GDPR: l’alba di una nuova era? Sì, no, forse, chissà

Informativa sulla privacy

Non possiamo esimerci dall’iniziare rassicurandovi che i dati di voi lettori sono al sicuro, archiviati e sempre trattati in maniera conforme alla nuova Direttiva Generale sulla Protezione dei Dati, che forse conoscerete meglio col nome di GDPR.

Parliamo della GDPR, seriamente

È passata più di una settimana dall’entrata in vigore della Direttiva, cerchiamo di analizzare la situazione per vedere cosa è cambiato, se è cambiato ovviamente. Sicuramente abbiamo ricevuto tante, tantissime (troppe?) email molto (troppo?) simili tra loro, che ci avvisavano dell’aggiornamento delle policy di trattamento dei nostri dati.

Chiariamo subito un punto: secondo la direttiva avrebbero dovuto contattarci uno per volta e chiedere esplicitamente il nostro consenso, ma è evidente che sarebbe risultato quanto meno scomodo e difficile: ce la vedete un’azienda come Google o Facebook, che hanno centinaia di milioni di utenti in Europa, a contattarli uno per volta?

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“Pronto, sono Larry Page, uno dei fondatori di Google, posso continuare a usare il suo indirizzo email?” qualche centinaio di milioni di volte.
Sembrerebbe un pochino surreale, no? E infatti c’è stato anche chi ha preferito tagliare la testa al toro e non esporsi affatto: molte testate americane, tra cui il Los Angeles Times e il Chicago Tribune hanno deciso da un giorno all’altro di impedire completamente l’accesso agli utenti che dovevano essere protetti da GDPR, bloccando il traffico proveniente dall’UE.

Soluzione drastica, ma non possiamo dire che manchi di efficacia, perché adesso loro sono sicuramente compliant, in attesa di trovare la maniera giusta di adeguarsi. Se si viene beccati in flagrante si rischiano multe parecchio salate, e in questi casi prevenire è sempre meglio che curare.

Non solo i giornali spaventati dalla GDPR

Dello stesso avviso sono stati anche network televisivi come History Channel, e addirittura applicazioni largamente conosciute e utilizzate come Klout e Instapaper hanno chiuso definitivamente i battenti (ciao Klout, insegna agli angeli a misurarsi i follower).

Qualcun altro, anzi forse la maggior parte, hanno risolto tutto installando dei grossi popup sui siti e inviando le famose email di cui sopra, un po’ come quando è entrata in vigore la cookie law.

La GDPR era stata accolta bene all’inizio, perché sembrava indirizzata ai colossi come Facebook e Google, che dopo lo scandalo Cambridge Analytica avevano suscitato più di un interrogativo su come venissero gestiti i dati degli utenti, ma forse era mancata qualche riflessione.

Per esempio, come si fa a vedere la pubblicità ultra-profilata se gli utenti scelgono di disattivare i pixel di tracciamento che consentono ai network di sapere quali annunci inviare? E infatti le previsioni sulle vendite di advertising online erano a dir poco catastrofiche.

Quindi che succede in concreto?

Poi ci si è accorti che paradossalmente la Direttiva potrebbe aver reso ancora più potenti i soggetti che intendeva limitare: avete mai letto i termini di servizio delle piattaforme a cui vi iscrivete? Quei documenti giganteschi da decine di pagine che saltate a piè pari e premete solo su “accetta”? I dati li abbiamo forniti noi, insieme al consenso.

Se ci pensiamo bene loro hanno già l’autorizzazione, l’hanno sempre avuta, e hanno sempre esplicitato in maniera molto chiara che i dati degli utenti sarebbero stati utilizzati per profilare anche gli annunci pubblicitari. Solo che non tutti l’avevamo letto subito.

In attesa di vedere le applicazioni serie della GDPR teniamo bene a mente questa situazione, può servirci di lezione per quando dovremo affrontare altre leggi dalla dubbia urgenza (chi ha detto link tax e riforma del copyright?)

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Chi è che minaccia la tua privacy online?

Ultimamente si parla molto di come la nostra privacy online venga spesso violata attraverso l’utilizzo poco etico dei nostri dati personali.

Dare la colpa agli hacker – che poi al massimo dovremmo darla ai cracker – o ai colletti bianchi di Cambridge Analytica è sbagliato. E non serve nemmeno accusare Mark Zuckerberg.

Chi protegge la nostra privacy online?

In fondo, se qualcuno ha abusato dei nostri dati personali c’è un solo responsabile da porre sul banco degli imputati, e quello sei tu!

Non ci sarà redenzione cancellando il tuo account Facebook. Non arriverà nemmeno Capitan America a farci scudo con il nuovo regolamento GDPR, anche perché dovrà attenersi alla normativa solo se saremo coinvolti anche noi cittadini dell’UE.

Potremmo affermare che a proteggere la nostra privacy online sia lo stesso GDPR e gli organi preposti alla sua attuazione, ma sarebbe poco rispondente al vero: l’effetto deterrente delle sanzioni e l’effettiva applicazione delle stesse da sole non bastano a tutelarci.

Se ti sta a cuore la tua vita privata, non vuoi condividerla con l’intero globo o semplicemente non vuoi che venga strumentalizzata e/o utilizzata per fini poco etici o illegali,  allora devi essere tu il custode dei tuoi dati personali.

In che modo puoi tutelarti? Devi ritornare al ’68 e vivere all’insegna di un analogico peace & love?

Non è necessario, basta semplicemente aumentare la consapevolezza di ciò che condividi in rete.

Il problema della scarsa tutela dei nostri dati personali ha una duplice causa: da un lato non siamo consapevoli di quanti e quali dati concediamo; dall’altro la nostra privacy online è minacciata dai nostri bias cognitivi e dalle euristiche di pensiero.

Quali sono i dati personali che immettiamo in rete?

Molti di noi non hanno ben chiaro il numero di informazioni che sono rilevabili dalla nostra navigazione: vengono registrati il nostro indirizzo ip, spesso la nostra posizione, la durata della navigazione, le pagine viste, i nostri click, ecc.

Tutti questi dati vengono utilizzati ad esempio da Google Analytics che li ripropone a chi gestisce il sito come statistiche in forma anonima.

Vi sono poi dei dati che vengono memorizzati dai cookies dei vari siti. Anche il blog più innocuo ci chiede di accettare i suoi biscottini che, anziché sfamarci, pasteggiano con le nostre informazioni.

Se infine smettiamo di essere fruitori passivi di contenuti e iniziamo a produrne sui social network, offriamo un’overdose di dati sensibili alle varie piattaforme.

Foto, video e testi mostrano noi stessi, le nostre compagnie, i luoghi che frequentiamo e, soprattutto, ciò che mangiamo e i nostri animali domestici.

Le bio raccontano le nostre informazioni anagrafiche, il nostro curriculum, le ideologie e le preferenze, ecc.

Facebook & co. ci conoscono meglio dei nostri cari, tre anni fa raccontavo di uno studio scientifico che dimostrava questa tesi. Oggi, col progredire dell’intelligenza artificiale, non deve stupirci se a volte i social sanno rispondere a domande che ancora non gli abbiamo posto!

E per quanto ci sforziamo di limitare la privacy dei nostri post alle cerchie più ristrette di contatti, i nostri contenuti vengono comunque incamerati nei server dei vari servizi digitali. Questi, nella più innocua delle ipotesi, li utilizzano per profilarci e proporci pubblicità pertinenti.

Pigrizia o risparmio energetico, chi è la vera minaccia?

Eppure le varie privacy policy ci spiegano nel dettaglio come vengono raccolti ed utilizzati i nostri dati, perché ne perdiamo il controllo?

La colpa è nostra: spesso adottiamo delle scorciatoie mentali o facciamo valutazioni sbagliate a causa di processi di pensiero automatici.

Non è tanto un problema di pigrizia, ma di semplificazione al fine di risparmiare energie mentali.

Quante volte abbiamo accettato termini e condizioni, cookie e contratti vari senza leggerne il contenuto?

Quante spunte abbiamo inserito per confermare di aver letto tutto, quando in realtà non siamo neanche giunti al secondo rigo?

La quasi totalità dei soprusi alla nostra privacy online li autorizziamo approvando le condizioni di utilizzo dei vari servizi.

E solo in parte ci discolpa il fatto che per poter utilizzare alcuni di essi siamo obbligati a fornire il consenso, altrimenti non ci viene consentito di utilizzare il servizio stesso.

Un’ulteriore aggravante per questo tipo di comportamento è il cattivo dosaggio della fiducia digitale: ci affidiamo a servizi gestiti da persone che non conosciamo solo perché abbiamo un senso di familiarità verso i vari brand.

Abbiamo un bel canovaccio di scuse che ci fanno accettare tutte le clausole che sono in bella vista: abbiamo poco tempo, siamo troppo stanchi, in fondo ci fidiamo, ecc.

Come salvare dati e privacy

C’è da dire che l’utilizzo fraudolento dei nostri dati è un problema per fortuna abbastanza limitato, ma non da trascurare.

In molti casi le informazioni fornite migliorano la nostra esperienza online o semplicemente la rendono possibile.

Inoltre i dati vengono quasi sempre aggregati e analizzati in forma anonima: più che il nostro profilo personale, le aziende hanno dei profili medi di consumatori che vanno a sintetizzare le caratteristiche di tutti noi.

Ma essere maggiormente consapevoli del tipo di dati che condividiamo con i singoli servizi può portarci a dosare meglio la quantità e la qualità delle informazioni che diffondiamo in rete.

Infatti non sempre sarà necessario fornire la nostra posizione, soprattutto quando non staremo utilizzando quella specifica app. Nemmeno concedere ai programmi di apprendere dalle nostre ricerche ci darà vantaggi irrinunciabili.

Si riduce tutto al vecchio dilemma di quanta libertà perdere per salvaguardare la sicurezza: ciascuno di noi dovrà trovare il giusto equilibrio tra l’esperienza di navigazione libera e i limiti della sicurezza in rete.

I contenuti che postiamo sul web sono ancora nostri? Come funziona il copyright su Internet

Uno degli aspetti più belli di Internet è il fatto che chiunque può portare un contenuto all’attenzione di milioni, forse miliardi di persone, nel giro di pochi secondi. Ma è anche uno degli aspetti più brutti di Internet, perché una volta postato quel contenuto non è più necessariamente di proprietà dell’autore.

Quando ci iscriviamo a un qualunque servizio o piattaforma accettiamo dei termini di servizio (per capirci, quelle caselline che quasi tutti spuntano senza leggere) e, molto spesso, questo può significare che le foto del nostro gatto che abbiamo postato su Internet, oppure l’album delle nostre vacanze, potrebbero non essere più esclusivamente nostri.

Come funziona il copyright su Internet

La notizia buona è che il funzionamento del diritto d’autore, o copyright, è semplicissimo: quando qualcuno crea una qualsiasi opera, da uno scritto a un disegno a un video, ne assume automaticamente il copyright. Non ci sono moduli da compilare o pratiche burocratiche da sbrigare.

Lo stesso principio si può applicare sul web, quando pubblichiamo online un contenuto questo diventa nostro in automatico e ne deteniamo tutti i diritti, fino al punto di poter intraprendere azioni (legali o meno) se qualcun altro cerca di farlo passare come proprio.

Il tutto è applicabile alle “opere di ingegno”, quindi scritti, brani musicali, filmati, e quant’altro, ma non a fatti, idee e sistemi di utilizzo delle idee, per quelli è meglio tutelarsi anche legalmente. Poi arriva la questione dell’utilizzo, che ci tocca più da vicino.

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Non è semplicissimo da spiegare, ma facciamo finta che qualcuno voglia commentare questo articolo in altra sede: può usarne un pezzettino (uno snippet, poche parole), ma non riprodurlo completamente, per non ledere la proprietà intellettuale dell’opera, che in linea di massima sarebbe mia. In linea di massima perché dipende anche dal luogo in cui questo articolo è pubblicato: qui torniamo ai famosi termini e condizioni di utilizzo.

Termini e condizioni

Se postiamo su Facebook le foto del nostro gatto, sono ancora nostre? Sì, certamente, ma nel momento in cui le carichiamo sui server di Facebook (o di qualunque altra piattaforma) ne stiamo cedendo in parte i diritti, nello specifico una licenza per riutilizzarle per vari scopi. E se Facebook usa la foto del nostro gatto a noi non tocca nemmeno un centesimo.

Per esempio, le piattaforme più usate definiscono così: su Facebook la licenza è “non esclusiva, trasferibile, cedibile a terzi, royalty-free, in tutto il Mondo”; su Twitter è “in tutto il Mondo, non esclusiva, royalty free, con il diritto di cederla a terzi”.

I termini sono volutamente vaghi e complessi da capire, perché le piattaforme hanno bisogno di un certo spazio di manovra per funzionare, il che significa lasciare agli altri utenti e ad altre piattaforme la licenza di condividere i nostri contenuti o mostrarli in una ricerca.

Per questo, per quanto possa essere noioso, dovremmo sempre leggere i termini di servizio prima di accettarli, altrimenti potrebbe succedere che i nostri contenuti (le nostre foto personali, ad esempio) siano concessi in licenza ad aziende terze.

Come proteggere i contenuti?

Se proprio non vogliamo esporci al rischio che qualcuno possa vedere e riutilizzare i nostri contenuti, meglio tenerli offline o su un sito di nostra proprietà. Altrimenti basta trovare un servizio con termini e condizioni di nostro gradimento, per esempio che concedono alla piattaforma solo il diritto di mostrarli e/o modificarli senza cederne i diritti a terzi.

Insomma, alla fine della fiera possiamo stare tranquilli, non c’è da preoccuparsi più di tanto.

Ma tutto questo potrebbe cambiare nel momento in cui dovessimo perdere il diritto a condividere contenuti degli altri (e di conseguenza anche i nostri).

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Propaganda russa su Facebook: scopri se anche tu sei stato esposto

Forse non ti sarà sfuggito il dibattito di questi giorni sulla questione della propaganda russa durante le elezioni americane: pare infatti che, stando alla fazione democratica statunitense, i russi abbiano manipolato le elezioni americane diffondendo messaggi di odio contro Hillary Clinton, favorendo l’ascesa del concorrente Donald Trump.
Prima di cimentarci in ipotesi di complottismo e di analisi di politica internazionale che non sono di nostra competenza: soffermiamoci su un aspetto:
è davvero possibile essere influenzati, da utenti, quando ci si imbatte in messaggi sui social che screditano un candidato alle elezioni?

Fonte: Agi.it

A quanto pare sì, o meglio, di questo sono convinti tre società che analizzano il comportamento degli utenti dei social: Data for Democracy, Factual democracy e New Knowledge, che insieme hanno ideato la piattaforma Facebook EXPOSED.

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Facebook EXPOSED: dimmi come la pensi e ti dirò se sei stato influenzato dalla Propaganda russa

In poche parole, su Facebook EXPOSED si spiega il ragionamento che hanno seguito gli ideatori del progetto: secondo il Wall Street Journal più di 10 milioni di utenti hanno visto gli annunci russi che avrebbero monipolato le elezioni, e le nuove rivelazioni di questa settimana ci dicono che gli utenti raggiunti da questa operazione velenosa sono stati 120 milioni.
Tecnicamente la piattaforma nasce per lo più per cittadini americani, perché sono stati loro i bersagli della propaganda russa (in questo caso specifico).

Ma può essere interessante fare un esperimento anche se non si è americani, e rispondere alla domanda che ci pone la piattaforma: basta scegliere una tra quattro posizioni politiche ben precise (favorevole alle armi, sostenitore dei diritti LGBTQ, sostenitori di Blaxk Lives Matter, favorevoli alla costruzione di un muro al confine con il Mexico), e si avrà un riassunto di che tipo di strategia comunicativa, messa in atto dalla propaganda russa, sia stata messa in atto con i cittadini americani che la pensano come noi.

Insomma, sembrerebbe uno scenario preoccupante: se fosse vero, dovremmo aspettarci di ricevere una propaganda simile quando sarà il turno delle nostre elezioni? E se questo stesse già accadendo e noi non ce ne siamo ancora accorti?

Una cosa è certa: questo tipo di fenomeno, anche se sembra il contrario, è esattamente il nemico numero uno della libera informazione: dobbiamo imparare a fidarci delle fonti a prescindere da quanto ci possa sembrare credibile il contenuto, perché spesso molti contenuti che vediamo vogliono colpirci dove siamo più deboli, cioè sui nostri ideali politici più viscerali.

La vera libertà di informazione non è cascare nella propaganda russa studiata a tavolino, anche quando è di origine americana o italiana: la libertà d’informazione significa tutelare la pluralità di pensiero, e noi dobbiamo continuare a lottare per questa pluralità.

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La buona informazione non può essere gratis. O forse sì?

Sappiamo bene, anche perché ne parliamo ormai da qualche mese, che i giornali e gli editori in generale chiedono a gran voce all’UE di essere tutelati con norme chiare (e stringenti) sul copyright. Come se non bastasse, indicano come principali “nemiche” le piattaforme che più di tutte agevolano la diffusione e la condivisione di notizie, informazioni e contenuti. E lo fanno perché consentono di accedere a questi gratis.

Questo stesso articolo raggiungerebbe molte meno persone se non potesse essere rilanciato sui vari Facebook e Twitter, oppure indicizzato e poi trovato su Google tra mesi o anni. Qui volevo arrivare, perché questa premessa mi consente di evidenziare un chiarissimo paradosso: erano proprio loro, i giornali, a sottolineare come la rivoluzione vera portata da Internet fosse la libera condivisione. Senza contare il libero scambio di qualsiasi tipo di contenuto, anche quelli protetti da diritto d’autore, di quando tutti quanti usavamo il peer to peer.

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Il paradosso dell’informazione gratis

Una volta i “pirati“ erano gli eroi che sfidavano il sistema perché rimuovevano la barriera del prezzo e rendevano tutto accessibile a tutti, e come faceva notare qualcuno erano anche i beniamini della stampa e dell’informazione.

Cosa è cambiato oggi per causare un dietrofront così importante nelle opinioni? All’epoca, probabilmente non erano ancora toccati dal “problema”, che ha riguardato invece le major cinematografiche e discografiche dal primo momento. Loro il cambiamento portato dal digitale l’hanno abbracciato, altrimenti sarebbero andate incontro a morte certa, e quindi al posto di Napster o eMule (da cui si poteva scaricare tutto gratis, ma illegalmente) abbiamo piattaforme come Spotify e Netflix che danno libero accesso a un catalogo vastissimo in cambio di una tariffa fissa mensile.

Abbracciare il futuro o fallire?

Guadagnano meno per singolo utente? Sicuramente, ma quanti iscritti perderebbero se iniziassero a far pagare di più per ogni singolo contenuto? Lo dice anche Jeff Bezos, che forse ne capisce un po’ più di noi: i giornali non sono ancora spacciati, ma devono entrare nel futuro senza lamentarsi, perché lamentarsi non è una strategia. E infatti il suo Washington Post va alla grande dopo essere passato al digitale.

Insomma, Google e Facebook sono spesso viste come un impedimento, un cattivo da fermare, ma basterebbe cercare la maniera giusta di utilizzarli per espandere il proprio pubblico. La maniera giusta, naturalmente, non è riprendere le notizie più condivise sui social e “citarle”. Sarebbe molto più opportuno cercare di restituire valore ai lettori che, di fatto, li finanziano acquistando giornali e abbonamenti.

Altrimenti per forza cercano altre strade per reperire le informazioni, e tra l’altro possono trovarle anche gratis.

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Twitter vuole bloccare le bufale: ma è vero?

C’è un clima feroce negli ultimi mesi ai piani alti dei principali BIG del web: i manager di Google, Facebook e anche Twitter si sono detti più volte preoccupati dell’andamento dell’informazione online ai giorni nostri, e quasi tutti hanno accennato a manovre indirizzate a rendere le rispettive piattaforme più sicure dal punto di vista della misinformation. Secondo le ultime voci di corridoio Twitter vuole bloccare le bufale, sviluppando un tasto che gli utenti potranno utilizzare per segnalare le fake news.

Prima di farci prendere dal panico, ricordiamo come funziona Twitter: abbiamo un limite di 140 caratteri, cerchiamo le informazioni che desideriamo attraverso gli hashtag, possiamo condividere articoli esterni e contenuti nostri (foto o video), e non esiste (quasi) alcuno strumento di censura.

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Perché Twitter vuole bloccare le bufale?

Fonte: Daily mail

È possibile, ad oggi, acquistare centinaia se non migliaia di account finti e utilizzarli per veicolare le informazioni che desideriamo diffondere, senza alcun freno (come invece Facebook sembra aver fatto già anni fa). Secondo moltissimi Twitter è responsabile dell’elezione di Trump, così come della diffusione della fobia anti-europeista che ha portato alla Brexit.

Insomma, se prima i social network erano visti, da tutti noi e da chi li ha creati, come il luogo della libertà d’informazione tout-court, adesso le cose sembrano cambiate. Il padre di Twitter, Evan Williams, qualche mese fa ha detto:

<<Una volta pensavo che il mondo sarebbe stato automaticamente migliore una volta che ognuno fosse stato libero di parlare liberamente e scambiare informazioni ed idee. Mi sbagliavo.>>

Parole durissime che non possono non farci pensare quanto sia difficile e complesso gestire i flussi di informazione senza applicare alcun tipo di censura.
Recentemente il Washington Post ha diffuso il rumor – la voce di corridoio – secondo cui il reparto sviluppo di Twitter stia pensando a introdurre una funzione che renda possibile al social dei cinguettii di frenare le fake news: Twitter vuole bloccare le bufale.

il quotidiano ha contattato due persone rimaste anonime che avrebbero informazioni all’interno dell’azienda, che hanno parlato di un’opzione, un pulsante, inserito in un menù a tendina accanto ad ogni tweet.

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Ma è davvero così?

Fonte: financialexpress.com

In effetti sulla notizia c’è ancora un alone di mistero perché i piani alti hanno addirittura smentito la notizia.

Infatti, un portavoce di Twitter ha smentito la notizia, una volta contattato da Mashable: <<Attualmente non stiamo sperimentando questa nuova opzione e non abbiamo alcuna intenzione di rilasciarla>>.

Nonostante la smentita però il vicepresidente di Twitter Colin Crowell ha spiegato che l’azienda sta lavorando molto duramente per scoprire e sanzionare comportamenti scorretti sulla piattaforma, il che praticamente potrebbe significa che il tasto esiste, arriverà, e che quindi è vero: Twitter vuole bloccare le bufale.

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Facebook acquista Source3: i contenuti saranno più protetti?

Facebook compra Source3. Mark Zuckerberg sempre più lungimirante: grazie alla startup newyorkese, si impegna a pagare i proprietari di contenuti online.

E’ ufficiale: l’inventore di Facebook è sempre un palmo avanti ai suoi avversari (che poi, effettivamente, ne ha?). Stavolta la genialata riguarda espressamente il copyright: Facebook, infatti, nelle scorse settimane ha acquistato la newyorkese Source3. Questo software ha un algoritmo in grado di identificare l’uso improprio dei marchi. Insomma, una killer app a favore dei produttori e proprietari dei contenuti online. Non solo, l’acquisto della startup Source 3 da parte di Facebook segna il definitivo interesse del social nei confronti della tematica del copyright.

Facebook tenta di arginare (anche) la pirateria

Facebook, con l’acquisto di Source3, diventa di fatto paladino del copyright e ha la mira di creare un sistema dove i produttori di contenuti possano essere in grado di guadagnare da quei contenuti. Già con la creazione dei branded contentFacebook dichiara

Definiamo i branded content come contenuto di creatori o di publisher che nasce da una partnership commerciale o è comunque influenzato da un brand esterno per uno scambio di valore (economico e non). Le norme richiedono ai creatori e agli editori di contenuto di specificare i loro partner commerciali nei contenuti nei quali questi vengono coinvolti.

I contenuti sponsorizzati possono essere riconosciuti attraverso la dicitura “paid” all’interno del post. I creatori e gli editori, inoltre, sono responsabili del rispetto di tutte le norme pubblicitarie pertinenti ai loro mercati d’azione (inclusa la fornitura di informazioni necessarie per indicare la natura commerciale del contenuto pubblicato).

Le pagine che desiderano utilizzare lo strumento branded content devono seguire le regole, segnalando la parnership commerciale nei loro post.

Insomma, la posizione di Facebook sui contenuti sponsorizzati a pagamento è chiara: bisogna seguire le regole, dichiarare che è un contenuto creato con fini commerciali ed amen. Ora chiarito che Facebook sta dalla parte di chi è chiaro nelle proprie intenzioni, si entra nella zona grigia ovvero come facciamo a far andare d’accordo fine commerciale e rispettare il copyright del contenuto. Sembra, per la commissione europea, un argomento davvero importante, tanto da rischiare di imbavagliare il web con una link tax e con procedimenti che definiscono nuove norme per il copyright non proprio felici né per gli editori, né per lo scenario che potrebbe venirsi a palesare, né – ancora – per le conseguenze trasversali che potrebbero ricadere sui consumatori.

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Creatori di contenuti, Facebook vi aiuterà!

Come risolvere, allora, prima di poter pagare i creatori di contenuti e creare per loro un sistema per poter produrre delle campagne che rendano remunerativi i loro contenuti? Semplice, la risposta è l’acquisto di Source3 che – integrata con gli altri sistemi ed algoritmi di cui Facebook è già in possesso – risolverà parte del problema.

source3

Si parla di riconoscimento, organizzazione ed analisi dei contenuti prodotti dagli utenti (conosciuti anche come UGC, user generated content) e della loro proprietà intellettuale. Questo è il compito affidato a Source3 che – suddivisi i contenuti in macro-aree – musica, sport e moda, ad esempio – segue le tracce del contenuto e del suo padrone garantendo il rispetto del copyright con un controllo incrociato tra diritti del possessore e di chi ne ha fatto un uso o meno legale rispettando i termini degli accordi proposti dal possessore.

Source3 risolverà il problema? Secondo la sottoscritta forse, secondo Wired (trovi qui l’articolo completo sull’argomento) potrebbe. Vediamo cosa succede!

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Notizie a pagamento su Facebook: che ne pensi?

Oggi ti parliamo della notizia delle ultime ore che fa gola a decine di editori in tutta Italia, e migliaia di editori in tutto il mondo, editori e testate giornalistiche che ogni giorno raggiungono il proprio bacino di lettori grazie alla visibilità concessa da Facebook: arrivano le notizie a pagamento.

Non si conoscono ancora tutti i dettagli, ma una cosa è certa: è ferma intenzione di Mark Zuckerberg cominciare a rendere le notizie che tutti i giorni leggiamo dalle pagine Facebook delle nostre testate preferite, a pagamento. Insomma:

Due miliardi di persone – tra cui anche tu – d’ora in poi dovranno pagare per leggere le news.

Il responsabile dei rapporti con i Media di Facebook, Campbell Brown, ha dichiarato: “Una delle cose che gli editori di giornali digitali ci hanno chiesto è di attivare un paywall in Facebook. E noi lo stiamo facendo: stiamo lanciando un prodotto a sottoscrizione”, durante il Digital Publishing Innovation Summit di New York.

Notizie a pagamento su Facebook: cosa significa?

Non tutti sanno che da circa un anno Facebook ha lanciato la possibilità per gli editori di pubblicare notizie fruibili dai lettori senza uscire dal social network, e questa funzione si chiama Instant Articles: il problema è che Instant articles, studiata per garantire una presenza di spazi pubblicitari che garantisse agli editori un ritorno economico da ogni visita all’articolo, non ha funzionato come si sperava: insomma, a quanto pare agli editori guadagnare dalla pubblicità non basta più, e hanno cominciato a farsi sentire. A discapito nostro.

Quali soluzioni sono state messe in atto? Molti giornali hanno una presenza di banner e spazi pubblicitari davvero ingombrante, al punto da rallentare la navigazione di un articolo e addirittura portare gli utenti ad abbandonare le pagine, senza neanche leggere quello che stavano cercando.

Invece da Facebook, adesso, arriva la notizia per cui da ottobre le news saranno a pagamento, e gli editori potranno tirare un sospiro di sollievo perché non servirà più utilizzare la pubblicità per guadagnare.

Ma davvero è una notizia positiva per gli editori?

In realtà, se ci pensiamo, questa novità potrebbe portare a una decrescita drammatica della fruizione dei contenuti online. Pensiamo a quanti articoli leggiamo al giorno, soltanto scrollando il nostro feed di Facebook: secondo te è verosimile pensare che saremmo tutti disposti a pagare per poter leggere le news?

Il mondo dell’informazione ha subito una rivoluzione mai avuta prima: accesso libero e gratis a tutti, sempre e ovunque, perché basta uno smartphone. Convincere tutte le persone – parliamo di due miliardi di utenti attivi! – a dover ricominciare a pagare per conoscere le novità da tutto il mondo, pagare per informarsi, per indignarsi, per essere sempre sul pezzo.

Per i lettori non è una buona notizia e questo è abbastanza scontato; ma in realtà non lo è neanche per gli editori, perché in questo modo si lascerà enorme spazio a tutti i contenuti pubblicati direttamente sui social – Facebook questo lo sa molto bene – che non richiedono all’utente di uscire dal social.

L’informazione cambia quotidianamente e questo lo sappiamo: tornare alle notizie a pagamento può sembrare una buona idea per il finanziamento di editori “liberi” da finanziamenti dall’alto, ma pensiamo a come sono stati penalizzati gli editori in Germania e Spagna con l’Ancillary Copyright, una legge molto simile che a breve sarà discussa anche in Italia: non fasciamoci la testa prima di romperla, però stiamo in guardia perché i rischi per noi lettori e per gli editori sono tantissimi.

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I rischi della disinformazione: condividi per proteggere i tuoi dati

Rischi della disinformazione: Scopri cosa è successo, clicca qui, condividi se sei indignato… non possono non dirti niente queste parole: sono, tra tante altre formule, forse le più usate in Italia quando si tratta di contenuti che circolano sui social network.

Spesso ci imbattiamo in articoli che riportano una notizia, e molto spesso la condividiamo con i nostri contatti senza preoccuparci che la stessa notizia sia vera o falsa. Quest’abitudine è estremamente pericolosa e dannosa, perché anche solo una condivisione contribuisce al diffondersi di notizie errate, alimentando paure, rabbia incontrollata, panico: parliamo dei rischi della disinformazione.

Ci spiega Alessandro De Felice, presidente di ANRA:

“A seguito del verificarsi di eventi considerati largamente improbabili dai media tradizionali, come i recenti risultati elettorali a favore dell’elezione di Trump e del referendum pro-Brexit, si è diffusa la teoria che l’opinione pubblica possa essere stata guidata da un flusso pilotato di notizie fuorvianti via web e social network”.

Qual è la soluzione ai rischi della disinformazione? Censuriamo?

Chiaramente non può essere la censura la soluzione, perché porterebbe alla limitazione totale dei contenuti liberi che rendono il web il posto ricco di informazioni come lo conosciamo oggi. Immagina di vivere in un paese in cui è impossibile accedere alle informazioni libere, come in Nord Corea o in Cina – per la Cina le cose stanno progressivamente cambiando, ma sono ancora lontani dall’avere accesso libero a tutto come noi -. Non sono soltanto le economie emergenti ad avere questo tipo di problemi, ti abbiamo già parlato di cos’è successo in Germania e in Spagna e del gravissimo stallo in cui si trovano centinaia se non migliaia di piccole testate in questi ultimi mesi, impossibilitate a comparire sui motori di ricerca per volontà dei governi locali.

Il mondo è andato troppo avanti per pensare a una soluzione che implichi manovre di censura: il nostro comportamento è influenzato ormai da come facciamo uso dei contenuti online, non soltanto dei contenuti stessi! Ci hai mai pensato?
Se prima andavi in edicola e acquistavi un giornale, oppure accendevi la TV in tempo per il telegiornale, oggi accedi a Facebook oppure cerchi su Google una parola chiave che ti porterà al contenuto che ti interessa.

Il progresso ci ha portati fin qui e non possiamo fare passi indietro: piuttosto, proviamo a immaginare dei passi avanti per raggirare i rischi della disinformazione. 

Attenzione alle fonti e un nuovo algoritmo?

Mentre per la stesura di un articolo di giornale una notizia è verificata e sottoposta a controlli diversi, quando io pubblico un mio contenuto online ho la stessa possibilità di raggiungere milioni di persone di un giornale che esegue controlli sui contenuti.

Il rischio disinformazione è proprio in questa falla tecnica, come spiegava il presidente di ANRA: eventi mondiali molto importanti come l’elezione di un Presidente USA o esiti di referendum, o anche episodi di diffamazione a danno di personaggi pubblici o privati, sono la conseguenza di un assente controllo della diffusione delle notizie.

Una soluzione possibile è ripensare gli algoritmi su cui sono basati i motori di ricerca, ma questo implicherebbe ripensare completamente i motori di ricerca stessi, che al momento premiano principalmente le fonti più coerenti con quello che noi stiamo cercando. I motori di ricerca, così come tutti i social network a cui siamo iscritti, conoscono i nostri gusti e sanno sempre fornirci l’informazione e il contenuto che più probabilmente sarà di nostro gradimento.

Evidentemente, se io condivido spesso bufale è perché spesso mi imbatto in bufale, e se mi imbatto spesso in bufale è perché Facebook o Google ritengono che io sia una persona a cui piace leggere questo tipo di contenuti.

La partita è nelle tue mani: cosa puoi fare tu?

Siamo anche noi quindi a dover fare la nostra parte, rieducandoci e rieducando motori di ricerca e social network – e pian piano, contribuendo così a rieducare la nostra rete di amici, ci avevi mai pensato? -.

Infatti, soluzioni a monte come modifiche all’algoritmo oppure controllo delle fonti hanno sì un certo valore, ma non sono di reale impatto se vogliamo lasciare la rete libera com’è sempre stata. Dobbiamo essere noi a dar valore ai contenuti validi, e ignorare le sciocchezze e le bugie in cui tante volte incappiamo perché attratti da un titolo allarmante o un’immagine di anteprima forte.

Ecco perché questo articolo ti parla di proteggere i tuoi dati: se cominciamo a rieducarci, giorno dopo giorno e resistendo al richiamo degli allarmismi facili, faremo un favore a noi stessi – informandoci correttamente – ai nostri contatti e amici – non condividendo con loro notizie false – e soprattutto all’intero mondo dell’informazione, che se non facciamo niente, verrà presto danneggiato dalle nostre abitudini e sarà penalizzata l’informazione dal basso che ci piace tanto.

Un piccolo passo che puoi fare oggi è firmare la petizione per impedire che si arrivi a parlare di censura in Europa e quindi anche in Italia.