#PerUnPugnoDiClick: intervista a Ludovica de Luca

Parliamo con Ludovica de Luca, blogger specializzata in creazione di contenuti per blog aziendali. In quanto esperta nella produzione di contenuti originali, chiacchieriamo con lei di link tax e dintorni.

Ciao, Ludovica benvenuto ad #UnpugnoDiClick.

Grazie per la tua disponibilità a ragionare insieme sul tema della link tax e della nuova regolamentazione sul diritto d’autore di cui si sta discutendo in Commissione Europea. In particolare, si parla dell’istituzione dei “diritti connessi” per gli editori di news e l’introduzione del “freedom of panorama”.

Cosa saresti disposto a fare per aumentare i tuoi “click”?

Credo che la questione possa collocarsi a metà strada tra la professionalità e l’etica. Sono tante le tecniche che possiamo utilizzare per aumentare i click al nostro sito web, non tutte propriamente trasparenti. Il metodo che io preferisco è sempre uno, il lavoro. Ingegnarsi, adoperarsi, farlo con costanza e in modo trasparente ripaga sempre.

Insomma, credo che i click (più validi) al sito web li portino la costruzione narrativa e l’impronta comunicativa del sito stesso; la capacità di scrivere di argomenti interessanti e di farlo in modo puntuale; l’abilità di rispettare al contempo l’utente e la SEO; l’impegno nel costruire un database di contatti a cui affidarmi e di cui fidarmi. E ancora, la gestione dei canali social con regolarità e dispensando contenuti interessanti o divertenti o capaci di far riflettere, a seconda dei casi e degli obiettivi che intendiamo raggiungere; la proficua costruzione delle relazioni digitali e, altrettanto importante, il circuito delle sponsorizzazioni a pagamento.

Quanto ne sai sulla link tax? Credi sia giusta?

La questione sulla link tax è delicata. Credo che, se da un lato gli editori hanno tutto il diritto di tutelare i propri contenuti, è altrettanto vero che la forza, il fascino e la grande opportunità che la Rete offre è proprio la libertà di dire, la condivisione delle informazioni, la possibilità per tutti di diventare editori. Negli ultimi anni la stessa proprietà intellettuale è notevolmente cambiata ed è proprio questo il punto: oggi siamo tutti editori, tutti produciamo contenuti più o meno interessanti. Dovremmo tutti essere tutelati dalla link tax, dunque? E in che modo?

Già, perché un aspetto molto importante da considerare è che ricevere un link al proprio contenuto o una citazione di quanto si è detto o scritto è più una benedizione che un danno: è visibilità, è awareness, è reputation, è posizionamento.

Insomma, in un contesto così mutato, credo sia una contraddizione e un danno provare ad applicare ancora le vecchie regole di tutela.

Quanto conta per te il diritto alla libera condivisione?

La libera condivisione è sacra.

Piuttosto quel che è fondamentale, a mio avviso, è educare alla condivisione rispettosa: citare l’autore e la fonte, rendere esplicita la stessa citazione, sono queste le accortezze e le regole che permettono di tutelare realmente gli editori. Senza mai dimenticare che editori siamo anche noi stessi e che vale sempre la regola morale ed etica tratta come vuoi che ti trattino.

Buonsenso, educazione, rispetto, sono queste le vere regole che dovremmo imparare a osservare. Il vantaggio è per tutti: per chi produce contenuti e per chi ne fruisce.

Grazie per aver partecipato, ti va di “nominare” un’altra persona che vorresti fosse intervistata da noi?

Riccardo Esposito, Cristiano Carriero, Francesco Ambrosino, Cinzia di Martino.

Signori, aspettiamo la vostra candidatura al progetto #PerUnPugnoDiClick!

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Macchina della censura: cosa sta combinando l’Europa?

Il 24 febbraio 2017 il relatore della Commissione per il Mercato interno e dei Consumatori del Parlamento europeo, Catherine Stihler, eurodeputata, ha pubblicato un progetto in cui illustra il suo parere sulla direttiva rispetto ai diritti d’autore. In questo documento la Stihler lancia un messaggio forte contro la parte più estrema delle proposte della Commissione europea: la “macchina della censura” (i cosiddetti upload filter), riferendosi in particolare all’articolo 13. A seguito viene riportato anche un suggerimento di espandere il copyright ausiliario, che non è riuscito miseramente in Germania e in Spagna, ad ogni paese dell’UE.

direttiva europea ancillary copyright

Quanto è caotica la proposta della Commissione in materia di upload filter?

La “Direttiva e-Commerce” protegge le aziende che operano online dalla responsabilità per il comportamento illegale dei propri utenti, in circostanze limitate. Questo protegge anche gli utenti, in quanto rimuove un incentivo per le aziende di politicizzare ed eliminare contenuti in modo proattivo. La Commissione Europea sta cercando di eliminare questa protezione, ridefinendo le società che ne sono coperte. Quindi ancora una volta si è preferito interpretare nuovamente le norme piuttosto che legiferare effettivamente per modificarle. In maniera ancora più bizzarra, la Commissione ha cercato di farlo in un “considerando” esplicativo pur affermando che non stava cambiando il quadro giuridico.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

A tal proposito, la Stihler propone di eliminare due dei tre paragrafi del “considerando” esplicativo nel progetto di proposta di legge della direttiva sui diritti d’autore, anche se questo andrebbe a modificare pesantemente il restante testo, per adeguarlo alla direttiva e-commerce, e richiedendo inoltre che venga raggiunto un regime di licenza.

Macchina della censura o direttiva utile?

Nell’articolo principale, si elimina criticamente l’obbligo di filtraggio (quindi di possibile censura) da parte della Commissione Europea. Tuttavia, gli accordi di licenza proposti sono poco chiari per quanto riguarda il loro possibile campo di applicazione, processi di giudizio e coinvolgimento significativo degli stakeholder.

Questo progetto può mettere ordine nella formulazione poco chiara della Commissione?

Si mira quindi ad affrontare davvero ciò che la Commissione ha affermato di affrontare: un reddito presumibilmente mancato da parte degli intermediari ai detentori del diritto d’autore. La Stihler ha scelto di precisare tale obiettivo. Anche se va nella giusta direzione, è necessario chiarire come gli accordi di licenza giusti ed equilibrati proposti dovrebbero funzionare in pratica.

Espandere l’esperimento fallito dell’Ancillary Copyright? Catherine Stihler dice “no grazie”!

Citiamo di seguito l’Articolo 13:

Use of protected content by information society service providers storing and giving access to large amounts of works and other subject-matter uploaded by their users.

Contrariamente a quanto proposto all’articolo 13, l’eurodeputata Stihler ha adottato un approccio più diretto all’altro enorme inadempimento della proposta della Commissione: un diritto d’autore accessorio. Si chiede in particolare la soppressione dell’articolo 11, in quanto non è necessario ed esistono altri modi per affrontare i problemi che l’editore deve affrontare, come il rafforzamento dell’applicazione, l’esclusione dai motori di ricerca e l’utilizzo di incentivi fiscali per promuovere il giornalismo. Accogliamo con favore questo suggerimento molto sensato.

Compromesso sull’articolo 13? Gli accademici dicono “no”!

La Stihler ha fatto molta fatica a fissare la sconvolgente confusione della Commissione Europea sulla legge esistente e sulla giurisprudenza consolidata della Corte di Giustizia dell’Unione Europea all’articolo 13 (emendamenti 62-65). Innanzitutto, è andata alla radice del problema e ha rimosso la proposta di una regola di “filtraggio” per il caricamento, un enorme passo avanti. In secondo luogo, la sua sostituzione delle parole “accesso a grandi quantità” con “copyright protected” ha un po’ più senso, mentre i suoi significativi riferimenti ai diritti fondamentali e alla trasparenza degli accordi proposti sono benvenuti. In terzo luogo, è anche notevole che nel paragrafo 2 (n. 64) la Stihler tenta di rafforzare il meccanismo di riparazione (anche se ancora debole).

Passare dal dare nuove regole sul diritto d’autore a mettere su una vera e propria macchina della censura? Basta un attimo! Come possiamo porre rimedio?!

Dopo aver suggerito la cancellazione della proposta dell’Ancillary Copyright, l’eurodeputata cerca di trovare un compromesso significativo sulla proposta di filtraggio per dare uno stop alla macchina della censura. Tuttavia, la proposta della Commissione è estremista e, in ultima analisi, non degna di ulteriore dibattito. La cancellazione è un approccio più sensibile. Questo suggerimento è già stato sostenuto dai principali accademici del copyright come risultato più ragionevole.

Digital Single Market e riforma del copyright: le responsabilità degli intermediari in Europa

La riforma del copyright sta letteralmente spaccando a metà la Commissione Europea. Ogni paio di giorni salta fuori una novità che scongiura sempre più la possibilità di trovare un punto d’incontro tra le parti, specialmente visto che le votazioni finale saranno ad Ottobre. Adesso nel mirino della riforma ci sono gli intermediari della comunicazione. In gioco c’è come al solito il tuo diritto all’informazione.

La riforma del copyright è costantemente oggetto di critica negli ultimi tempi. Sei visto non come un individuo che usufruisce di internet e contribuisce ai contenuti di cui è fatto, ma come un cliente che genera guadagni che qualcuno vuole incassare. Adesso  è il turno degli intermediari della comunicazione e i provider di finire nel mirino. Continua a leggere per scoprire cosa sta succedendo.

Cosa significa intermediario secondo la riforma del copyright

Prima di entrare nel vivo della discussione vogliamo spogliare il discorso dal politichese e spiegarti cos’è un intermediario della comunicazione. Nella riforma del copyright si parla di “Intermediari”. Per intermediari della comunicazione si intendono tutte quelle aziende che fanno da tramite tra chi vuole fornire delle informazioni e le persone che devono riceverle.

Gli intermediari sotto la luce dei riflettori della riforma sono fondamentalmente gli ISPInternet Service Provider  e gli hosting provider. Parliamo di quelle aziende che mettono a disposizione le loro risorse per permetterti di memorizzare e trasmettere dati su internet. In pratica parliamo delle aziende che ti permettono di navigare su internet e su cui sono caricati i siti che visiti.

Di chi è la responsabilità quando c’è un contenuto illegale online?

Gli obblighi ed i diritti degli intermediari della comunicazione all’interno della Comunità Europea sono regolamentati dalla Direttiva 2000/31/CE ovvero la Direttiva sul commercio elettronico. Uno dei concetti più importanti del documento, l’articolo 15, stabilisce che gli intermediari non hanno l’obbligo di monitorare le tue informazioni che immagazzinano. Gli stati membri possono però richiedere al provider di ricevere comunicazioni in caso esso sia a conoscenza di qualsiasi contenuto illegale. Questo divieto ha lo scopo di favorire la crescita del mercato digitale.

Sempre secondo la direttiva, i provider non sono responsabili delle informazioni memorizzate a costo che:

  • Non siano al corrente dell’illecità delle informazioni o delle attività;
  • Agiscano tempestivamente nel cancellare o precludere l’accesso alle attività ed ai dati illegali.

In parole povere, il provider non è responsabile di quello che un altro utente carica sui suoi sistemi anche quando si tratta di materiale protetto da copyright, a meno che non sia direttamente coinvolto con questa attività. Inoltre, anche se il provider non rispetta totalmente le condizioni dell’articolo 14, non vuol dire che sia automaticamente responsabile dell’illecito di questi ultimi. Va provato che l’ISP (il provider) ha di fatto agito in modo da favoreggiare la condivisione del contenuto illegale.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Secondo chi promuove la riforma del copyright la responsabilità è del provider

Tra le varie proposte all’interno della riforma del copyright, oltre a quelle inerenti all’ancillary copyrightsi parla anche delle responsabilità degli intermediari. La proposta in merito è descritta nell’articolo 13. Questo mira a cambiare totalmente le responsabilità dei provider abolendo la libertà di non monitorare le attività per tutte quelle piattaforme che immagazzinano e offrono accesso a grandi quantità di contenuti.

L’articolo 13 sancisce che se l’intermediario della comunicazione ha un ruolo attivo, esso è automaticamente responsabile dei contenuti caricati dagli utenti. L’unica soluzione diventa quindi applicare delle contromisure come per esempio il monitoraggio dei dati che è in contrasto con la normativa per il commercio online.

In questo modo l’ISP sarà direttamente responsabile di ciò che avviene nell’ambito dei suoi servizi. L’unico modo per un intermediario della comunicazione per non cadere vittima di questa interpretazione discutibile è di essere totalmente conforme alle condizioni dell’articolo 14 della direttiva sul commercio online. Ovvero avere la certezza che il provider di servizi non abbia un ruolo attivo nella condivisione del contenuto illegale.

Cosa cambia per te con l’articolo 13 della riforma del copyright?

Come un po’ in tutti gli ambiti che la riforma del copyright abbraccia, la persona su cui ricadranno le conseguenze di tutto questo sei tu. Quando vengono presi di mira gli aggregatori di notizie quello che ci va a perdere sei tu, poiché si limitano le fonti da cui puoi informarti. Nel momento in cui i provider saranno costretti a monitorare le attività online rischi di perdere il tuo diritto all’informazione.

Monitorare una mole di dati così grande non è qualcosa che può essere fatto manualmente da un essere umano. È quindi qualcosa che gestito con l’aiuto di specifici programmi. La stessa Corte Europea si è dichiarata preoccupata a riguardo durante la sentenza sul caso Sabam-Netlogaffermando che un sistema simile potrebbe ledere alla libertà d’informazione. In quanto potrebbe non essere in grado di distinguere sempre tra un contenuto legale ed illegale, finendo con il creare una vera e propria censura online di contenuti che non hanno nulla di sbagliato.

Questa altro non sembra che l’ennesima prova del fatto che il testo della direttiva sul copyright non tiene minimamente conto dei diritti dei consumatori. Serve solo a cercare tutti i modi possibili per dare in mano a persone come i grandi editori il controllo su cosa può essere su internet, privandoti dei tuoi diritti più fondamentali. Non devi restare in silenzio, puoi difenderti e far sentire le tue ragioni aderendo alla nostra petizione se non l’hai già fatto.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Image credit: Designed by Freepik

La nuova proposta sul copyright dell'UE non funzionerà mai!

La campagna che stiamo portando avanti da qualche mese è iniziata prima che le proposte UE sul copyright arrivassero seriamente sotto i riflettori. Quando per limitare i danni si muovono addirittura da Mozilla, da sempre sostenitori della libertà sul Web, vuol dire che stiamo andando nella direzione giusta.

Questo schierarsi dalla parte di chi detiene i diritti, infatti, rende le proposte “disfunzionali, tendenti all’assurdo” secondo Raegan MacDonald, Senior Policy Manager ed EU Principal di Mozilla (intervistata da The Next Web). Sono talmente in disaccordo con le proposte di riforma che hanno una loro campagna attiva, con petizione annessa, per cambiare la disciplina sul copyright.

Uno dei problemi più grandi che la riforma potrebbe generare è che, in effetti, le piattaforme diventerebbero responsabili per tutti i post degli utenti: qualcuno potrebbe denunciare Facebook se un utente (dei circa 2 miliardi attuali) pubblicasse un contenuto protetto da diritto d’autore, che con la nuova riforma accadrebbe praticamente nel 90% dei casi.

I 3 articoli della morte

Poi c’è la questione dei 3 articoli della morte, anch’essi molto discussi: prima di tutto le restrizioni fortissime, e quindi praticamente fatali, per tutto ciò che è basato sul text and data mining (cioè la raccolta direttamente da internet di informazioni da parte di algoritmi e Intelligenze Artificiali). Moltissime startup utilizzano queste tecniche e potrebbero passare dalla parte dei cattivi, risultando così spacciate.

Dopo il data mining c’è l’ancillary copyright a noi tanto caro. Se guardiamo cosa è successo in Spagna e in Germania (per chi si collegasse solo adesso con noi, un fallimento totale) non c’è assolutamente alcun motivo per il quale una riforma che ha fallito a livello nazionale possa funzionare a livello di sovrasistema.

campagna adesione poche parole

Il terzo articolo della morte riguarda l’obbligo per le piattaforme di filtrare i contenuti degli utenti tramite dei veri e propri bot da censura per non esserne responsabile. Per capirci, è come se Google dovesse monitorare tutte le immagini che vengono caricate su internet e confrontarle con tutte le immagini coperte da copyright, per capire se ci sono state violazioni.

Non sembra una follia? Senza contare che questo porterebbe a fortissime limitazioni alla nostra libertà di caricare i contenuti come utenti. L’unico modo per operare in un ambiente giuridico del genere sarebbe avere un team di avvocati per negoziare le licenze di utilizzo prima ancora di effettuare qualunque operazione, e per giunta grande abbastanza per affrontare tutte le cause che sarebbero intentate sulla base dei contenuti infringing.

E allora perché mandano avanti la riforma sul copyright?

Appare chiaro che ci siano pressioni politiche da parte degli editori più “svantaggiati”, che invece di guardare avanti vorrebbero tornare indietro a quando avevano pieno controllo sulla pubblicazione e distribuzione dei contenuti.

Forse la UE non sarà mai in grado di avere una legislazione all’altezza se non prende in considerazione il punto di vista di tutti i soggetti coinvolti, dai più grandi ai più piccoli.

Per questa precisa ragione dobbiamo farci sentire!

campagna adesione poche parole

Ancillary Copyright: ora ci sono anche le bufale?

I diritti connessi sono una delle tematiche che più sta infiammando le aule del Parlamento Europeo. Le votazioni sull’ancillary copyright sono alle porte. Manca davvero poco alla decisione definitiva della Commissione Europea sulla questione. Stavolta il dito viene puntato sulle bufale online.

Da sempre, infatti, i big del settore della comunicazione cercano di arginare il fenomeno, complesso e complicato, delle bufale online. Queste, infatti, sono un sistema validato per guadagni facili sulla pelle dei consumatori di spregiudicati “briganti del web” che – in barba ad ogni regola e giocando anche un po’ sull’ingenuità e la buona fede degli utenti – creano delle vere reti acchiappa-click capaci di generare introiti consistenti derivanti dal sistema pubblicitario che alimentano.

La discussione in Commissione Europea sull’attuazione della proposta del diritto d’autore europeo per gli editori di stampa e web passa ora ad un livello successivo. A marzo 2017 – infatti – il percorso del Digital Single Market si arena: la discussione è più viva che mai ed oggi sposta la sua attenzione sull’argomento bufale online. Parrebbe che limitare la pubblicazione di quelle poche righe di anteprima potrebbe portare ad arginare il fenomeno delle bufale online provocando, però, un corto circuito nella libertà di condivisione (e, soprattutto, di espressione) degli utenti prima, dei consumatori poi. Perché? Cerchiamo di capirlo insieme!

Digital Single Market: la vera soluzione alle bufale online? Non proprio!

Si parla di diritti connessi già da un po’. Sull’argomento abbiamo scritto e continueremo a scrivere tanto poiché la tua tutela è, per noi, importante almeno quanto il tuo diritto all’informazione (se non di più, eh). La questione è ormai al giro di boa e le votazioni finali per la riforma del copyright: l’approvazione del Digital Single Market è qui. Facciamo un piccolo riassunto della situazione per comprendere verso quale direzione stiamo andando.

La posizione del gruppo europarlamentare dei EPP

L’infinita battaglia sull’ancillary copyright continua. Il primo avvenimento che ha dato la speranza di riuscire a fermare la nuova direttiva europea sul copyright è stato a marzo di quest’anno. Therese Comodini Cachia – europarlamentare appartenente al gruppo dei EPP, ha espresso in modo chiaro e preciso cosa pensa a proposito della questione…

Sull’articolo 11 ed i piccoli editori

Sull’articolo 11 – quello relativo al diritto dei pubblisher – il gruppo EPP ha grossi dubbi sul fatto che la sfera digitale possa essere in qualche modo controllata da alcuni aggregatori di notizie e fornitori di servizi online a favore delle proprie attività. La paura più grande è che, senza corrispondere un pagamento adeguato ai creatori di contenuti, la produzione degli stessi sia a rischio. Secondo l’EPP, infatti, la soluzione sarebbe quella di garantire una certezza giuridica per la licenza ad utilizzare parti (anche minime, come l’anteprima di un link) di quel contenuto.

Questo servirebbe – in teoria – a rafforzare la posizione dei pubblisher. In realtà, a conti fatti, questo tipo di iniziativa danneggerebbe l’intero sistema di informazione libera per varie motivazioni: in primis, non tutti i magazine online, blogger e altri siti potrebbero permettersi tale ipotizzata spesa. Altra questione è il mutuo (e tacito) “scambio di favori” tra aggregatori di notizie, siti di news e piccoli e grandi editori: spesso, testate minori non hanno la forza economica di ripagare tutti i creatori di contenuti e l’intera garanzia di pluralità andrebbe a farsi “friggere”. I piccoli magazine, infatti, grazie ai siti demonizzati nella proposta di direttiva alimentano un flusso sicuro e costante al creatore di contenuti quando “anticipano” il suo contentuo. Flusso di utenti senza il quale, forse, molti avrebbero chiuso. Altra considerazione da fare è che – se questa riforma dovesse passare – piccole e grandi imprese digitali dovrebbero cercare fonti alternative “di guadagno” e di visibilità. Uno scenario probabile potrebbe essere quello di aumentare la presenza di pubblicità sul sito, ad esempio. Insomma, forse gli EPP non hanno pensato alle conseguenze della direttiva sull’ancillary copyright? Sembrerebbe di no!

L’ancillary copyright non salvaguarderebbe gli utenti dalle bufale online a favore del giornalismo di qualità, anzi. Sembrerebbe quasi un modo per favorirle, visto che rappresentano un modo (molto facile) per fare click e – quindi – introiti.

Il “value gap”, lo sconosciuto dell’articolo 13

Anche sul “value gap” – ovvero l’articolo 13 della direttiva proposta – l’EPP ha una posizione ben salda. Secondo l’eurogruppo “le piattaforme sono di grande importanza per il pluralismo dei media e la libertà di espressione”. Se ci si ferma a questa prima espressione, sembrerebbe crollare tutto l’impianto per cui questa direttiva limiterebbe la libertà di espressione. Leggendo, però, ancora si chiarisce come una tassa sui contenuti e sui link sia chiaramente dannosa per il consumatore: “tuttavia, la libertà di creazione artistica costituisce un altro aspetto di una società libera e, a questo riguardo, l’emergere di piattaforme online crea nuove difficoltà nell’applicazione dei diritti di proprietà intellettuale”. Insomma, secondo la direttiva (e la posizione dell’EEP) le piattaforme rendono complesso il riconoscimento artistico e della relativa proprietà intellettuale del prodotto autoriale.

Il problema del gap di valore, invece, dovrebbe focalizzarsi sul fatto che l’Europa è lenta nell’adeguarsi all’evoluzione del mercato e dell’innovazione. Un esempio su tutti è quello dell’industria musicale e la pirateria. Si è cercato di bloccare il fenomeno dello sharing oline attraverso continue sanzioni e chisure forzate delle piattaforme che “spacciavano” musica illegalmente, in barba al diritto d’autore e al riconoscimento – economico, ma non solo – all’artista. Non si è, però, cercato una soluzione definitiva al problema cercando di comprendere l’innovazione e di trovare regole e strutture legislative per cavalcare l’esigenza e non per contenerla. Ecco allora che oggi, finalmente, arrivano servizi come Spotify che – in barba ad ogni predizione nefasta – riesce ad incrementare la vendita di dischi e non ad uccidere definitivamente il mercato musicale.

Lo stesso discorso dovrebbe essere applicato ai contenuti digitali: invece di “spremere” ogni centesimo da un lato e dall’altro (aggregatori, siti, blogger, influencer – solo per nominarne alcuni), bisognerebbe comprendere le attuali necessità del mercato e dei consumatori e dialogare con tutti gli attori in campo per arrivare a soluzioni condivise e, soprattutto, efficaci. Non trovi?

In questa categoria – quella delle piattaforme online che dovrebbero sopperire a quello che chiamano “gap value” – dovrebbero rientrare anche gli ecommerce. Secondo l’EPP, infatti, essendo queste piattaforme impegnate in una “comunicazione al pubblico” non sono esenti dalla responsabilità del diritto d’autore. Anche una scheda prodotto che cita il prodotto originale utilizzando una piccola porzione di testo della descrizione prodotto di un brand che viene rivenduto (in modo assolutamente legale) diventa un problema. Insomma, vogliamo davvero questo?
Come potrebbe questo tipo di ragionamento esulare dal fatto che molti brand, piccoli editori, blogger spesso non hanno la forza economica di proporsi al grande pubblico e riuscire a “mantenersi da soli” oppure, spesso, è un accordo tra aggregatore o piattaforma che sia, essere ripagati in mutuo scambio di contenuti, visibilità e traffico? La diatriba è appena all’inizio!

Le eccezioni: testi, dati, significati e panorami (non quelli che vedi in vacanza)

I testi ed il data mining sarebbero – secondo l’EPP – fuori da questo ragionamento. Solo, però, alle organizzazioni di ricerca senza ampliare questa eccezione al mercato perché troppo esteso e pregiudicherebbe, in poche parole, gli interessi legittimi del titolare del diritto.

Ovviamente, questo diritto non apparterebbe agli utenti e ai loro contenuti spontanei (conosciuti come UGC) perché “devierebbe” gli articoli precedenti una eventuale eccezione. Bene, editori sì, utenti no: molto divertente (e coerente, soprattutto).

La questione del “Panorama”, poi, dovrebbe essere lasciata ai singoli stati membri.

Therese Comodini è intanto tornata ai suoi doveri a Malta lasciando il posto di relatore della JURI al collega tedesco Axel Voss, membro del EPP il Partito Popolare Europeo.  Vorrebbero quindi forzare la mano sul value gap ovvero la differenza di remunerazione tra chi crea un contenuto e chi lo diffonde. l’EPP riconosce la grande importanza delle piattaforme per la pluralità d’informazione e la libertà di espressione, per qualche strana ragione però vede gli aggregatori di news come qualcosa che indebolisce la difesa del diritto d’autore.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

I diritti connessi possono combattere chi inventa bufale per fare soldi

Quello delle bufale online è un problema sentito più che mai in questo periodo insieme all’ancillary copyright. I due argomenti non erano mai stati correlati tra loro. A quanto pare secondo alcuni, l’entrata in vigore dell’ancillary copyright a tutela dei grandi editori non andrebbe a minacciare il tuo diritto all’informazione.  Si parla addirittura del fatto che potrebbe proteggerlo combattendo le bufale in rete.

Il discorso ruota tutto intorno al poterti offrire un giornalismo di qualità grazie ai guadagni derivanti dall’entrata in vigore della riforma. È davvero così? Si tratta dell’ennesimo tentativo di offrirti un apparente vantaggio dell’ancillary copyright? Dopotutto niente collega le due cose in modo diretto. Andrebbe realmente analizzato se la link tax, l’altro nome con cui la riforma viene chiamata, possa davvero limitare la pubblicazione e la diffusione delle bufale sul web. Ecco quali sono le cose di cui dovresti tenere conto prima di farti un’opinione a riguardo:

  • Un editore con un maggiore introito può investire maggiori risorse in una maggiore ricerca delle fonti di una notizia; l’ancillary copyright mira proprio ad aumentare gli introiti dei grandi editori;
  • Non esiste un elemento che colleghi concretamente la prevenzione delle fake news con l’ancillary copyright. Il più delle volte chi diffonde le bufale online non ha interesse nel produrre contenuti di qualità; anzi, queste persone mirano esattamente alla disinformazione o non hanno interesse nella veridicità delle notizie che pubblicano. Dopotutto il loro scopo è avere sempre più click per guadagnare;
  • L’eventuale impatto della link tax sulla diffusione delle fake news sarebbe trascurabile poiché chi ha interesse a proporre un giornalismo di qualità, lo fa già da adesso.

Perché la questione del giornalismo di qualità è una bufala?

La soluzione, secondo l’Europa, è quella di puntare sul giornalismo di qualità per combattere le bufale online e il loro proliferare sul web. Limitare la libertà di condivisione e di espressione a favore della speranza di un giornalismo di qualità, etico ed alimentato da fonti certe e verificate? Questo è davvero uno scenario possibile in un mondo, quello del giornalismo, dove i budget sono sempre ridotti all’osso e le verifiche sulle fonti quasi inesistenti? Uno scenario possibile quello in cui tutto viene regolato (i giornali) da budget che dipendono, soprattutto, dal numero di lettori e click e non più dalla tiratura fisica dei giornali. Sono i sistemi pubblicitari – diciamoci tutta la verità, – a sostenere la vita (molto debole) dei magazine online, dei blog e della schiera di giornalisti che – sempre di più – vedono la propria professionalità purtroppo sottopagata e schiava di un sistema che si regge su quante visite fa il tuo articolo quanti follower hai e possiamo sfruttare.

Partendo da questa considerazione, è davvero possibile che il giornalismo di qualità salvi il mondo (del web) dalle bufale online? Forse stiamo sopravvalutando il giornalismo o sottovalutando il fenomeno? A te la risposta!

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Image credit: Designed by Freepik

Quando anche in politica è tutta una questione di copyright

Il copyright per una legge sui vitalizi? In Italia succede anche questo. Quando c’è da raccogliere i frutti di qualcosa tutti vogliono essere sotto i riflettori e prendersene il merito. Quando però le cose vanno male è sempre colpa degli altri. È davvero così importante di chi è il merito di qualcosa quando a guadagnarci sono tutti? Scopriamo cosa è successo.

Risulta strano vedere discorsi simili a quelli sul copyright quando si parla di leggi che dovrebbero essere un patrimonio comune. Il mese scorso è stata votata a Montecitorio la proposta di legge sullabolizione dei vitalizi dei parlamentari con il pdl Richetti. Da questa votazione è scaturita una diatriba tra Partito Democratico e Movimento 5 stelle. Qui non ci interessa tanto focalizzarci sull’orientamento politico, mettiamolo subito in chiaro ma come il copyright (e le modifiche che vengono proposte in parlamento europeo in questi giorni) non è una questione così lontana dalla vita di tutti i giorni. Una questione – quella dell’ancillary copyright – che riguarda anche il linguaggio politico, quello dei quotidiani e, più in generale, quello dell’informazione.

Analizziamo la vicenda sulla paternità dell’espressione “no ai vitalizi”, argomento del contendere fra PD e Movimento 5 Stelle. Ripetiamo, evitiamo ogni giudizio di valore perché non è tanto il colore politico ad interessarci in questo momento quanto, soprattutto, l’impatto che il copyright e le sue modifiche possono avere nella nostra vita quotidiana. Sei pronto? Capiamo cos’è successo!

I vitalizi sono stati aboliti e c’è chi quasi parla di copyright

Il pdl Richetti è approdato alla camera poco meno di un mese fa. Il risultato probabilmente ha superato anche le aspettative più rosee. Sebbene vi siano stati voti contrari e addirittura banchi vuoti durante la votazione, la proposta non ha avuto problemi a farsi strada grazie all’unione delle forze tra PD, M5S e Lega. Molti infatti, piuttosto che mostrare pubblicamente che erano contro l’abolizione dei vitalizi hanno preferito non presentarsi direttamente.

Cosa succede però al tavolo dei vincitori? Una volta che la proposta ha fatto rotta verso il senato sono iniziati i primi battibecchi. La legge porta la firma di Matteo Richetti del PD che è stato ben contento di ricevere manforte dal Movimento 5 Stelle, ma che al contempo ci tiene a precisare e a calcare la mano sulla questione che la paternità è del Partido Democratico e che i pentastellati, sebbene non abbiano mai fatto mistero di volere ritoccare i vitalizi, si siano aggiunti a questa manovra solo di recente.

Beppe Grillo dal canto suo taglia corto affermando che la politica non dovrebbe essere una questione di meriti o copyright, ma una questione di morale. Se il PD ci tiene tanto alla paternità della legge possono tenersela. Questo avvenimento ha dato parecchio da pensare a molte persone. Quando qualcosa dovrebbe essere fatto per il bene comune come per esempio una legge, ha davvero senso accanirsi al punto da quasi voler estromettere tutti gli altri che non facevano altro che fare i nostri interessi. Qualcosa di simile succede anche quando parliamo di informazione.

Toglie i diritti, il scary movie 4 viagra lavoro, il periodo levitra 20 mg di ferie in quanto avevo. York nebivololo e uso viagra dinamica travolgente come non mai, mi capita.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Nessuno vuole che Internet sia posto dove non esista Copyright

Su internet succede sempre più spesso qualcosa di molto simile a quello che è successo nelle nostre aule. Qualcuno che tendenzialmente dovrebbe fare dell’informazione la sua missione finisce con il mettere il suo profitto davanti ai nostri diritti. Questo capita sempre più spesso nel mondo delle notizie dove i grandi editori usando la tutela della loro proprietà intellettuale come scusa cercano una nuova fonte di guadagno grazie all’ancillary copyright che limita la possibilità di blogger e piccoli editori di condividere i link delle testate più grandi, imponendo di fatto una link tax.

Il mezzo che le grandi case editrici stanno usando per raggiungere lo scopo è quello di spingere sempre con forza sulla riforma del copyright, la proposta che già da un po’ è discussa tra i banchi dell’Unione Europea rischia di farci perdere il nostro diritto all’informazione grazie all’articolo 11 della riforma. È bene specificare che nessuno si sognerà mai di negare ad un editore la paternità e i gadagni dei contenuti che portano la loro firma.

Resta però che, chi fa delle notizie la sua professione dovrebbe avere a cuore la possibilità degli utenti di portersi informare. Cercare soluzioni alternative affinchè possa esserci un guadagno senza penalizzare noi cittadini dovrebbe essere la priorità di ogni giornalista, anche perchè altrove provvedimenti simili a quelli che i grandi editori invocano a gran voce hanno portato non pochi problemi e non fanno bene a nessuno, ecco qualche esempio:

  • Se siti di aggregazione come Google News dovessero vedersi costretti a pagare per linkare delle notizie ci andrebbero a perdere anche gli editori che, non vogliono sicuramente rinunciare al traffico che arriva da siti esterni ai loro.
  • Imporre un costo a chi fa da tramite tra noi e la fonte della notizie significa correre il rischio che per ovviare a quei costi saremo noi consumatori ad avere meno servizi e fonti d’informazione o addirittura dover pagare per informarci.

Il nostro diritto ad informarci non dovrebbe essere messo da parte per l’avidità di qualcun’altro. Le case editrici possono trovare una strada alternativa per tutelare il diritto d’autore delle loro creazioni senza danneggiare noi consumatori. Se non vuoi perdere il tuo diritto all’informazione fatti valere, il primo passo è firmare la nostra petizione se non l’hai già fatto.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Piccoli editori digitali addio?

Le nuove norme sul copyright elimineranno per sempre i piccoli editori, una delle risorse più importanti per il nostro diritto all’informazione?

Non si contano più le associazioni che si dicono preoccupate a causa delle nuove norme sul copyright. Quelle più in allarme, ne hanno tutte le ragioni, sono quelle che rappresentano i piccoli editori. La nuova riforma di internet verrà approvata entro la fine del 2017, comprenderà norme che abbracciano gli e-commerce, la telefonia ed i provider di internet, ma maggiormente avrà un impatto devastante sul diritto d’autore.

L’articolo 11 della link tax logicamente è una manna dal cielo per i grandi editori. Le grandi realtà editoriali spingono con forza per vedersi riconoscere nuovi fonti di guadagno a partire da internet. Sono i piccoli editori ed i consumatori che invece verrebbero danneggiati da questo provvedimento a causa della sola soluzione che è stata proposta, l’ancillary copyright. Vediamo nello specifico cosa sta succedendo e a cosa andiamo incontro.

Ancillary copyright: come funziona

L’articolo 11 della manovra piace molto ai grandi editori che, vedono in esso la soluzione ai loro problemi sul copyright. Nessuno mette in dubbio che sia giusto proteggere i propri contenuti da chi se ne appropria senza scrupoli. Cercare però di farlo con l’ausilio dell’ancillary copyright non è davvero una soluzione. La tassa sui link obbligherà a pagare una fee al creatore di un contenuto ogni qualvolta quel contenuto venga:

  • condiviso;
  • linkato;
  • ripresentato anche parzialmente.

Questo va parecchio contro la filosofia di internet che può essere riassunta come: “guarda, ho trovato questa cosa che mi è piaciuta e credo la troveresti interessante o utile. Ti va di leggerla?

Il provvedimento danneggia un po’ tutti, anche i grandi editori. Questo è esattamente quello che è successo nei paesi in cui norme simili sono state già adottate. In Spagna Google Noticias è stato chiuso. In Germania i grandi editori dopo che Google ha smesso di linkare i loro contenuti, quindi l’affluenza di visite ai loro siti è diminuita spaventosamente, hanno fatto marcia indietro.

Perchè l’ancillary copyright danneggia sia i piccoli editori che noi consumatori?

La riforma sul copyright ha alla base alcune motivazioni che non hanno nulla di sbagliato. Per i grandi editori fare in modo di essere pagati per i propri diritti ausiliari significa di fatto tutelarsi da quelle persone che, copiano senza rimorsi i contenuti che trovano in rete senza neppure citare le fonti e con il solo scopo di guadagnarci.

D’altro canto però i grandi editori hanno scelto la via più semplice per risolvere il problema e la loro scarsa capacità di progredire insieme alla tecnologia; ignorando di fatto gli utenti della rete che si trovano ad essere vittime della fama di soldi. Infatti con l’entrata in vigore della norma:

  • Farebbe in modo di aggiungere ulteriori passaggi all’iter che porta una notizia dalla sua fonte a noi consumatori, allungando i tempi necessari ad informarsi;
  • Il nascere di nuove somme da pagare per un’azienda si riflette in un aumento dei prezzi per il consumatore finale.
  • I piccoli editori invece si ritroverebbero a dover pagare cifre proibitive che li costringerebbero a chiudere bottega e quindi a limitare la nostra scelta di fonti da cui informarci.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Dobbiamo difendere il diritto ad informarci così come il copyright

A differenza di quello che vogliono farci credere la normativa così come è presentata ora non è per nulla l’unica soluzione esistente per tutelare il diritto d’autore. È chiaro come sia necessario stilare una normativa che sia univoca per tutti i paesi dell’Unione Europea, ma questo non può e non deve andare a discapito dei consumatori.

Cosa possiamo fare quindi per evitare che ci venga tolto il nostro diritto ad informarci? L’unica soluzione è far sentire la nostra voce e dire chiaramente che noi consumatori non siamo solo quelli a cui va venduto un prodotto, ma persone che abitano il web tanto quanto il mondo reale.

Ancillary copyright: come tutelarsi da chi vuole toglierci il diritto all’informazione

La normativa così com’è adesso al vaglio, è un vero e proprio pericolo per la nostra libertà di informazione e di divulgare quello di cui veniamo a conoscenza. Cosí come i grandi editori sentono la necessità di vedere riconosciuti i loro diritti in quanto creatori di un contenuto, noi sentiamo il bisogno di vedere riconosciuto il nostro diritto a poterci informare. La normativa può essere cambiata; per farlo serve l’impegno di tutti, basta aderire alla nostra petizione.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Ancillary Copyright: scopriamo di più con Virgilio D'Antonio

Finora ti abbiamo parlato tanto di Ancillary Copyright, dandoti una panoramica rispetto alla normativa e spiegandoti di cosa si tratta nel concreto. Oggi abbiamo chiesto un parere autorevole, a chi mastica questa materia quotidianamente. Fare informazione intorno al tema è importante affinché i cittadini digitali siano consapevoli dei rischi e dei vantaggi che si possono trarre da questa normativa di cui si sta tanto discutendo in tutto il mondo. Ne abbiamo parlato in maniera molto approfondita con Virgilio D’Antonio, Professore ordinario di Diritto Privato Comparato presso l’Università degli Studi di Salerno, phd in Comparazione e Diritti della Persona,  titolare delle cattedre di Diritto Comparato dell’Informazione e della Comunicazione, di Trademark and Advertising Comparative Law e di Istituzioni di Diritto Privato, nonché Presidente del Consiglio Didattico di Scienze della Comunicazione.

Iniziamo dunque parlando di diritto d’autore e approfondendo questo tema comparando le normative a livello internazionale, per comprendere a fondo come l’Ancillary Copyright si va ad inserire all’interno di questo scenario.

L’Ancillary Copyright potrebbe essere una risposta alla creazione di un’armonia normativa circa le differenze che attualmente esistono nell’ambito delle normative sul diritto d’autore?

Il tema dell’armonizzazione delle diverse discipline nazionali in tema di diritto d’autore, quand’anche si prenda come prospettiva di riferimento il solo ambito ristretto dell’Unione europea, è datata ed estremamente complessa.

Sicuramente l’ancillary copyright, che rappresenta un particolare schema di disciplina nei rapporti tra operatori specifici (cioè i motori di ricerca ed i fornitori di contenuti editoriali online), non può essere la risposta a questo (macro)problema. 

Di ancillary copyright si è cominciato a discorrere sin dal 2013, da quando nell’ordinamento tedesco si è delineata l’esistenza di questa figura, che – in termini generalissimi – imporrebbe ai motori di ricerca di corrispondere royalties in favore degli editori titolari dei contenuti indicizzati. Si tratta, in buona sostanza, di un tentativo di redistribuire i proventi che derivano dalla pubblicizzazione dei contenuti informativi in rete tra gli editori ed i cosiddetti “aggregatori”, ossia i motori di ricerca. 

La logica da cui prende le mosse la teorizzazione di forme di ancillary copyright è chiaramente collegata all’approccio che, negli anni, si è consolidato rispetto al mercato dell’indicizzazione dei contenuti in Internet. Oggi i motori di ricerca aggregano i contenuti online senza pagare alcunché a coloro che “creano” e caricano le pagine web e le opere indicizzate. L’introduzione dell’ancillary copyright implica forme di remunerazione da parte dei motori di ricerca in favore degli editori. 

Da più parti si è cominciato a discorrere della surrettizia introduzione di una sorta di “Google Tax”, cioè di una tassa che i motori di ricerca sarebbero costretti a pagare. In realtà, come detto, non è così: con la previsione di forme di ancillary copyright, infatti, i motori di ricerca dovrebbero pagare i titolari dei contenuti presenti online per poterli indicizzare, con particolare riferimento agli estratti degli articoli di giornale (i cd. snippets). Non una tassa, dunque, ma una forma di redistribuzione – in favore dei fornitori di contenuti editoriali online – di una (piccola) parte dei proventi che attualmente i motori di ricerca mantengono esclusivamente per sé. 

Una soluzione in questo senso, in astratto, può apparire equa, auspicabile e priva di qualunque conseguenza negativa, ma non è mancato chi – a ragione – ha segnalato i rischi di distorsione rispetto alla libertà di manifestazione del pensiero ed alla accessibilità dei contenuti online, nella misura in cui un motore di ricerca, forte magari della propria posizione in questo specifico mercato, potrebbe decidere, in liena di principio, di indicizzare soltanto i contenuti caricati online da quegli editori che rinunceranno a qualsivoglia forma di remunerazione.

In riferimento a questo tema si parla spesso di diritto alla condivisione. Quanto l’Ancillary Copyright può effettivamente ledere la libertà degli utenti di poter condividere contenuti online?

In consonanza con quanto ribadito a più riprese dalla Corte di Giustizia europea, in tutti gli ordinamenti ove ne è stata teorizzata l’esistenza, l’ancillary copyright trova comunque applicazione esclusivamente rispetto alle “attività di richiamo” ai contenuti giornalistici che siano effettuate a scopo di lucro (con esclusione, quindi, del singolo utente che magari sceglie di effettuare attività di linking tramite un social network oppure un blog). 

Ad ogni modo, guardare al tema dell’ancillary copyright nella sola prospettiva di quanto i motori di ricerca devono pagare per indicizzare contenuti presenti in rete è limitante. L’altro lato della medaglia, assolutamente non trascurabile, è quello della accessibilità dei contenuti del web, che è favorita in maniera esponenziale dall’attività di “mediazione” che compiono proprio i motori di ricerca. In altre parole, i motori di ricerca attribuiscono visibilità (e, dunque, in ultima analisi accessibilità) a contenuti che altrimenti rischierebbero di rimanere ai margini della conoscibilità degli utenti online. 

Tanto premesso, la domanda è: giornalisti ed editori hanno maggior interesse ad ottenere una retribuzione per lo sfruttamento delle proprie opere da parte dei motori di ricerca oppure il “volano” di accessibilità che questi operatori garantiscono? Il quesito è tanto più cruciale allorché si pensi che l’aggregatore di contenuti potrebbe anche scegliere di non indicizzare le opere di uqegli editori che dovessero – anche legittimamente – pretendere una remunerazione (cioè l’ancillary copyright di cui discorriamo). 

Rispetto a questa problematica si sono consolidate prospettive differenti nel contesto europeo: quella tedesca, originaria nella teorizzazione del copyright ancillare, che prevedeva il pagamento delle royalties collegate alla citazione o riproduzione di contenuti informativi, con esclusione dei cosiddetti “small texts” come dell’indicizzazione e del linking privi di scopo di lucro (cioè quelle attività di “riproposizione” telematica del pezzo giornalistico realizzate magari tramite un blog). 

Parzialmente diversa dall’impostazione tedesca è quella spagnola del 2014, per certi aspetti ancora più rigida, caratterizzata dall’assoluta obbligatorietà  del pagamento delle royalties collegate alla citazione o riproduzione di contenuti informativi, anche molto piccoli, senza facoltà per il fornitore dei medesimi di rinunciarvi (sicché l’ancillary copyright diventa sostanzialmente indisponibile). Esiti di questa soluzione normativa? Google decise di privare gli utenti spagnoli del servizio “Google News”, sicché editori e giornalisti, a quel punto, a seguito del conseguente “crollo” di visibilità dei propri articoli, hanno cominciato a far pressione per un ripensamento di questa impostazione rigida dell’ancillary copyright. 

Poi v’è la posizione franco – italiana, che affida la definizione dell’assetto di equilibri tra motori di ricerca ed editori a soluzioni di stampo puramente negoziale, senza interventi normativi ad hoc. 

Volgendo lo sguardo oltreocenano, è interessante l’esperienza brasiliana, dove gli editori hanno invece deciso di abbandonare in blocco il sistema di indicizzazione di Google News come forma di protesta perché non veniva loro riconosciuta alcuna forma di compenso. 

Ad ogni modo, vorrei sottolineare un profilo: come detto, bisogna superare l’idea che l’ancillary copyright sia una tassa da imporre ai grandi motori di ricerca. Discorriamo di royalties connesse alla fruizione di contenuti editoriali presenti sul web. 

Eppure, non può essere questo il meccanismo giuseconomico tramite cui si può immaginare di sovvenzionare, magari in forma indiretta, l’editoria cartacea ed, in particolare, i piccoli editori. Difatti, siccome i motori di ricerca vengono percepiti, oggi, come i polarizzatori principali delle risorse economiche del mercato dei media, a discapito dei mezzi di comunicazione tradizionali, non vorrei che, dietro l’introduzione di forme più o meno rigide di ancillary copyright, vi fosse il retropensiero di “ricanalizzare” artificiosamente capitali verso i media tradizionali. Una visione di questo tipo è miope: i motori di ricerca, infatti, potrebbero aver un interesse reale a raggiungere accordi con i grandi gruppi editoriali per l’utilizzo, anche remunerato, dei loro contenuti online a discapito degli editori più piccoli, rispetto ai quali potrebbe finire per imporsi l’alternativa secca “cessione gratuita / rifiuto dell’indicizzazione”. 

Per paradosso, l’ancillary copyright, in questo senso, potrebbe finire per essere controproducente proprio per i piccoli editori, costretti dalle logiche di mercato a cedere i propri contenuti gratuitamente per evitare di essere ignorati dai gradi motori di ricerca con una marginalizzazione sostanziale in termini di visibilità dei propri contenuti.

Si parla appunto tanto di tasse, anche sui link. Nasce così il movimento Save The Link, con una startup in cui si inneggia al fatto che i link sono sotto attacco e che il web potrebbe cambiare. Questo movimento quindi non ha motivo di essere?

Il movimento nasce in seno al Parlamento Europeo come campagna volta ad un sostanziale ripensamento della attuale proposta di introduzione a livello comunitario dell’ancillary copyright. La normativa oggi in discussione parrebbe sposare la prospettiva tedesca cui abbiamo accennato in precedenza, inasprendola tuttavia non poco. 

Come detto, la scelta circa l’introduzione di forme di ancillary copyright ed il modello da seguire va ponderata attentamente, in quanto opzioni normative troppo frettolose e poco prospettiche potrebbero rivelarsi un boomerang che andrebbe a colpire proprio gli operatori più piccoli. Ritengo sia un rischio che, per come è attualmente disegnata la normativa comunitaria in discussione, si corra effettivamente. 

Da questo punto di vista, il movimento “Save the link” vuole favorire la discussione su aspetti estremamente delicati di questa scelta legislativa, puntando l’attenzione sul fatto che l’introduzione di soluzioni poco ponderate potrebbe seriamente alterare il mercato, con distorsioni rilevanti. 

D’altro canto, va detto pure che l’attuale schema di ancillary copyright teorizzato a livello comunitario nasce a seguito di una consultazione pubblica, lanciata dalla Commissione nel marzo 2016, dal titolo “Public consultation on the role of publishers in the copyright value chain and on the panorama exception”. 

Personalmente, sono favorevole a tutti i movimenti che favoriscono il dibattito e l’approfondimento circa le ricadute (sociali ed economiche) della nuova disciplina, così come è decisivo il dialogo tra coloro che saranno i principali destinatari di queste previsioni, soprattutto perché discorriamo di un tema estremamente tecnico che non può essere affidato a scelte umorali o propagandistiche.

Il diritto d’autore, rispetto all’attuale distribuzione e fruizione dei contenuti ha alcune zone grigie. L’Ancillary potrebbe essere un modo per bypassare queste zone grigie che ha il diritto d’autore rispetto ai contenuti digitali?

Come accennato, l’ancillary copyright va a toccare un rapporto specifico: quello tra motori di ricerca ed alcuni peculiari fornitori di contenuti online (in specie, giornalisti ed editori). Partiamo da un dato: il diritto d’autore più di altre posizioni giuridiche ha subito le conseguenze dell’innovazione tecnologica e, in particolare, della nascita del web con conseguente moltiplicazione esponenziale dei contenuti informativi, dei fruitori, dei sistemi di business, delle potenziali violazioni. I meccanismi di regolazione dei rapporti conosciuti fino a quel momento in materia, pensati per la creazione e la fruizione offline delle opere intellettuali, si sono rivelati via via sempre più inefficaci. Basti pensare a come è cambiato completamente il mercato delle opere musicali con l’introduzione delle tecnologie informatiche. 

L’ancillary copyright, chiaramente, non è  – né ambisce ad essere – la risposta rispetto a tutti questi (complessi) problemi, ma rappresenta una delle possibili soluzioni che il diritto d’autore può offrire nella regolamentazione di un rapporto specifico tra fornitori di contenuti online (in primis, gli editori), da un lato, e motori di ricerca, dall’altro. 

Siffatto rapporto, peraltro, non deve porsi necessariamente in termini conflittuali. Su questo fronte, non si menziona spesso l’esperienza belga, ove il principale motore di ricerca esistente – Google – ha raggiunto un accordo con gli editori (di lingua francese) in base al quale le royalties vengono commutate sotto forma di meccanismi di ritorno commerciale e pubblicitario (essere indicizzato da un grande aggregatore come Google permette chiaramente di ottenere un numero di visualizzazioni maggiore e, pertanto, garantisce maggior valore agli spazi pubblicitari della pagina che ospita l’articolo di turno). 

Ritorniamo al quesito di fondo cui abbiamo già accennato: un editore ha maggiore interesse ad ottenere una remunerazione in termini di ancillary copyright per l’indicizzazione dei propri contenuti oppure, indipendentemente da qualunque remunerazione, più visualizzazioni aumentando così il valore della testata? È questo il nodo intorno al quale si muove il dibattito sull’ancillary copyright.

Personalmente, non sono contrario a prescindere rispetto all’introduzione di un copyright ausiliario in favore degli editori, ma bisogna star ben attenti ad identificare un punto di equilibrio corretto tra gli interessi degli aggregatori e quello dei fornitori di contenuti editoriali. 

Come pure sovente accade, la soluzione del problema non può essere quella  troppo semplicistica, per cui si sostiene acriticamente che il motore di ricerca – soltanto perché soggetto economicamente forte – debba pagare, sempre e comunque, a prescindere.

 

 

 

Quanto costa davvero difendere il copyright in Rete?

Stiamo parlando da un po’ della riforma del copyright proposta dalla Corte Europea, molto discussa per una lunga serie di motivazioni. Tra queste c’è anche il suo costo potenziale, che potrebbe richiedere un bel po’ di investimenti, non solo agli editori (piccoli o grandi che siano) ma anche alle piattaforme.

All’interno della riforma è previsto l’obbligo di inserire dei sistemi di riconoscimento e filtraggio dei contenuti User generated, quelli che servono appunto a riconoscere le parti protette da diritto d’autore. Anche qui sorgono un po’ problemini.

Che problema c’è?

Primo, l’articolo 15 della direttiva sul commercio elettronico, promulgata dalla stessa UE, proibisce di imporre un obbligo di monitoraggio dei contenuti che vada a restringere la libertà di produzione e condivisione degli stessi. Bella contraddizione, no?

Secondo, questi sistemi di filtraggio costano abbastanza, malgrado quello che ne possono pensare i proponenti la legge. Per loro basterebbe impostare un po’ di sistemi automatici e con “qualche centinaio di dollari” (cito testualmente) si risolverebbe il problema. Questa visione è quanto meno semplicistica e non ci è voluto molto tempo per dimostrare che non è proprio realistica.

Quanto costerebbe davvero?

YouTube, ad esempio, ha investito più di 60 milioni di dollari in tecnologie per identificare i contenuti, e SoundCloud ne ha spesi più di 5 per sviluppare un suo sistema di filtraggio alla cui manutenzione e aggiornamento cui lavorano costantemente sette persone a tempo pieno (fonte: CopyBuzz: indagine sul costo degli strumenti di tutela del copyright).

È vero che Audible Magic, uno dei sistemi più utilizzati, costa 900 euro al mese circa, ma consente di filtrare solo fino a 5000 file musicali (quindi niente video): per farvi un esempio, qualche anno fa ogni minuto venivano caricate su SoundCloud dodici ore di contenuti audio, che si risolvevano in decine di migliaia di dollari di spese solo per la licenza di Audible Magic.

E naturalmente non sarebbe quello l’unico costo, perché la proposta sul copyright copre tutti i tipi di contenuti frutto dell’intelletto (parole, musica, coreografie, sceneggiature, immagini, disegni, sculture e quant’altro) per i quali non esiste un vero e proprio metodo di valutazione, e che quindi rendono eventuali controlli anche molto facili da “imbrogliare”.

Che senso avrebbe allora implementare degli strumenti costosi, facili da aggirare e limitati, a parte danneggiare (e anche parecchio) utenti, creatori di contenuti, startup, aziende e piattaforme in generale?

Parliamone insieme, magari in poche parole.

Ho scritto CIT. sulla sabbia: quando scrivi una citazione devi pagare?

“Per farsi dei nemici non è necessario dichiarare guerra, basta dire quello che si pensa.”— M.L.King
Ma quanto ci piace postare una citazione sui nostri profili social?

Su Twitter, rigorosamente con l’hashtag #cit #quote, oppure su Facebook, sottoforma di immagine evocativa di paesaggio, natura morta o bacio appassionato, su cui campeggia una frase detta da qualcuno di famoso, o quantomeno attribuitagli. Tutti l’abbiamo fatto almeno una volta.

Nel merito, è stato addirittura condotto uno studio che sostiene che più siamo propensi a pubblicare una citazione di dubbio valore filosofico/motivazionale, magari accompagnandola ad un selfie in pose ammiccanti, più in realtà siamo stupidi.

Strabiliante, vero? Postare una citazione può farci apparire stupidi agli occhi di chi ci segue. Ci avevi mai pensato?

In realtà, citare significa prendere le parole di qualcuno che avremmo voluto dire noi, parole che rispecchiano il nostro stato d’animo del momento. Non c’è niente di male ed è giusto che si possa continuare a farlo tutti i giorni come facciamo adesso.

Eppure, l’abitudine di esprimerci attraverso citazioni potrebbe portarci a pensare di poter utilizzare sempre frasi dette da qualcun altro, vivo o morto che sia: e invece non sempre è così.

Per il libero utilizzo di fonti altrui, infatti, secondo il comma 1 dell’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n.633 In Italia la legge sul diritto d’autore indica come «liberi» il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera.  E’ libera, dunque, la loro comunicazione:

  • se effettuati per uso di critica o di discussione,
  • nei limiti giustificati da tali fini
  • purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera.
  • se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l’utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali.

In generale la normativa chiarisce in più punti che le citazioni sono libere, purché si tratti sempre di estratti di un’opera tutelata sufficientemente ridotti, quindi che non possano entrare in competizione con la fruizione dell’opera stessa.

Esempio: io posso citare una frase o un paragrafo di un testo scritto, ma se copio interi capitoli arrivando a “citare” una grossa parte dell’opera di partenza, non sto più citando, sto danneggiando l’autore.

Sulla dimensione della citazione che è consentito diffondere su questo la norma è abbastanza fumosa, non esistono percentuali applicabili a tutti i contenuti tutelati dal diritto perché ogni opera d’ingegno è diversa dalle altre (pensa a quanto sono diverse le strutture di una canzone, di un romanzo, di un quadro, di un film…).
La norma italiana è figlia della famosa Convenzione di Berna che risale addirittura al 1886, ed è la madre di tutto il diritto d’autore sul piano internazionale.

Citazione al giorno d’oggi: è ancora libera?

Ma come ci comportiamo allora con i contenuti digitali, che non erano previsti nè nel 1886 nè nel 1941?
Ecco, anche qui le cose potrebbero cambiare molto presto, perché la legge che è in discussione al Parlamento europeo potrebbe bloccare DRASTICAMENTE la nostra attuale libertà di citazione.

Immagina cosa dovrà significare in un futuro – ahinoi – molto vicino, scorrere la tua home page di Instagram, Twitter o Facebook, e non trovare più non tanto i selfie con le citazioni di dubbio gusto, ma addirittura interi articoli o post che oggi sono liberi di circolaresempre con il buon senso, diciamo ancora NO alle bufale! 😊 – perché in Unione Europea potrebbe essere presto vietato riprodurre anche citazioni minime di opere altrui.

Al momento non possiamo far altro che continuare a utilizzare citazioni che ci piacciono o condividere quelle dei nostri amici, ma una persona di buon senso preoccupata per la propria libertà di citazione dovrebbe firmare la petizione per bloccare la nuova legge, la cosiddetta Ancillary Copyright, che ha già fatto danni in Germania e Spagna, sta arrivando in Francia, e domani toccherà anche a noi.