Si può usare il diritto d’autore per censurare l’informazione?

Diritto d’autore e censura: nel 2011 viene pubblicato un video ed oggi una sentenza di Roma lo fa cancellare. Precedente pericoloso o stiamo esagerando?

Sto per usare due parole che quando sono vicine possono essere molto polarizzanti: Silvio Berlusconi. Tuttavia non è di lui che dobbiamo parlare, o almeno non direttamente.

Diritto d’autore e censura: un precedente pericoloso

Una sentenza del tribunale di Roma risalente a circa un mese fa (e confermata dalla corte d’Appello), di fatto, ha utilizzato la protezione del diritto d’autore come motivazione per far sparire dalla Rete un video di proprietà delle emittenti televisive con un messaggio del suddetto ex Presidente del Consiglio dei Ministri.

Parliamo di un video del 2011, nel quale c’erano delle dichiarazioni interessanti ai fini non solo dell’inchiesta ancora in essere, ma anche elementi importanti nella ricostruzione dei fatti allo scopo di informare i cittadini (quindi noi tutti). Per ripubblicare quel video occorrerebbe il permesso delle televisioni stesse, ora che è stato rimosso forzatamente.

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Non siamo qui per giudicare la magistratura, i tribunali o Berlusconi stesso, ma soffermiamoci un attimo sul precedente che questa sentenza potrebbe creare se venisse confermata anche in Cassazione: il diritto d’autore si potrebbe usare come strumento per impedire di parlare di fatti o persone a meno che non si sia proprietari del materiale multimediale.

Cosa può significare più in generale?

In questo caso si trattava di un filmato, ma usciamo un attimo dal caso particolare ed estendiamo il concetto anche alla nostra vita quotidiana su Internet. Anche qui possiamo avere dei notevoli controsensi: immaginiamo, ad esempio, che il proprietario di un ristorante non voglia far comparire online (su TripAdvisor, Facebook, Yelp, Google ecc.) elementi dannosi per l’immagine della sua attività. Cosa ci troveremmo a pensare? Non si può criticare senza chiedere il permesso al criticato?

Oppure, sarebbe giusto pagare per scattare le foto a monumenti, paesaggi o qualunque altra cosa ci venga in mente di condividere su Internet durante un viaggio? O ancora, dover risarcire qualcuno solo perché abbiamo usato due righe di testo per descrivere il contenuto di un post scritto da lui stesso?

Cosa possiamo fare noi?

Non stiamo venendo meno ai principi di base di Internet, ma anche della società civile, in cui la libertà di opinione dovrebbe regnare sovrana? È chiaro che ci troviamo davanti a una questione di principio e forse anche di democrazia: se ci tolgono il diritto di usare una parola, un link, un video altrui per informare noi stessi o gli altri, la situazione diventa pericolosa.

L’unica cosa che possiamo fare è restare uniti e opporci nel miglior modo possibile.

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I contenuti che postiamo sul web sono ancora nostri? Come funziona il copyright su Internet

Uno degli aspetti più belli di Internet è il fatto che chiunque può portare un contenuto all’attenzione di milioni, forse miliardi di persone, nel giro di pochi secondi. Ma è anche uno degli aspetti più brutti di Internet, perché una volta postato quel contenuto non è più necessariamente di proprietà dell’autore.

Quando ci iscriviamo a un qualunque servizio o piattaforma accettiamo dei termini di servizio (per capirci, quelle caselline che quasi tutti spuntano senza leggere) e, molto spesso, questo può significare che le foto del nostro gatto che abbiamo postato su Internet, oppure l’album delle nostre vacanze, potrebbero non essere più esclusivamente nostri.

Come funziona il copyright su Internet

La notizia buona è che il funzionamento del diritto d’autore, o copyright, è semplicissimo: quando qualcuno crea una qualsiasi opera, da uno scritto a un disegno a un video, ne assume automaticamente il copyright. Non ci sono moduli da compilare o pratiche burocratiche da sbrigare.

Lo stesso principio si può applicare sul web, quando pubblichiamo online un contenuto questo diventa nostro in automatico e ne deteniamo tutti i diritti, fino al punto di poter intraprendere azioni (legali o meno) se qualcun altro cerca di farlo passare come proprio.

Il tutto è applicabile alle “opere di ingegno”, quindi scritti, brani musicali, filmati, e quant’altro, ma non a fatti, idee e sistemi di utilizzo delle idee, per quelli è meglio tutelarsi anche legalmente. Poi arriva la questione dell’utilizzo, che ci tocca più da vicino.

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Non è semplicissimo da spiegare, ma facciamo finta che qualcuno voglia commentare questo articolo in altra sede: può usarne un pezzettino (uno snippet, poche parole), ma non riprodurlo completamente, per non ledere la proprietà intellettuale dell’opera, che in linea di massima sarebbe mia. In linea di massima perché dipende anche dal luogo in cui questo articolo è pubblicato: qui torniamo ai famosi termini e condizioni di utilizzo.

Termini e condizioni

Se postiamo su Facebook le foto del nostro gatto, sono ancora nostre? Sì, certamente, ma nel momento in cui le carichiamo sui server di Facebook (o di qualunque altra piattaforma) ne stiamo cedendo in parte i diritti, nello specifico una licenza per riutilizzarle per vari scopi. E se Facebook usa la foto del nostro gatto a noi non tocca nemmeno un centesimo.

Per esempio, le piattaforme più usate definiscono così: su Facebook la licenza è “non esclusiva, trasferibile, cedibile a terzi, royalty-free, in tutto il Mondo”; su Twitter è “in tutto il Mondo, non esclusiva, royalty free, con il diritto di cederla a terzi”.

I termini sono volutamente vaghi e complessi da capire, perché le piattaforme hanno bisogno di un certo spazio di manovra per funzionare, il che significa lasciare agli altri utenti e ad altre piattaforme la licenza di condividere i nostri contenuti o mostrarli in una ricerca.

Per questo, per quanto possa essere noioso, dovremmo sempre leggere i termini di servizio prima di accettarli, altrimenti potrebbe succedere che i nostri contenuti (le nostre foto personali, ad esempio) siano concessi in licenza ad aziende terze.

Come proteggere i contenuti?

Se proprio non vogliamo esporci al rischio che qualcuno possa vedere e riutilizzare i nostri contenuti, meglio tenerli offline o su un sito di nostra proprietà. Altrimenti basta trovare un servizio con termini e condizioni di nostro gradimento, per esempio che concedono alla piattaforma solo il diritto di mostrarli e/o modificarli senza cederne i diritti a terzi.

Insomma, alla fine della fiera possiamo stare tranquilli, non c’è da preoccuparsi più di tanto.

Ma tutto questo potrebbe cambiare nel momento in cui dovessimo perdere il diritto a condividere contenuti degli altri (e di conseguenza anche i nostri).

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Censura e copyright: a quale filtro appartengono e si collegano?

Parliamo del fil rouge che collega censura e copyright. Proviamo ad esplorare la nuova riforma del copyright proposta in Commissione Europea.

Cosa hanno a che fare censura, copyright e filtro? Prima di spiegare cosa sta avvenendo sul web, proviamo ad usare la metafora del the o della tisana, a tuo gusto.

Il the essiccato è la materia prima, l’acqua bollente è il mondo digitale. Unisci le due cose e otterrai una bevanda da sorseggiare con calma, per scaldarti o per trovare un’ancora di salvataggio dopo l’ennesima abbuffata natalizia (o informativa).

Fin qui, tutto chiaro? Buono il the, non hai trovato foglioline che si sono incastrate fra i denti, vero?

Se ci pensi bene, stai sorseggiando qualcosa che è stato filtrato durante la preparazione. Il punto di questo post e della metafora utilizzata per il copyright e la censura è, come è stato filtrato?

Manualmente, utilizzando un passino o automaticamente, mettendo in infusione il the in bustina? Ora che hai una metafora a disposizione, vediamo come trasportarla sul piano dei contenuti e della condivisione.
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In America il “fair use”, in Europa chiudiamo i blog?

Il diritto d’autore online non dovrebbe essere uno strumento per limitare la tua libertà, ma qualcosa che invece serve a tutelarti. Ahimè questo non sembra essere il futuro che ti aspetta se la rete continuerà ad essere vista come un luogo in cui bisogna avere il controllo sui cittadini. L’Agcom potrebbe acquisire a breve il potere di ordinare la cancellazione di qualsiasi contenuto online se sospettato. Scopriamo cosa sta succedendo.

Qualcun’altro vuole usare il diritto d’autore online come scusa per provare a toglierti la libertà d’informazione? Pare sia proprio così. L’Agcom, l’autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni, ha di fatto chiesto ufficialmente di avere maggiori poteri. La richiesta sorprendentemente sembra essere stata accolta a braccia aperte ed approvata alla camera. L’autoritá potrà quindi ordinare la rimozione di contenuti online che anche solo potenzialmente violano il diritto d’autore, senza doversi appellare alle autorità giudiziarie, espandendo quindi la sua area di azione anche sul mondo del web.

Lo scopo è veramente punire i reati contro il diritto d’autore online?

Bufale online, diritto d’autore ed ancillary copyright sono argomenti che nell’ultimo anno sono costantemente sotto la luce dei riflettori. Nel nostro paese che fa fatica a stare dietro alle nuove tecnologie ed ad integrarle nella sua quotidianità, non sono di certo mancate proposte riguardanti il mondo del digitale. Tutte finite male poichè i consumatori hanno scorto dietro quelle promesse di tutela il pericolo di vedersi rubata la possibilità di condividere ed informarsi.

Qualche mese fa una proposta proveniente da Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust ha raccolto parecchio malcontento. L’idea era quella di assegnare ad un organismo statale il compito di monitorare e riconoscere le bufale. Non sono solo le fake news ad essere usate come scusa. Tra gli specchietti per le allodole compare anche il cyberbullismo.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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Diritto d’autore online come funziona adesso?

L’emendamento è stato presentato il 19 luglio 2017 ed approvato alla camera in tempi record! Praticamente il giorno dopo.  Poco più di una settimana prima il presidente di Agcom, Angelo Marcello, ha dichiarato la sua ferma convinzione sulla necessità di una legge contro le bufale online e non solo. La richiesta è stata quella di concedere al più presto all’autorità da parte degli organi legislativi la competenza per agire anche in rete.

Sembra essere andato tutto secondo i piani. In sintesi adesso l’Agcom potrebbe, dopo una segnalazione da parte dei detentori dei diritti, ordinare agli intermediari delle comunicazioni di far cessare istantaneamente una presunta violazione del diritto d’autore. Ma cosa significa all’atto pratico?

È molto semplice. L’autorità potrà chiedere ai prestatori di servizi di non rendere più accessibile un contenuto. Questo accadrà se sospetta che ci sia una violazione del diritto d’autore o dei diritti connessi. Questa censura online preventiva può avvenire anche solo sulla base di un accertamento sommario che attesti che i detentori del diritto d’autore di un contenuto possano venire danneggiati.

Il problema è che, se da un lato si giustifica una tale prepotenza nascondendosi dietro l’obbligo di attuare quelle che sono le direttive europee, dall’altro in realtà si contravviene a quelle che sono le disposizioni europee. L’articolo 9 della direttiva 2004/ 48/CE dice che tali competenze sono delle autorità giudiziarie.

Cosa comporterebbe per te questo cambiamento?

Se tutto dovesse continuare in questa direzione le conseguenze per te e la tua libertà d’informazione e di condivisione sarebbero devastanti. L’agcom guadagnerebbe un nuovo strumento da usare contro i provider di servizi e chi tutela i consumatori come te. Assegnare all’autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni determinate libertà significherebbe:

  • La possibilità che siti e blog vengano chiusi con uno schiocco di dita sotto richiesta dei grandi dell’informazione;
  • Perdere il tuo diritto ad informarti da più fonti;
  • Perdere la possibilità di divulgare e condividere online;

Non tutto è perduto. Questa proposta così come tante altre, cura sicuramente degli interessi, ma non i tuoi o di tanti altri consumatori come te. Puoi far sentire le tue ragioni con la nostra petizione, basta un click per aderire.

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Macchina della censura: cosa sta combinando l’Europa?

Il 24 febbraio 2017 il relatore della Commissione per il Mercato interno e dei Consumatori del Parlamento europeo, Catherine Stihler, eurodeputata, ha pubblicato un progetto in cui illustra il suo parere sulla direttiva rispetto ai diritti d’autore. In questo documento la Stihler lancia un messaggio forte contro la parte più estrema delle proposte della Commissione europea: la “macchina della censura” (i cosiddetti upload filter), riferendosi in particolare all’articolo 13. A seguito viene riportato anche un suggerimento di espandere il copyright ausiliario, che non è riuscito miseramente in Germania e in Spagna, ad ogni paese dell’UE.

direttiva europea ancillary copyright

Quanto è caotica la proposta della Commissione in materia di upload filter?

La “Direttiva e-Commerce” protegge le aziende che operano online dalla responsabilità per il comportamento illegale dei propri utenti, in circostanze limitate. Questo protegge anche gli utenti, in quanto rimuove un incentivo per le aziende di politicizzare ed eliminare contenuti in modo proattivo. La Commissione Europea sta cercando di eliminare questa protezione, ridefinendo le società che ne sono coperte. Quindi ancora una volta si è preferito interpretare nuovamente le norme piuttosto che legiferare effettivamente per modificarle. In maniera ancora più bizzarra, la Commissione ha cercato di farlo in un “considerando” esplicativo pur affermando che non stava cambiando il quadro giuridico.

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A tal proposito, la Stihler propone di eliminare due dei tre paragrafi del “considerando” esplicativo nel progetto di proposta di legge della direttiva sui diritti d’autore, anche se questo andrebbe a modificare pesantemente il restante testo, per adeguarlo alla direttiva e-commerce, e richiedendo inoltre che venga raggiunto un regime di licenza.

Macchina della censura o direttiva utile?

Nell’articolo principale, si elimina criticamente l’obbligo di filtraggio (quindi di possibile censura) da parte della Commissione Europea. Tuttavia, gli accordi di licenza proposti sono poco chiari per quanto riguarda il loro possibile campo di applicazione, processi di giudizio e coinvolgimento significativo degli stakeholder.

Questo progetto può mettere ordine nella formulazione poco chiara della Commissione?

Si mira quindi ad affrontare davvero ciò che la Commissione ha affermato di affrontare: un reddito presumibilmente mancato da parte degli intermediari ai detentori del diritto d’autore. La Stihler ha scelto di precisare tale obiettivo. Anche se va nella giusta direzione, è necessario chiarire come gli accordi di licenza giusti ed equilibrati proposti dovrebbero funzionare in pratica.

Espandere l’esperimento fallito dell’Ancillary Copyright? Catherine Stihler dice “no grazie”!

Citiamo di seguito l’Articolo 13:

Use of protected content by information society service providers storing and giving access to large amounts of works and other subject-matter uploaded by their users.

Contrariamente a quanto proposto all’articolo 13, l’eurodeputata Stihler ha adottato un approccio più diretto all’altro enorme inadempimento della proposta della Commissione: un diritto d’autore accessorio. Si chiede in particolare la soppressione dell’articolo 11, in quanto non è necessario ed esistono altri modi per affrontare i problemi che l’editore deve affrontare, come il rafforzamento dell’applicazione, l’esclusione dai motori di ricerca e l’utilizzo di incentivi fiscali per promuovere il giornalismo. Accogliamo con favore questo suggerimento molto sensato.

Compromesso sull’articolo 13? Gli accademici dicono “no”!

La Stihler ha fatto molta fatica a fissare la sconvolgente confusione della Commissione Europea sulla legge esistente e sulla giurisprudenza consolidata della Corte di Giustizia dell’Unione Europea all’articolo 13 (emendamenti 62-65). Innanzitutto, è andata alla radice del problema e ha rimosso la proposta di una regola di “filtraggio” per il caricamento, un enorme passo avanti. In secondo luogo, la sua sostituzione delle parole “accesso a grandi quantità” con “copyright protected” ha un po’ più senso, mentre i suoi significativi riferimenti ai diritti fondamentali e alla trasparenza degli accordi proposti sono benvenuti. In terzo luogo, è anche notevole che nel paragrafo 2 (n. 64) la Stihler tenta di rafforzare il meccanismo di riparazione (anche se ancora debole).

Passare dal dare nuove regole sul diritto d’autore a mettere su una vera e propria macchina della censura? Basta un attimo! Come possiamo porre rimedio?!

Dopo aver suggerito la cancellazione della proposta dell’Ancillary Copyright, l’eurodeputata cerca di trovare un compromesso significativo sulla proposta di filtraggio per dare uno stop alla macchina della censura. Tuttavia, la proposta della Commissione è estremista e, in ultima analisi, non degna di ulteriore dibattito. La cancellazione è un approccio più sensibile. Questo suggerimento è già stato sostenuto dai principali accademici del copyright come risultato più ragionevole.

Digital Single Market e riforma del copyright: le responsabilità degli intermediari in Europa

La riforma del copyright sta letteralmente spaccando a metà la Commissione Europea. Ogni paio di giorni salta fuori una novità che scongiura sempre più la possibilità di trovare un punto d’incontro tra le parti, specialmente visto che le votazioni finale saranno ad Ottobre. Adesso nel mirino della riforma ci sono gli intermediari della comunicazione. In gioco c’è come al solito il tuo diritto all’informazione.

La riforma del copyright è costantemente oggetto di critica negli ultimi tempi. Sei visto non come un individuo che usufruisce di internet e contribuisce ai contenuti di cui è fatto, ma come un cliente che genera guadagni che qualcuno vuole incassare. Adesso  è il turno degli intermediari della comunicazione e i provider di finire nel mirino. Continua a leggere per scoprire cosa sta succedendo.

Cosa significa intermediario secondo la riforma del copyright

Prima di entrare nel vivo della discussione vogliamo spogliare il discorso dal politichese e spiegarti cos’è un intermediario della comunicazione. Nella riforma del copyright si parla di “Intermediari”. Per intermediari della comunicazione si intendono tutte quelle aziende che fanno da tramite tra chi vuole fornire delle informazioni e le persone che devono riceverle.

Gli intermediari sotto la luce dei riflettori della riforma sono fondamentalmente gli ISPInternet Service Provider  e gli hosting provider. Parliamo di quelle aziende che mettono a disposizione le loro risorse per permetterti di memorizzare e trasmettere dati su internet. In pratica parliamo delle aziende che ti permettono di navigare su internet e su cui sono caricati i siti che visiti.

Di chi è la responsabilità quando c’è un contenuto illegale online?

Gli obblighi ed i diritti degli intermediari della comunicazione all’interno della Comunità Europea sono regolamentati dalla Direttiva 2000/31/CE ovvero la Direttiva sul commercio elettronico. Uno dei concetti più importanti del documento, l’articolo 15, stabilisce che gli intermediari non hanno l’obbligo di monitorare le tue informazioni che immagazzinano. Gli stati membri possono però richiedere al provider di ricevere comunicazioni in caso esso sia a conoscenza di qualsiasi contenuto illegale. Questo divieto ha lo scopo di favorire la crescita del mercato digitale.

Sempre secondo la direttiva, i provider non sono responsabili delle informazioni memorizzate a costo che:

  • Non siano al corrente dell’illecità delle informazioni o delle attività;
  • Agiscano tempestivamente nel cancellare o precludere l’accesso alle attività ed ai dati illegali.

In parole povere, il provider non è responsabile di quello che un altro utente carica sui suoi sistemi anche quando si tratta di materiale protetto da copyright, a meno che non sia direttamente coinvolto con questa attività. Inoltre, anche se il provider non rispetta totalmente le condizioni dell’articolo 14, non vuol dire che sia automaticamente responsabile dell’illecito di questi ultimi. Va provato che l’ISP (il provider) ha di fatto agito in modo da favoreggiare la condivisione del contenuto illegale.

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Secondo chi promuove la riforma del copyright la responsabilità è del provider

Tra le varie proposte all’interno della riforma del copyright, oltre a quelle inerenti all’ancillary copyrightsi parla anche delle responsabilità degli intermediari. La proposta in merito è descritta nell’articolo 13. Questo mira a cambiare totalmente le responsabilità dei provider abolendo la libertà di non monitorare le attività per tutte quelle piattaforme che immagazzinano e offrono accesso a grandi quantità di contenuti.

L’articolo 13 sancisce che se l’intermediario della comunicazione ha un ruolo attivo, esso è automaticamente responsabile dei contenuti caricati dagli utenti. L’unica soluzione diventa quindi applicare delle contromisure come per esempio il monitoraggio dei dati che è in contrasto con la normativa per il commercio online.

In questo modo l’ISP sarà direttamente responsabile di ciò che avviene nell’ambito dei suoi servizi. L’unico modo per un intermediario della comunicazione per non cadere vittima di questa interpretazione discutibile è di essere totalmente conforme alle condizioni dell’articolo 14 della direttiva sul commercio online. Ovvero avere la certezza che il provider di servizi non abbia un ruolo attivo nella condivisione del contenuto illegale.

Cosa cambia per te con l’articolo 13 della riforma del copyright?

Come un po’ in tutti gli ambiti che la riforma del copyright abbraccia, la persona su cui ricadranno le conseguenze di tutto questo sei tu. Quando vengono presi di mira gli aggregatori di notizie quello che ci va a perdere sei tu, poiché si limitano le fonti da cui puoi informarti. Nel momento in cui i provider saranno costretti a monitorare le attività online rischi di perdere il tuo diritto all’informazione.

Monitorare una mole di dati così grande non è qualcosa che può essere fatto manualmente da un essere umano. È quindi qualcosa che gestito con l’aiuto di specifici programmi. La stessa Corte Europea si è dichiarata preoccupata a riguardo durante la sentenza sul caso Sabam-Netlogaffermando che un sistema simile potrebbe ledere alla libertà d’informazione. In quanto potrebbe non essere in grado di distinguere sempre tra un contenuto legale ed illegale, finendo con il creare una vera e propria censura online di contenuti che non hanno nulla di sbagliato.

Questa altro non sembra che l’ennesima prova del fatto che il testo della direttiva sul copyright non tiene minimamente conto dei diritti dei consumatori. Serve solo a cercare tutti i modi possibili per dare in mano a persone come i grandi editori il controllo su cosa può essere su internet, privandoti dei tuoi diritti più fondamentali. Non devi restare in silenzio, puoi difenderti e far sentire le tue ragioni aderendo alla nostra petizione se non l’hai già fatto.

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La nuova proposta sul copyright dell’UE non funzionerà mai!

La campagna che stiamo portando avanti da qualche mese è iniziata prima che le proposte UE sul copyright arrivassero seriamente sotto i riflettori. Quando per limitare i danni si muovono addirittura da Mozilla, da sempre sostenitori della libertà sul Web, vuol dire che stiamo andando nella direzione giusta.

Questo schierarsi dalla parte di chi detiene i diritti, infatti, rende le proposte “disfunzionali, tendenti all’assurdo” secondo Raegan MacDonald, Senior Policy Manager ed EU Principal di Mozilla (intervistata da The Next Web). Sono talmente in disaccordo con le proposte di riforma che hanno una loro campagna attiva, con petizione annessa, per cambiare la disciplina sul copyright.

Uno dei problemi più grandi che la riforma potrebbe generare è che, in effetti, le piattaforme diventerebbero responsabili per tutti i post degli utenti: qualcuno potrebbe denunciare Facebook se un utente (dei circa 2 miliardi attuali) pubblicasse un contenuto protetto da diritto d’autore, che con la nuova riforma accadrebbe praticamente nel 90% dei casi.

I 3 articoli della morte

Poi c’è la questione dei 3 articoli della morte, anch’essi molto discussi: prima di tutto le restrizioni fortissime, e quindi praticamente fatali, per tutto ciò che è basato sul text and data mining (cioè la raccolta direttamente da internet di informazioni da parte di algoritmi e Intelligenze Artificiali). Moltissime startup utilizzano queste tecniche e potrebbero passare dalla parte dei cattivi, risultando così spacciate.

Dopo il data mining c’è l’ancillary copyright a noi tanto caro. Se guardiamo cosa è successo in Spagna e in Germania (per chi si collegasse solo adesso con noi, un fallimento totale) non c’è assolutamente alcun motivo per il quale una riforma che ha fallito a livello nazionale possa funzionare a livello di sovrasistema.

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Il terzo articolo della morte riguarda l’obbligo per le piattaforme di filtrare i contenuti degli utenti tramite dei veri e propri bot da censura per non esserne responsabile. Per capirci, è come se Google dovesse monitorare tutte le immagini che vengono caricate su internet e confrontarle con tutte le immagini coperte da copyright, per capire se ci sono state violazioni.

Non sembra una follia? Senza contare che questo porterebbe a fortissime limitazioni alla nostra libertà di caricare i contenuti come utenti. L’unico modo per operare in un ambiente giuridico del genere sarebbe avere un team di avvocati per negoziare le licenze di utilizzo prima ancora di effettuare qualunque operazione, e per giunta grande abbastanza per affrontare tutte le cause che sarebbero intentate sulla base dei contenuti infringing.

E allora perché mandano avanti la riforma sul copyright?

Appare chiaro che ci siano pressioni politiche da parte degli editori più “svantaggiati”, che invece di guardare avanti vorrebbero tornare indietro a quando avevano pieno controllo sulla pubblicazione e distribuzione dei contenuti.

Forse la UE non sarà mai in grado di avere una legislazione all’altezza se non prende in considerazione il punto di vista di tutti i soggetti coinvolti, dai più grandi ai più piccoli.

Per questa precisa ragione dobbiamo farci sentire!

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Ancillary Copyright: ora ci sono anche le bufale?

I diritti connessi sono una delle tematiche che più sta infiammando le aule del Parlamento Europeo. Le votazioni sull’ancillary copyright sono alle porte. Manca davvero poco alla decisione definitiva della Commissione Europea sulla questione. Stavolta il dito viene puntato sulle bufale online.

Da sempre, infatti, i big del settore della comunicazione cercano di arginare il fenomeno, complesso e complicato, delle bufale online. Queste, infatti, sono un sistema validato per guadagni facili sulla pelle dei consumatori di spregiudicati “briganti del web” che – in barba ad ogni regola e giocando anche un po’ sull’ingenuità e la buona fede degli utenti – creano delle vere reti acchiappa-click capaci di generare introiti consistenti derivanti dal sistema pubblicitario che alimentano.

La discussione in Commissione Europea sull’attuazione della proposta del diritto d’autore europeo per gli editori di stampa e web passa ora ad un livello successivo. A marzo 2017 – infatti – il percorso del Digital Single Market si arena: la discussione è più viva che mai ed oggi sposta la sua attenzione sull’argomento bufale online. Parrebbe che limitare la pubblicazione di quelle poche righe di anteprima potrebbe portare ad arginare il fenomeno delle bufale online provocando, però, un corto circuito nella libertà di condivisione (e, soprattutto, di espressione) degli utenti prima, dei consumatori poi. Perché? Cerchiamo di capirlo insieme!

Digital Single Market: la vera soluzione alle bufale online? Non proprio!

Si parla di diritti connessi già da un po’. Sull’argomento abbiamo scritto e continueremo a scrivere tanto poiché la tua tutela è, per noi, importante almeno quanto il tuo diritto all’informazione (se non di più, eh). La questione è ormai al giro di boa e le votazioni finali per la riforma del copyright: l’approvazione del Digital Single Market è qui. Facciamo un piccolo riassunto della situazione per comprendere verso quale direzione stiamo andando.

La posizione del gruppo europarlamentare dei EPP

L’infinita battaglia sull’ancillary copyright continua. Il primo avvenimento che ha dato la speranza di riuscire a fermare la nuova direttiva europea sul copyright è stato a marzo di quest’anno. Therese Comodini Cachia – europarlamentare appartenente al gruppo dei EPP, ha espresso in modo chiaro e preciso cosa pensa a proposito della questione…

Sull’articolo 11 ed i piccoli editori

Sull’articolo 11 – quello relativo al diritto dei pubblisher – il gruppo EPP ha grossi dubbi sul fatto che la sfera digitale possa essere in qualche modo controllata da alcuni aggregatori di notizie e fornitori di servizi online a favore delle proprie attività. La paura più grande è che, senza corrispondere un pagamento adeguato ai creatori di contenuti, la produzione degli stessi sia a rischio. Secondo l’EPP, infatti, la soluzione sarebbe quella di garantire una certezza giuridica per la licenza ad utilizzare parti (anche minime, come l’anteprima di un link) di quel contenuto.

Questo servirebbe – in teoria – a rafforzare la posizione dei pubblisher. In realtà, a conti fatti, questo tipo di iniziativa danneggerebbe l’intero sistema di informazione libera per varie motivazioni: in primis, non tutti i magazine online, blogger e altri siti potrebbero permettersi tale ipotizzata spesa. Altra questione è il mutuo (e tacito) “scambio di favori” tra aggregatori di notizie, siti di news e piccoli e grandi editori: spesso, testate minori non hanno la forza economica di ripagare tutti i creatori di contenuti e l’intera garanzia di pluralità andrebbe a farsi “friggere”. I piccoli magazine, infatti, grazie ai siti demonizzati nella proposta di direttiva alimentano un flusso sicuro e costante al creatore di contenuti quando “anticipano” il suo contentuo. Flusso di utenti senza il quale, forse, molti avrebbero chiuso. Altra considerazione da fare è che – se questa riforma dovesse passare – piccole e grandi imprese digitali dovrebbero cercare fonti alternative “di guadagno” e di visibilità. Uno scenario probabile potrebbe essere quello di aumentare la presenza di pubblicità sul sito, ad esempio. Insomma, forse gli EPP non hanno pensato alle conseguenze della direttiva sull’ancillary copyright? Sembrerebbe di no!

L’ancillary copyright non salvaguarderebbe gli utenti dalle bufale online a favore del giornalismo di qualità, anzi. Sembrerebbe quasi un modo per favorirle, visto che rappresentano un modo (molto facile) per fare click e – quindi – introiti.

Il “value gap”, lo sconosciuto dell’articolo 13

Anche sul “value gap” – ovvero l’articolo 13 della direttiva proposta – l’EPP ha una posizione ben salda. Secondo l’eurogruppo “le piattaforme sono di grande importanza per il pluralismo dei media e la libertà di espressione”. Se ci si ferma a questa prima espressione, sembrerebbe crollare tutto l’impianto per cui questa direttiva limiterebbe la libertà di espressione. Leggendo, però, ancora si chiarisce come una tassa sui contenuti e sui link sia chiaramente dannosa per il consumatore: “tuttavia, la libertà di creazione artistica costituisce un altro aspetto di una società libera e, a questo riguardo, l’emergere di piattaforme online crea nuove difficoltà nell’applicazione dei diritti di proprietà intellettuale”. Insomma, secondo la direttiva (e la posizione dell’EEP) le piattaforme rendono complesso il riconoscimento artistico e della relativa proprietà intellettuale del prodotto autoriale.

Il problema del gap di valore, invece, dovrebbe focalizzarsi sul fatto che l’Europa è lenta nell’adeguarsi all’evoluzione del mercato e dell’innovazione. Un esempio su tutti è quello dell’industria musicale e la pirateria. Si è cercato di bloccare il fenomeno dello sharing oline attraverso continue sanzioni e chisure forzate delle piattaforme che “spacciavano” musica illegalmente, in barba al diritto d’autore e al riconoscimento – economico, ma non solo – all’artista. Non si è, però, cercato una soluzione definitiva al problema cercando di comprendere l’innovazione e di trovare regole e strutture legislative per cavalcare l’esigenza e non per contenerla. Ecco allora che oggi, finalmente, arrivano servizi come Spotify che – in barba ad ogni predizione nefasta – riesce ad incrementare la vendita di dischi e non ad uccidere definitivamente il mercato musicale.

Lo stesso discorso dovrebbe essere applicato ai contenuti digitali: invece di “spremere” ogni centesimo da un lato e dall’altro (aggregatori, siti, blogger, influencer – solo per nominarne alcuni), bisognerebbe comprendere le attuali necessità del mercato e dei consumatori e dialogare con tutti gli attori in campo per arrivare a soluzioni condivise e, soprattutto, efficaci. Non trovi?

In questa categoria – quella delle piattaforme online che dovrebbero sopperire a quello che chiamano “gap value” – dovrebbero rientrare anche gli ecommerce. Secondo l’EPP, infatti, essendo queste piattaforme impegnate in una “comunicazione al pubblico” non sono esenti dalla responsabilità del diritto d’autore. Anche una scheda prodotto che cita il prodotto originale utilizzando una piccola porzione di testo della descrizione prodotto di un brand che viene rivenduto (in modo assolutamente legale) diventa un problema. Insomma, vogliamo davvero questo?
Come potrebbe questo tipo di ragionamento esulare dal fatto che molti brand, piccoli editori, blogger spesso non hanno la forza economica di proporsi al grande pubblico e riuscire a “mantenersi da soli” oppure, spesso, è un accordo tra aggregatore o piattaforma che sia, essere ripagati in mutuo scambio di contenuti, visibilità e traffico? La diatriba è appena all’inizio!

Le eccezioni: testi, dati, significati e panorami (non quelli che vedi in vacanza)

I testi ed il data mining sarebbero – secondo l’EPP – fuori da questo ragionamento. Solo, però, alle organizzazioni di ricerca senza ampliare questa eccezione al mercato perché troppo esteso e pregiudicherebbe, in poche parole, gli interessi legittimi del titolare del diritto.

Ovviamente, questo diritto non apparterebbe agli utenti e ai loro contenuti spontanei (conosciuti come UGC) perché “devierebbe” gli articoli precedenti una eventuale eccezione. Bene, editori sì, utenti no: molto divertente (e coerente, soprattutto).

La questione del “Panorama”, poi, dovrebbe essere lasciata ai singoli stati membri.

Therese Comodini è intanto tornata ai suoi doveri a Malta lasciando il posto di relatore della JURI al collega tedesco Axel Voss, membro del EPP il Partito Popolare Europeo.  Vorrebbero quindi forzare la mano sul value gap ovvero la differenza di remunerazione tra chi crea un contenuto e chi lo diffonde. l’EPP riconosce la grande importanza delle piattaforme per la pluralità d’informazione e la libertà di espressione, per qualche strana ragione però vede gli aggregatori di news come qualcosa che indebolisce la difesa del diritto d’autore.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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I diritti connessi possono combattere chi inventa bufale per fare soldi

Quello delle bufale online è un problema sentito più che mai in questo periodo insieme all’ancillary copyright. I due argomenti non erano mai stati correlati tra loro. A quanto pare secondo alcuni, l’entrata in vigore dell’ancillary copyright a tutela dei grandi editori non andrebbe a minacciare il tuo diritto all’informazione.  Si parla addirittura del fatto che potrebbe proteggerlo combattendo le bufale in rete.

Il discorso ruota tutto intorno al poterti offrire un giornalismo di qualità grazie ai guadagni derivanti dall’entrata in vigore della riforma. È davvero così? Si tratta dell’ennesimo tentativo di offrirti un apparente vantaggio dell’ancillary copyright? Dopotutto niente collega le due cose in modo diretto. Andrebbe realmente analizzato se la link tax, l’altro nome con cui la riforma viene chiamata, possa davvero limitare la pubblicazione e la diffusione delle bufale sul web. Ecco quali sono le cose di cui dovresti tenere conto prima di farti un’opinione a riguardo:

  • Un editore con un maggiore introito può investire maggiori risorse in una maggiore ricerca delle fonti di una notizia; l’ancillary copyright mira proprio ad aumentare gli introiti dei grandi editori;
  • Non esiste un elemento che colleghi concretamente la prevenzione delle fake news con l’ancillary copyright. Il più delle volte chi diffonde le bufale online non ha interesse nel produrre contenuti di qualità; anzi, queste persone mirano esattamente alla disinformazione o non hanno interesse nella veridicità delle notizie che pubblicano. Dopotutto il loro scopo è avere sempre più click per guadagnare;
  • L’eventuale impatto della link tax sulla diffusione delle fake news sarebbe trascurabile poiché chi ha interesse a proporre un giornalismo di qualità, lo fa già da adesso.

Perché la questione del giornalismo di qualità è una bufala?

La soluzione, secondo l’Europa, è quella di puntare sul giornalismo di qualità per combattere le bufale online e il loro proliferare sul web. Limitare la libertà di condivisione e di espressione a favore della speranza di un giornalismo di qualità, etico ed alimentato da fonti certe e verificate? Questo è davvero uno scenario possibile in un mondo, quello del giornalismo, dove i budget sono sempre ridotti all’osso e le verifiche sulle fonti quasi inesistenti? Uno scenario possibile quello in cui tutto viene regolato (i giornali) da budget che dipendono, soprattutto, dal numero di lettori e click e non più dalla tiratura fisica dei giornali. Sono i sistemi pubblicitari – diciamoci tutta la verità, – a sostenere la vita (molto debole) dei magazine online, dei blog e della schiera di giornalisti che – sempre di più – vedono la propria professionalità purtroppo sottopagata e schiava di un sistema che si regge su quante visite fa il tuo articolo quanti follower hai e possiamo sfruttare.

Partendo da questa considerazione, è davvero possibile che il giornalismo di qualità salvi il mondo (del web) dalle bufale online? Forse stiamo sopravvalutando il giornalismo o sottovalutando il fenomeno? A te la risposta!

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Quando anche in politica è tutta una questione di copyright

Il copyright per una legge sui vitalizi? In Italia succede anche questo. Quando c’è da raccogliere i frutti di qualcosa tutti vogliono essere sotto i riflettori e prendersene il merito. Quando però le cose vanno male è sempre colpa degli altri. È davvero così importante di chi è il merito di qualcosa quando a guadagnarci sono tutti? Scopriamo cosa è successo.

Risulta strano vedere discorsi simili a quelli sul copyright quando si parla di leggi che dovrebbero essere un patrimonio comune. Il mese scorso è stata votata a Montecitorio la proposta di legge sullabolizione dei vitalizi dei parlamentari con il pdl Richetti. Da questa votazione è scaturita una diatriba tra Partito Democratico e Movimento 5 stelle. Qui non ci interessa tanto focalizzarci sull’orientamento politico, mettiamolo subito in chiaro ma come il copyright (e le modifiche che vengono proposte in parlamento europeo in questi giorni) non è una questione così lontana dalla vita di tutti i giorni. Una questione – quella dell’ancillary copyright – che riguarda anche il linguaggio politico, quello dei quotidiani e, più in generale, quello dell’informazione.

Analizziamo la vicenda sulla paternità dell’espressione “no ai vitalizi”, argomento del contendere fra PD e Movimento 5 Stelle. Ripetiamo, evitiamo ogni giudizio di valore perché non è tanto il colore politico ad interessarci in questo momento quanto, soprattutto, l’impatto che il copyright e le sue modifiche possono avere nella nostra vita quotidiana. Sei pronto? Capiamo cos’è successo!

I vitalizi sono stati aboliti e c’è chi quasi parla di copyright

Il pdl Richetti è approdato alla camera poco meno di un mese fa. Il risultato probabilmente ha superato anche le aspettative più rosee. Sebbene vi siano stati voti contrari e addirittura banchi vuoti durante la votazione, la proposta non ha avuto problemi a farsi strada grazie all’unione delle forze tra PD, M5S e Lega. Molti infatti, piuttosto che mostrare pubblicamente che erano contro l’abolizione dei vitalizi hanno preferito non presentarsi direttamente.

Cosa succede però al tavolo dei vincitori? Una volta che la proposta ha fatto rotta verso il senato sono iniziati i primi battibecchi. La legge porta la firma di Matteo Richetti del PD che è stato ben contento di ricevere manforte dal Movimento 5 Stelle, ma che al contempo ci tiene a precisare e a calcare la mano sulla questione che la paternità è del Partido Democratico e che i pentastellati, sebbene non abbiano mai fatto mistero di volere ritoccare i vitalizi, si siano aggiunti a questa manovra solo di recente.

Beppe Grillo dal canto suo taglia corto affermando che la politica non dovrebbe essere una questione di meriti o copyright, ma una questione di morale. Se il PD ci tiene tanto alla paternità della legge possono tenersela. Questo avvenimento ha dato parecchio da pensare a molte persone. Quando qualcosa dovrebbe essere fatto per il bene comune come per esempio una legge, ha davvero senso accanirsi al punto da quasi voler estromettere tutti gli altri che non facevano altro che fare i nostri interessi. Qualcosa di simile succede anche quando parliamo di informazione.

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Nessuno vuole che Internet sia posto dove non esista Copyright

Su internet succede sempre più spesso qualcosa di molto simile a quello che è successo nelle nostre aule. Qualcuno che tendenzialmente dovrebbe fare dell’informazione la sua missione finisce con il mettere il suo profitto davanti ai nostri diritti. Questo capita sempre più spesso nel mondo delle notizie dove i grandi editori usando la tutela della loro proprietà intellettuale come scusa cercano una nuova fonte di guadagno grazie all’ancillary copyright che limita la possibilità di blogger e piccoli editori di condividere i link delle testate più grandi, imponendo di fatto una link tax.

Il mezzo che le grandi case editrici stanno usando per raggiungere lo scopo è quello di spingere sempre con forza sulla riforma del copyright, la proposta che già da un po’ è discussa tra i banchi dell’Unione Europea rischia di farci perdere il nostro diritto all’informazione grazie all’articolo 11 della riforma. È bene specificare che nessuno si sognerà mai di negare ad un editore la paternità e i gadagni dei contenuti che portano la loro firma.

Resta però che, chi fa delle notizie la sua professione dovrebbe avere a cuore la possibilità degli utenti di portersi informare. Cercare soluzioni alternative affinchè possa esserci un guadagno senza penalizzare noi cittadini dovrebbe essere la priorità di ogni giornalista, anche perchè altrove provvedimenti simili a quelli che i grandi editori invocano a gran voce hanno portato non pochi problemi e non fanno bene a nessuno, ecco qualche esempio:

  • Se siti di aggregazione come Google News dovessero vedersi costretti a pagare per linkare delle notizie ci andrebbero a perdere anche gli editori che, non vogliono sicuramente rinunciare al traffico che arriva da siti esterni ai loro.
  • Imporre un costo a chi fa da tramite tra noi e la fonte della notizie significa correre il rischio che per ovviare a quei costi saremo noi consumatori ad avere meno servizi e fonti d’informazione o addirittura dover pagare per informarci.

Il nostro diritto ad informarci non dovrebbe essere messo da parte per l’avidità di qualcun’altro. Le case editrici possono trovare una strada alternativa per tutelare il diritto d’autore delle loro creazioni senza danneggiare noi consumatori. Se non vuoi perdere il tuo diritto all’informazione fatti valere, il primo passo è firmare la nostra petizione se non l’hai già fatto.

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Piccoli editori digitali addio?

Le nuove norme sul copyright elimineranno per sempre i piccoli editori, una delle risorse più importanti per il nostro diritto all’informazione?

Non si contano più le associazioni che si dicono preoccupate a causa delle nuove norme sul copyright. Quelle più in allarme, ne hanno tutte le ragioni, sono quelle che rappresentano i piccoli editori. La nuova riforma di internet verrà approvata entro la fine del 2017, comprenderà norme che abbracciano gli e-commerce, la telefonia ed i provider di internet, ma maggiormente avrà un impatto devastante sul diritto d’autore.

L’articolo 11 della link tax logicamente è una manna dal cielo per i grandi editori. Le grandi realtà editoriali spingono con forza per vedersi riconoscere nuovi fonti di guadagno a partire da internet. Sono i piccoli editori ed i consumatori che invece verrebbero danneggiati da questo provvedimento a causa della sola soluzione che è stata proposta, l’ancillary copyright. Vediamo nello specifico cosa sta succedendo e a cosa andiamo incontro.

Ancillary copyright: come funziona

L’articolo 11 della manovra piace molto ai grandi editori che, vedono in esso la soluzione ai loro problemi sul copyright. Nessuno mette in dubbio che sia giusto proteggere i propri contenuti da chi se ne appropria senza scrupoli. Cercare però di farlo con l’ausilio dell’ancillary copyright non è davvero una soluzione. La tassa sui link obbligherà a pagare una fee al creatore di un contenuto ogni qualvolta quel contenuto venga:

  • condiviso;
  • linkato;
  • ripresentato anche parzialmente.

Questo va parecchio contro la filosofia di internet che può essere riassunta come: “guarda, ho trovato questa cosa che mi è piaciuta e credo la troveresti interessante o utile. Ti va di leggerla?

Il provvedimento danneggia un po’ tutti, anche i grandi editori. Questo è esattamente quello che è successo nei paesi in cui norme simili sono state già adottate. In Spagna Google Noticias è stato chiuso. In Germania i grandi editori dopo che Google ha smesso di linkare i loro contenuti, quindi l’affluenza di visite ai loro siti è diminuita spaventosamente, hanno fatto marcia indietro.

Perchè l’ancillary copyright danneggia sia i piccoli editori che noi consumatori?

La riforma sul copyright ha alla base alcune motivazioni che non hanno nulla di sbagliato. Per i grandi editori fare in modo di essere pagati per i propri diritti ausiliari significa di fatto tutelarsi da quelle persone che, copiano senza rimorsi i contenuti che trovano in rete senza neppure citare le fonti e con il solo scopo di guadagnarci.

D’altro canto però i grandi editori hanno scelto la via più semplice per risolvere il problema e la loro scarsa capacità di progredire insieme alla tecnologia; ignorando di fatto gli utenti della rete che si trovano ad essere vittime della fama di soldi. Infatti con l’entrata in vigore della norma:

  • Farebbe in modo di aggiungere ulteriori passaggi all’iter che porta una notizia dalla sua fonte a noi consumatori, allungando i tempi necessari ad informarsi;
  • Il nascere di nuove somme da pagare per un’azienda si riflette in un aumento dei prezzi per il consumatore finale.
  • I piccoli editori invece si ritroverebbero a dover pagare cifre proibitive che li costringerebbero a chiudere bottega e quindi a limitare la nostra scelta di fonti da cui informarci.

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Dobbiamo difendere il diritto ad informarci così come il copyright

A differenza di quello che vogliono farci credere la normativa così come è presentata ora non è per nulla l’unica soluzione esistente per tutelare il diritto d’autore. È chiaro come sia necessario stilare una normativa che sia univoca per tutti i paesi dell’Unione Europea, ma questo non può e non deve andare a discapito dei consumatori.

Cosa possiamo fare quindi per evitare che ci venga tolto il nostro diritto ad informarci? L’unica soluzione è far sentire la nostra voce e dire chiaramente che noi consumatori non siamo solo quelli a cui va venduto un prodotto, ma persone che abitano il web tanto quanto il mondo reale.

Ancillary copyright: come tutelarsi da chi vuole toglierci il diritto all’informazione

La normativa così com’è adesso al vaglio, è un vero e proprio pericolo per la nostra libertà di informazione e di divulgare quello di cui veniamo a conoscenza. Cosí come i grandi editori sentono la necessità di vedere riconosciuti i loro diritti in quanto creatori di un contenuto, noi sentiamo il bisogno di vedere riconosciuto il nostro diritto a poterci informare. La normativa può essere cambiata; per farlo serve l’impegno di tutti, basta aderire alla nostra petizione.

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