In America il “fair use”, in Europa chiudiamo i blog?

Il diritto d’autore online non dovrebbe essere uno strumento per limitare la tua libertà, ma qualcosa che invece serve a tutelarti. Ahimè questo non sembra essere il futuro che ti aspetta se la rete continuerà ad essere vista come un luogo in cui bisogna avere il controllo sui cittadini. L’Agcom potrebbe acquisire a breve il potere di ordinare la cancellazione di qualsiasi contenuto online se sospettato. Scopriamo cosa sta succedendo.

Qualcun’altro vuole usare il diritto d’autore online come scusa per provare a toglierti la libertà d’informazione? Pare sia proprio così. L’Agcom, l’autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni, ha di fatto chiesto ufficialmente di avere maggiori poteri. La richiesta sorprendentemente sembra essere stata accolta a braccia aperte ed approvata alla camera. L’autoritá potrà quindi ordinare la rimozione di contenuti online che anche solo potenzialmente violano il diritto d’autore, senza doversi appellare alle autorità giudiziarie, espandendo quindi la sua area di azione anche sul mondo del web.

Lo scopo è veramente punire i reati contro il diritto d’autore online?

Bufale online, diritto d’autore ed ancillary copyright sono argomenti che nell’ultimo anno sono costantemente sotto la luce dei riflettori. Nel nostro paese che fa fatica a stare dietro alle nuove tecnologie ed ad integrarle nella sua quotidianità, non sono di certo mancate proposte riguardanti il mondo del digitale. Tutte finite male poichè i consumatori hanno scorto dietro quelle promesse di tutela il pericolo di vedersi rubata la possibilità di condividere ed informarsi.

Qualche mese fa una proposta proveniente da Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust ha raccolto parecchio malcontento. L’idea era quella di assegnare ad un organismo statale il compito di monitorare e riconoscere le bufale. Non sono solo le fake news ad essere usate come scusa. Tra gli specchietti per le allodole compare anche il cyberbullismo.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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Diritto d’autore online come funziona adesso?

L’emendamento è stato presentato il 19 luglio 2017 ed approvato alla camera in tempi record! Praticamente il giorno dopo.  Poco più di una settimana prima il presidente di Agcom, Angelo Marcello, ha dichiarato la sua ferma convinzione sulla necessità di una legge contro le bufale online e non solo. La richiesta è stata quella di concedere al più presto all’autorità da parte degli organi legislativi la competenza per agire anche in rete.

Sembra essere andato tutto secondo i piani. In sintesi adesso l’Agcom potrebbe, dopo una segnalazione da parte dei detentori dei diritti, ordinare agli intermediari delle comunicazioni di far cessare istantaneamente una presunta violazione del diritto d’autore. Ma cosa significa all’atto pratico?

È molto semplice. L’autorità potrà chiedere ai prestatori di servizi di non rendere più accessibile un contenuto. Questo accadrà se sospetta che ci sia una violazione del diritto d’autore o dei diritti connessi. Questa censura online preventiva può avvenire anche solo sulla base di un accertamento sommario che attesti che i detentori del diritto d’autore di un contenuto possano venire danneggiati.

Il problema è che, se da un lato si giustifica una tale prepotenza nascondendosi dietro l’obbligo di attuare quelle che sono le direttive europee, dall’altro in realtà si contravviene a quelle che sono le disposizioni europee. L’articolo 9 della direttiva 2004/ 48/CE dice che tali competenze sono delle autorità giudiziarie.

Cosa comporterebbe per te questo cambiamento?

Se tutto dovesse continuare in questa direzione le conseguenze per te e la tua libertà d’informazione e di condivisione sarebbero devastanti. L’agcom guadagnerebbe un nuovo strumento da usare contro i provider di servizi e chi tutela i consumatori come te. Assegnare all’autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni determinate libertà significherebbe:

  • La possibilità che siti e blog vengano chiusi con uno schiocco di dita sotto richiesta dei grandi dell’informazione;
  • Perdere il tuo diritto ad informarti da più fonti;
  • Perdere la possibilità di divulgare e condividere online;

Non tutto è perduto. Questa proposta così come tante altre, cura sicuramente degli interessi, ma non i tuoi o di tanti altri consumatori come te. Puoi far sentire le tue ragioni con la nostra petizione, basta un click per aderire.

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Ancillary Copyright: ora ci sono anche le bufale?

I diritti connessi sono una delle tematiche che più sta infiammando le aule del Parlamento Europeo. Le votazioni sull’ancillary copyright sono alle porte. Manca davvero poco alla decisione definitiva della Commissione Europea sulla questione. Stavolta il dito viene puntato sulle bufale online.

Da sempre, infatti, i big del settore della comunicazione cercano di arginare il fenomeno, complesso e complicato, delle bufale online. Queste, infatti, sono un sistema validato per guadagni facili sulla pelle dei consumatori di spregiudicati “briganti del web” che – in barba ad ogni regola e giocando anche un po’ sull’ingenuità e la buona fede degli utenti – creano delle vere reti acchiappa-click capaci di generare introiti consistenti derivanti dal sistema pubblicitario che alimentano.

La discussione in Commissione Europea sull’attuazione della proposta del diritto d’autore europeo per gli editori di stampa e web passa ora ad un livello successivo. A marzo 2017 – infatti – il percorso del Digital Single Market si arena: la discussione è più viva che mai ed oggi sposta la sua attenzione sull’argomento bufale online. Parrebbe che limitare la pubblicazione di quelle poche righe di anteprima potrebbe portare ad arginare il fenomeno delle bufale online provocando, però, un corto circuito nella libertà di condivisione (e, soprattutto, di espressione) degli utenti prima, dei consumatori poi. Perché? Cerchiamo di capirlo insieme!

Digital Single Market: la vera soluzione alle bufale online? Non proprio!

Si parla di diritti connessi già da un po’. Sull’argomento abbiamo scritto e continueremo a scrivere tanto poiché la tua tutela è, per noi, importante almeno quanto il tuo diritto all’informazione (se non di più, eh). La questione è ormai al giro di boa e le votazioni finali per la riforma del copyright: l’approvazione del Digital Single Market è qui. Facciamo un piccolo riassunto della situazione per comprendere verso quale direzione stiamo andando.

La posizione del gruppo europarlamentare dei EPP

L’infinita battaglia sull’ancillary copyright continua. Il primo avvenimento che ha dato la speranza di riuscire a fermare la nuova direttiva europea sul copyright è stato a marzo di quest’anno. Therese Comodini Cachia – europarlamentare appartenente al gruppo dei EPP, ha espresso in modo chiaro e preciso cosa pensa a proposito della questione…

Sull’articolo 11 ed i piccoli editori

Sull’articolo 11 – quello relativo al diritto dei pubblisher – il gruppo EPP ha grossi dubbi sul fatto che la sfera digitale possa essere in qualche modo controllata da alcuni aggregatori di notizie e fornitori di servizi online a favore delle proprie attività. La paura più grande è che, senza corrispondere un pagamento adeguato ai creatori di contenuti, la produzione degli stessi sia a rischio. Secondo l’EPP, infatti, la soluzione sarebbe quella di garantire una certezza giuridica per la licenza ad utilizzare parti (anche minime, come l’anteprima di un link) di quel contenuto.

Questo servirebbe – in teoria – a rafforzare la posizione dei pubblisher. In realtà, a conti fatti, questo tipo di iniziativa danneggerebbe l’intero sistema di informazione libera per varie motivazioni: in primis, non tutti i magazine online, blogger e altri siti potrebbero permettersi tale ipotizzata spesa. Altra questione è il mutuo (e tacito) “scambio di favori” tra aggregatori di notizie, siti di news e piccoli e grandi editori: spesso, testate minori non hanno la forza economica di ripagare tutti i creatori di contenuti e l’intera garanzia di pluralità andrebbe a farsi “friggere”. I piccoli magazine, infatti, grazie ai siti demonizzati nella proposta di direttiva alimentano un flusso sicuro e costante al creatore di contenuti quando “anticipano” il suo contentuo. Flusso di utenti senza il quale, forse, molti avrebbero chiuso. Altra considerazione da fare è che – se questa riforma dovesse passare – piccole e grandi imprese digitali dovrebbero cercare fonti alternative “di guadagno” e di visibilità. Uno scenario probabile potrebbe essere quello di aumentare la presenza di pubblicità sul sito, ad esempio. Insomma, forse gli EPP non hanno pensato alle conseguenze della direttiva sull’ancillary copyright? Sembrerebbe di no!

L’ancillary copyright non salvaguarderebbe gli utenti dalle bufale online a favore del giornalismo di qualità, anzi. Sembrerebbe quasi un modo per favorirle, visto che rappresentano un modo (molto facile) per fare click e – quindi – introiti.

Il “value gap”, lo sconosciuto dell’articolo 13

Anche sul “value gap” – ovvero l’articolo 13 della direttiva proposta – l’EPP ha una posizione ben salda. Secondo l’eurogruppo “le piattaforme sono di grande importanza per il pluralismo dei media e la libertà di espressione”. Se ci si ferma a questa prima espressione, sembrerebbe crollare tutto l’impianto per cui questa direttiva limiterebbe la libertà di espressione. Leggendo, però, ancora si chiarisce come una tassa sui contenuti e sui link sia chiaramente dannosa per il consumatore: “tuttavia, la libertà di creazione artistica costituisce un altro aspetto di una società libera e, a questo riguardo, l’emergere di piattaforme online crea nuove difficoltà nell’applicazione dei diritti di proprietà intellettuale”. Insomma, secondo la direttiva (e la posizione dell’EEP) le piattaforme rendono complesso il riconoscimento artistico e della relativa proprietà intellettuale del prodotto autoriale.

Il problema del gap di valore, invece, dovrebbe focalizzarsi sul fatto che l’Europa è lenta nell’adeguarsi all’evoluzione del mercato e dell’innovazione. Un esempio su tutti è quello dell’industria musicale e la pirateria. Si è cercato di bloccare il fenomeno dello sharing oline attraverso continue sanzioni e chisure forzate delle piattaforme che “spacciavano” musica illegalmente, in barba al diritto d’autore e al riconoscimento – economico, ma non solo – all’artista. Non si è, però, cercato una soluzione definitiva al problema cercando di comprendere l’innovazione e di trovare regole e strutture legislative per cavalcare l’esigenza e non per contenerla. Ecco allora che oggi, finalmente, arrivano servizi come Spotify che – in barba ad ogni predizione nefasta – riesce ad incrementare la vendita di dischi e non ad uccidere definitivamente il mercato musicale.

Lo stesso discorso dovrebbe essere applicato ai contenuti digitali: invece di “spremere” ogni centesimo da un lato e dall’altro (aggregatori, siti, blogger, influencer – solo per nominarne alcuni), bisognerebbe comprendere le attuali necessità del mercato e dei consumatori e dialogare con tutti gli attori in campo per arrivare a soluzioni condivise e, soprattutto, efficaci. Non trovi?

In questa categoria – quella delle piattaforme online che dovrebbero sopperire a quello che chiamano “gap value” – dovrebbero rientrare anche gli ecommerce. Secondo l’EPP, infatti, essendo queste piattaforme impegnate in una “comunicazione al pubblico” non sono esenti dalla responsabilità del diritto d’autore. Anche una scheda prodotto che cita il prodotto originale utilizzando una piccola porzione di testo della descrizione prodotto di un brand che viene rivenduto (in modo assolutamente legale) diventa un problema. Insomma, vogliamo davvero questo?
Come potrebbe questo tipo di ragionamento esulare dal fatto che molti brand, piccoli editori, blogger spesso non hanno la forza economica di proporsi al grande pubblico e riuscire a “mantenersi da soli” oppure, spesso, è un accordo tra aggregatore o piattaforma che sia, essere ripagati in mutuo scambio di contenuti, visibilità e traffico? La diatriba è appena all’inizio!

Le eccezioni: testi, dati, significati e panorami (non quelli che vedi in vacanza)

I testi ed il data mining sarebbero – secondo l’EPP – fuori da questo ragionamento. Solo, però, alle organizzazioni di ricerca senza ampliare questa eccezione al mercato perché troppo esteso e pregiudicherebbe, in poche parole, gli interessi legittimi del titolare del diritto.

Ovviamente, questo diritto non apparterebbe agli utenti e ai loro contenuti spontanei (conosciuti come UGC) perché “devierebbe” gli articoli precedenti una eventuale eccezione. Bene, editori sì, utenti no: molto divertente (e coerente, soprattutto).

La questione del “Panorama”, poi, dovrebbe essere lasciata ai singoli stati membri.

Therese Comodini è intanto tornata ai suoi doveri a Malta lasciando il posto di relatore della JURI al collega tedesco Axel Voss, membro del EPP il Partito Popolare Europeo.  Vorrebbero quindi forzare la mano sul value gap ovvero la differenza di remunerazione tra chi crea un contenuto e chi lo diffonde. l’EPP riconosce la grande importanza delle piattaforme per la pluralità d’informazione e la libertà di espressione, per qualche strana ragione però vede gli aggregatori di news come qualcosa che indebolisce la difesa del diritto d’autore.

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I diritti connessi possono combattere chi inventa bufale per fare soldi

Quello delle bufale online è un problema sentito più che mai in questo periodo insieme all’ancillary copyright. I due argomenti non erano mai stati correlati tra loro. A quanto pare secondo alcuni, l’entrata in vigore dell’ancillary copyright a tutela dei grandi editori non andrebbe a minacciare il tuo diritto all’informazione.  Si parla addirittura del fatto che potrebbe proteggerlo combattendo le bufale in rete.

Il discorso ruota tutto intorno al poterti offrire un giornalismo di qualità grazie ai guadagni derivanti dall’entrata in vigore della riforma. È davvero così? Si tratta dell’ennesimo tentativo di offrirti un apparente vantaggio dell’ancillary copyright? Dopotutto niente collega le due cose in modo diretto. Andrebbe realmente analizzato se la link tax, l’altro nome con cui la riforma viene chiamata, possa davvero limitare la pubblicazione e la diffusione delle bufale sul web. Ecco quali sono le cose di cui dovresti tenere conto prima di farti un’opinione a riguardo:

  • Un editore con un maggiore introito può investire maggiori risorse in una maggiore ricerca delle fonti di una notizia; l’ancillary copyright mira proprio ad aumentare gli introiti dei grandi editori;
  • Non esiste un elemento che colleghi concretamente la prevenzione delle fake news con l’ancillary copyright. Il più delle volte chi diffonde le bufale online non ha interesse nel produrre contenuti di qualità; anzi, queste persone mirano esattamente alla disinformazione o non hanno interesse nella veridicità delle notizie che pubblicano. Dopotutto il loro scopo è avere sempre più click per guadagnare;
  • L’eventuale impatto della link tax sulla diffusione delle fake news sarebbe trascurabile poiché chi ha interesse a proporre un giornalismo di qualità, lo fa già da adesso.

Perché la questione del giornalismo di qualità è una bufala?

La soluzione, secondo l’Europa, è quella di puntare sul giornalismo di qualità per combattere le bufale online e il loro proliferare sul web. Limitare la libertà di condivisione e di espressione a favore della speranza di un giornalismo di qualità, etico ed alimentato da fonti certe e verificate? Questo è davvero uno scenario possibile in un mondo, quello del giornalismo, dove i budget sono sempre ridotti all’osso e le verifiche sulle fonti quasi inesistenti? Uno scenario possibile quello in cui tutto viene regolato (i giornali) da budget che dipendono, soprattutto, dal numero di lettori e click e non più dalla tiratura fisica dei giornali. Sono i sistemi pubblicitari – diciamoci tutta la verità, – a sostenere la vita (molto debole) dei magazine online, dei blog e della schiera di giornalisti che – sempre di più – vedono la propria professionalità purtroppo sottopagata e schiava di un sistema che si regge su quante visite fa il tuo articolo quanti follower hai e possiamo sfruttare.

Partendo da questa considerazione, è davvero possibile che il giornalismo di qualità salvi il mondo (del web) dalle bufale online? Forse stiamo sopravvalutando il giornalismo o sottovalutando il fenomeno? A te la risposta!

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Image credit: Designed by Freepik

Twitter vuole bloccare le bufale: ma è vero?

C’è un clima feroce negli ultimi mesi ai piani alti dei principali BIG del web: i manager di Google, Facebook e anche Twitter si sono detti più volte preoccupati dell’andamento dell’informazione online ai giorni nostri, e quasi tutti hanno accennato a manovre indirizzate a rendere le rispettive piattaforme più sicure dal punto di vista della misinformation. Secondo le ultime voci di corridoio Twitter vuole bloccare le bufale, sviluppando un tasto che gli utenti potranno utilizzare per segnalare le fake news.

Prima di farci prendere dal panico, ricordiamo come funziona Twitter: abbiamo un limite di 140 caratteri, cerchiamo le informazioni che desideriamo attraverso gli hashtag, possiamo condividere articoli esterni e contenuti nostri (foto o video), e non esiste (quasi) alcuno strumento di censura.

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Perché Twitter vuole bloccare le bufale?

Fonte: Daily mail

È possibile, ad oggi, acquistare centinaia se non migliaia di account finti e utilizzarli per veicolare le informazioni che desideriamo diffondere, senza alcun freno (come invece Facebook sembra aver fatto già anni fa). Secondo moltissimi Twitter è responsabile dell’elezione di Trump, così come della diffusione della fobia anti-europeista che ha portato alla Brexit.

Insomma, se prima i social network erano visti, da tutti noi e da chi li ha creati, come il luogo della libertà d’informazione tout-court, adesso le cose sembrano cambiate. Il padre di Twitter, Evan Williams, qualche mese fa ha detto:

<<Una volta pensavo che il mondo sarebbe stato automaticamente migliore una volta che ognuno fosse stato libero di parlare liberamente e scambiare informazioni ed idee. Mi sbagliavo.>>

Parole durissime che non possono non farci pensare quanto sia difficile e complesso gestire i flussi di informazione senza applicare alcun tipo di censura.
Recentemente il Washington Post ha diffuso il rumor – la voce di corridoio – secondo cui il reparto sviluppo di Twitter stia pensando a introdurre una funzione che renda possibile al social dei cinguettii di frenare le fake news: Twitter vuole bloccare le bufale.

il quotidiano ha contattato due persone rimaste anonime che avrebbero informazioni all’interno dell’azienda, che hanno parlato di un’opzione, un pulsante, inserito in un menù a tendina accanto ad ogni tweet.

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Ma è davvero così?

Fonte: financialexpress.com

In effetti sulla notizia c’è ancora un alone di mistero perché i piani alti hanno addirittura smentito la notizia.

Infatti, un portavoce di Twitter ha smentito la notizia, una volta contattato da Mashable: <<Attualmente non stiamo sperimentando questa nuova opzione e non abbiamo alcuna intenzione di rilasciarla>>.

Nonostante la smentita però il vicepresidente di Twitter Colin Crowell ha spiegato che l’azienda sta lavorando molto duramente per scoprire e sanzionare comportamenti scorretti sulla piattaforma, il che praticamente potrebbe significa che il tasto esiste, arriverà, e che quindi è vero: Twitter vuole bloccare le bufale.

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Come riconoscere un'immagine fake?

Uno studio ha dimostrato che 6 volte su 10 l’occhio umano non riconosce un’immagine fake. Quali sono i trucchi per individuarle?

Uno studio pubblicato dall’Università di Warwick ha dimostrato che 6 volte su 10 l’occhio umano non è in grado di riconoscere una foto modificata da una scena reale. La ricerca è stata condotta su 707 soggetti e si è partiti dal fatto che, con l’avvento delle nuove tecnologie, molto spesso ci troviamo di fronte ad immagini fake senza accorgercene. Gli intervistati infatti hanno valutato dapprima delle istantanee, la cui metà era composta da foto ritoccate. Ebbene, 6 volte su 10 le persone non hanno riconosciuto l’immagine reale. Inoltre, anche dopo aver saputo che l’immagine non era reale, solo nel 45% dei casi si è riconosciuto il punto modificato. Le ragioni per cui accade ciò possono essere due: in primo luogo, l’essere umano tende sempre a fidarsi delle immagini che vede, soprattutto online. Non si pensa mai al fatto che qualcuno potrebbe aver manipolato un’immagine per trarci in inganno. In secondo luogo invece, c’è la questione del nostro sistema visivo che ha delle capacità limitate per cui non ha modo di percepire i cambiamenti di un’immagine. Questa ricerca si rivela piuttosto interessante in tema di fake news, dato che troppo spesso ormai gli utenti vengono tratti in inganno per far sì che qualcun altro possa trarne guadagno. Non a caso anche Facebook ha recentemente cambiato le regole per contrastare coloro i quali diffondevano questa tipologia di informazioni ingannevoli. Ma se abbiamo imparato a riconoscere una notizia falsa, possiamo fare altrettanto per le fake image? 

come riconoscere una fake image

4 modi per riconoscere un’immagine fake

Fai attenzione alla luce: le immagini composte da diversi pezzi presi da diverse immagini possono presentare sottili differenze nelle condizioni di illuminazione in base alle quali ciascuna persona o oggetto è stata originariamente fotografata. Tali discrepanze spesso passano inosservate da un occhio nudo. La quantità di luce che colpisce una superficie dipende dall’orientamento della superficie rispetto alla sorgente luminosa. Una sfera, per esempio, è illuminata più sul lato rivolto alla luce e il minimo dal lato opposto, con gradazioni di ombreggiatura sulla superficie secondo l’angolo tra la superficie e la direzione verso la luce in ogni punto. Per dedurre la direzione della sorgente luminosa, è necessario conoscere l’orientamento della superficie. Nella maggior parte dei luoghi su un oggetto in un’immagine è difficile determinare l’orientamento. L’unica eccezione è lungo un profilo, dove l’orientamento è perpendicolare al profilo. Misurando la luminosità e l’orientamento lungo diversi punti su un contorno, il nostro occhio calcola la direzione della sorgente luminosa.

La posizione degli occhi dei soggetti: poiché gli occhi hanno forme molto coerenti, possono essere utili per valutare se una fotografia è stata alterata. L’iride di una persona è circolari in realtà ma appariranno sempre più ellittiche in base al fatto che gli occhi si rivolgono verso il lato o verso l’alto o verso il basso. Inoltre bisogna valutare anche la posizione, ossia l’orientamento dello sguardo rispetto alla camera fotografica: se ad esempio si tratta di una foto scattata frontalmente ma gli occhi sono rivolti altrove, probabilmente il soggetto è stato inserito successivamente con un programma grafico ad hoc.

Le luci presenti nell’immagine: le luci circostanti si riflettono negli occhi per formare piccoli punti bianchi chiamati highlights. La forma, il colore e l’ubicazione di questi punti ci dice molto sull’illuminazione. Se ad esempio la luce nell’immagine si sposta da sinistra verso destra, così dovrebbe succedere anche per gli highlights presenti sulle persone. Per determinare la posizione della luce occorre tenere conto della forma dell’occhio e dell’orientamento tra l’occhio, la fotocamera e la luce. L’orientamento è importante perché gli occhi non sono sfere perfette: il chiaro rivestimento dell’iride o della cornea, che viene proiettato come sfera il cui centro è sfalsato dall’iride è un chiaro segno di manomissione.

Attento alla clonazione: la clonazione, ossia il copia e incolla di una parte dell’immagine, è una forma di manipolazione molto comune e potente. La ricerca di parti clonate in un’immagine, pixel per pixel, di tutte le possibili regioni duplicate è impraticabile perché potrebbero essere di qualsiasi forma e posizionati ovunque. Il numero di confronti da fare è astronomico e innumerevoli piccole regioni saranno identiche solo per caso (“falsi positivi”).

Sei pronto a metterti alla prova? Facci sapere nei commenti quale delle due immagini secondo te è quella manipolata!

 

 

Le fake news sono pericolose per la democrazia?

Le notizie false che girano in Rete sono diventate quasi indistinguibili da quelle vere. Tante volte la realtà supera la fantasia e, onestamente, chiunque si troverebbe in difficoltà se gli venisse chiesto di indovinare quanto è vera la notizia che sta leggendo.

Le fake news come strumento di polarizzazione del pubblico

Forse non tutti sanno che alcune persone, per mestiere, producono fake news e le diffondono. Questo fatto dovrebbe far riflettere sulla potenza dell’informazione: una notizia può essere creata da zero e arricchita degli elementi necessari, come i bottoni, gli accessori e le finiture di un vestito.

La cosa peggiore è che possono essere usate, in maniera mirata, per polarizzare l’opinione di un determinato pubblico. Pensa a quando il pubblico in questione sono tutti i lettori di un giornale o tutti gli iscritti o simpatizzanti di un determinato partito politico: le conseguenze possono essere catastrofiche, anche perché di solito le fake news diventano uno strumento per far aumentare il livello di violenza verbale, odio e volgarità.

A questo dobbiamo aggiungere che la velocità di circolazione delle informazioni, propria della Rete, aumenta il potere delle fake news quando vengono utilizzate per semplificare in maniera estrema i problemi complessi, generando superficialità e il fenomeno di polarizzazione che gli addetti ai lavori amano chiamare “gentismo”, una sorta di estremismo online, che per qualcuno è addirittura pericoloso per il benessere della democrazia e della libertà di informazione, che già non se la passano benissimo per conto loro.

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Come si possono combattere le fake news?

Si discute da tempo anche dell’eventualità (e delle modalità) di regolamentarle: le istituzioni e i loro rappresentanti temono che non basti affidarsi all’etica professionale dei giornalisti, e a essere sincero non me la sentirei di dar loro completamente torto, viste le notizie che vediamo girare ogni giorno.

È poco ma sicuro che bisogna trovare delle armi di difesa, e tra le mille proposte (leggi, algoritmi, autorità di censura, abolizione dell’anonimato) ne voglio citare una che ho trovato particolarmente brillante. Un’emittente radio-televisiva norvegese sta sperimentando un metodo molto creativo, partendo dalla premessa che difficilmente le persone, prima di condividere un articolo, lo leggono e soprattutto lo capiscono (qualcuno legge solo il titolo, qualcun altro legge lo snippet).

E sappiamo bene che i titoli possono essere fuorvianti, ancora di più quando sono fatti apposta per esserlo. Per evitare di alimentare il fenomeno del “leone da tastiera”, e forse anche per calmare i lettori, hanno inserito un quiz alla fine degli articoli. Un esame in pratica: chi non lo supera, non può commentare. Un chiaro invito a fermarsi un attimo, capire bene, verificare prima di scrivere qualcosa di cui ci potremmo pentire.

Un invito che mi sento di condividere.

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Fake news sempre più credibili grazie all’intelligenza artificiale

Le bufale si stanno evolvendo! Adesso grazie all’intelligenza artificiale è possibile creare audio e video contraffatti. Ci potremo ancora fidare di quello che vediamo su internet ed in televisione? Scopriamo insieme a cosa stiamo andando incontro.

Ogni giorno se ne sente una nuova sulle bufale online. Sarà perchè le bufale sono un business e quindi qualcuno cerca di fregarci sempre, mentre noi impariamo come scoprire le bufale, le grandi aziende ed i governi si impegnano per combatterle. L’ultima è molto più che preoccupante e dovrebbe seriamente portarci a riflettere.

Qualche giorno fa una notizia ha iniziato a preoccupare molti utenti di internet riguardo l’affidabilità di qualsiasi cosa vedremo e sentiremo in rete. Pare infatti che le bufale si stiano evolvendo al punto che, in un futuro per niente lontano non saranno solo da leggere, ma anche da vedere ed ascoltare. Com’é possibile tutto questo? È tutto merito delle intelligenze artificiali e della tecnologia che progredisce. Vediamo cosa ci aspetta.

Come creare bufale che nessuno può scoprire

Ogni giorno siamo assaliti da fake news e notizie riportate in volutamente errato. Non si contano le pagine, i siti e le persone che tentano di ingannarci con questo tipo di contenuti ed il loro numero cresce costantemente. Fortunatamente ci abbiamo fatto l’abitudine e stiamo imparando come evitare le bufale:

  • Mettiamo in discussione quello che leggiamo;
  • Ci informiamo da più fonti;
  • Nel caso la notizia sia vera ci assicuriamo sia stata riportata in modo corretto.

Ma se perdessimo questa possibilità? Se non potessimo più fidarci dei video, degli audio e delle foto che la rete ci offre ogni giorno? Internet diventerebbe un posto inaffidabile, dove non riusciremmo più a capire cosa è vero e cosa è falso. È questo il rischio verso cui stiamo facendo rotta. Mentre noi cerchiamo di difenderci da chi diffonde bufale e ci manipola arrivando a poter influenzare le elezioni, adesso ci si mettono anche le intelligenze artificiali a crearne di nuove e di migliori. Le bufale di nuova generazione verranno create da programmi e robot che saranno in grado di creare video, audio e foto a partire da poco o nulla.

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Cosa sono le bufale di nuova generazione?

In un periodo in cui la nostra fiducia verso quello che leggiamo è spesso messa a dura prova, l’ultima cosa che ci voleva era doverci preoccupare anche dei video e dei contenuti audio che eravamo abituati a trovare più affidabili. Dopotutto quando un video è fatto al computer risulta sempre abbastanza semplice accorgersene.

I robot ci faranno dire quello che vogliono

Un audio falso al giorno d’oggi è davvero semplice da creare. In generale è possibile far dire ad un politico o un vip qualsiasi cosa. Basta avere la pazienza di prendere cose vere che ha detto, spezzettarle e incollarle in modo da creare da 0 un discorso tutto nuovo. In genere questo tipo di contenuti è comunque molto poco spontaneo nei toni e salta subito all’occhio, o meglio all’orecchio, che si tratta di tanti piccoli pezzettini di audio incollati insieme. L’assistente vocale che abbiamo sul cellulare ne è un esempio pratico. Ma non è questo tipo di audio a minacciare l’affidabilità di quello che troviamo online.

Con l’ausilio di specifici software è possibile analizzare il modo di parlare di qualcuno e la bufala è fatta. Basterà decidere cosa si vuole far dire ed il programma genererà un audio indistinguibile da quello reale in cui: cadenza, accento e anche le sfumature più impercettibili del parlato di qualcuno saranno riprodotte fedelmente.

I video falsi sono più difficili da creare, ma non impossibili

Creare un video falso o un’immagine è molto più difficile, ma per nulla impossibile. Ian Goodfellow attualmente parte del progetto Google Brain, un progetto di Google che si occupa di intelligenza artificiale, già nel 2014 partì con una sua impresa personale; creare un software che creasse immagini fake da 0. È riuscito in poco tempo, facendo confrontare tra loro due intelligenze artificiali, a superare la sfida che si era lanciato da solo. Infatti la prima delle due intelligenze artificiali è in grado di creare piccole immagini (si parla di immagini grandi quanto un francobollo) che il secondo bot non è in grado di distinguere da quelle reali.

La tecnologia però fa letteralmente passi da gigante. Già nel 2016 grazie al riconoscimento facciale un gruppo di ricercatori ha è riuscita a creare dei piccoli filmati in cui un software acquisiva il loro viso e riusciva a riprodurre la loro mimica facciale su dei video dell’ora ex presidente americano Barack Obama e di Donald Trump. Ecco il video rilasciato l’anno scorso su Youtube, clicca qui per vedere con i tuoi occhi di cosa stiamo parlando.

Come difendersi dalle bufale anche quando le crea un computer

Anche se chi diffonde bufale online ha nuove frecce al suo arco non dobbiamo arrenderci. Anzi, dobbiamo impegnarci sempre di più per combattere le bufale. Noi utenti nel nostro piccolo possiamo continuare ad essere oculati e critici su quello che leggiamo e da oggi sentiamo e vediamo. È necessario però che le grandi aziende e organizzazioni rinnovino il loro impegno nel combattere questi contenuti fraudolenti; analizzando più in profondità le tracce audio ed i video per scoprire se si tratta di contenuti alterati.

Questa nuova generazione di fake news porta anche noi a dover evolvere le nostre strategie su come scoprire le bufale. Fortunatamente la tecnologia non ci rema solo contro. Grazie ad essa è possibile analizzare le foto ed i video e controllare i loro metadati, ovvero quei parametri che ci dicono dove, quando e come è stata scattata una foto o girato un video. Il più delle volte, un’analisi approfondita rivela delle incongruenze in questi dati che ci suggeriscono di trovarci di fronte ad un contenuto falsificato. Per proteggerti dalle bufale, anche quelle più subdole, una delle soluzioni è poter confrontare più fonti, firma la nostra petizione per continuare ad avere il diritto di informarti.

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Scienza e fake news, i complottisti hanno vinto?

La bufale stanno vincendo contro la scienza. Se non facciamo niente, ci ritroveremo catapultati indietro nel tempo di mille anni. Uno studio recente infatti afferma che, i tentativi di smontare le bufale o le strambe ipotesi dei complottisti siano praticamente inutili ed in alcuni casi controproducenti. Quello che pensavamo essere un fenomeno che potevamo ignorare si sta dimostrando qualcosa in grado di cambiare la realtà. Vogliamo veramente stare a guardare mentre fanno diventare la terra piatta e dicono che lo sbarco sulla luna non ci sia mai stato?

Le bufale troppo eclatanti sono molto più pericolose di quello che pensiamo. Vi è mai capitato di sentir parlare dei terrapiattisti? Se non li conoscete ve li presentiamo noi. Come il nome probabilmente suggerisce, sono gruppi di persone che, credono fermamente che la terra non sia una bellissima sfera azzurra che galleggia nello spazio, ma un disco di roccia. Detto così viene da ridere e la prima cosa che si pensa sia che tali affermazioni vengano fatte per scherzo; purtroppo non è così.

Come creare bufale su facebook e battere gli scienziati

Quando volte ci siamo trovati di fronte a qualcuno così ottuso e con motivazioni talmente assurde da portarci a dire: Mio dio, non vale neppure la pena discuterci! A quanto pare adesso è scientificamente provato (ve ne avevamo parlato qualche giorno fa quì).  È di pochi giorni fa una notizia che ha dell’incredibile. Vorremmo fosse una delle tante bufale online ma non è così.

Un team internazionale di scienziati capitanato da alcuni nostri connazionali ha effettuato uno studio su svariate pagine Facebook ed il risultato oltre a non essere incoraggiante è addirittura proccupante; discutere con gli antivax, i terrapiattisti e chi crede che non siamo mai stati sulla luna è inutile, anzi, spesso è controproducente.

Lo studio nello specifico era concentrato sul debunking, ovvero la pratica di sfatare le bufale o le notizie errate avvalendosi di prove scientifiche.  La ricerca ha avuto una durata di 5 anni ed è riuscita ad analizzare ben 54 milioni di utenti suddivisi tra:

  • Più di 80 pagine Facebook che trattano argomenti scientifici;
  • Quasi 350 pagine complottiste;
  • Poco meno di 70 pagine che si occupano di debunking.

I risultati della ricerca devono metterci in allarme. Infatti, quello che esce fuori dallo studio è che maggiore è l’impegno che si mette nel cercare di sfatare affermazioni false o pseudocientifiche, peggiori saranno i risultati. Il più delle volte un post che sarebbe dovuto essere accolto con felciità è stato invece tempestato di commenti negativi. In poche parole la verità fa arrabbiare i complottisti.

Perchè crediamo alle bufale? Perchè non ci confrontiamo

La cosa più preoccupante che emerge da questo studio è però un’altra. In internet esistono due gruppi che, hanno opinioni contrastanti, ma non si confrontano mai realmente. La maggior parte delle discussioni avviene infatti in ambienti chiusi in cui non c’è mai confronto e dialogo, ma solo il darsi ragione a vicenda mentre si da torto al prossimo. Cosa succede quindi? Che chi è stato imbrogliato con delle notizie false o imprecise non ha mai l’occasione di conoscere la verità.

Questo succede non solo a causa della poca inclinazione al confronto, ma anche perchè sempre a causa di chi fa girare bufale online, le persone hanno perso fiducia verso i mezzi d’informazione e abbiamo perso l’abitudine di approfondire le notizie che incontriamo durante la giornata. A questo c’è da aggiungere che com’è normale sia ognuno tende a voler portare l’acqua al suo mulino.

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Chi diffonde bufale lo fa per spaventarci e confonderci

Le false notizie vanno di moda giá da un po’, ma nel mondo scientifico non sono un fenomeno così recente come si potrebbe pensare. Le fake news in campo scientifico sono sempre esistite, quello che è cambiato è che con i social media le bufale si diffondono maggiormente e più velocemente. Di solito una fake news viene creata usando informazioni volutamente false o imprecise con lo scopo di influenzare la nostra opinione.

In campo scientifico le cose sono un po’ diverse; in un campo in cui tutto può essere definito inaccurato a seconda delle esigenze è difficile definire i limiti entro cui un fatto viene riferito in modo inesatto e quando invece è una vera e propria bufala. A differenza delle solite fake news, le notizie scientifiche inaccurate il più delle volte si diffondono perchè danno speranza; come per esempio una nuova cura per una malattia, o al contrario danno un capro espiatorio contro cui gettarsi.

Bufale: come scoprire le bufale su internet

Anche se le fake news stanno vincendo sulla verità e sulla scienza non tutto è perduto. Possiamo ancora combattere e vincere. C’è però bisogno di unire gli sforzi. Ecco come può essere invertita questa tendenza:

  • Diventiamo più aperti al confronto, anche se qualcuno non la pensa come noi dovremmo ascoltare cosa ha da dire. Questo ci aiuta a comprendere le basi della sua opinione;
  • Informiamoci in modo più consapevole, approfondendo le notizie ed imparando a riconoscere le bufale online;
  • Chi fa scienza può diventare più aperto al dialogo e creare un ponte con il prossimo, anche se si tratta di qualcuno che di quella materia conosce poco o niente. Fornire sempre e solo dati per quanto corretti si è mostrato infruttuoso;
  • Le agenzie e le istituzioni devono iniziare a monitorare internet con più attenzione e quando un loro studio viene interpretato male o distorto, spiegare con maggior efficienza i dati dello studio;
  • I motori di ricerca dovrebbero eliminare gli studi obsoleti e confutati dai risultati di ricerca in modo che chi si rivolge alla rete per informarsi possa attingere a fonti non solo autorevoli ma aggiornate.

Ricevere informazioni corrette è un diritto, chi per scherzo o per guadagnarci fa girare in rete fake news e notizie distorte danneggia tutti noi. Avere a disposizione più fonti da cui informarsi è una delle soluzioni al problema delle fake news e delle notizie riportate in modo inesatto per spaventarci. Il modo giusto per difendere il nostro diritto ad informarci è combattere la censura online.

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Combattere le bufale non serve: uno studio lo conferma

Ti sarà sicuramente capitato di trovarti a discutere con amici, parenti o colleghi ad un dibattito su un tema spinoso come vaccini, riscaldamento globale, alimentazione, complotti politici o scientifici. Molto probabilmente avrai sperimentato sulla tua pelle la frustrazione di non riuscire a convincere chi la pensa diversamente da te. Vero? Questo non è un caso e non sentirti solo: accade perché a quanto pare il debunking, cioè combattere le bufale, non serve.

Il debunking nello specifico è un termine che indica il tentativo di smontare le bufale, le fake news, argomentando con approccio scientifico, in generale portando la discussione su un piano logico e razionale.

Oggi, anche in Italia, siamo a contatto con operazioni di debunking quotidianamente, qualunque sia la nostra posizione. Il risultato però pare essere sempre lo stesso: nessuno cambia idea, anzi, il più delle volte non facciamo altro che arroccarci sulle nostre posizioni, arrivando ad ignorare e spesso offendere quelli “dall’altra parte”.

Da qualche giorno è online uno studio, curato e portato avanti proprio da un gruppo di ricercatori italiani, che dimostra che il debunking è inutile, se non dannoso e controproducente per i fini della scienza e di tecnici, scienziati e promotori della verità scientifica.

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Cosa hanno fatto?

Fonte: Debunking in a world of tribes, PLOS

Il team ha preso in esame l’attività di Facebook di 54 milioni di utenti nel giro di cinque anni, arrivando ad osservare che combattere le bufale stimola principalmente commenti negativi.

<<I post di debunking stimolano commenti negativi, non raggiungono il pubblico “complottista” oppure lo fanno reagire nel senso opposto a quello sperato>>, ha affermato Fabiana Zollo, prima autrice dello studio.

Il lavoro di analisi ha studiato 83 pagine Facebook che trattano temi scientifici, 330 pagine che pubblicano contenuti “complottisti” e 66 pagine che invece si occupano di debunking. Il totale dei post analizzati è oltre 50mila: il risultato è che sono emersi due schieramenti che non dialogano e non entrano in contatto se non per attaccarsi e tentare di sminuirsi a vicenda, ognuno di noi dialoga all’interno di una cassa di risonanza che rafforza le propria convinzioni.

Questo schema che vengano proiettati lungo addestramento cialis on line sito sicuro progressivo viagra generico oltre. That are injected in the quante ore prima si prende il viagra muscles tadalafil. Divorzio, la coppia non riesce a ماهو tadalafil rispondere alle esigenze.

<<La diffusione della disinformazione è dovuta alla polarizzazione degli utenti ma anche alla crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni e all’incapacità di capire in modo corretto le informazioni […]Il debunking non serve e l’attacco frontale ai complottisti non sono antidoti al propagarsi di fake news […] Piuttosto, l’uso di un approccio più aperto e morbido, che promuova una cultura dell’umiltà con l’obiettivo di abbattere i muri e le barriere tra le tribù della rete, rappresenterebbe un primo passo per contrastare la diffusione della disinformazione e la sua persistenza online>>.

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campagna adesione poche paroleQual è la soluzione?

Stando a quanto dice l’autrice dello studio, servirebbe un’inversione di marcia notevole: non più chiusura e censura, ma apertura e ascolto. Ma è così semplice? Siamo pronti ad abbandonare l’atteggiamento di rivalità che – da una parte e dall’altra – contraddistingue i due diversi schieramenti, cominciando ad ascoltare e quindi, finalmente, a dialogare?

Su questo servirebbe una risposta, che però ancora non esiste: dobbiamo lavorarci noi individui, quotidianamente, e, come ti consigliamo sempre di fare, impedire qualunque forma di censura: esiste una petizione per tutelare te e chi la pensa come te, che tu voglia combattere le bufale o no.

Lotta alle fake news: arrivano i chatbot

La tecnologia può aiutarci a contrastare le fake news? Grazie allo sviluppo di specifici chatbot anche questo è possibile

Chiunque abbia mai provato a contattare un’azienda attraverso un call center sa quanto possa essere lento e frustrante il processo. Anche con gli aggiornamenti e l’applicazione delle pratiche base per migliorare l’esperienza dell’utente non c’è molto da fare per migliorare la situazione, perché nella maggior parte dei casi la persona che risponde al telefono sta guardando attraverso più CRM ed è limitato dalla velocità dei programmi. Tuttavia, i nuovi sviluppi tecnologici hanno aperto le porte a una soluzione più veloce e semplice: i chatbot.

Un chatbot può avere una conversazione con un cliente, ma non è limitata dalla tecnologia perché gli algoritmi di AI sono incorporati nel software. Nella maggior parte dei casi, i chatbot utilizzano l’applicazione Messenger di Facebook per comunicare con i clienti. Una persona può digitare o fare una domanda e il chatbot risponde con le informazioni giuste. A seconda della situazione, molti chatbot possono apprendere da ciò che un utente dice per personalizzare l’interazione e per costruire interazioni future. Ad esempio, se un cliente parla con un chatbot e chiede consigli sui film, il chatbot può ricordare quale film il cliente ha visto e seguito per fornire una risposta pertinente. I chatbot hanno la capacità di trovare enormi quantità di dati in pochissimo tempo e il tempo è il nuovo valore che determina la bontà di un consiglio o della risoluzione di un problema.

Ma quindi come possono i chatbot contrastare le fake news?

come possono i chatbot contrastare le fake news

Nonostante gli algoritmi di intelligenza artificiale siano oggi in grado di tradurre da una lingua all’altra, non è facile analizzare concetti complessi per stabilire in maniera del tutto meccanica se una notizie è vero oppure falsa. Sia Facebook che Google hanno infatti provato a contrastare le fake news tramite i loro algoritmi, ma questa impresa rappresenta un bel grattacapo per le due grandi aziende. I chatbot invece potrebbero rappresentare la giusta strada tecnologica con cui arrivare a un punto sulla questione. La novità è tutta italiana, grazie allo sviluppo di una startup che vuole proprio abbattere la disinformazione in rete con un chatbot: Loudemy.com. Questo progetto vuole aiutare gli utenti ad andare contro tutto l’odio che spesso viene espresso sui social network e per fare da scudo contro le fake news che sempre più invadono le nostre giornate e minano il nostro diritto ad una libera informazione.

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Come funziona Loudemy: il chatbot che contrasta le fake news

Il chatbot in questione è stato creato per individuare parole e concetti che esprimono odio o negatività, intolleranza verso l’altro o notizie prive di fondamento. Come è possibile? Grazie ad una approfondita analisi del testo! La lingua italiana è sicuramente tra le più ambigue al mondo a causa dell’accoppiamento di parole che insieme assumono un significato terzo. Ti faccio un esempio: immagina l’espressione bello schifo. Un qualsiasi algoritmo potrebbe attribuire un punteggio neutro a questa esclamazione, dando a bello un +1 e a schifo -1. Tutti noi però sappiamo che non è assolutamente così. Questa teoria però va a cadere quando trattiamo lo specifico tema dell’intolleranza online che prende vita tramite specifici concetti e parole che, una volta inserite in un database o in un dizionario online presumibilmente utilizzato dal chatbot, diventano immediatamente riconoscibili.

Quello che fa Loudemy non è cancellare commenti o bannare persone, come invece erano soliti fare altri strumenti realizzati in precedenza. Il compito di questo chatbot contro le fake news è proprio quello di offrire una contro informazione veritiera. Il suo intervento nella conversazione prevede infatti la pubblicazione di informazioni utili e dati commentati per stemperare i toni assunti dall’utente in questione e portare una tesi supportata da ricerche per provare che non è esattamente come appena espresso.

Quando l’essere umano chiede alla tecnologia di distruggere qualcosa che lui stesso ha creato

chatbot per contrastare le fake news

In buona sostanza quindi si sta rincorrendo questa idea della realizzazione di un bot per contrastare le fake news che noi stessi abbiamo creato nel tempo. Con lo sviluppo dei social network e le possibilità di guadagnare online, si sono moltiplicati i siti acchiappaclick che utilizzano questi espedienti per allarmare gli utenti che, spinti dalla paura, leggono la notizia falsa. Lì dove l’essere umano non può più intervenire, si fa ricorso alla tecnologia. Loudemy sicuramente ha ottime probabilità di combattere l’odio online, ma contrastare le notizie false non è di certo cosa semplice proprio a causa delle ambiguità della lingua di cui ti abbiamo parlato precedentemente. Non è semplice intercettare all’interno della conversazione dei concetti che non corrispondono alla realtà, in quanto il bot dovrebbe essere in grado di scavare tra svariate fonti per stabilire se quella affermazione deriva da una fake news o meno.

Al momento tutti gli sforzi sono basati sulla ricerca fatta a partire dall’elaborazione naturale della lingua, che insegna all’intelligenza artificiale come leggere un testo, comprendere i concetti all’interno e fornire informazioni sul suo significato. L’apprendimento moderno della macchina per l’elaborazione naturale della lingua è in grado di fare cose come tradurre da una lingua all’altra, perché tutto ciò che deve sapere è già nella sua libreria. Altra cosa invece è individuare delle rivendicazioni in una conversazione, tracciare informazioni attraverso centinaia di fonti e dare un giudizio circa la verità o meno di quella affermazione stessa. Tutto ciò si basa su una comprensione olistica del mondo, la capacità di concatenare i concetti che non sono connessi con parole esatte o uno specifico significato semantico.

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10 modi per imparare a riconoscere una bufala online

Sei sicuro di saper riconoscere una bufala online? Ecco una piccola guida da portare sempre con te mentre navighi nel mare del web.

Tanto tempo fa, quando le persone si informavano leggendo i giornali, le riviste, la radio e la televisione, era generalmente facile capire quando qualcuno stava esagerando su una notizia rendendola dunque falsa. Quasi tutte le notizie del National Enquirer erano sospette, ad esempio. Quel tabloid spesso presentava notizie con titoli scandalosi, che facevano fondamentale ridere, ma ciò che non è così divertente è che negli ultimi dieci anni, con l’avvento di Internet e dei social media, le notizie false e i siti di falsi quotidiani hanno iniziato a spopolare. Alcuni siti intendono intenzionalmente scrivere notizie false e divertenti per fare della satira.

Ma molti altri siti di notizie false, invece, cercano intenzionalmente di passare come reali, non mostrando mai la loro natura satirica. Altri ancora stanno vendendo notizie false per portare maggiore traffico verso il loro sito e raccogliere entrate pubblicitarie – qualcosa di facile da fare dal momento in cui i social media consentono una rapida diffusione della disinformazione.

Ti potrebbe interessare anche: Bufale online, cosa sono e come riconoscerle

Quindi, come puoi assicurarti di non essere preso in giro? Abbiamo stilato una guida di 10 suggerimenti per te

1. La fonte è conosciuta per essere poco affidabile

Alcune fonti sono note per essere inaffidabili. Ecco una lista di quelli più conosciuti:

  • Dangerous News;
  • Il Corriere della Notte;
  • Il Matto Quotidiano;
  • Il Fattone Quotidiano;
  • Rebubblica (hostato su Altervista);
  • Il CoRiere della Sera;
  • Gazzette;
  • Lo Specchio;
  • Corriere del Mattino;
  • Corriere del Corsaro;
  • Il Telegrafo;
  • IoCo;
  • Corriere della Pera;
  • L’Osservatore politico;
  • PanoraNa;
  • Ultimaora24;
  • ItaliaNotizie24.eu;
  • Ilmessaggio.it;
  • Rubrica24;
  • LaSera;
  • IlCorriere.cloud;
  • LaNozione;
  • Il Fatto Quotidaino;
  • Il Giornale Italiano;
  • Il Quotidaino;
  • Libero Giornale;
  • La Repubblica delle Banane;
  • Ultim’ora 24;
  • Notiziario Segreto.

Tutti i nomi di questi quotidiani utilizzano dei nomi ambigui, che ricordano vagamente i maggiori quotidiani italiani e internazionali maggiormente conosciuti al mondo. È curioso infatti notare come molti utenti non siano in grado di distinguere questi siti web nati appositamente per divulgare notizie false, spesso anche solo con uno scopo satirico, dai più conosciuti quotidiani che invece pubblicano notizie veritiere di tutt’altra forma e sostanza. Molti di questi giornali generalmente infatti si attaccano ai fatti, seppure spesso raccontano anche storie di pettegolezzi.

2. Altre notizie pubblicate da questa fonte sono poco credibili

La nostra lista di siti web falsi non è affatto esaustiva e ogni settimana ne aprono di nuovi. Quindi, come possiamo stabilire se un sito web è affidabile dato che non è presente in nessuna lista online di siti web falsi? Un modo è quello di fare una scansione rapida di alcuni titoli e dei primi paragrafi di altre notizie pubblicate sul sito.

Diciamo che sei interessato a una notizia dal titolo: “il presidente Trump ha avuto un attacco cardiaco”. Certamente sembra plausibile. Ma se altre notizie hanno titoli come “bambino di 9 anni scopre accidentalmente la cura per il cancro” e “sulla città di Roma piovono cani e gatti”, probabilmente dovresti andarci con i piedi di piombo. Soprattutto, se il presidente degli Stati Uniti avesse un attacco cardiaco anche i maggiori quotidiani riporterebbero la notizia.

Dando quindi un’occhiata alle altre notizie avrai un’idea circa la serietà del sito web su cui ti trovi. Ci sono molti articoli su sesso o celebrità? Vedi le foto di donne scarsamente vestite o di persone con enormi parti del corpo? Ci sono storie dubbie su donne che hanno bisogno di fare più lavori domestici per evitare l’obesità, o su come mangiare una scatola di cioccolatini ogni giorno ridurrà effettivamente il tuo colesterolo? Se è così, attenzione.

Facebook è un altro luogo in cui le storie dubbie vengono condivise o promosse. Quindi guarda due volte al sito da cui provengono prima di cliccare condividi.

3. I siti dei maggiori quotidiani non riportano la notizia

Uno dei modi più semplici per capire se una notizia è legittima o meno è controllare se i quotidiani affidabili hanno pubblicato la notizia. Anche se la notizia ti ha allarmato, cerca di scoprire se la notizia inquietante proviene da un sito web veritiero. Quindi vai sul sito di Repubblica, del Corriere, de La Stampa o un altro quotidiano che ritieni affidabile e clicca nella barra di ricerca che troverai il titolo della notizia. Se fosse vera questi l’avrebbero pubblicata, ricorda che sono queste le testate che hanno sempre la notizia per primi e in esclusiva, non dei siti sconosciuti.

4. La notizie che stai leggendo predice un disastro futuro

Molte notizie condivise dagli utenti su Facebook prevedono disastri futuri. Sì, alcune di queste sono piuttosto incredibili e sembrano ovviamente false: la data della fine del mondo, ad esempio, o l’inizio della tera guerra mondiale. Ma alcune di queste sembrano abbastanza credibili.

Un esempio è la notizia che vede l’Europa come un continente islamico a causa dell’alto numero di nascite tra i musulmani. Sono state stilate varie versioni di questa storia, con addirittura la diffusione di un video su YouTube. Quest’ultimo ha raggiunto 15 milioni e mezzo di visualizzazioni in pochi mesi, presentando delle informazioni senza che questa abbiano alcun supporto di dati. Considera con attenzione ogni notizia che parla di disastro, soprattutto se è associata a una data specifica.

Come riconoscere una bufala online

5. La notizia che stai leggendo rivela la cura per una malattia rara

Gli esseri umani non sono solo affascinati da potenziali disastri, ma da malattie, malattie e condizioni causate dall’uomo (come il riscaldamento globale o l’inquinamento). È per questo che le notizie riguardanti le cure sulle malattie rare o la risoluzione a problemi che affliggono l’umanità hanno un grande successo. È certamente possibile – e sarebbe fantastico – se il cancro trovasse una cura definitiva domani. Ma al momento nessuna cura per delle gravi malattie è all’orizzonte e troppe persone non possono accedere ad acqua potabile.

Quindi, se leggi un articolo in cui una grave malattia è stata curata, sii scettico. Soprattutto se la cura è stata scoperta, per esempio, da un ragazzino o cita qualcosa di molto strano, come i cervelli bolliti, o troppo facile, come “Basta mangiare una banana al giorno per guarire dal cancro!”. Spesso ci sono semi di verità in tali storie. Forse un piccolo studio ha trovato una premessa a partire dalla quale può essere sviluppata una ricerca per curare una malattia, ma la storia che ne segue è spazzatura. Non è divertente essere sempre sospettosi rispetto a quello che leggiamo, ma è generalmente abbastanza intelligente.

6. Il sito web contiene un disclaimer

I siti satirici vi dicono che stanno vendendo la satira. I siti meno onesti talvolta lasciano delle dichiarazioni confuse. Qual è la lezione da apprendere qui? Se non sei sicuro della legittimità di un sito web, cerca in giro per vedere se c’è qualche tipo di disclaimer. Se ne trovate uno, significa che probabilmente il sito non può essere considerato affidabile, anche se il disclaimer è formulato confusamente. I siti legittimi non necessitano di disclaimer.

7. La storia è un po’ troppo divertente o interessante

L’obiettivo di pubblicare notizie false è quello di attirare lettori al sito. Un modo per farlo è quello di scrivere storie davvero convincenti. Non stiamo parlando di notizie impegnative, come le relazioni sullo stato dell’ISIS o lo stato attuale dei rifugiati di guerra in tutto il mondo. Stiamo parlando di notizie divertenti.

Un esempio è il racconto di un ragazzo di 13 anni che ha spezzato la carta di credito di suo padre, poi ha acquistato un carico di di videogiochi e di oggetti elettronici, più due prostitute di 1.000 euro all’ora. La polizia ha raggiunto il 13enne quando le prostitute erano ancora con lui, raccontava la storia.

Plausibile? Appena. Eppure questa storia è stata ampiamente diffusa prima che fosse rivelata la sua falsità.

8. È presente un sondaggio

I sondaggi costituiscono la base di molti articoli di notizie e molto spesso sono totalmente legittimi. Dopo tutto, le persone stanno costantemente cercando di valutare tutto, dalla nostra preferenza per i candidati politici fino al credere o meno al surriscaldamento globale. Il problema dei sondaggi è che possono essere fuorvianti a seconda del modo in cui le domande sono formulate. O il sondaggio potrebbe essere formulato bene, ma i risultati sono fuori dal contesto in cui vi trovate.

Quindi, quando leggi una storia basata su un sondaggio, controlla per vedere chi ha condotto il sondaggio, il numero di persone intervistate, come sono stati selezionati e come sono state formulate le domande di indagine. Se hai queste informazioni a portata di mano, dovresti avere un’idea sull’affidabilità della storia.

9. Il sito ha un nome del dominio strano

Uno dei modi più semplici per individuare le notizie sospette è se si trovano in un sito di notizie con un nome di dominio strano. A volte, se una storia si trova su un sito che termina in “.ru” o “.co”, questo è un allarme. “.Ru” è usato dalla Federazione russa, mentre “.co” è utilizzato dalla Colombia. Queste due estensioni sono considerate sospette. Altri siti non attendibili cercheranno di imitare un noto sito web di rilievo e ben noto inserendolo nella propria URL omettendo una lettera o due, o scrivendo correttamente il nome. Nomi di dominio molto lunghi e complessi sono un altro segno che potrebbe esserci qualcosa di scorretto.

Ricorda inoltre, che chiunque può acquistare il nome dominio che vuole.

10. La notizia ti fa arrabbiare

Hai mai letto una storia che ti ha fatto davvero arrabbiare? O che sembrava toccare la tua parte più insicura o la tua paura più profonda? Forse è il governo che ti sta segretamente spiando! Non credere automaticamente a quello che hai appena letto e condiviso. Molte false notizie raccontano appieno le tue paure e ansie, sapendo che facendo così le persone daranno ascolto alle loro emozioni e non al cervello.

Un esempio riguarda la notizia di una famiglia di cinque persone ammalate di ebola. A causa della diagnosi della famiglia, diceva la notizia, l’intera città in cui vivevano era in quarantena. La fake news, pubblicata durante il periodo in cui tutti avevano paura del virus dell’ebola, è stata diffusa su Facebook, dove centinaia di migliaia di persone lo hanno letto, hanno messo like e lo hanno condiviso.