tra i big del web situati nei paradisi fiscali dell’Unione Europea e le imprese più modeste che si ritrovano a pagare imposte raddoppiate in proporzione. È davvero così oppure è l’ennesimo tentativo di fare cassa come con la Link tax come molti accusano? Scoprilo insieme a noi.

La web tax nell’ultimo periodo sta facendo parlare tanto di se, il perchè è molto semplice da comprendere. Viene vista da alcuni come un provvedimento giusto e che porterà equilibrio tra le piccole aziende e i big del web. Per altri è l’ennesimo tentativo di mettere una toppa e guadagnare in un mondo in cui c’è chi non è riuscito a stare al passo con le novità portate da internet e dagli e-commerce. Altri ancora credono che si stia solo ripetendo quello che è successo per la link tax. Cerchiamo di capirci qualcosa in più.

Cos’è la web tax e perchè dovresti saperne di più

La web tax è un’imposta proposta che mira a tassare gli introiti di grandi compagnie che fanno business sul web. Amazon, Google e Airbnb per esempio. I campi in cui dovrebbe essere applicata sono tantissimi. Si va infatti dagli e-commerce, che sono quelli che fanno più gola, fino all’advertising online. L’Unione Europea cerca un modo affinchè queste grandi aziende paghino una percentuale di imposte uguale a quella delle aziende che hanno residenza fiscale all’interno degli stati membri.

La commissione attualmente ha scelto tre possibili modalità di intervento per raggiungere il proprio scopo:

  1. Una tassazione specifica sui ricavi che in passato non sono stati tassati o sono stati tassati meno del dovuto che sarà separata o applicata al posto di quella generale sui redditi;
  2. Applicare una ritenuta sulle transazioni digitali e quindi automaticamente i ricavi delle aziende che non hanno la propria sede in determinati paesi.
  3. Un’imposta indirizzata specificatamente a quelle aziende che basano i propri guadagni su servizi digitali.

Perchè la web tax come funziona è sbagliata

La web tax ha riscosso un successo davvero fuori dal comune se la confronti con altre proposte simili come per esempio la link tax. Questo succede specialmente nel nostro paese. Il motivo è semplice, viene dipinto uno scenario in cui le multinazionali della vendita online e della pubblicità non pagano tutte le tasse che dovrebbero, avvalendosi di raggiri e falle del sistema per scamparla.

La realtà non è proprio questa. Un’azienda che decide di stabilire la propria residenza fiscale in un paese fiscalmente più vantaggioso, di fatto non sta imbrogliando nessuno e non sta infrangendo nessuna regola, anzi si attiene esattamente a ciò che viene concesso dal diritto tributario internazionale.

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Ora si tenta con la web tax, prima con la link tax

Leggendo le argomentazioni alla base della proposta per la web tax non si può fare a meno di avere l’impressione di aver già sentito qualcosa di simile. Infatti, se cambi alcuni fattori, in sostanza le modalità con cui si sta svolgendo tutto sono molto simili alla proposta sulla Link Tax. In una la proposta si basava sul fatto che le grandi aziende del web traggono profitto da determinati contenuti del web, senza pagare il giusto compenso. Nella web tax le grandi aziende vengono portate al banco degli imputati con l’accusa di guadagnare grazie alle loro attività su di un territorio, senza poi pagare il giusto.

Anche se l’argomento della discussione cambia, è difficile non avere un’opinione simile su entrambe le proposte. Anche in questo caso, sembra di trovarsi davanti ad un maldestro tentativo di rimpinguare le casse.  Chi fino ad oggi ha operato con politiche analogiche che non si sono mai aperte al progresso e al cambiamento che la rete ha portato giorno dopo giorno ora prova a recuperare.

Cosa cambierebbe per i consumatori se la web tax entrasse in vigore

Se la web tax entrasse in vigore nella sua forma attuale il risultato sarebbe facilmente prevedibile. Come per la link tax, la proposta viene offerta come una soluzione che possa portare più giustizia, ma in realtà altro non è che l’ennesimo tentativo di trovare nuovi introiti. Lo shopping online così com’è adesso porta innumerevoli vantaggi per i consumatori. Prezzi più convenienti, maggiore varietà di prodotti e servizi tra cui scegliere. Colpire le multinazionali del web significherebbe colpire anche te che sei un consumatore e sempre come per la link tax porterebbe più danni che benedici. Infatti:

  • Ti ritroveresti ad avere una minore scelta di servizi, ma sopratutto prodotti;
  • Il costo dei prodotti e dei servizi aumenterà come logica conseguenza dell’aumento delle imposte che le aziende si troveranno ad affrontare.

Cosa puoi fare per difenderti?

Così come per la link tax anche in questo caso se un provvedimento simile dovesse entrare in vigore chi ne subirebbe maggiormente le conseguenze saresti tu. Fortunatamente non sei solo e c’è qualcosa che puoi fare per tutelarti, la soluzione è davvero semplice! Aderisci alla nostra petizione se non l’hai già fatto e fai sentire forte la tua voce per difendere i tuoi diritti.

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Copyright Romania: cosa succede con la link tax?

Copyright Romania: di cosa parliamo? Cosa c’entra con la link tax il paese dell’Est Europa?

Ormai saprai tutto sulla questione della Link Tax: pro, contro, rischi ed opportunità. Te ne abbiamo parlato per mesi perché in Italia e Unione Europea se ne parla sempre di più. Ebbene, non siamo solo noi e i paesi occidentali “forti” come Spagna e Germania ad esser coinvolti, ma anche paesi che spesso molte persone considerano meno attenti di noi ai diritti che reputiamo fondamentali come libertà d’espressione, libera concorrenza, etc. Errore: stavolta ti parliamo dell’ennesimo campanello d’allarme: Link Tax e Romania, è guerra.

Copyright Romania: uno sguardo d’insieme sulla questione

Il 23 giugno l’associazione ApTI (la romena Asociația pentru Tehnologie și Internet, ovvero “Associazione Tecnologia e Internet”) insieme all’Associazione Nazionale di Biblioteche e Pubbliche Biblioteche della Romania (ANBPR) e al Centro per il Giornalismo Indipendente (CJI), insieme al membro del Parlamento Europeo Victor Negrescu, ha organizzato una giornata di discussione sul tema della Direttiva Europea tanto discussa anche nel resto d’Europa.

Al centro del dibattito si è discusso del famoso Articolo 11 – che introduce proprio la Link Tax e quindi del controverso Ancillary Copyright – e dell’Articolo 13, che si basa sulla proposta di imporre dei filtri ai portali online per caricare materiale.

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Link Tax e Romania, è guerra: perché?

Negrescu ha commentato così lo scenario che avrebbe condotto alla nascita della direttiva:

<<Purtroppo, questa direttiva non è partita da esigenze di giornalisti. È partita dalla volontà di alcuni paesi e, implicitamente, delle lobby di questi paesi, di nuocere ai loro grandi concorrenti americani. Questa proposta è stata creata come un attacco deliberato contro Google, YouTube e Yahoo. E dovreste tutti essere consapevoli del fatto che questa è la loro posizione ufficiale. Ho partecipato a riunioni con i rappresentanti della Commissione europea che hanno dichiarato chiaramente che questo è il loro obiettivo ufficiale.>>

Ora capisci perché ti diciamo che la tra Link Tax e Romania è guerra? Una posizione così netta da un rappresentante del Parlamento Europeo non è un episodio da prendere alla leggera.

<<In Germania, ciò che è stato tentato di fare è stato costringere gli aggregatori di notizie a pagare un contributo agli editori e ai giornali per il contenuto utilizzato come frammenti. Ma ad un certo punto si parlava anche dei collegamenti ipertestuali, perché i collegamenti ipertestuali possono contenere alcune parole dell’articolo.
E cos’è successo? I grandi aggregatori, in particolare Google News, si arrestano in Germania, causando una caduta enorme del numero di visualizzazioni di pagine per questi siti. Tuttavia, hanno introdotto nella legge qualcosa che ha finito per interrompere i loro piani: la possibilità per il creatore di contenuti di fornire liberamente l’accesso al loro contenuto. Quello che è successo subito dopo è che i grandi publisher hanno offerto a Google l’accesso gratuito a pubblicare link e frammenti dei loro contenuti. Ma non lo hanno offerto a Yahoo o ai concorrenti tedeschi. Perché sul mercato esistevano concorrenti tedeschi. Che succede ora? Google News esiste e offre collegamenti mentre i loro concorrenti, che dovevano essere aiutati da questa legge, sono fuori attività.>>

Praticamente Negrescu ci ha spiegato non soltanto il vero intento della nascita della Link Tax, ovvero quello di mettere i bastoni tra le ruote ai Big del web; ma ci ha anche detto che in Germania, il primo paese ad approvare la Link Tax, l’effetto è stato addirittura controproducente e ha causato danni a coloro che intendevano rivalersi su Google.

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Ma non finisce qui

Copyright Romania: ci sono tantissime differenze con gli altri paesi europei! L’esperienza tedesca avrebbe dovuto fare da monito e da precedente, invece, gli spagnoli sono cascati nella stessa trappola, con l’aggravante di aver imposto anche un pagamento per la fruizione dei contenuti. Cos’è successo? Google Noticias è stato chiuso, Yahoo ha cessato di operare in territorio spagnolo, e l’unica società rimasta a fornire contenuti editoriali (leggi: notizie) è un’applicazione Android, di origine, guarda caso, tedesca:

<<[l’applicazione] È come Google News, ma in una forma di un’applicazione a pagamento. Si parla di una nuova, interessante, innovativa e dinamica azienda, un’avventura europea di grande successo. Tuttavia, dietro le quinte, è di proprietà di una grande società tedesca, Axel Springer, che, coincidente, è il principale driver di questo tipo di legislazione in Germania, in Spagna e in Europa>>.

Springer, un’enorme azienda tedesca sta letteralmente beneficiando del caos in Spagna che la Germania ha contribuito a creare, mentre le piccole imprese spagnole soffrono. Forse sono solo coincidenze?
Possibile ma improbabile, visti gli scenari che si sono delineati. E per questo possiamo voler credere nel buon senso di Commissione Europea e Parlamento, non possiamo ignorare questo aspetto, ovvero che si tratta di fatto di concorrenza sleale.

Copyright Romania: se c’è di mezzo la link tax è guerra. E non possiamo far altro che augurarci che in Europa sia presto presa una decisione che rispetti davvero i piccoli editori, e non faccia gli interessi di grosse realtà locali interessate soltanto a fare le scarpe a chi è, semplicemente, più bravo di loro.

Per lanciare un messaggio chiaro, noi non possiamo far altro che continuare a raccontarti quello che succede, e invitarti a firmare la petizione.

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Che succede se perdiamo il diritto a informarci?

 

Diritto all’informazione: hai mai pensato a cosa succederebbe se una legge ti impedisse di informarti? Se andando dal giornalaio tu non trovassi più una sola notizia tra le pagine? Come ti sentiresti? E se succedesse anche online?

Molti sostengono che la funzione di informazione del pubblico (o meglio, della popolazione) sia ancora in mano ai mass media, quindi televisione, giornali, testate, riviste e quant’altro. La realtà, però, ci dice che le cose non stanno esattamente così e questa affermazione, per quanto corretta, lo è solo in parte.

Uno dei significati antichi della parola informazione era in – formare, cioè dare forma a un qualcosa. Oggi ci stiamo tornando, perché ognuno può confezionare fatti e notizie come vuole e come gli fa più comodo.

Il ruolo educativo di Internet e la responsabilità del pubblico

Da quando esiste Internet, e ancora di più da quando esistono i social network, è diventato estremamente più semplice accedere a notizie e informazioni, anzi molto spesso ci lamentiamo di esserne bombardati fino all’esasperazione. Le stesse informazioni, poi, sono semplicissime da condividere con chi ci segue o con i nostri amici, bastano un paio di clic.

Pur essendo un gigantesco passo avanti per l’umanità intera e per la libertà di informazione, il fatto che possiamo influenzare il pensiero di altri con così poco sforzo ci conferisce anche una notevole responsabilità, togliendone buona parte ai mass media di cui sopra. Se è così semplice e, soprattutto, se lo facciamo tutti, vuol dire che la funzione di informare il pubblico è passata a noi, al pubblico stesso!

Ok, bellissimo, alla grande, ma quante volte devo pensarci prima di diffondere un post, sapendo che posso fare del bene, ma anche del male, al mio prossimo?

Per questo preciso motivo dobbiamo stare attenti a selezionare bene le notizie che condividiamo: se, ad esempio, io contribuissi a diffondere una notizia falsa che scredita un’altra persona, potrei influenzare la percezione di altre persone che si fidano di me e prendono per buona la notizia solo perché l’hanno vista condivisa da me.

Bufale, notizie false e controllo

La domanda più importante dovrebbe essere: come posso capire se sto facendo un favore oppure un danno a chi mi legge? Dovrei applicare un minimo di metodo giornalistico, quello che oggi si chiama fact-checking: verificare l’attendibilità della fonte della notizia, la sua neutralità, quanto abbellimento utilizza, quante altre fonti la riportano e in che modo, cercare un approfondimento per capire bene.

L’unico modo per combattere la disinformazione è batterla sul tempo e cominciare a informare prima ancora che venga messa in moto. Ma come si fa senza aggregatori, motori di ricerca e algoritmi di condivisione? Se perdiamo la possibilità di accedere rapidamente a determinati servizi (cosa che dovrebbe essere un diritto fondamentale), perdiamo in un certo senso anche la libertà (e il diritto) di informarci, rimanendo in balìa degli altri.

Perché, allora, non difendiamo il nostro diritto a informarci senza ostacoli e senza barriere?

Firma la petizione, dacci una mano anche tu!

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Che cos’è l’Ancillary Copyright e perché tutti dovremmo saperne di più

“Tra un po’ ci toccherà pagare anche i link che condividiamo!” Ah no, l’espressione giusta era “l’aria che respiriamo”. Però insomma, forse ho reso l’idea.

Periodicamente (da qualche anno, ormai) si discute di una serie di provvedimenti proposti dall’Unione Europea per tutelare (ricordati bene questa parola perché ci torneremo più avanti) meglio i contenuti protetti da diritto d’autore. O meglio, per attualizzare la giurisprudenza vigente che era rimasta un po’ indietro già dopo la prima diffusione delle tecnologie digitali, ma risultava esserlo ancor di più dopo la loro diffusione di massa. A dire tutta la verità, le premesse facevano ben sperare. Cito testualmente dalla relazione della Commissione Europea COM(2016) 593 final, del 14 settembre 2016 (curiosità: la stessa che vieta di fotografare le opere d’arte nei musei).

“L’evoluzione delle tecnologie digitali ha cambiato il modo in cui le opere e altro materiale protetto vengono creati, prodotti, distribuiti e sfruttati. Sono emersi nuovi usi, nuovi attori e nuovi modelli di business. […] Per i consumatori, si sono aperte nuove opportunità di accesso a contenuti protetti dal diritto d’autore. Sebbene gli obiettivi e i principi stabiliti dal quadro UE in materia di diritto d’autore rimangano tuttora validi, occorre adattarsi a queste nuove realtà. Un intervento a livello dell’UE si rende necessario anche per evitare una frammentazione del mercato interno. In questo contesto la strategia per il mercato unico digitale adottata nel maggio 2015 ha individuato la necessità di “assorbire le differenze fra i diversi regimi nazionali del diritto d’autore e aprire maggiormente agli utenti l’accesso online alle opere in tutta l’UE”, […] favorire nuovi utilizzi nei settori della ricerca e dell’istruzione e chiarire il ruolo dei servizi online nella distribuzione di opere e altro materiale.”

Una premessa sacrosanta, non c’è che dire. Però seguimi un altro po’ perché ora viene la parte bella. Nel dicembre 2015 la Commissione aveva già delineato una serie di azioni mirate e una visione a lungo termine per un aggiornamento delle norme UE, ma naturalmente erano rimaste in sospeso diverse problematiche. E infatti la proposta continua:

“L’evoluzione delle tecnologie digitali ha fatto emergere nuovi modelli di business e ha rafforzato il ruolo di Internet quale principale mercato per la distribuzione e l’accesso ai contenuti protetti dal diritto d’autore. Nel nuovo contesto i titolari di diritti incontrano difficoltà nel momento in cui cercano di concedere una licenza e di essere remunerati per la diffusione online delle loro opere, il che potrebbe mettere a rischio lo sviluppo della creatività europea e la produzione di contenuti creativi. […] Infine, gli autori e gli artisti (interpreti o esecutori) hanno spesso scarso potere negoziale nei rapporti contrattuali all’atto della concessione di una licenza per i loro diritti. Spesso vi è poca trasparenza sui proventi derivanti dall’utilizzo delle loro opere o esecuzioni, il che alla fine incide negativamente sulla loro remunerazione. La proposta include misure volte a migliorare la trasparenza e ad instaurare rapporti contrattuali più equilibrati tra gli autori e gli artisti (interpreti o esecutori) e coloro cui essi cedono i loro diritti.”

Rapporti più equilibrati tra gli autori dei contenuti (quindi detentori dei diritti) e chi li utilizza, altrimenti i creatori di contenuti rischiano di non poter più esercitare il loro ruolo. La categoria includerebbe anche gli editori delle testate giornalistiche:

“Un’equa ripartizione del valore è altresì necessaria per garantire la sostenibilità del settore dell’editoria giornalistica. Ad oggi gli editori di giornali riescono difficilmente a concedere licenze per le pubblicazioni online ricavando una quota equa del valore che esse generano, il che, in ultima analisi, potrebbe pregiudicare l’accesso dei cittadini all’informazione. La proposta prevede, per gli editori di giornali, l’introduzione di un nuovo diritto mirante a facilitare la concessione di licenze online per le pubblicazioni, il recupero dell’investimento e il rispetto dei diritti.”

Insomma, un lettore poco attento potrebbe interpretare il testo quasi come un’accusa di concorrenza sleale alle tecnologie digitali, che siccome sono più accessibili (e molto spesso gratuite) stanno piano piano sgretolando le entrate degli editori dei giornali, che quindi producono meno informazione per i liberi cittadini dell’UE, che non rinunciano mai alla loro informazione quotidiana quando le loro carrozze trainate da cavalli si accingono a trasportarli lungo il tragitto casa-lavoro.

Un lettore attento, invece, potrebbe capire che la Commissione sta proponendo di introdurre una vera e propria tassa per bypassare tutte le aree grigie del diritto d’autore sui contenuti digitali. Questa tassa è stata quasi subito battezzata “link tax”, perché i soggetti più colpiti sarebbero gli aggregatori di notizie e i social network, piattaforme sulle quali tutti condividiamo ogni giorno notizie e contenuti provenienti da altre fonti, utilizzando un link.

Come facciamo a distinguere qualcosa che ci interessa in questo marasma di link condivisi? Siano benedette quelle poche parole, in genere non più di due righe di testo, che compaiono come anteprima accanto a ciascun link (il termine tecnico è snippet). Le suddette poche parole in questione, ovviamente, sono scritte dallo stesso autore del contenuto che stiamo condividendo, e questo secondo la Commissione può costituire una violazione del suo diritto di essere equamente ricompensato per il lavoro che ha svolto.

Se vogliamo, è un allargamento del copyright inteso nella maniera classica: il contenuto è mio, quando qualcun altro lo usa è giusto che mi venga corrisposto qualcosa in cambio. In questo caso, il diritto scatta anche nel caso in cui qualcuno utilizzi una (piccolissima) parte del contenuto per portare all’attenzione di altri il contenuto stesso. In italiano si definisce “diritto connesso”, meglio conosciuto nel Mondo come ancillary copyright (letteralmente, copyright supplementare, aggiunto). C’è addirittura chi la chiama Google-tax, siccome in Germania e in Spagna dei provvedimenti già approvati hanno causato fortissimi danni (fino alla chiusura, nel caso della Spagna) ad alcuni servizi di Google e altri aggregatori, primo tra tutti Google News.

Tutto questo può sembrare quanto meno anacronistico oltre che concettualmente errato: nell’atto stesso di “linkare” un contenuto, non sto forse conferendo ad esso una visibilità maggiore, aumentando la probabilità che venga scoperto (e ricondiviso) da altri utenti come me? I link sono le strade che guidano i navigatori di Internet da un punto all’altro, attaccare loro è come attaccare Internet stesso, per giunta con una motivazione che può sembrare illogica e contro-intuitiva.

Se ci tolgono la possibilità di linkare liberamente quello che vogliamo non è più difficile informarci e capire verso quali pagine stiamo andando? O peggio, i fornitori di servizi, gli editori e in generale i soggetti interessati potrebbero scaricare la maggiorazione di costo sugli utenti finali, quindi su te, me e tutti gli altri che usano Internet. Facendo una semplificazione, alla fine i link li dovremmo pagare noi, o peggio dovremmo addirittura smettere di utilizzarli.

Per darti un’idea più chiara abbiamo un esempio in casa nostra, dove è già successo con i dispositivi elettronici: hai notato che i prezzi di uno stesso smartphone o computer in Italia sono più alti rispetto ad altri Paesi? Devi ringraziare la legge sull’equo compenso, voluta dall’allora ministro Bondi per tutelare i detentori di diritti su film e musica. Per il semplice fatto che qualcuno potrebbe archiviare file ottenuti in modo illegale (cioè scaricati senza pagarli) paghiamo una vera e propria tassa preventiva sulle memorie dei dispositivi elettronici. Brutta storia, no? Ora prova ad estenderla a tutti i contenuti linkabili su Internet, un massacro! Per tutelare i diritti di chi, poi?

Ecco, torniamo alla parola tutela. L’enciclopedia Treccani, tra le definizioni, ne riporta una molto significativa:
“Difesa, salvaguardia, protezione di un diritto o di un bene materiale o morale, e del loro mantenimento e regolare esercizio e godimento (da parte non solo di un individuo ma anche di una collettività)”.

Forse per capire da quale parte stare dovremmo chiederci qual è il diritto più importante da tutelare, tra il diritto degli autori dei contenuti a essere equamente compensati, quello degli editori a dividere i compensi con tutti coloro che utilizzano i contenuti e quello degli utenti finali (che poi siamo tutti noi) di reperire e condividere le informazioni in maniera più o meno libera.

Non c’è da sorprendersi che ognuno porti acqua al suo mulino: gli editori spingono per una regolamentazione che consenta loro di continuare a guadagnare con il modello di business attuale, qualcun altro come OpenMedia promuove campagne come #SavetheLink, supportata dal Partito Pirata e qualche altro gruppetto in quel di Bruxelles (sede del Parlamento Europeo).

Indipendentemente da come la pensi, forse è il caso di reperire informazioni, farti un’opinione sulla questione e agire di conseguenza, perché la situazione è più seria di quello che può sembrare.

Se vorrai seguirci, l’obiettivo del nostro progetto è proprio quello di dartene la possibilità e gli strumenti. Magari in poche parole.