I contenuti che postiamo sul web sono ancora nostri? Come funziona il copyright su Internet

Uno degli aspetti più belli di Internet è il fatto che chiunque può portare un contenuto all’attenzione di milioni, forse miliardi di persone, nel giro di pochi secondi. Ma è anche uno degli aspetti più brutti di Internet, perché una volta postato quel contenuto non è più necessariamente di proprietà dell’autore.

Quando ci iscriviamo a un qualunque servizio o piattaforma accettiamo dei termini di servizio (per capirci, quelle caselline che quasi tutti spuntano senza leggere) e, molto spesso, questo può significare che le foto del nostro gatto che abbiamo postato su Internet, oppure l’album delle nostre vacanze, potrebbero non essere più esclusivamente nostri.

Come funziona il copyright su Internet

La notizia buona è che il funzionamento del diritto d’autore, o copyright, è semplicissimo: quando qualcuno crea una qualsiasi opera, da uno scritto a un disegno a un video, ne assume automaticamente il copyright. Non ci sono moduli da compilare o pratiche burocratiche da sbrigare.

Lo stesso principio si può applicare sul web, quando pubblichiamo online un contenuto questo diventa nostro in automatico e ne deteniamo tutti i diritti, fino al punto di poter intraprendere azioni (legali o meno) se qualcun altro cerca di farlo passare come proprio.

Il tutto è applicabile alle “opere di ingegno”, quindi scritti, brani musicali, filmati, e quant’altro, ma non a fatti, idee e sistemi di utilizzo delle idee, per quelli è meglio tutelarsi anche legalmente. Poi arriva la questione dell’utilizzo, che ci tocca più da vicino.

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Non è semplicissimo da spiegare, ma facciamo finta che qualcuno voglia commentare questo articolo in altra sede: può usarne un pezzettino (uno snippet, poche parole), ma non riprodurlo completamente, per non ledere la proprietà intellettuale dell’opera, che in linea di massima sarebbe mia. In linea di massima perché dipende anche dal luogo in cui questo articolo è pubblicato: qui torniamo ai famosi termini e condizioni di utilizzo.

Termini e condizioni

Se postiamo su Facebook le foto del nostro gatto, sono ancora nostre? Sì, certamente, ma nel momento in cui le carichiamo sui server di Facebook (o di qualunque altra piattaforma) ne stiamo cedendo in parte i diritti, nello specifico una licenza per riutilizzarle per vari scopi. E se Facebook usa la foto del nostro gatto a noi non tocca nemmeno un centesimo.

Per esempio, le piattaforme più usate definiscono così: su Facebook la licenza è “non esclusiva, trasferibile, cedibile a terzi, royalty-free, in tutto il Mondo”; su Twitter è “in tutto il Mondo, non esclusiva, royalty free, con il diritto di cederla a terzi”.

I termini sono volutamente vaghi e complessi da capire, perché le piattaforme hanno bisogno di un certo spazio di manovra per funzionare, il che significa lasciare agli altri utenti e ad altre piattaforme la licenza di condividere i nostri contenuti o mostrarli in una ricerca.

Per questo, per quanto possa essere noioso, dovremmo sempre leggere i termini di servizio prima di accettarli, altrimenti potrebbe succedere che i nostri contenuti (le nostre foto personali, ad esempio) siano concessi in licenza ad aziende terze.

Come proteggere i contenuti?

Se proprio non vogliamo esporci al rischio che qualcuno possa vedere e riutilizzare i nostri contenuti, meglio tenerli offline o su un sito di nostra proprietà. Altrimenti basta trovare un servizio con termini e condizioni di nostro gradimento, per esempio che concedono alla piattaforma solo il diritto di mostrarli e/o modificarli senza cederne i diritti a terzi.

Insomma, alla fine della fiera possiamo stare tranquilli, non c’è da preoccuparsi più di tanto.

Ma tutto questo potrebbe cambiare nel momento in cui dovessimo perdere il diritto a condividere contenuti degli altri (e di conseguenza anche i nostri).

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Monopolio SIAE: è davvero finita?

Quanto costa davvero difendere il copyright in Rete?

Non se n’è parlato molto, ma lo scorso 16 ottobre è apparso in Gazzetta Ufficiale il decreto legge 148 (il “collegato fiscale” alla Legge di Bilancio), deciso dal Governo, e si parla di liberalizzazione della raccolta dei diritti d’autore. Ma che cosa significa precisamente?Troviamo all’interno del decreto una disposizione che riguarda la raccolta dei diritti d’autore: prima di quella data in Italia il compito della gestione dei diritti d’autore era affidato per legge alla SIAE, la quale operava in regime di monopolio. (il famoso monopolio SIAE di cui si parla ormai da anni).

Come tutti sappiamo, il monopolio SIAE dei diritti d’autore in Italia è sempre stata una situazione molto chiacchierata poiché estremamente limitante, e soprattutto era in contrasto con la direttiva europea Barnier che, invece, dettava la linea della liberalizzazione del settore del diritto d’autore.

Per cui in Italia per non arrivare a scontri con l’Unione Europea, il Governo ha decretato la liberalizzazione del settore, dichiarando quanto segue:
«È superato il monopolio della Siae in materia di raccolta dei diritti d’autore» recita il comunicato stampa, una formula che sembra porre per sempre fine al monopolio SIAE. Ma è davvero così?

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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Monopolio SIAE: è davvero finita?

E invece no: perché tra le righe del testo di legge compare la nota secondo cui le società e le aziende che possono operare nella raccolta dei diritti d’autore – facendo concorrenza alla SIAE – devono necessariamente essere «enti senza fine di lucro, e a base associativa».
Questa nota, che sembra di poco conto, automaticamente esclude la più famosa concorrente di SIAE in Italia, ovvero Soundreef, che già vanta tra i propri clienti Fedez, Rovazzi e Gigi d’Alessio: Soundreef infatti è una società privata e anche con la nuova disposizione continuerà a non poter concorrere legalmente con SIAE.

Praticamente gli unici enti a livello comunitario con le caratteristiche indicate dal decreto sono le omologhe di SIAE negli altri Paesi, i quali però lavorano in accordo con SIAE quando si tratta di gestirne i diritti sul territorio italiano.

Quindi un artista in Italia può anche affidarsi a una società straniera europea, ma paradossalmente non farebbe altro che compiere un inutile giro più lungo, perché i suoi diritti passerebbero comunque al vaglio di SIAE. Il monopolio non finisce qui, insomma.

La materia dei diritti d’autore è in ogni caso molto complessa, e difficilmente un decreto avrebbe potuto risolvere la questione: è necessaria la regolamentazione.
L’ideale sarebbe prendere le mosse da modelli di regolamentazione già applicati in altri settori: un unico centro di controllo che si occupi soltanto della supervisione, e, separata, la struttura capillare che si occupi della circolazione delle licenze e dei pagamenti.

Questa strada però richiederebbe una scissione delle due anime della SIAE, ma sembra mancare la volontà politica per farlo. Insomma, siamo salvi da infrazioni delle direttive europee, ma la liberalizzazione vera e propria è molto lontana ancora: la fine del monopolio SIAE non sembra così vicina.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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Che cos’è l’Ancillary Copyright e perché tutti dovremmo saperne di più

“Tra un po’ ci toccherà pagare anche i link che condividiamo!” Ah no, l’espressione giusta era “l’aria che respiriamo”. Però insomma, forse ho reso l’idea.

Periodicamente (da qualche anno, ormai) si discute di una serie di provvedimenti proposti dall’Unione Europea per tutelare (ricordati bene questa parola perché ci torneremo più avanti) meglio i contenuti protetti da diritto d’autore. O meglio, per attualizzare la giurisprudenza vigente che era rimasta un po’ indietro già dopo la prima diffusione delle tecnologie digitali, ma risultava esserlo ancor di più dopo la loro diffusione di massa. A dire tutta la verità, le premesse facevano ben sperare. Cito testualmente dalla relazione della Commissione Europea COM(2016) 593 final, del 14 settembre 2016 (curiosità: la stessa che vieta di fotografare le opere d’arte nei musei).

“L’evoluzione delle tecnologie digitali ha cambiato il modo in cui le opere e altro materiale protetto vengono creati, prodotti, distribuiti e sfruttati. Sono emersi nuovi usi, nuovi attori e nuovi modelli di business. […] Per i consumatori, si sono aperte nuove opportunità di accesso a contenuti protetti dal diritto d’autore. Sebbene gli obiettivi e i principi stabiliti dal quadro UE in materia di diritto d’autore rimangano tuttora validi, occorre adattarsi a queste nuove realtà. Un intervento a livello dell’UE si rende necessario anche per evitare una frammentazione del mercato interno. In questo contesto la strategia per il mercato unico digitale adottata nel maggio 2015 ha individuato la necessità di “assorbire le differenze fra i diversi regimi nazionali del diritto d’autore e aprire maggiormente agli utenti l’accesso online alle opere in tutta l’UE”, […] favorire nuovi utilizzi nei settori della ricerca e dell’istruzione e chiarire il ruolo dei servizi online nella distribuzione di opere e altro materiale.”

Una premessa sacrosanta, non c’è che dire. Però seguimi un altro po’ perché ora viene la parte bella. Nel dicembre 2015 la Commissione aveva già delineato una serie di azioni mirate e una visione a lungo termine per un aggiornamento delle norme UE, ma naturalmente erano rimaste in sospeso diverse problematiche. E infatti la proposta continua:

“L’evoluzione delle tecnologie digitali ha fatto emergere nuovi modelli di business e ha rafforzato il ruolo di Internet quale principale mercato per la distribuzione e l’accesso ai contenuti protetti dal diritto d’autore. Nel nuovo contesto i titolari di diritti incontrano difficoltà nel momento in cui cercano di concedere una licenza e di essere remunerati per la diffusione online delle loro opere, il che potrebbe mettere a rischio lo sviluppo della creatività europea e la produzione di contenuti creativi. […] Infine, gli autori e gli artisti (interpreti o esecutori) hanno spesso scarso potere negoziale nei rapporti contrattuali all’atto della concessione di una licenza per i loro diritti. Spesso vi è poca trasparenza sui proventi derivanti dall’utilizzo delle loro opere o esecuzioni, il che alla fine incide negativamente sulla loro remunerazione. La proposta include misure volte a migliorare la trasparenza e ad instaurare rapporti contrattuali più equilibrati tra gli autori e gli artisti (interpreti o esecutori) e coloro cui essi cedono i loro diritti.”

Rapporti più equilibrati tra gli autori dei contenuti (quindi detentori dei diritti) e chi li utilizza, altrimenti i creatori di contenuti rischiano di non poter più esercitare il loro ruolo. La categoria includerebbe anche gli editori delle testate giornalistiche:

“Un’equa ripartizione del valore è altresì necessaria per garantire la sostenibilità del settore dell’editoria giornalistica. Ad oggi gli editori di giornali riescono difficilmente a concedere licenze per le pubblicazioni online ricavando una quota equa del valore che esse generano, il che, in ultima analisi, potrebbe pregiudicare l’accesso dei cittadini all’informazione. La proposta prevede, per gli editori di giornali, l’introduzione di un nuovo diritto mirante a facilitare la concessione di licenze online per le pubblicazioni, il recupero dell’investimento e il rispetto dei diritti.”

Insomma, un lettore poco attento potrebbe interpretare il testo quasi come un’accusa di concorrenza sleale alle tecnologie digitali, che siccome sono più accessibili (e molto spesso gratuite) stanno piano piano sgretolando le entrate degli editori dei giornali, che quindi producono meno informazione per i liberi cittadini dell’UE, che non rinunciano mai alla loro informazione quotidiana quando le loro carrozze trainate da cavalli si accingono a trasportarli lungo il tragitto casa-lavoro.

Un lettore attento, invece, potrebbe capire che la Commissione sta proponendo di introdurre una vera e propria tassa per bypassare tutte le aree grigie del diritto d’autore sui contenuti digitali. Questa tassa è stata quasi subito battezzata “link tax”, perché i soggetti più colpiti sarebbero gli aggregatori di notizie e i social network, piattaforme sulle quali tutti condividiamo ogni giorno notizie e contenuti provenienti da altre fonti, utilizzando un link.

Come facciamo a distinguere qualcosa che ci interessa in questo marasma di link condivisi? Siano benedette quelle poche parole, in genere non più di due righe di testo, che compaiono come anteprima accanto a ciascun link (il termine tecnico è snippet). Le suddette poche parole in questione, ovviamente, sono scritte dallo stesso autore del contenuto che stiamo condividendo, e questo secondo la Commissione può costituire una violazione del suo diritto di essere equamente ricompensato per il lavoro che ha svolto.

Se vogliamo, è un allargamento del copyright inteso nella maniera classica: il contenuto è mio, quando qualcun altro lo usa è giusto che mi venga corrisposto qualcosa in cambio. In questo caso, il diritto scatta anche nel caso in cui qualcuno utilizzi una (piccolissima) parte del contenuto per portare all’attenzione di altri il contenuto stesso. In italiano si definisce “diritto connesso”, meglio conosciuto nel Mondo come ancillary copyright (letteralmente, copyright supplementare, aggiunto). C’è addirittura chi la chiama Google-tax, siccome in Germania e in Spagna dei provvedimenti già approvati hanno causato fortissimi danni (fino alla chiusura, nel caso della Spagna) ad alcuni servizi di Google e altri aggregatori, primo tra tutti Google News.

Tutto questo può sembrare quanto meno anacronistico oltre che concettualmente errato: nell’atto stesso di “linkare” un contenuto, non sto forse conferendo ad esso una visibilità maggiore, aumentando la probabilità che venga scoperto (e ricondiviso) da altri utenti come me? I link sono le strade che guidano i navigatori di Internet da un punto all’altro, attaccare loro è come attaccare Internet stesso, per giunta con una motivazione che può sembrare illogica e contro-intuitiva.

Se ci tolgono la possibilità di linkare liberamente quello che vogliamo non è più difficile informarci e capire verso quali pagine stiamo andando? O peggio, i fornitori di servizi, gli editori e in generale i soggetti interessati potrebbero scaricare la maggiorazione di costo sugli utenti finali, quindi su te, me e tutti gli altri che usano Internet. Facendo una semplificazione, alla fine i link li dovremmo pagare noi, o peggio dovremmo addirittura smettere di utilizzarli.

Per darti un’idea più chiara abbiamo un esempio in casa nostra, dove è già successo con i dispositivi elettronici: hai notato che i prezzi di uno stesso smartphone o computer in Italia sono più alti rispetto ad altri Paesi? Devi ringraziare la legge sull’equo compenso, voluta dall’allora ministro Bondi per tutelare i detentori di diritti su film e musica. Per il semplice fatto che qualcuno potrebbe archiviare file ottenuti in modo illegale (cioè scaricati senza pagarli) paghiamo una vera e propria tassa preventiva sulle memorie dei dispositivi elettronici. Brutta storia, no? Ora prova ad estenderla a tutti i contenuti linkabili su Internet, un massacro! Per tutelare i diritti di chi, poi?

Ecco, torniamo alla parola tutela. L’enciclopedia Treccani, tra le definizioni, ne riporta una molto significativa:
“Difesa, salvaguardia, protezione di un diritto o di un bene materiale o morale, e del loro mantenimento e regolare esercizio e godimento (da parte non solo di un individuo ma anche di una collettività)”.

Forse per capire da quale parte stare dovremmo chiederci qual è il diritto più importante da tutelare, tra il diritto degli autori dei contenuti a essere equamente compensati, quello degli editori a dividere i compensi con tutti coloro che utilizzano i contenuti e quello degli utenti finali (che poi siamo tutti noi) di reperire e condividere le informazioni in maniera più o meno libera.

Non c’è da sorprendersi che ognuno porti acqua al suo mulino: gli editori spingono per una regolamentazione che consenta loro di continuare a guadagnare con il modello di business attuale, qualcun altro come OpenMedia promuove campagne come #SavetheLink, supportata dal Partito Pirata e qualche altro gruppetto in quel di Bruxelles (sede del Parlamento Europeo).

Indipendentemente da come la pensi, forse è il caso di reperire informazioni, farti un’opinione sulla questione e agire di conseguenza, perché la situazione è più seria di quello che può sembrare.

Se vorrai seguirci, l’obiettivo del nostro progetto è proprio quello di dartene la possibilità e gli strumenti. Magari in poche parole.