Ancillary Copyright: scopriamo di più con Virgilio D’Antonio

Finora ti abbiamo parlato tanto di Ancillary Copyright, dandoti una panoramica rispetto alla normativa e spiegandoti di cosa si tratta nel concreto. Oggi abbiamo chiesto un parere autorevole, a chi mastica questa materia quotidianamente. Fare informazione intorno al tema è importante affinché i cittadini digitali siano consapevoli dei rischi e dei vantaggi che si possono trarre da questa normativa di cui si sta tanto discutendo in tutto il mondo. Ne abbiamo parlato in maniera molto approfondita con Virgilio D’Antonio, Professore ordinario di Diritto Privato Comparato presso l’Università degli Studi di Salerno, phd in Comparazione e Diritti della Persona,  titolare delle cattedre di Diritto Comparato dell’Informazione e della Comunicazione, di Trademark and Advertising Comparative Law e di Istituzioni di Diritto Privato, nonché Presidente del Consiglio Didattico di Scienze della Comunicazione.

Iniziamo dunque parlando di diritto d’autore e approfondendo questo tema comparando le normative a livello internazionale, per comprendere a fondo come l’Ancillary Copyright si va ad inserire all’interno di questo scenario.

L’Ancillary Copyright potrebbe essere una risposta alla creazione di un’armonia normativa circa le differenze che attualmente esistono nell’ambito delle normative sul diritto d’autore?

Il tema dell’armonizzazione delle diverse discipline nazionali in tema di diritto d’autore, quand’anche si prenda come prospettiva di riferimento il solo ambito ristretto dell’Unione europea, è datata ed estremamente complessa.

Sicuramente l’ancillary copyright, che rappresenta un particolare schema di disciplina nei rapporti tra operatori specifici (cioè i motori di ricerca ed i fornitori di contenuti editoriali online), non può essere la risposta a questo (macro)problema. 

Di ancillary copyright si è cominciato a discorrere sin dal 2013, da quando nell’ordinamento tedesco si è delineata l’esistenza di questa figura, che – in termini generalissimi – imporrebbe ai motori di ricerca di corrispondere royalties in favore degli editori titolari dei contenuti indicizzati. Si tratta, in buona sostanza, di un tentativo di redistribuire i proventi che derivano dalla pubblicizzazione dei contenuti informativi in rete tra gli editori ed i cosiddetti “aggregatori”, ossia i motori di ricerca. 

La logica da cui prende le mosse la teorizzazione di forme di ancillary copyright è chiaramente collegata all’approccio che, negli anni, si è consolidato rispetto al mercato dell’indicizzazione dei contenuti in Internet. Oggi i motori di ricerca aggregano i contenuti online senza pagare alcunché a coloro che “creano” e caricano le pagine web e le opere indicizzate. L’introduzione dell’ancillary copyright implica forme di remunerazione da parte dei motori di ricerca in favore degli editori. 

Da più parti si è cominciato a discorrere della surrettizia introduzione di una sorta di “Google Tax”, cioè di una tassa che i motori di ricerca sarebbero costretti a pagare. In realtà, come detto, non è così: con la previsione di forme di ancillary copyright, infatti, i motori di ricerca dovrebbero pagare i titolari dei contenuti presenti online per poterli indicizzare, con particolare riferimento agli estratti degli articoli di giornale (i cd. snippets). Non una tassa, dunque, ma una forma di redistribuzione – in favore dei fornitori di contenuti editoriali online – di una (piccola) parte dei proventi che attualmente i motori di ricerca mantengono esclusivamente per sé. 

Una soluzione in questo senso, in astratto, può apparire equa, auspicabile e priva di qualunque conseguenza negativa, ma non è mancato chi – a ragione – ha segnalato i rischi di distorsione rispetto alla libertà di manifestazione del pensiero ed alla accessibilità dei contenuti online, nella misura in cui un motore di ricerca, forte magari della propria posizione in questo specifico mercato, potrebbe decidere, in liena di principio, di indicizzare soltanto i contenuti caricati online da quegli editori che rinunceranno a qualsivoglia forma di remunerazione.

In riferimento a questo tema si parla spesso di diritto alla condivisione. Quanto l’Ancillary Copyright può effettivamente ledere la libertà degli utenti di poter condividere contenuti online?

In consonanza con quanto ribadito a più riprese dalla Corte di Giustizia europea, in tutti gli ordinamenti ove ne è stata teorizzata l’esistenza, l’ancillary copyright trova comunque applicazione esclusivamente rispetto alle “attività di richiamo” ai contenuti giornalistici che siano effettuate a scopo di lucro (con esclusione, quindi, del singolo utente che magari sceglie di effettuare attività di linking tramite un social network oppure un blog). 

Ad ogni modo, guardare al tema dell’ancillary copyright nella sola prospettiva di quanto i motori di ricerca devono pagare per indicizzare contenuti presenti in rete è limitante. L’altro lato della medaglia, assolutamente non trascurabile, è quello della accessibilità dei contenuti del web, che è favorita in maniera esponenziale dall’attività di “mediazione” che compiono proprio i motori di ricerca. In altre parole, i motori di ricerca attribuiscono visibilità (e, dunque, in ultima analisi accessibilità) a contenuti che altrimenti rischierebbero di rimanere ai margini della conoscibilità degli utenti online. 

Tanto premesso, la domanda è: giornalisti ed editori hanno maggior interesse ad ottenere una retribuzione per lo sfruttamento delle proprie opere da parte dei motori di ricerca oppure il “volano” di accessibilità che questi operatori garantiscono? Il quesito è tanto più cruciale allorché si pensi che l’aggregatore di contenuti potrebbe anche scegliere di non indicizzare le opere di uqegli editori che dovessero – anche legittimamente – pretendere una remunerazione (cioè l’ancillary copyright di cui discorriamo). 

Rispetto a questa problematica si sono consolidate prospettive differenti nel contesto europeo: quella tedesca, originaria nella teorizzazione del copyright ancillare, che prevedeva il pagamento delle royalties collegate alla citazione o riproduzione di contenuti informativi, con esclusione dei cosiddetti “small texts” come dell’indicizzazione e del linking privi di scopo di lucro (cioè quelle attività di “riproposizione” telematica del pezzo giornalistico realizzate magari tramite un blog). 

Parzialmente diversa dall’impostazione tedesca è quella spagnola del 2014, per certi aspetti ancora più rigida, caratterizzata dall’assoluta obbligatorietà  del pagamento delle royalties collegate alla citazione o riproduzione di contenuti informativi, anche molto piccoli, senza facoltà per il fornitore dei medesimi di rinunciarvi (sicché l’ancillary copyright diventa sostanzialmente indisponibile). Esiti di questa soluzione normativa? Google decise di privare gli utenti spagnoli del servizio “Google News”, sicché editori e giornalisti, a quel punto, a seguito del conseguente “crollo” di visibilità dei propri articoli, hanno cominciato a far pressione per un ripensamento di questa impostazione rigida dell’ancillary copyright. 

Poi v’è la posizione franco – italiana, che affida la definizione dell’assetto di equilibri tra motori di ricerca ed editori a soluzioni di stampo puramente negoziale, senza interventi normativi ad hoc. 

Volgendo lo sguardo oltreocenano, è interessante l’esperienza brasiliana, dove gli editori hanno invece deciso di abbandonare in blocco il sistema di indicizzazione di Google News come forma di protesta perché non veniva loro riconosciuta alcuna forma di compenso. 

Ad ogni modo, vorrei sottolineare un profilo: come detto, bisogna superare l’idea che l’ancillary copyright sia una tassa da imporre ai grandi motori di ricerca. Discorriamo di royalties connesse alla fruizione di contenuti editoriali presenti sul web. 

Eppure, non può essere questo il meccanismo giuseconomico tramite cui si può immaginare di sovvenzionare, magari in forma indiretta, l’editoria cartacea ed, in particolare, i piccoli editori. Difatti, siccome i motori di ricerca vengono percepiti, oggi, come i polarizzatori principali delle risorse economiche del mercato dei media, a discapito dei mezzi di comunicazione tradizionali, non vorrei che, dietro l’introduzione di forme più o meno rigide di ancillary copyright, vi fosse il retropensiero di “ricanalizzare” artificiosamente capitali verso i media tradizionali. Una visione di questo tipo è miope: i motori di ricerca, infatti, potrebbero aver un interesse reale a raggiungere accordi con i grandi gruppi editoriali per l’utilizzo, anche remunerato, dei loro contenuti online a discapito degli editori più piccoli, rispetto ai quali potrebbe finire per imporsi l’alternativa secca “cessione gratuita / rifiuto dell’indicizzazione”. 

Per paradosso, l’ancillary copyright, in questo senso, potrebbe finire per essere controproducente proprio per i piccoli editori, costretti dalle logiche di mercato a cedere i propri contenuti gratuitamente per evitare di essere ignorati dai gradi motori di ricerca con una marginalizzazione sostanziale in termini di visibilità dei propri contenuti.

Si parla appunto tanto di tasse, anche sui link. Nasce così il movimento Save The Link, con una startup in cui si inneggia al fatto che i link sono sotto attacco e che il web potrebbe cambiare. Questo movimento quindi non ha motivo di essere?

Il movimento nasce in seno al Parlamento Europeo come campagna volta ad un sostanziale ripensamento della attuale proposta di introduzione a livello comunitario dell’ancillary copyright. La normativa oggi in discussione parrebbe sposare la prospettiva tedesca cui abbiamo accennato in precedenza, inasprendola tuttavia non poco. 

Come detto, la scelta circa l’introduzione di forme di ancillary copyright ed il modello da seguire va ponderata attentamente, in quanto opzioni normative troppo frettolose e poco prospettiche potrebbero rivelarsi un boomerang che andrebbe a colpire proprio gli operatori più piccoli. Ritengo sia un rischio che, per come è attualmente disegnata la normativa comunitaria in discussione, si corra effettivamente. 

Da questo punto di vista, il movimento “Save the link” vuole favorire la discussione su aspetti estremamente delicati di questa scelta legislativa, puntando l’attenzione sul fatto che l’introduzione di soluzioni poco ponderate potrebbe seriamente alterare il mercato, con distorsioni rilevanti. 

D’altro canto, va detto pure che l’attuale schema di ancillary copyright teorizzato a livello comunitario nasce a seguito di una consultazione pubblica, lanciata dalla Commissione nel marzo 2016, dal titolo “Public consultation on the role of publishers in the copyright value chain and on the panorama exception”. 

Personalmente, sono favorevole a tutti i movimenti che favoriscono il dibattito e l’approfondimento circa le ricadute (sociali ed economiche) della nuova disciplina, così come è decisivo il dialogo tra coloro che saranno i principali destinatari di queste previsioni, soprattutto perché discorriamo di un tema estremamente tecnico che non può essere affidato a scelte umorali o propagandistiche.

Il diritto d’autore, rispetto all’attuale distribuzione e fruizione dei contenuti ha alcune zone grigie. L’Ancillary potrebbe essere un modo per bypassare queste zone grigie che ha il diritto d’autore rispetto ai contenuti digitali?

Come accennato, l’ancillary copyright va a toccare un rapporto specifico: quello tra motori di ricerca ed alcuni peculiari fornitori di contenuti online (in specie, giornalisti ed editori). Partiamo da un dato: il diritto d’autore più di altre posizioni giuridiche ha subito le conseguenze dell’innovazione tecnologica e, in particolare, della nascita del web con conseguente moltiplicazione esponenziale dei contenuti informativi, dei fruitori, dei sistemi di business, delle potenziali violazioni. I meccanismi di regolazione dei rapporti conosciuti fino a quel momento in materia, pensati per la creazione e la fruizione offline delle opere intellettuali, si sono rivelati via via sempre più inefficaci. Basti pensare a come è cambiato completamente il mercato delle opere musicali con l’introduzione delle tecnologie informatiche. 

L’ancillary copyright, chiaramente, non è  – né ambisce ad essere – la risposta rispetto a tutti questi (complessi) problemi, ma rappresenta una delle possibili soluzioni che il diritto d’autore può offrire nella regolamentazione di un rapporto specifico tra fornitori di contenuti online (in primis, gli editori), da un lato, e motori di ricerca, dall’altro. 

Siffatto rapporto, peraltro, non deve porsi necessariamente in termini conflittuali. Su questo fronte, non si menziona spesso l’esperienza belga, ove il principale motore di ricerca esistente – Google – ha raggiunto un accordo con gli editori (di lingua francese) in base al quale le royalties vengono commutate sotto forma di meccanismi di ritorno commerciale e pubblicitario (essere indicizzato da un grande aggregatore come Google permette chiaramente di ottenere un numero di visualizzazioni maggiore e, pertanto, garantisce maggior valore agli spazi pubblicitari della pagina che ospita l’articolo di turno). 

Ritorniamo al quesito di fondo cui abbiamo già accennato: un editore ha maggiore interesse ad ottenere una remunerazione in termini di ancillary copyright per l’indicizzazione dei propri contenuti oppure, indipendentemente da qualunque remunerazione, più visualizzazioni aumentando così il valore della testata? È questo il nodo intorno al quale si muove il dibattito sull’ancillary copyright.

Personalmente, non sono contrario a prescindere rispetto all’introduzione di un copyright ausiliario in favore degli editori, ma bisogna star ben attenti ad identificare un punto di equilibrio corretto tra gli interessi degli aggregatori e quello dei fornitori di contenuti editoriali. 

Come pure sovente accade, la soluzione del problema non può essere quella  troppo semplicistica, per cui si sostiene acriticamente che il motore di ricerca – soltanto perché soggetto economicamente forte – debba pagare, sempre e comunque, a prescindere.