Quanto costa davvero difendere il copyright in Rete?

Stiamo parlando da un po’ della riforma del copyright proposta dalla Corte Europea, molto discussa per una lunga serie di motivazioni. Tra queste c’è anche il suo costo potenziale, che potrebbe richiedere un bel po’ di investimenti, non solo agli editori (piccoli o grandi che siano) ma anche alle piattaforme.

All’interno della riforma è previsto l’obbligo di inserire dei sistemi di riconoscimento e filtraggio dei contenuti User generated, quelli che servono appunto a riconoscere le parti protette da diritto d’autore. Anche qui sorgono un po’ problemini.

Che problema c’è?

Primo, l’articolo 15 della direttiva sul commercio elettronico, promulgata dalla stessa UE, proibisce di imporre un obbligo di monitoraggio dei contenuti che vada a restringere la libertà di produzione e condivisione degli stessi. Bella contraddizione, no?

Secondo, questi sistemi di filtraggio costano abbastanza, malgrado quello che ne possono pensare i proponenti la legge. Per loro basterebbe impostare un po’ di sistemi automatici e con “qualche centinaio di dollari” (cito testualmente) si risolverebbe il problema. Questa visione è quanto meno semplicistica e non ci è voluto molto tempo per dimostrare che non è proprio realistica.

Quanto costerebbe davvero?

YouTube, ad esempio, ha investito più di 60 milioni di dollari in tecnologie per identificare i contenuti, e SoundCloud ne ha spesi più di 5 per sviluppare un suo sistema di filtraggio alla cui manutenzione e aggiornamento cui lavorano costantemente sette persone a tempo pieno (fonte: CopyBuzz: indagine sul costo degli strumenti di tutela del copyright).

È vero che Audible Magic, uno dei sistemi più utilizzati, costa 900 euro al mese circa, ma consente di filtrare solo fino a 5000 file musicali (quindi niente video): per farvi un esempio, qualche anno fa ogni minuto venivano caricate su SoundCloud dodici ore di contenuti audio, che si risolvevano in decine di migliaia di dollari di spese solo per la licenza di Audible Magic.

E naturalmente non sarebbe quello l’unico costo, perché la proposta sul copyright copre tutti i tipi di contenuti frutto dell’intelletto (parole, musica, coreografie, sceneggiature, immagini, disegni, sculture e quant’altro) per i quali non esiste un vero e proprio metodo di valutazione, e che quindi rendono eventuali controlli anche molto facili da “imbrogliare”.

Che senso avrebbe allora implementare degli strumenti costosi, facili da aggirare e limitati, a parte danneggiare (e anche parecchio) utenti, creatori di contenuti, startup, aziende e piattaforme in generale?

Parliamone insieme, magari in poche parole.

Ho scritto CIT. sulla sabbia: quando scrivi una citazione devi pagare?

“Per farsi dei nemici non è necessario dichiarare guerra, basta dire quello che si pensa.”— M.L.King
Ma quanto ci piace postare una citazione sui nostri profili social?

Su Twitter, rigorosamente con l’hashtag #cit #quote, oppure su Facebook, sottoforma di immagine evocativa di paesaggio, natura morta o bacio appassionato, su cui campeggia una frase detta da qualcuno di famoso, o quantomeno attribuitagli. Tutti l’abbiamo fatto almeno una volta.

Nel merito, è stato addirittura condotto uno studio che sostiene che più siamo propensi a pubblicare una citazione di dubbio valore filosofico/motivazionale, magari accompagnandola ad un selfie in pose ammiccanti, più in realtà siamo stupidi.

Strabiliante, vero? Postare una citazione può farci apparire stupidi agli occhi di chi ci segue. Ci avevi mai pensato?

In realtà, citare significa prendere le parole di qualcuno che avremmo voluto dire noi, parole che rispecchiano il nostro stato d’animo del momento. Non c’è niente di male ed è giusto che si possa continuare a farlo tutti i giorni come facciamo adesso.

Eppure, l’abitudine di esprimerci attraverso citazioni potrebbe portarci a pensare di poter utilizzare sempre frasi dette da qualcun altro, vivo o morto che sia: e invece non sempre è così.

Per il libero utilizzo di fonti altrui, infatti, secondo il comma 1 dell’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n.633 In Italia la legge sul diritto d’autore indica come «liberi» il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera.  E’ libera, dunque, la loro comunicazione:

  • se effettuati per uso di critica o di discussione,
  • nei limiti giustificati da tali fini
  • purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera.
  • se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l’utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali.

In generale la normativa chiarisce in più punti che le citazioni sono libere, purché si tratti sempre di estratti di un’opera tutelata sufficientemente ridotti, quindi che non possano entrare in competizione con la fruizione dell’opera stessa.

Esempio: io posso citare una frase o un paragrafo di un testo scritto, ma se copio interi capitoli arrivando a “citare” una grossa parte dell’opera di partenza, non sto più citando, sto danneggiando l’autore.

Sulla dimensione della citazione che è consentito diffondere su questo la norma è abbastanza fumosa, non esistono percentuali applicabili a tutti i contenuti tutelati dal diritto perché ogni opera d’ingegno è diversa dalle altre (pensa a quanto sono diverse le strutture di una canzone, di un romanzo, di un quadro, di un film…).
La norma italiana è figlia della famosa Convenzione di Berna che risale addirittura al 1886, ed è la madre di tutto il diritto d’autore sul piano internazionale.

Citazione al giorno d’oggi: è ancora libera?

Ma come ci comportiamo allora con i contenuti digitali, che non erano previsti nè nel 1886 nè nel 1941?
Ecco, anche qui le cose potrebbero cambiare molto presto, perché la legge che è in discussione al Parlamento europeo potrebbe bloccare DRASTICAMENTE la nostra attuale libertà di citazione.

Immagina cosa dovrà significare in un futuro – ahinoi – molto vicino, scorrere la tua home page di Instagram, Twitter o Facebook, e non trovare più non tanto i selfie con le citazioni di dubbio gusto, ma addirittura interi articoli o post che oggi sono liberi di circolaresempre con il buon senso, diciamo ancora NO alle bufale! 😊 – perché in Unione Europea potrebbe essere presto vietato riprodurre anche citazioni minime di opere altrui.

Al momento non possiamo far altro che continuare a utilizzare citazioni che ci piacciono o condividere quelle dei nostri amici, ma una persona di buon senso preoccupata per la propria libertà di citazione dovrebbe firmare la petizione per bloccare la nuova legge, la cosiddetta Ancillary Copyright, che ha già fatto danni in Germania e Spagna, sta arrivando in Francia, e domani toccherà anche a noi.

Una decisione in Germania potrebbe influenzare il futuro del copyright in Europa

Si parla tanto di quello che è successo in Spagna, dove Google è stato costretto a chiudere la versione iberica di News (Google Noticias), con tanto di annuncio per la serie “scusateci, non è stata colpa nostra”. È passata quasi sotto silenzio dalle nostre parti, invece, la notizia che un tribunale tedesco ha rinviato alla Corte di Giustizia Europea una sentenza emessa sulla base di una legge del 2013 sull’Ancillary Copyright per gli editori.

Ricordiamo che l’ancillary copyright darebbe praticamente agli editori il diritto di chiedere ad aggregatori di news, siti web e social media una percentuale per gli snippet (anticipatori di testo) che vengono utilizzati da tali soggetti per “anticipare” la notizia con la facoltà di mettersi d’accordo prima con un compenso fisso.

Il risultato potrebbe mettere sottosopra l’intero sistema. Detta così potrebbe sembrare un fatto veramente grosso, e forse lo è sul serio. Ricostruiamo l’accaduto che è meglio!

Diritto d’autore: cosa succede in Germania?

VG Media, un collettivo di editori tedeschi, ha chiesto i danni a Google per aver mostrato degli snippet delle notizie su Google News, quelle famose poche parole che stiamo cercando di mantenere libere (a proposito, hai firmato la nostra petizione?). Fin qui nulla di nuovo, perché è già successo in Spagna ed in Belgio, ma il fatto è che in Germania c’è una legge sull’Ancillary Copyright in vigore già da qualche anno, quindi il tribunale ha delle basi solide in base a cui pronunciarsi.

Ecco, proprio del tribunale dobbiamo parlare. Siccome c’è in gioco la cifra che gli aggregatori potrebbero dover pagare agli editori che hanno denunciato, questa sentenza creerebbe un precedente non da poco per ogni aggregatore di notizie, sito web o social media, quindi il giudice non se l’è sentita di prendere questa decisione. E direi che non lo possiamo biasimare.

Però ha passato la palla alla Corte di Giustizia Europea, alla quale la famosa legge del 2013 non era stata notificata, cosa che dovrebbe avvenire quando uno stato membro approva regolamenti che potrebbero creare impedimenti alla libera fruizione di internet e dei servizi digitali in generale. Naturalmente gli editori non l’hanno presa benissimo, malgrado il loro reclamo fosse “parzialmente giustificato” secondo il giudice.

Siccome è venuta fuori la parolina magica “creare impedimenti” vuol dire che c’è speranza, ma dobbiamo sforzarci tutti di capirne di più. Ci sono tantissime zone grigie e regole non definite, ma soprattutto i motori di ricerca e gli aggregatori non hanno alcun interesse nel fare battaglie legali in cui perdono tutti indipendentemente dal risultato.

Dalla SEO all'Ancillary Copyright: intervista a Federico Simonetti

Insieme all’esperto Federico Simonetti parliamo di posizionamento dei contenuti e dell’effetto dell’Ancillary Copyright sulla SERP di Google

Il tema dell’Ancillary Copyright sta entrando sempre più nella nostra testa. La tutela dei diritti di copia anche online è una tematica che via via si sta facendo sempre maggiore spazio nel dibattito pubblico, a causa degli effetti che avrebbe sulla diffusione dei contenuti posizionati sui motori di ricerca. Per questo motivo abbiamo deciso di affrontare questo spinoso argomento con l’esperto Federico Simonetti, SEO Specialist e Growth Hacker, il quale tramite le sue risposte ci ha chiarito le sue idee circa gli effetti che potrebbe avere la SEO sull’Ancillary Copyright e viceversa. Sei pronto? Iniziamo a conoscere Federico:

Ciao Federico, per cominciare presentati ai nostri lettori. Raccontaci brevemente chi sei e di cosa ti occupi.

Mi chiamo Federico Simonetti e sono nato nel 1984, come il Grande Fratello di George Orwell. Nella mia vita ho sempre avuto una grande passione: studiare il mondo attorno a me. Per questo mi sono laureato in Filosofia, mantenendo però una grande attenzione per l’informatica e la comunicazione. Appena uscito dall’Università, ho coniugato queste mie tre skill e mi sono innamorato del web marketing, dei dati e della sperimentazione. Nel 2013, grazie a Luca Barboni, ho incontrato il Growth Hacking e da lì un percorso che mi ha portato alla consulenza aziendale orientata alla crescita. Nella vita privata, mi piacciono le cose belle, fatte bene, buone e giuste. Mi piace anche la filosofia francese, le serie TV americane e la pizza napoletana. A volte non sono antipatico.

Adesso che insieme abbiamo conosciuto il nostro esperto del giorno, possiamo addentrarci nel cuore dell’argomento. Siamo infatti subito passati a parlare direttamente di Ancillary Copyright e di motori di ricerca. Chi meglio di una persona che passa le sue giornate a posizionare contenuti online può fornirci tutte le risposte di cui abbiamo bisogno per capire l’argomento fino in fondo?

Veniamo subito all’argomento per il quale abbiamo deciso di contattarti: l’ancillary copyright. Un professionista come te, che si occupa anche di posizionare contenuti online, ha sicuramente visto come la materia del copyright sia stata forzatamente plasmata ai nuovi contesti tecnologici. Qual è la tua opinione al riguardo? Pensi che l’ancillary copyright sia la giusta direzione da seguire?

Seguo il dibattito sul diritto d’autore online con molta attenzione da ormai molti anni e, nel tempo, ho avuto modo di farmi un’idea. Non essendo un giurista né un giornalista, la mia posizione è piuttosto obliqua e riguarda il modo in cui il nostro mondo e il modo in cui fruiamo dei contenuti sta cambiando: è un dato curioso che il “diritto d’autore” venga sempre più chiamato in causa per difendere un mondo editoriale che viene messo nell’angolo dai distributori di contenuti.

I player Over The Top (OTT) hanno dimostrato di saper giocare molto bene con il concetto di “open source” e “Creative Commons”, imparando a capitalizzare e monetizzare a partire da tutti quelli che sono contenuti privi di diritto d’autore: dai codici sorgente aperti ai contenuti creati dal lavoro collettivo, come Wikipedia. Se devo scommettere un euro su chi, alla fine, ne uscirà vincitore, io punto sugli OTT.

In un mondo nel quale i consumatori vogliono pagare sempre meno per essere informati, in modo rapido ed efficiente e, allo stesso modo, non vogliono venire invasi da banner pubblicitari invasivi, è normale che gli editori non abbiano grandi possibilità di guadagno se non quelle di cercare di “farla pagare” a chi quei contenuti li distribuisce.

Il punto, però, a mio avviso, è proprio il modello di business dell’editoria: è fallimentare, non si è mai adeguato e seriamente ammodernato e, ormai, rischia di andare fuori mercato, aggrappandosi a qualsiasi scampolo di guadagno possibile.

In questo l’ancillary è solo l’ultimo tassello delle varie “Google Tax” di cui si è parlato negli anni: con le dovute differenze, è un po’ come se i giornali cartacei facessero pagare ogni singola edicola per avere la possibilità di esporre il giornale alla clientela. Dal mio punto di vista, il problema non è il fatto che io metta in evidenza il tuo contenuto gratis, il problema è piuttosto che quella roba nessuno ha voglia di leggerla.

Discorso a parte, ovviamente, rappresentano quei player che mostrano per intero il contenuto di un editore (magari perché “agganciati” ai suoi Feed RSS) senza riconoscere nulla al giornale. In quel caso, indubbiamente, va trovata una strategia perché venga riconosciuto in qualche modo un ritorno economico. Però anche qui: se viene mostrata l’interezza del contenuto il danno c’è. Viceversa, se a venire mostrata è solo una parte di esso, non andiamo più d’accordo.

Il tema ci porta subito a parlare anche di snippet. Nella sua forma originaria, la legge avrebbe dovuto includere anche gli snippet, appunto, che gli utenti visualizzano sui motori di ricerca. L’intento era quello di forzare Google a pagare delle fee in base alle visualizzazioni. Pensi che questa Google Tax possa avere ripercussioni pesanti sul posizionamento dei contenuti?

Non so che cosa sceglierà di fare Google, ma a mio avviso qualcosa si è già mosso nel senso di una più intelligente gestione degli snippet, che ad oggi hanno contenuti informativi e, soprattutto da mobile, una porzione di testo dell’articolo molto contenuta.

Questa cosa, tuttavia, non si vede sulle keyword informazionali che, anzi, stanno aumentando lo spazio dedicato allo snippet sintetico: nel futuro, magari, Google potrebbe privilegiare, per questa particolare categoria di keyword, quei contenuti prodotti con protocolli aperti, come il Creative Commons – ma siamo nel campo delle ipotesi. L’impatto nel breve termine, se ci sarà, riguarderà per lo più Google News e le sue integrazioni con il motore di ricerca principale.

Sinceramente, Google ha sempre mostrato molta attenzione e ponderazione nei cambi algoritmici: Panda, Penguin, Hummingbird… persino il famigerato “Mobilegeddon” non hanno mai agito in maniera drastica e “rivoluzionaria”, ma sempre in maniera piuttosto graduale. Quindi non credo che, dall’oggi al domani, si cambierà scenario ma, nel caso, che ci sarà un adeguamento alle norme che ci costringerà, tutti, a cambiare alcuni comportamenti.

Il modo in cui fruiamo i contenuti, quindi, non sembra essere messo a rischio da questi potenziali cambiamenti. Google ha sempre mostrato una particolare attenzione per la tutela dell’utente e dei contenuti pertinenti rispetto alla ricerca, quindi se dovesse essere introdotta una nuova formula non avremmo nulla da temere. Fin qui tutto bello, ma quale potrebbe essere invece l’impatto negativo? Torniamo a parlare insieme a Federico Simonetti dei limiti di questa nuova proposta.

Quali sono i limiti che potremmo incontrare nell’applicazione dell’Ancillary Copyright alle SERP?

Mah, ne vedo tanti: qual è la dimensione che un testo deve avere per essere definito univoco? La traduzione automatica, fatta con un sistema analogo a Google Translate, di un testo inglese, vale come violazione di diritto d’autore? Qual è la differenza tra traduzione e citazione? La visualizzazione di una meta-description, impostata dall’autore esplicitamente per apparire sui motori di ricerca, vale come violazione del diritto d’autore?

Insomma, il punto è: i giornali vogliono visite da Google o no? Perché se non le vogliono possono tranquillamente deindicizzare i propri siti e tenersi cari cari i propri contenuti. Se il problema, però, è che nessuno legge i loro articoli, magari dovrebbero trovare altre strade per far sì che vengano fruiti. Un esempio positivo, dal mio punto di vista, è l’ultima evoluzione di Wired, che è addirittura tornato alla carta, proponendo degli speciali monografici che affrontano dei temi importanti: al di là di un comprensibile “effetto-wow”, il punto è che coi contenuti di basso livello non si va da nessuna parte e si entra in un circolo vizioso che ti fa pagare poco gli articoli che, di conseguenza, saranno sempre più scadenti. Viceversa, lavorare su contenuti che siano utili e che trasmettano valore all’utente può costituire una strada alternativa valida.

Un’ultima domanda. Si dice che questa legge possa in qualche modo danneggiare le startup, tanto da lanciare la campagna #SAVETHELINK per proteggere le giovani attività che operano nel campo dei nuovi media e che vedrebbero minata la libertà d’espressione e di informazione. Tu che ti occupi anche di giovani imprese, cosa pensi al riguardo?

Onestamente, credo che il mondo dell’editoria tradizionale debba trovare una strada alternativa al presente: qualcosa di simile a quello che Netflix e Spotify hanno rappresentato per il mondo dell’home video e della musica. Cinque anni fa tutti scaricavamo musica, film e serie TV illegalmente e in maniera gratuita e nessuno riusciva più a guadagnare una lira da questi due settori: i due mercati erano al collasso. Oggi, sinceramente, nessuna delle persone che conosco scarica mp3 illegalmente e, se lo fanno per film e serie TV, è solo perché non ci sono (ancora) su Netflix.

Non è una soluzione a tutti i problemi, ovviamente, perché comporta una dipendenza da altri player OTT, che diventano distributori dei tuoi contenuti e ti mettono in un rapporto di dipendenza che può strozzare chi i contenuti li produce, però anziché guadagnare zero, è già qualcosa. Poi dipende anche dai rapporti di forza in campo: se i consumatori sono convinti che non devono pagare una cosa, non è sempre detto che abbiano ragione.

Come vedi, questa tematica riguarda noi utenti direttamente da vicino. Il modo in cui fruiamo delle informazioni online potrebbe radicalmente cambiare, così come ci è già successo per altri settori. Essere informati è la prima arma che abbiamo per difenderci da qualsiasi aggiornamento e grazie a questa intervista abbiamo sicuramente appreso di più su quello che riguarda le notizie posizionate online e il modo in cui l’editoria può affrontare i possibili cambiamenti in atto. Ti sei fatto una tua idea rispetto a questo argomento? Facci sapere cosa ne pensi nei commenti e non dimenticare di firmare la nostra petizione!

Che cos’è l’Ancillary Copyright e perché tutti dovremmo saperne di più

“Tra un po’ ci toccherà pagare anche i link che condividiamo!” Ah no, l’espressione giusta era “l’aria che respiriamo”. Però insomma, forse ho reso l’idea.

Periodicamente (da qualche anno, ormai) si discute di una serie di provvedimenti proposti dall’Unione Europea per tutelare (ricordati bene questa parola perché ci torneremo più avanti) meglio i contenuti protetti da diritto d’autore. O meglio, per attualizzare la giurisprudenza vigente che era rimasta un po’ indietro già dopo la prima diffusione delle tecnologie digitali, ma risultava esserlo ancor di più dopo la loro diffusione di massa. A dire tutta la verità, le premesse facevano ben sperare. Cito testualmente dalla relazione della Commissione Europea COM(2016) 593 final, del 14 settembre 2016 (curiosità: la stessa che vieta di fotografare le opere d’arte nei musei).

“L’evoluzione delle tecnologie digitali ha cambiato il modo in cui le opere e altro materiale protetto vengono creati, prodotti, distribuiti e sfruttati. Sono emersi nuovi usi, nuovi attori e nuovi modelli di business. […] Per i consumatori, si sono aperte nuove opportunità di accesso a contenuti protetti dal diritto d’autore. Sebbene gli obiettivi e i principi stabiliti dal quadro UE in materia di diritto d’autore rimangano tuttora validi, occorre adattarsi a queste nuove realtà. Un intervento a livello dell’UE si rende necessario anche per evitare una frammentazione del mercato interno. In questo contesto la strategia per il mercato unico digitale adottata nel maggio 2015 ha individuato la necessità di “assorbire le differenze fra i diversi regimi nazionali del diritto d’autore e aprire maggiormente agli utenti l’accesso online alle opere in tutta l’UE”, […] favorire nuovi utilizzi nei settori della ricerca e dell’istruzione e chiarire il ruolo dei servizi online nella distribuzione di opere e altro materiale.”

Una premessa sacrosanta, non c’è che dire. Però seguimi un altro po’ perché ora viene la parte bella. Nel dicembre 2015 la Commissione aveva già delineato una serie di azioni mirate e una visione a lungo termine per un aggiornamento delle norme UE, ma naturalmente erano rimaste in sospeso diverse problematiche. E infatti la proposta continua:

“L’evoluzione delle tecnologie digitali ha fatto emergere nuovi modelli di business e ha rafforzato il ruolo di Internet quale principale mercato per la distribuzione e l’accesso ai contenuti protetti dal diritto d’autore. Nel nuovo contesto i titolari di diritti incontrano difficoltà nel momento in cui cercano di concedere una licenza e di essere remunerati per la diffusione online delle loro opere, il che potrebbe mettere a rischio lo sviluppo della creatività europea e la produzione di contenuti creativi. […] Infine, gli autori e gli artisti (interpreti o esecutori) hanno spesso scarso potere negoziale nei rapporti contrattuali all’atto della concessione di una licenza per i loro diritti. Spesso vi è poca trasparenza sui proventi derivanti dall’utilizzo delle loro opere o esecuzioni, il che alla fine incide negativamente sulla loro remunerazione. La proposta include misure volte a migliorare la trasparenza e ad instaurare rapporti contrattuali più equilibrati tra gli autori e gli artisti (interpreti o esecutori) e coloro cui essi cedono i loro diritti.”

Rapporti più equilibrati tra gli autori dei contenuti (quindi detentori dei diritti) e chi li utilizza, altrimenti i creatori di contenuti rischiano di non poter più esercitare il loro ruolo. La categoria includerebbe anche gli editori delle testate giornalistiche:

“Un’equa ripartizione del valore è altresì necessaria per garantire la sostenibilità del settore dell’editoria giornalistica. Ad oggi gli editori di giornali riescono difficilmente a concedere licenze per le pubblicazioni online ricavando una quota equa del valore che esse generano, il che, in ultima analisi, potrebbe pregiudicare l’accesso dei cittadini all’informazione. La proposta prevede, per gli editori di giornali, l’introduzione di un nuovo diritto mirante a facilitare la concessione di licenze online per le pubblicazioni, il recupero dell’investimento e il rispetto dei diritti.”

Insomma, un lettore poco attento potrebbe interpretare il testo quasi come un’accusa di concorrenza sleale alle tecnologie digitali, che siccome sono più accessibili (e molto spesso gratuite) stanno piano piano sgretolando le entrate degli editori dei giornali, che quindi producono meno informazione per i liberi cittadini dell’UE, che non rinunciano mai alla loro informazione quotidiana quando le loro carrozze trainate da cavalli si accingono a trasportarli lungo il tragitto casa-lavoro.

Un lettore attento, invece, potrebbe capire che la Commissione sta proponendo di introdurre una vera e propria tassa per bypassare tutte le aree grigie del diritto d’autore sui contenuti digitali. Questa tassa è stata quasi subito battezzata “link tax”, perché i soggetti più colpiti sarebbero gli aggregatori di notizie e i social network, piattaforme sulle quali tutti condividiamo ogni giorno notizie e contenuti provenienti da altre fonti, utilizzando un link.

Come facciamo a distinguere qualcosa che ci interessa in questo marasma di link condivisi? Siano benedette quelle poche parole, in genere non più di due righe di testo, che compaiono come anteprima accanto a ciascun link (il termine tecnico è snippet). Le suddette poche parole in questione, ovviamente, sono scritte dallo stesso autore del contenuto che stiamo condividendo, e questo secondo la Commissione può costituire una violazione del suo diritto di essere equamente ricompensato per il lavoro che ha svolto.

Se vogliamo, è un allargamento del copyright inteso nella maniera classica: il contenuto è mio, quando qualcun altro lo usa è giusto che mi venga corrisposto qualcosa in cambio. In questo caso, il diritto scatta anche nel caso in cui qualcuno utilizzi una (piccolissima) parte del contenuto per portare all’attenzione di altri il contenuto stesso. In italiano si definisce “diritto connesso”, meglio conosciuto nel Mondo come ancillary copyright (letteralmente, copyright supplementare, aggiunto). C’è addirittura chi la chiama Google-tax, siccome in Germania e in Spagna dei provvedimenti già approvati hanno causato fortissimi danni (fino alla chiusura, nel caso della Spagna) ad alcuni servizi di Google e altri aggregatori, primo tra tutti Google News.

Tutto questo può sembrare quanto meno anacronistico oltre che concettualmente errato: nell’atto stesso di “linkare” un contenuto, non sto forse conferendo ad esso una visibilità maggiore, aumentando la probabilità che venga scoperto (e ricondiviso) da altri utenti come me? I link sono le strade che guidano i navigatori di Internet da un punto all’altro, attaccare loro è come attaccare Internet stesso, per giunta con una motivazione che può sembrare illogica e contro-intuitiva.

Se ci tolgono la possibilità di linkare liberamente quello che vogliamo non è più difficile informarci e capire verso quali pagine stiamo andando? O peggio, i fornitori di servizi, gli editori e in generale i soggetti interessati potrebbero scaricare la maggiorazione di costo sugli utenti finali, quindi su te, me e tutti gli altri che usano Internet. Facendo una semplificazione, alla fine i link li dovremmo pagare noi, o peggio dovremmo addirittura smettere di utilizzarli.

Per darti un’idea più chiara abbiamo un esempio in casa nostra, dove è già successo con i dispositivi elettronici: hai notato che i prezzi di uno stesso smartphone o computer in Italia sono più alti rispetto ad altri Paesi? Devi ringraziare la legge sull’equo compenso, voluta dall’allora ministro Bondi per tutelare i detentori di diritti su film e musica. Per il semplice fatto che qualcuno potrebbe archiviare file ottenuti in modo illegale (cioè scaricati senza pagarli) paghiamo una vera e propria tassa preventiva sulle memorie dei dispositivi elettronici. Brutta storia, no? Ora prova ad estenderla a tutti i contenuti linkabili su Internet, un massacro! Per tutelare i diritti di chi, poi?

Ecco, torniamo alla parola tutela. L’enciclopedia Treccani, tra le definizioni, ne riporta una molto significativa:
“Difesa, salvaguardia, protezione di un diritto o di un bene materiale o morale, e del loro mantenimento e regolare esercizio e godimento (da parte non solo di un individuo ma anche di una collettività)”.

Forse per capire da quale parte stare dovremmo chiederci qual è il diritto più importante da tutelare, tra il diritto degli autori dei contenuti a essere equamente compensati, quello degli editori a dividere i compensi con tutti coloro che utilizzano i contenuti e quello degli utenti finali (che poi siamo tutti noi) di reperire e condividere le informazioni in maniera più o meno libera.

Non c’è da sorprendersi che ognuno porti acqua al suo mulino: gli editori spingono per una regolamentazione che consenta loro di continuare a guadagnare con il modello di business attuale, qualcun altro come OpenMedia promuove campagne come #SavetheLink, supportata dal Partito Pirata e qualche altro gruppetto in quel di Bruxelles (sede del Parlamento Europeo).

Indipendentemente da come la pensi, forse è il caso di reperire informazioni, farti un’opinione sulla questione e agire di conseguenza, perché la situazione è più seria di quello che può sembrare.

Se vorrai seguirci, l’obiettivo del nostro progetto è proprio quello di dartene la possibilità e gli strumenti. Magari in poche parole.