In America il “fair use”, in Europa chiudiamo i blog?

Il diritto d’autore online non dovrebbe essere uno strumento per limitare la tua libertà, ma qualcosa che invece serve a tutelarti. Ahimè questo non sembra essere il futuro che ti aspetta se la rete continuerà ad essere vista come un luogo in cui bisogna avere il controllo sui cittadini. L’Agcom potrebbe acquisire a breve il potere di ordinare la cancellazione di qualsiasi contenuto online se sospettato. Scopriamo cosa sta succedendo.

Qualcun’altro vuole usare il diritto d’autore online come scusa per provare a toglierti la libertà d’informazione? Pare sia proprio così. L’Agcom, l’autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni, ha di fatto chiesto ufficialmente di avere maggiori poteri. La richiesta sorprendentemente sembra essere stata accolta a braccia aperte ed approvata alla camera. L’autoritá potrà quindi ordinare la rimozione di contenuti online che anche solo potenzialmente violano il diritto d’autore, senza doversi appellare alle autorità giudiziarie, espandendo quindi la sua area di azione anche sul mondo del web.

Lo scopo è veramente punire i reati contro il diritto d’autore online?

Bufale online, diritto d’autore ed ancillary copyright sono argomenti che nell’ultimo anno sono costantemente sotto la luce dei riflettori. Nel nostro paese che fa fatica a stare dietro alle nuove tecnologie ed ad integrarle nella sua quotidianità, non sono di certo mancate proposte riguardanti il mondo del digitale. Tutte finite male poichè i consumatori hanno scorto dietro quelle promesse di tutela il pericolo di vedersi rubata la possibilità di condividere ed informarsi.

Qualche mese fa una proposta proveniente da Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust ha raccolto parecchio malcontento. L’idea era quella di assegnare ad un organismo statale il compito di monitorare e riconoscere le bufale. Non sono solo le fake news ad essere usate come scusa. Tra gli specchietti per le allodole compare anche il cyberbullismo.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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Diritto d’autore online come funziona adesso?

L’emendamento è stato presentato il 19 luglio 2017 ed approvato alla camera in tempi record! Praticamente il giorno dopo.  Poco più di una settimana prima il presidente di Agcom, Angelo Marcello, ha dichiarato la sua ferma convinzione sulla necessità di una legge contro le bufale online e non solo. La richiesta è stata quella di concedere al più presto all’autorità da parte degli organi legislativi la competenza per agire anche in rete.

Sembra essere andato tutto secondo i piani. In sintesi adesso l’Agcom potrebbe, dopo una segnalazione da parte dei detentori dei diritti, ordinare agli intermediari delle comunicazioni di far cessare istantaneamente una presunta violazione del diritto d’autore. Ma cosa significa all’atto pratico?

È molto semplice. L’autorità potrà chiedere ai prestatori di servizi di non rendere più accessibile un contenuto. Questo accadrà se sospetta che ci sia una violazione del diritto d’autore o dei diritti connessi. Questa censura online preventiva può avvenire anche solo sulla base di un accertamento sommario che attesti che i detentori del diritto d’autore di un contenuto possano venire danneggiati.

Il problema è che, se da un lato si giustifica una tale prepotenza nascondendosi dietro l’obbligo di attuare quelle che sono le direttive europee, dall’altro in realtà si contravviene a quelle che sono le disposizioni europee. L’articolo 9 della direttiva 2004/ 48/CE dice che tali competenze sono delle autorità giudiziarie.

Cosa comporterebbe per te questo cambiamento?

Se tutto dovesse continuare in questa direzione le conseguenze per te e la tua libertà d’informazione e di condivisione sarebbero devastanti. L’agcom guadagnerebbe un nuovo strumento da usare contro i provider di servizi e chi tutela i consumatori come te. Assegnare all’autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni determinate libertà significherebbe:

  • La possibilità che siti e blog vengano chiusi con uno schiocco di dita sotto richiesta dei grandi dell’informazione;
  • Perdere il tuo diritto ad informarti da più fonti;
  • Perdere la possibilità di divulgare e condividere online;

Non tutto è perduto. Questa proposta così come tante altre, cura sicuramente degli interessi, ma non i tuoi o di tanti altri consumatori come te. Puoi far sentire le tue ragioni con la nostra petizione, basta un click per aderire.

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Macchina della censura: cosa sta combinando l’Europa?

Il 24 febbraio 2017 il relatore della Commissione per il Mercato interno e dei Consumatori del Parlamento europeo, Catherine Stihler, eurodeputata, ha pubblicato un progetto in cui illustra il suo parere sulla direttiva rispetto ai diritti d’autore. In questo documento la Stihler lancia un messaggio forte contro la parte più estrema delle proposte della Commissione europea: la “macchina della censura” (i cosiddetti upload filter), riferendosi in particolare all’articolo 13. A seguito viene riportato anche un suggerimento di espandere il copyright ausiliario, che non è riuscito miseramente in Germania e in Spagna, ad ogni paese dell’UE.

direttiva europea ancillary copyright

Quanto è caotica la proposta della Commissione in materia di upload filter?

La “Direttiva e-Commerce” protegge le aziende che operano online dalla responsabilità per il comportamento illegale dei propri utenti, in circostanze limitate. Questo protegge anche gli utenti, in quanto rimuove un incentivo per le aziende di politicizzare ed eliminare contenuti in modo proattivo. La Commissione Europea sta cercando di eliminare questa protezione, ridefinendo le società che ne sono coperte. Quindi ancora una volta si è preferito interpretare nuovamente le norme piuttosto che legiferare effettivamente per modificarle. In maniera ancora più bizzarra, la Commissione ha cercato di farlo in un “considerando” esplicativo pur affermando che non stava cambiando il quadro giuridico.

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A tal proposito, la Stihler propone di eliminare due dei tre paragrafi del “considerando” esplicativo nel progetto di proposta di legge della direttiva sui diritti d’autore, anche se questo andrebbe a modificare pesantemente il restante testo, per adeguarlo alla direttiva e-commerce, e richiedendo inoltre che venga raggiunto un regime di licenza.

Macchina della censura o direttiva utile?

Nell’articolo principale, si elimina criticamente l’obbligo di filtraggio (quindi di possibile censura) da parte della Commissione Europea. Tuttavia, gli accordi di licenza proposti sono poco chiari per quanto riguarda il loro possibile campo di applicazione, processi di giudizio e coinvolgimento significativo degli stakeholder.

Questo progetto può mettere ordine nella formulazione poco chiara della Commissione?

Si mira quindi ad affrontare davvero ciò che la Commissione ha affermato di affrontare: un reddito presumibilmente mancato da parte degli intermediari ai detentori del diritto d’autore. La Stihler ha scelto di precisare tale obiettivo. Anche se va nella giusta direzione, è necessario chiarire come gli accordi di licenza giusti ed equilibrati proposti dovrebbero funzionare in pratica.

Espandere l’esperimento fallito dell’Ancillary Copyright? Catherine Stihler dice “no grazie”!

Citiamo di seguito l’Articolo 13:

Use of protected content by information society service providers storing and giving access to large amounts of works and other subject-matter uploaded by their users.

Contrariamente a quanto proposto all’articolo 13, l’eurodeputata Stihler ha adottato un approccio più diretto all’altro enorme inadempimento della proposta della Commissione: un diritto d’autore accessorio. Si chiede in particolare la soppressione dell’articolo 11, in quanto non è necessario ed esistono altri modi per affrontare i problemi che l’editore deve affrontare, come il rafforzamento dell’applicazione, l’esclusione dai motori di ricerca e l’utilizzo di incentivi fiscali per promuovere il giornalismo. Accogliamo con favore questo suggerimento molto sensato.

Compromesso sull’articolo 13? Gli accademici dicono “no”!

La Stihler ha fatto molta fatica a fissare la sconvolgente confusione della Commissione Europea sulla legge esistente e sulla giurisprudenza consolidata della Corte di Giustizia dell’Unione Europea all’articolo 13 (emendamenti 62-65). Innanzitutto, è andata alla radice del problema e ha rimosso la proposta di una regola di “filtraggio” per il caricamento, un enorme passo avanti. In secondo luogo, la sua sostituzione delle parole “accesso a grandi quantità” con “copyright protected” ha un po’ più senso, mentre i suoi significativi riferimenti ai diritti fondamentali e alla trasparenza degli accordi proposti sono benvenuti. In terzo luogo, è anche notevole che nel paragrafo 2 (n. 64) la Stihler tenta di rafforzare il meccanismo di riparazione (anche se ancora debole).

Passare dal dare nuove regole sul diritto d’autore a mettere su una vera e propria macchina della censura? Basta un attimo! Come possiamo porre rimedio?!

Dopo aver suggerito la cancellazione della proposta dell’Ancillary Copyright, l’eurodeputata cerca di trovare un compromesso significativo sulla proposta di filtraggio per dare uno stop alla macchina della censura. Tuttavia, la proposta della Commissione è estremista e, in ultima analisi, non degna di ulteriore dibattito. La cancellazione è un approccio più sensibile. Questo suggerimento è già stato sostenuto dai principali accademici del copyright come risultato più ragionevole.

Digital Single Market e riforma del copyright: le responsabilità degli intermediari in Europa

La riforma del copyright sta letteralmente spaccando a metà la Commissione Europea. Ogni paio di giorni salta fuori una novità che scongiura sempre più la possibilità di trovare un punto d’incontro tra le parti, specialmente visto che le votazioni finale saranno ad Ottobre. Adesso nel mirino della riforma ci sono gli intermediari della comunicazione. In gioco c’è come al solito il tuo diritto all’informazione.

La riforma del copyright è costantemente oggetto di critica negli ultimi tempi. Sei visto non come un individuo che usufruisce di internet e contribuisce ai contenuti di cui è fatto, ma come un cliente che genera guadagni che qualcuno vuole incassare. Adesso  è il turno degli intermediari della comunicazione e i provider di finire nel mirino. Continua a leggere per scoprire cosa sta succedendo.

Cosa significa intermediario secondo la riforma del copyright

Prima di entrare nel vivo della discussione vogliamo spogliare il discorso dal politichese e spiegarti cos’è un intermediario della comunicazione. Nella riforma del copyright si parla di “Intermediari”. Per intermediari della comunicazione si intendono tutte quelle aziende che fanno da tramite tra chi vuole fornire delle informazioni e le persone che devono riceverle.

Gli intermediari sotto la luce dei riflettori della riforma sono fondamentalmente gli ISPInternet Service Provider  e gli hosting provider. Parliamo di quelle aziende che mettono a disposizione le loro risorse per permetterti di memorizzare e trasmettere dati su internet. In pratica parliamo delle aziende che ti permettono di navigare su internet e su cui sono caricati i siti che visiti.

Di chi è la responsabilità quando c’è un contenuto illegale online?

Gli obblighi ed i diritti degli intermediari della comunicazione all’interno della Comunità Europea sono regolamentati dalla Direttiva 2000/31/CE ovvero la Direttiva sul commercio elettronico. Uno dei concetti più importanti del documento, l’articolo 15, stabilisce che gli intermediari non hanno l’obbligo di monitorare le tue informazioni che immagazzinano. Gli stati membri possono però richiedere al provider di ricevere comunicazioni in caso esso sia a conoscenza di qualsiasi contenuto illegale. Questo divieto ha lo scopo di favorire la crescita del mercato digitale.

Sempre secondo la direttiva, i provider non sono responsabili delle informazioni memorizzate a costo che:

  • Non siano al corrente dell’illecità delle informazioni o delle attività;
  • Agiscano tempestivamente nel cancellare o precludere l’accesso alle attività ed ai dati illegali.

In parole povere, il provider non è responsabile di quello che un altro utente carica sui suoi sistemi anche quando si tratta di materiale protetto da copyright, a meno che non sia direttamente coinvolto con questa attività. Inoltre, anche se il provider non rispetta totalmente le condizioni dell’articolo 14, non vuol dire che sia automaticamente responsabile dell’illecito di questi ultimi. Va provato che l’ISP (il provider) ha di fatto agito in modo da favoreggiare la condivisione del contenuto illegale.

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Secondo chi promuove la riforma del copyright la responsabilità è del provider

Tra le varie proposte all’interno della riforma del copyright, oltre a quelle inerenti all’ancillary copyrightsi parla anche delle responsabilità degli intermediari. La proposta in merito è descritta nell’articolo 13. Questo mira a cambiare totalmente le responsabilità dei provider abolendo la libertà di non monitorare le attività per tutte quelle piattaforme che immagazzinano e offrono accesso a grandi quantità di contenuti.

L’articolo 13 sancisce che se l’intermediario della comunicazione ha un ruolo attivo, esso è automaticamente responsabile dei contenuti caricati dagli utenti. L’unica soluzione diventa quindi applicare delle contromisure come per esempio il monitoraggio dei dati che è in contrasto con la normativa per il commercio online.

In questo modo l’ISP sarà direttamente responsabile di ciò che avviene nell’ambito dei suoi servizi. L’unico modo per un intermediario della comunicazione per non cadere vittima di questa interpretazione discutibile è di essere totalmente conforme alle condizioni dell’articolo 14 della direttiva sul commercio online. Ovvero avere la certezza che il provider di servizi non abbia un ruolo attivo nella condivisione del contenuto illegale.

Cosa cambia per te con l’articolo 13 della riforma del copyright?

Come un po’ in tutti gli ambiti che la riforma del copyright abbraccia, la persona su cui ricadranno le conseguenze di tutto questo sei tu. Quando vengono presi di mira gli aggregatori di notizie quello che ci va a perdere sei tu, poiché si limitano le fonti da cui puoi informarti. Nel momento in cui i provider saranno costretti a monitorare le attività online rischi di perdere il tuo diritto all’informazione.

Monitorare una mole di dati così grande non è qualcosa che può essere fatto manualmente da un essere umano. È quindi qualcosa che gestito con l’aiuto di specifici programmi. La stessa Corte Europea si è dichiarata preoccupata a riguardo durante la sentenza sul caso Sabam-Netlogaffermando che un sistema simile potrebbe ledere alla libertà d’informazione. In quanto potrebbe non essere in grado di distinguere sempre tra un contenuto legale ed illegale, finendo con il creare una vera e propria censura online di contenuti che non hanno nulla di sbagliato.

Questa altro non sembra che l’ennesima prova del fatto che il testo della direttiva sul copyright non tiene minimamente conto dei diritti dei consumatori. Serve solo a cercare tutti i modi possibili per dare in mano a persone come i grandi editori il controllo su cosa può essere su internet, privandoti dei tuoi diritti più fondamentali. Non devi restare in silenzio, puoi difenderti e far sentire le tue ragioni aderendo alla nostra petizione se non l’hai già fatto.

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La nuova proposta sul copyright dell’UE non funzionerà mai!

La campagna che stiamo portando avanti da qualche mese è iniziata prima che le proposte UE sul copyright arrivassero seriamente sotto i riflettori. Quando per limitare i danni si muovono addirittura da Mozilla, da sempre sostenitori della libertà sul Web, vuol dire che stiamo andando nella direzione giusta.

Questo schierarsi dalla parte di chi detiene i diritti, infatti, rende le proposte “disfunzionali, tendenti all’assurdo” secondo Raegan MacDonald, Senior Policy Manager ed EU Principal di Mozilla (intervistata da The Next Web). Sono talmente in disaccordo con le proposte di riforma che hanno una loro campagna attiva, con petizione annessa, per cambiare la disciplina sul copyright.

Uno dei problemi più grandi che la riforma potrebbe generare è che, in effetti, le piattaforme diventerebbero responsabili per tutti i post degli utenti: qualcuno potrebbe denunciare Facebook se un utente (dei circa 2 miliardi attuali) pubblicasse un contenuto protetto da diritto d’autore, che con la nuova riforma accadrebbe praticamente nel 90% dei casi.

I 3 articoli della morte

Poi c’è la questione dei 3 articoli della morte, anch’essi molto discussi: prima di tutto le restrizioni fortissime, e quindi praticamente fatali, per tutto ciò che è basato sul text and data mining (cioè la raccolta direttamente da internet di informazioni da parte di algoritmi e Intelligenze Artificiali). Moltissime startup utilizzano queste tecniche e potrebbero passare dalla parte dei cattivi, risultando così spacciate.

Dopo il data mining c’è l’ancillary copyright a noi tanto caro. Se guardiamo cosa è successo in Spagna e in Germania (per chi si collegasse solo adesso con noi, un fallimento totale) non c’è assolutamente alcun motivo per il quale una riforma che ha fallito a livello nazionale possa funzionare a livello di sovrasistema.

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Il terzo articolo della morte riguarda l’obbligo per le piattaforme di filtrare i contenuti degli utenti tramite dei veri e propri bot da censura per non esserne responsabile. Per capirci, è come se Google dovesse monitorare tutte le immagini che vengono caricate su internet e confrontarle con tutte le immagini coperte da copyright, per capire se ci sono state violazioni.

Non sembra una follia? Senza contare che questo porterebbe a fortissime limitazioni alla nostra libertà di caricare i contenuti come utenti. L’unico modo per operare in un ambiente giuridico del genere sarebbe avere un team di avvocati per negoziare le licenze di utilizzo prima ancora di effettuare qualunque operazione, e per giunta grande abbastanza per affrontare tutte le cause che sarebbero intentate sulla base dei contenuti infringing.

E allora perché mandano avanti la riforma sul copyright?

Appare chiaro che ci siano pressioni politiche da parte degli editori più “svantaggiati”, che invece di guardare avanti vorrebbero tornare indietro a quando avevano pieno controllo sulla pubblicazione e distribuzione dei contenuti.

Forse la UE non sarà mai in grado di avere una legislazione all’altezza se non prende in considerazione il punto di vista di tutti i soggetti coinvolti, dai più grandi ai più piccoli.

Per questa precisa ragione dobbiamo farci sentire!

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Piccoli editori digitali addio?

Le nuove norme sul copyright elimineranno per sempre i piccoli editori, una delle risorse più importanti per il nostro diritto all’informazione?

Non si contano più le associazioni che si dicono preoccupate a causa delle nuove norme sul copyright. Quelle più in allarme, ne hanno tutte le ragioni, sono quelle che rappresentano i piccoli editori. La nuova riforma di internet verrà approvata entro la fine del 2017, comprenderà norme che abbracciano gli e-commerce, la telefonia ed i provider di internet, ma maggiormente avrà un impatto devastante sul diritto d’autore.

L’articolo 11 della link tax logicamente è una manna dal cielo per i grandi editori. Le grandi realtà editoriali spingono con forza per vedersi riconoscere nuovi fonti di guadagno a partire da internet. Sono i piccoli editori ed i consumatori che invece verrebbero danneggiati da questo provvedimento a causa della sola soluzione che è stata proposta, l’ancillary copyright. Vediamo nello specifico cosa sta succedendo e a cosa andiamo incontro.

Ancillary copyright: come funziona

L’articolo 11 della manovra piace molto ai grandi editori che, vedono in esso la soluzione ai loro problemi sul copyright. Nessuno mette in dubbio che sia giusto proteggere i propri contenuti da chi se ne appropria senza scrupoli. Cercare però di farlo con l’ausilio dell’ancillary copyright non è davvero una soluzione. La tassa sui link obbligherà a pagare una fee al creatore di un contenuto ogni qualvolta quel contenuto venga:

  • condiviso;
  • linkato;
  • ripresentato anche parzialmente.

Questo va parecchio contro la filosofia di internet che può essere riassunta come: “guarda, ho trovato questa cosa che mi è piaciuta e credo la troveresti interessante o utile. Ti va di leggerla?

Il provvedimento danneggia un po’ tutti, anche i grandi editori. Questo è esattamente quello che è successo nei paesi in cui norme simili sono state già adottate. In Spagna Google Noticias è stato chiuso. In Germania i grandi editori dopo che Google ha smesso di linkare i loro contenuti, quindi l’affluenza di visite ai loro siti è diminuita spaventosamente, hanno fatto marcia indietro.

Perchè l’ancillary copyright danneggia sia i piccoli editori che noi consumatori?

La riforma sul copyright ha alla base alcune motivazioni che non hanno nulla di sbagliato. Per i grandi editori fare in modo di essere pagati per i propri diritti ausiliari significa di fatto tutelarsi da quelle persone che, copiano senza rimorsi i contenuti che trovano in rete senza neppure citare le fonti e con il solo scopo di guadagnarci.

D’altro canto però i grandi editori hanno scelto la via più semplice per risolvere il problema e la loro scarsa capacità di progredire insieme alla tecnologia; ignorando di fatto gli utenti della rete che si trovano ad essere vittime della fama di soldi. Infatti con l’entrata in vigore della norma:

  • Farebbe in modo di aggiungere ulteriori passaggi all’iter che porta una notizia dalla sua fonte a noi consumatori, allungando i tempi necessari ad informarsi;
  • Il nascere di nuove somme da pagare per un’azienda si riflette in un aumento dei prezzi per il consumatore finale.
  • I piccoli editori invece si ritroverebbero a dover pagare cifre proibitive che li costringerebbero a chiudere bottega e quindi a limitare la nostra scelta di fonti da cui informarci.

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Dobbiamo difendere il diritto ad informarci così come il copyright

A differenza di quello che vogliono farci credere la normativa così come è presentata ora non è per nulla l’unica soluzione esistente per tutelare il diritto d’autore. È chiaro come sia necessario stilare una normativa che sia univoca per tutti i paesi dell’Unione Europea, ma questo non può e non deve andare a discapito dei consumatori.

Cosa possiamo fare quindi per evitare che ci venga tolto il nostro diritto ad informarci? L’unica soluzione è far sentire la nostra voce e dire chiaramente che noi consumatori non siamo solo quelli a cui va venduto un prodotto, ma persone che abitano il web tanto quanto il mondo reale.

Ancillary copyright: come tutelarsi da chi vuole toglierci il diritto all’informazione

La normativa così com’è adesso al vaglio, è un vero e proprio pericolo per la nostra libertà di informazione e di divulgare quello di cui veniamo a conoscenza. Cosí come i grandi editori sentono la necessità di vedere riconosciuti i loro diritti in quanto creatori di un contenuto, noi sentiamo il bisogno di vedere riconosciuto il nostro diritto a poterci informare. La normativa può essere cambiata; per farlo serve l’impegno di tutti, basta aderire alla nostra petizione.

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Le fake news sono pericolose per la democrazia?

Le notizie false che girano in Rete sono diventate quasi indistinguibili da quelle vere. Tante volte la realtà supera la fantasia e, onestamente, chiunque si troverebbe in difficoltà se gli venisse chiesto di indovinare quanto è vera la notizia che sta leggendo.

Le fake news come strumento di polarizzazione del pubblico

Forse non tutti sanno che alcune persone, per mestiere, producono fake news e le diffondono. Questo fatto dovrebbe far riflettere sulla potenza dell’informazione: una notizia può essere creata da zero e arricchita degli elementi necessari, come i bottoni, gli accessori e le finiture di un vestito.

La cosa peggiore è che possono essere usate, in maniera mirata, per polarizzare l’opinione di un determinato pubblico. Pensa a quando il pubblico in questione sono tutti i lettori di un giornale o tutti gli iscritti o simpatizzanti di un determinato partito politico: le conseguenze possono essere catastrofiche, anche perché di solito le fake news diventano uno strumento per far aumentare il livello di violenza verbale, odio e volgarità.

A questo dobbiamo aggiungere che la velocità di circolazione delle informazioni, propria della Rete, aumenta il potere delle fake news quando vengono utilizzate per semplificare in maniera estrema i problemi complessi, generando superficialità e il fenomeno di polarizzazione che gli addetti ai lavori amano chiamare “gentismo”, una sorta di estremismo online, che per qualcuno è addirittura pericoloso per il benessere della democrazia e della libertà di informazione, che già non se la passano benissimo per conto loro.

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Come si possono combattere le fake news?

Si discute da tempo anche dell’eventualità (e delle modalità) di regolamentarle: le istituzioni e i loro rappresentanti temono che non basti affidarsi all’etica professionale dei giornalisti, e a essere sincero non me la sentirei di dar loro completamente torto, viste le notizie che vediamo girare ogni giorno.

È poco ma sicuro che bisogna trovare delle armi di difesa, e tra le mille proposte (leggi, algoritmi, autorità di censura, abolizione dell’anonimato) ne voglio citare una che ho trovato particolarmente brillante. Un’emittente radio-televisiva norvegese sta sperimentando un metodo molto creativo, partendo dalla premessa che difficilmente le persone, prima di condividere un articolo, lo leggono e soprattutto lo capiscono (qualcuno legge solo il titolo, qualcun altro legge lo snippet).

E sappiamo bene che i titoli possono essere fuorvianti, ancora di più quando sono fatti apposta per esserlo. Per evitare di alimentare il fenomeno del “leone da tastiera”, e forse anche per calmare i lettori, hanno inserito un quiz alla fine degli articoli. Un esame in pratica: chi non lo supera, non può commentare. Un chiaro invito a fermarsi un attimo, capire bene, verificare prima di scrivere qualcosa di cui ci potremmo pentire.

Un invito che mi sento di condividere.

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Che succede se perdiamo il diritto a informarci?

 

Diritto all’informazione: hai mai pensato a cosa succederebbe se una legge ti impedisse di informarti? Se andando dal giornalaio tu non trovassi più una sola notizia tra le pagine? Come ti sentiresti? E se succedesse anche online?

Molti sostengono che la funzione di informazione del pubblico (o meglio, della popolazione) sia ancora in mano ai mass media, quindi televisione, giornali, testate, riviste e quant’altro. La realtà, però, ci dice che le cose non stanno esattamente così e questa affermazione, per quanto corretta, lo è solo in parte.

Uno dei significati antichi della parola informazione era in – formare, cioè dare forma a un qualcosa. Oggi ci stiamo tornando, perché ognuno può confezionare fatti e notizie come vuole e come gli fa più comodo.

Il ruolo educativo di Internet e la responsabilità del pubblico

Da quando esiste Internet, e ancora di più da quando esistono i social network, è diventato estremamente più semplice accedere a notizie e informazioni, anzi molto spesso ci lamentiamo di esserne bombardati fino all’esasperazione. Le stesse informazioni, poi, sono semplicissime da condividere con chi ci segue o con i nostri amici, bastano un paio di clic.

Pur essendo un gigantesco passo avanti per l’umanità intera e per la libertà di informazione, il fatto che possiamo influenzare il pensiero di altri con così poco sforzo ci conferisce anche una notevole responsabilità, togliendone buona parte ai mass media di cui sopra. Se è così semplice e, soprattutto, se lo facciamo tutti, vuol dire che la funzione di informare il pubblico è passata a noi, al pubblico stesso!

Ok, bellissimo, alla grande, ma quante volte devo pensarci prima di diffondere un post, sapendo che posso fare del bene, ma anche del male, al mio prossimo?

Per questo preciso motivo dobbiamo stare attenti a selezionare bene le notizie che condividiamo: se, ad esempio, io contribuissi a diffondere una notizia falsa che scredita un’altra persona, potrei influenzare la percezione di altre persone che si fidano di me e prendono per buona la notizia solo perché l’hanno vista condivisa da me.

Bufale, notizie false e controllo

La domanda più importante dovrebbe essere: come posso capire se sto facendo un favore oppure un danno a chi mi legge? Dovrei applicare un minimo di metodo giornalistico, quello che oggi si chiama fact-checking: verificare l’attendibilità della fonte della notizia, la sua neutralità, quanto abbellimento utilizza, quante altre fonti la riportano e in che modo, cercare un approfondimento per capire bene.

L’unico modo per combattere la disinformazione è batterla sul tempo e cominciare a informare prima ancora che venga messa in moto. Ma come si fa senza aggregatori, motori di ricerca e algoritmi di condivisione? Se perdiamo la possibilità di accedere rapidamente a determinati servizi (cosa che dovrebbe essere un diritto fondamentale), perdiamo in un certo senso anche la libertà (e il diritto) di informarci, rimanendo in balìa degli altri.

Perché, allora, non difendiamo il nostro diritto a informarci senza ostacoli e senza barriere?

Firma la petizione, dacci una mano anche tu!