I contenuti che postiamo sul web sono ancora nostri? Come funziona il copyright su Internet

Uno degli aspetti più belli di Internet è il fatto che chiunque può portare un contenuto all’attenzione di milioni, forse miliardi di persone, nel giro di pochi secondi. Ma è anche uno degli aspetti più brutti di Internet, perché una volta postato quel contenuto non è più necessariamente di proprietà dell’autore.

Quando ci iscriviamo a un qualunque servizio o piattaforma accettiamo dei termini di servizio (per capirci, quelle caselline che quasi tutti spuntano senza leggere) e, molto spesso, questo può significare che le foto del nostro gatto che abbiamo postato su Internet, oppure l’album delle nostre vacanze, potrebbero non essere più esclusivamente nostri.

Come funziona il copyright su Internet

La notizia buona è che il funzionamento del diritto d’autore, o copyright, è semplicissimo: quando qualcuno crea una qualsiasi opera, da uno scritto a un disegno a un video, ne assume automaticamente il copyright. Non ci sono moduli da compilare o pratiche burocratiche da sbrigare.

Lo stesso principio si può applicare sul web, quando pubblichiamo online un contenuto questo diventa nostro in automatico e ne deteniamo tutti i diritti, fino al punto di poter intraprendere azioni (legali o meno) se qualcun altro cerca di farlo passare come proprio.

Il tutto è applicabile alle “opere di ingegno”, quindi scritti, brani musicali, filmati, e quant’altro, ma non a fatti, idee e sistemi di utilizzo delle idee, per quelli è meglio tutelarsi anche legalmente. Poi arriva la questione dell’utilizzo, che ci tocca più da vicino.

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Non è semplicissimo da spiegare, ma facciamo finta che qualcuno voglia commentare questo articolo in altra sede: può usarne un pezzettino (uno snippet, poche parole), ma non riprodurlo completamente, per non ledere la proprietà intellettuale dell’opera, che in linea di massima sarebbe mia. In linea di massima perché dipende anche dal luogo in cui questo articolo è pubblicato: qui torniamo ai famosi termini e condizioni di utilizzo.

Termini e condizioni

Se postiamo su Facebook le foto del nostro gatto, sono ancora nostre? Sì, certamente, ma nel momento in cui le carichiamo sui server di Facebook (o di qualunque altra piattaforma) ne stiamo cedendo in parte i diritti, nello specifico una licenza per riutilizzarle per vari scopi. E se Facebook usa la foto del nostro gatto a noi non tocca nemmeno un centesimo.

Per esempio, le piattaforme più usate definiscono così: su Facebook la licenza è “non esclusiva, trasferibile, cedibile a terzi, royalty-free, in tutto il Mondo”; su Twitter è “in tutto il Mondo, non esclusiva, royalty free, con il diritto di cederla a terzi”.

I termini sono volutamente vaghi e complessi da capire, perché le piattaforme hanno bisogno di un certo spazio di manovra per funzionare, il che significa lasciare agli altri utenti e ad altre piattaforme la licenza di condividere i nostri contenuti o mostrarli in una ricerca.

Per questo, per quanto possa essere noioso, dovremmo sempre leggere i termini di servizio prima di accettarli, altrimenti potrebbe succedere che i nostri contenuti (le nostre foto personali, ad esempio) siano concessi in licenza ad aziende terze.

Come proteggere i contenuti?

Se proprio non vogliamo esporci al rischio che qualcuno possa vedere e riutilizzare i nostri contenuti, meglio tenerli offline o su un sito di nostra proprietà. Altrimenti basta trovare un servizio con termini e condizioni di nostro gradimento, per esempio che concedono alla piattaforma solo il diritto di mostrarli e/o modificarli senza cederne i diritti a terzi.

Insomma, alla fine della fiera possiamo stare tranquilli, non c’è da preoccuparsi più di tanto.

Ma tutto questo potrebbe cambiare nel momento in cui dovessimo perdere il diritto a condividere contenuti degli altri (e di conseguenza anche i nostri).

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Digital Single Market e riforma del copyright: le responsabilità degli intermediari in Europa

La riforma del copyright sta letteralmente spaccando a metà la Commissione Europea. Ogni paio di giorni salta fuori una novità che scongiura sempre più la possibilità di trovare un punto d’incontro tra le parti, specialmente visto che le votazioni finale saranno ad Ottobre. Adesso nel mirino della riforma ci sono gli intermediari della comunicazione. In gioco c’è come al solito il tuo diritto all’informazione.

La riforma del copyright è costantemente oggetto di critica negli ultimi tempi. Sei visto non come un individuo che usufruisce di internet e contribuisce ai contenuti di cui è fatto, ma come un cliente che genera guadagni che qualcuno vuole incassare. Adesso  è il turno degli intermediari della comunicazione e i provider di finire nel mirino. Continua a leggere per scoprire cosa sta succedendo.

Cosa significa intermediario secondo la riforma del copyright

Prima di entrare nel vivo della discussione vogliamo spogliare il discorso dal politichese e spiegarti cos’è un intermediario della comunicazione. Nella riforma del copyright si parla di “Intermediari”. Per intermediari della comunicazione si intendono tutte quelle aziende che fanno da tramite tra chi vuole fornire delle informazioni e le persone che devono riceverle.

Gli intermediari sotto la luce dei riflettori della riforma sono fondamentalmente gli ISPInternet Service Provider  e gli hosting provider. Parliamo di quelle aziende che mettono a disposizione le loro risorse per permetterti di memorizzare e trasmettere dati su internet. In pratica parliamo delle aziende che ti permettono di navigare su internet e su cui sono caricati i siti che visiti.

Di chi è la responsabilità quando c’è un contenuto illegale online?

Gli obblighi ed i diritti degli intermediari della comunicazione all’interno della Comunità Europea sono regolamentati dalla Direttiva 2000/31/CE ovvero la Direttiva sul commercio elettronico. Uno dei concetti più importanti del documento, l’articolo 15, stabilisce che gli intermediari non hanno l’obbligo di monitorare le tue informazioni che immagazzinano. Gli stati membri possono però richiedere al provider di ricevere comunicazioni in caso esso sia a conoscenza di qualsiasi contenuto illegale. Questo divieto ha lo scopo di favorire la crescita del mercato digitale.

Sempre secondo la direttiva, i provider non sono responsabili delle informazioni memorizzate a costo che:

  • Non siano al corrente dell’illecità delle informazioni o delle attività;
  • Agiscano tempestivamente nel cancellare o precludere l’accesso alle attività ed ai dati illegali.

In parole povere, il provider non è responsabile di quello che un altro utente carica sui suoi sistemi anche quando si tratta di materiale protetto da copyright, a meno che non sia direttamente coinvolto con questa attività. Inoltre, anche se il provider non rispetta totalmente le condizioni dell’articolo 14, non vuol dire che sia automaticamente responsabile dell’illecito di questi ultimi. Va provato che l’ISP (il provider) ha di fatto agito in modo da favoreggiare la condivisione del contenuto illegale.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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Secondo chi promuove la riforma del copyright la responsabilità è del provider

Tra le varie proposte all’interno della riforma del copyright, oltre a quelle inerenti all’ancillary copyrightsi parla anche delle responsabilità degli intermediari. La proposta in merito è descritta nell’articolo 13. Questo mira a cambiare totalmente le responsabilità dei provider abolendo la libertà di non monitorare le attività per tutte quelle piattaforme che immagazzinano e offrono accesso a grandi quantità di contenuti.

L’articolo 13 sancisce che se l’intermediario della comunicazione ha un ruolo attivo, esso è automaticamente responsabile dei contenuti caricati dagli utenti. L’unica soluzione diventa quindi applicare delle contromisure come per esempio il monitoraggio dei dati che è in contrasto con la normativa per il commercio online.

In questo modo l’ISP sarà direttamente responsabile di ciò che avviene nell’ambito dei suoi servizi. L’unico modo per un intermediario della comunicazione per non cadere vittima di questa interpretazione discutibile è di essere totalmente conforme alle condizioni dell’articolo 14 della direttiva sul commercio online. Ovvero avere la certezza che il provider di servizi non abbia un ruolo attivo nella condivisione del contenuto illegale.

Cosa cambia per te con l’articolo 13 della riforma del copyright?

Come un po’ in tutti gli ambiti che la riforma del copyright abbraccia, la persona su cui ricadranno le conseguenze di tutto questo sei tu. Quando vengono presi di mira gli aggregatori di notizie quello che ci va a perdere sei tu, poiché si limitano le fonti da cui puoi informarti. Nel momento in cui i provider saranno costretti a monitorare le attività online rischi di perdere il tuo diritto all’informazione.

Monitorare una mole di dati così grande non è qualcosa che può essere fatto manualmente da un essere umano. È quindi qualcosa che gestito con l’aiuto di specifici programmi. La stessa Corte Europea si è dichiarata preoccupata a riguardo durante la sentenza sul caso Sabam-Netlogaffermando che un sistema simile potrebbe ledere alla libertà d’informazione. In quanto potrebbe non essere in grado di distinguere sempre tra un contenuto legale ed illegale, finendo con il creare una vera e propria censura online di contenuti che non hanno nulla di sbagliato.

Questa altro non sembra che l’ennesima prova del fatto che il testo della direttiva sul copyright non tiene minimamente conto dei diritti dei consumatori. Serve solo a cercare tutti i modi possibili per dare in mano a persone come i grandi editori il controllo su cosa può essere su internet, privandoti dei tuoi diritti più fondamentali. Non devi restare in silenzio, puoi difenderti e far sentire le tue ragioni aderendo alla nostra petizione se non l’hai già fatto.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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La nuova proposta sul copyright dell’UE non funzionerà mai!

La campagna che stiamo portando avanti da qualche mese è iniziata prima che le proposte UE sul copyright arrivassero seriamente sotto i riflettori. Quando per limitare i danni si muovono addirittura da Mozilla, da sempre sostenitori della libertà sul Web, vuol dire che stiamo andando nella direzione giusta.

Questo schierarsi dalla parte di chi detiene i diritti, infatti, rende le proposte “disfunzionali, tendenti all’assurdo” secondo Raegan MacDonald, Senior Policy Manager ed EU Principal di Mozilla (intervistata da The Next Web). Sono talmente in disaccordo con le proposte di riforma che hanno una loro campagna attiva, con petizione annessa, per cambiare la disciplina sul copyright.

Uno dei problemi più grandi che la riforma potrebbe generare è che, in effetti, le piattaforme diventerebbero responsabili per tutti i post degli utenti: qualcuno potrebbe denunciare Facebook se un utente (dei circa 2 miliardi attuali) pubblicasse un contenuto protetto da diritto d’autore, che con la nuova riforma accadrebbe praticamente nel 90% dei casi.

I 3 articoli della morte

Poi c’è la questione dei 3 articoli della morte, anch’essi molto discussi: prima di tutto le restrizioni fortissime, e quindi praticamente fatali, per tutto ciò che è basato sul text and data mining (cioè la raccolta direttamente da internet di informazioni da parte di algoritmi e Intelligenze Artificiali). Moltissime startup utilizzano queste tecniche e potrebbero passare dalla parte dei cattivi, risultando così spacciate.

Dopo il data mining c’è l’ancillary copyright a noi tanto caro. Se guardiamo cosa è successo in Spagna e in Germania (per chi si collegasse solo adesso con noi, un fallimento totale) non c’è assolutamente alcun motivo per il quale una riforma che ha fallito a livello nazionale possa funzionare a livello di sovrasistema.

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Il terzo articolo della morte riguarda l’obbligo per le piattaforme di filtrare i contenuti degli utenti tramite dei veri e propri bot da censura per non esserne responsabile. Per capirci, è come se Google dovesse monitorare tutte le immagini che vengono caricate su internet e confrontarle con tutte le immagini coperte da copyright, per capire se ci sono state violazioni.

Non sembra una follia? Senza contare che questo porterebbe a fortissime limitazioni alla nostra libertà di caricare i contenuti come utenti. L’unico modo per operare in un ambiente giuridico del genere sarebbe avere un team di avvocati per negoziare le licenze di utilizzo prima ancora di effettuare qualunque operazione, e per giunta grande abbastanza per affrontare tutte le cause che sarebbero intentate sulla base dei contenuti infringing.

E allora perché mandano avanti la riforma sul copyright?

Appare chiaro che ci siano pressioni politiche da parte degli editori più “svantaggiati”, che invece di guardare avanti vorrebbero tornare indietro a quando avevano pieno controllo sulla pubblicazione e distribuzione dei contenuti.

Forse la UE non sarà mai in grado di avere una legislazione all’altezza se non prende in considerazione il punto di vista di tutti i soggetti coinvolti, dai più grandi ai più piccoli.

Per questa precisa ragione dobbiamo farci sentire!

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Piccoli editori digitali addio?

Le nuove norme sul copyright elimineranno per sempre i piccoli editori, una delle risorse più importanti per il nostro diritto all’informazione?

Non si contano più le associazioni che si dicono preoccupate a causa delle nuove norme sul copyright. Quelle più in allarme, ne hanno tutte le ragioni, sono quelle che rappresentano i piccoli editori. La nuova riforma di internet verrà approvata entro la fine del 2017, comprenderà norme che abbracciano gli e-commerce, la telefonia ed i provider di internet, ma maggiormente avrà un impatto devastante sul diritto d’autore.

L’articolo 11 della link tax logicamente è una manna dal cielo per i grandi editori. Le grandi realtà editoriali spingono con forza per vedersi riconoscere nuovi fonti di guadagno a partire da internet. Sono i piccoli editori ed i consumatori che invece verrebbero danneggiati da questo provvedimento a causa della sola soluzione che è stata proposta, l’ancillary copyright. Vediamo nello specifico cosa sta succedendo e a cosa andiamo incontro.

Ancillary copyright: come funziona

L’articolo 11 della manovra piace molto ai grandi editori che, vedono in esso la soluzione ai loro problemi sul copyright. Nessuno mette in dubbio che sia giusto proteggere i propri contenuti da chi se ne appropria senza scrupoli. Cercare però di farlo con l’ausilio dell’ancillary copyright non è davvero una soluzione. La tassa sui link obbligherà a pagare una fee al creatore di un contenuto ogni qualvolta quel contenuto venga:

  • condiviso;
  • linkato;
  • ripresentato anche parzialmente.

Questo va parecchio contro la filosofia di internet che può essere riassunta come: “guarda, ho trovato questa cosa che mi è piaciuta e credo la troveresti interessante o utile. Ti va di leggerla?

Il provvedimento danneggia un po’ tutti, anche i grandi editori. Questo è esattamente quello che è successo nei paesi in cui norme simili sono state già adottate. In Spagna Google Noticias è stato chiuso. In Germania i grandi editori dopo che Google ha smesso di linkare i loro contenuti, quindi l’affluenza di visite ai loro siti è diminuita spaventosamente, hanno fatto marcia indietro.

Perchè l’ancillary copyright danneggia sia i piccoli editori che noi consumatori?

La riforma sul copyright ha alla base alcune motivazioni che non hanno nulla di sbagliato. Per i grandi editori fare in modo di essere pagati per i propri diritti ausiliari significa di fatto tutelarsi da quelle persone che, copiano senza rimorsi i contenuti che trovano in rete senza neppure citare le fonti e con il solo scopo di guadagnarci.

D’altro canto però i grandi editori hanno scelto la via più semplice per risolvere il problema e la loro scarsa capacità di progredire insieme alla tecnologia; ignorando di fatto gli utenti della rete che si trovano ad essere vittime della fama di soldi. Infatti con l’entrata in vigore della norma:

  • Farebbe in modo di aggiungere ulteriori passaggi all’iter che porta una notizia dalla sua fonte a noi consumatori, allungando i tempi necessari ad informarsi;
  • Il nascere di nuove somme da pagare per un’azienda si riflette in un aumento dei prezzi per il consumatore finale.
  • I piccoli editori invece si ritroverebbero a dover pagare cifre proibitive che li costringerebbero a chiudere bottega e quindi a limitare la nostra scelta di fonti da cui informarci.

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Dobbiamo difendere il diritto ad informarci così come il copyright

A differenza di quello che vogliono farci credere la normativa così come è presentata ora non è per nulla l’unica soluzione esistente per tutelare il diritto d’autore. È chiaro come sia necessario stilare una normativa che sia univoca per tutti i paesi dell’Unione Europea, ma questo non può e non deve andare a discapito dei consumatori.

Cosa possiamo fare quindi per evitare che ci venga tolto il nostro diritto ad informarci? L’unica soluzione è far sentire la nostra voce e dire chiaramente che noi consumatori non siamo solo quelli a cui va venduto un prodotto, ma persone che abitano il web tanto quanto il mondo reale.

Ancillary copyright: come tutelarsi da chi vuole toglierci il diritto all’informazione

La normativa così com’è adesso al vaglio, è un vero e proprio pericolo per la nostra libertà di informazione e di divulgare quello di cui veniamo a conoscenza. Cosí come i grandi editori sentono la necessità di vedere riconosciuti i loro diritti in quanto creatori di un contenuto, noi sentiamo il bisogno di vedere riconosciuto il nostro diritto a poterci informare. La normativa può essere cambiata; per farlo serve l’impegno di tutti, basta aderire alla nostra petizione.

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Notizie a pagamento su Facebook: che ne pensi?

Oggi ti parliamo della notizia delle ultime ore che fa gola a decine di editori in tutta Italia, e migliaia di editori in tutto il mondo, editori e testate giornalistiche che ogni giorno raggiungono il proprio bacino di lettori grazie alla visibilità concessa da Facebook: arrivano le notizie a pagamento.

Non si conoscono ancora tutti i dettagli, ma una cosa è certa: è ferma intenzione di Mark Zuckerberg cominciare a rendere le notizie che tutti i giorni leggiamo dalle pagine Facebook delle nostre testate preferite, a pagamento. Insomma:

Due miliardi di persone – tra cui anche tu – d’ora in poi dovranno pagare per leggere le news.

Il responsabile dei rapporti con i Media di Facebook, Campbell Brown, ha dichiarato: “Una delle cose che gli editori di giornali digitali ci hanno chiesto è di attivare un paywall in Facebook. E noi lo stiamo facendo: stiamo lanciando un prodotto a sottoscrizione”, durante il Digital Publishing Innovation Summit di New York.

Notizie a pagamento su Facebook: cosa significa?

Non tutti sanno che da circa un anno Facebook ha lanciato la possibilità per gli editori di pubblicare notizie fruibili dai lettori senza uscire dal social network, e questa funzione si chiama Instant Articles: il problema è che Instant articles, studiata per garantire una presenza di spazi pubblicitari che garantisse agli editori un ritorno economico da ogni visita all’articolo, non ha funzionato come si sperava: insomma, a quanto pare agli editori guadagnare dalla pubblicità non basta più, e hanno cominciato a farsi sentire. A discapito nostro.

Quali soluzioni sono state messe in atto? Molti giornali hanno una presenza di banner e spazi pubblicitari davvero ingombrante, al punto da rallentare la navigazione di un articolo e addirittura portare gli utenti ad abbandonare le pagine, senza neanche leggere quello che stavano cercando.

Invece da Facebook, adesso, arriva la notizia per cui da ottobre le news saranno a pagamento, e gli editori potranno tirare un sospiro di sollievo perché non servirà più utilizzare la pubblicità per guadagnare.

Ma davvero è una notizia positiva per gli editori?

In realtà, se ci pensiamo, questa novità potrebbe portare a una decrescita drammatica della fruizione dei contenuti online. Pensiamo a quanti articoli leggiamo al giorno, soltanto scrollando il nostro feed di Facebook: secondo te è verosimile pensare che saremmo tutti disposti a pagare per poter leggere le news?

Il mondo dell’informazione ha subito una rivoluzione mai avuta prima: accesso libero e gratis a tutti, sempre e ovunque, perché basta uno smartphone. Convincere tutte le persone – parliamo di due miliardi di utenti attivi! – a dover ricominciare a pagare per conoscere le novità da tutto il mondo, pagare per informarsi, per indignarsi, per essere sempre sul pezzo.

Per i lettori non è una buona notizia e questo è abbastanza scontato; ma in realtà non lo è neanche per gli editori, perché in questo modo si lascerà enorme spazio a tutti i contenuti pubblicati direttamente sui social – Facebook questo lo sa molto bene – che non richiedono all’utente di uscire dal social.

L’informazione cambia quotidianamente e questo lo sappiamo: tornare alle notizie a pagamento può sembrare una buona idea per il finanziamento di editori “liberi” da finanziamenti dall’alto, ma pensiamo a come sono stati penalizzati gli editori in Germania e Spagna con l’Ancillary Copyright, una legge molto simile che a breve sarà discussa anche in Italia: non fasciamoci la testa prima di romperla, però stiamo in guardia perché i rischi per noi lettori e per gli editori sono tantissimi.

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Dalla SEO all’Ancillary Copyright: intervista a Federico Simonetti

Insieme all’esperto Federico Simonetti parliamo di posizionamento dei contenuti e dell’effetto dell’Ancillary Copyright sulla SERP di Google

Il tema dell’Ancillary Copyright sta entrando sempre più nella nostra testa. La tutela dei diritti di copia anche online è una tematica che via via si sta facendo sempre maggiore spazio nel dibattito pubblico, a causa degli effetti che avrebbe sulla diffusione dei contenuti posizionati sui motori di ricerca. Per questo motivo abbiamo deciso di affrontare questo spinoso argomento con l’esperto Federico Simonetti, SEO Specialist e Growth Hacker, il quale tramite le sue risposte ci ha chiarito le sue idee circa gli effetti che potrebbe avere la SEO sull’Ancillary Copyright e viceversa. Sei pronto? Iniziamo a conoscere Federico:

Ciao Federico, per cominciare presentati ai nostri lettori. Raccontaci brevemente chi sei e di cosa ti occupi.

Mi chiamo Federico Simonetti e sono nato nel 1984, come il Grande Fratello di George Orwell. Nella mia vita ho sempre avuto una grande passione: studiare il mondo attorno a me. Per questo mi sono laureato in Filosofia, mantenendo però una grande attenzione per l’informatica e la comunicazione. Appena uscito dall’Università, ho coniugato queste mie tre skill e mi sono innamorato del web marketing, dei dati e della sperimentazione. Nel 2013, grazie a Luca Barboni, ho incontrato il Growth Hacking e da lì un percorso che mi ha portato alla consulenza aziendale orientata alla crescita. Nella vita privata, mi piacciono le cose belle, fatte bene, buone e giuste. Mi piace anche la filosofia francese, le serie TV americane e la pizza napoletana. A volte non sono antipatico.

Adesso che insieme abbiamo conosciuto il nostro esperto del giorno, possiamo addentrarci nel cuore dell’argomento. Siamo infatti subito passati a parlare direttamente di Ancillary Copyright e di motori di ricerca. Chi meglio di una persona che passa le sue giornate a posizionare contenuti online può fornirci tutte le risposte di cui abbiamo bisogno per capire l’argomento fino in fondo?

Veniamo subito all’argomento per il quale abbiamo deciso di contattarti: l’ancillary copyright. Un professionista come te, che si occupa anche di posizionare contenuti online, ha sicuramente visto come la materia del copyright sia stata forzatamente plasmata ai nuovi contesti tecnologici. Qual è la tua opinione al riguardo? Pensi che l’ancillary copyright sia la giusta direzione da seguire?

Seguo il dibattito sul diritto d’autore online con molta attenzione da ormai molti anni e, nel tempo, ho avuto modo di farmi un’idea. Non essendo un giurista né un giornalista, la mia posizione è piuttosto obliqua e riguarda il modo in cui il nostro mondo e il modo in cui fruiamo dei contenuti sta cambiando: è un dato curioso che il “diritto d’autore” venga sempre più chiamato in causa per difendere un mondo editoriale che viene messo nell’angolo dai distributori di contenuti.

I player Over The Top (OTT) hanno dimostrato di saper giocare molto bene con il concetto di “open source” e “Creative Commons”, imparando a capitalizzare e monetizzare a partire da tutti quelli che sono contenuti privi di diritto d’autore: dai codici sorgente aperti ai contenuti creati dal lavoro collettivo, come Wikipedia. Se devo scommettere un euro su chi, alla fine, ne uscirà vincitore, io punto sugli OTT.

In un mondo nel quale i consumatori vogliono pagare sempre meno per essere informati, in modo rapido ed efficiente e, allo stesso modo, non vogliono venire invasi da banner pubblicitari invasivi, è normale che gli editori non abbiano grandi possibilità di guadagno se non quelle di cercare di “farla pagare” a chi quei contenuti li distribuisce.

Il punto, però, a mio avviso, è proprio il modello di business dell’editoria: è fallimentare, non si è mai adeguato e seriamente ammodernato e, ormai, rischia di andare fuori mercato, aggrappandosi a qualsiasi scampolo di guadagno possibile.

In questo l’ancillary è solo l’ultimo tassello delle varie “Google Tax” di cui si è parlato negli anni: con le dovute differenze, è un po’ come se i giornali cartacei facessero pagare ogni singola edicola per avere la possibilità di esporre il giornale alla clientela. Dal mio punto di vista, il problema non è il fatto che io metta in evidenza il tuo contenuto gratis, il problema è piuttosto che quella roba nessuno ha voglia di leggerla.

Discorso a parte, ovviamente, rappresentano quei player che mostrano per intero il contenuto di un editore (magari perché “agganciati” ai suoi Feed RSS) senza riconoscere nulla al giornale. In quel caso, indubbiamente, va trovata una strategia perché venga riconosciuto in qualche modo un ritorno economico. Però anche qui: se viene mostrata l’interezza del contenuto il danno c’è. Viceversa, se a venire mostrata è solo una parte di esso, non andiamo più d’accordo.

Il tema ci porta subito a parlare anche di snippet. Nella sua forma originaria, la legge avrebbe dovuto includere anche gli snippet, appunto, che gli utenti visualizzano sui motori di ricerca. L’intento era quello di forzare Google a pagare delle fee in base alle visualizzazioni. Pensi che questa Google Tax possa avere ripercussioni pesanti sul posizionamento dei contenuti?

Non so che cosa sceglierà di fare Google, ma a mio avviso qualcosa si è già mosso nel senso di una più intelligente gestione degli snippet, che ad oggi hanno contenuti informativi e, soprattutto da mobile, una porzione di testo dell’articolo molto contenuta.

Questa cosa, tuttavia, non si vede sulle keyword informazionali che, anzi, stanno aumentando lo spazio dedicato allo snippet sintetico: nel futuro, magari, Google potrebbe privilegiare, per questa particolare categoria di keyword, quei contenuti prodotti con protocolli aperti, come il Creative Commons – ma siamo nel campo delle ipotesi. L’impatto nel breve termine, se ci sarà, riguarderà per lo più Google News e le sue integrazioni con il motore di ricerca principale.

Sinceramente, Google ha sempre mostrato molta attenzione e ponderazione nei cambi algoritmici: Panda, Penguin, Hummingbird… persino il famigerato “Mobilegeddon” non hanno mai agito in maniera drastica e “rivoluzionaria”, ma sempre in maniera piuttosto graduale. Quindi non credo che, dall’oggi al domani, si cambierà scenario ma, nel caso, che ci sarà un adeguamento alle norme che ci costringerà, tutti, a cambiare alcuni comportamenti.

Il modo in cui fruiamo i contenuti, quindi, non sembra essere messo a rischio da questi potenziali cambiamenti. Google ha sempre mostrato una particolare attenzione per la tutela dell’utente e dei contenuti pertinenti rispetto alla ricerca, quindi se dovesse essere introdotta una nuova formula non avremmo nulla da temere. Fin qui tutto bello, ma quale potrebbe essere invece l’impatto negativo? Torniamo a parlare insieme a Federico Simonetti dei limiti di questa nuova proposta.

Quali sono i limiti che potremmo incontrare nell’applicazione dell’Ancillary Copyright alle SERP?

Mah, ne vedo tanti: qual è la dimensione che un testo deve avere per essere definito univoco? La traduzione automatica, fatta con un sistema analogo a Google Translate, di un testo inglese, vale come violazione di diritto d’autore? Qual è la differenza tra traduzione e citazione? La visualizzazione di una meta-description, impostata dall’autore esplicitamente per apparire sui motori di ricerca, vale come violazione del diritto d’autore?

Insomma, il punto è: i giornali vogliono visite da Google o no? Perché se non le vogliono possono tranquillamente deindicizzare i propri siti e tenersi cari cari i propri contenuti. Se il problema, però, è che nessuno legge i loro articoli, magari dovrebbero trovare altre strade per far sì che vengano fruiti. Un esempio positivo, dal mio punto di vista, è l’ultima evoluzione di Wired, che è addirittura tornato alla carta, proponendo degli speciali monografici che affrontano dei temi importanti: al di là di un comprensibile “effetto-wow”, il punto è che coi contenuti di basso livello non si va da nessuna parte e si entra in un circolo vizioso che ti fa pagare poco gli articoli che, di conseguenza, saranno sempre più scadenti. Viceversa, lavorare su contenuti che siano utili e che trasmettano valore all’utente può costituire una strada alternativa valida.

Un’ultima domanda. Si dice che questa legge possa in qualche modo danneggiare le startup, tanto da lanciare la campagna #SAVETHELINK per proteggere le giovani attività che operano nel campo dei nuovi media e che vedrebbero minata la libertà d’espressione e di informazione. Tu che ti occupi anche di giovani imprese, cosa pensi al riguardo?

Onestamente, credo che il mondo dell’editoria tradizionale debba trovare una strada alternativa al presente: qualcosa di simile a quello che Netflix e Spotify hanno rappresentato per il mondo dell’home video e della musica. Cinque anni fa tutti scaricavamo musica, film e serie TV illegalmente e in maniera gratuita e nessuno riusciva più a guadagnare una lira da questi due settori: i due mercati erano al collasso. Oggi, sinceramente, nessuna delle persone che conosco scarica mp3 illegalmente e, se lo fanno per film e serie TV, è solo perché non ci sono (ancora) su Netflix.

Non è una soluzione a tutti i problemi, ovviamente, perché comporta una dipendenza da altri player OTT, che diventano distributori dei tuoi contenuti e ti mettono in un rapporto di dipendenza che può strozzare chi i contenuti li produce, però anziché guadagnare zero, è già qualcosa. Poi dipende anche dai rapporti di forza in campo: se i consumatori sono convinti che non devono pagare una cosa, non è sempre detto che abbiano ragione.

Come vedi, questa tematica riguarda noi utenti direttamente da vicino. Il modo in cui fruiamo delle informazioni online potrebbe radicalmente cambiare, così come ci è già successo per altri settori. Essere informati è la prima arma che abbiamo per difenderci da qualsiasi aggiornamento e grazie a questa intervista abbiamo sicuramente appreso di più su quello che riguarda le notizie posizionate online e il modo in cui l’editoria può affrontare i possibili cambiamenti in atto. Ti sei fatto una tua idea rispetto a questo argomento? Facci sapere cosa ne pensi nei commenti e non dimenticare di firmare la nostra petizione!