I rischi della disinformazione: condividi per proteggere i tuoi dati

Rischi della disinformazione: Scopri cosa è successo, clicca qui, condividi se sei indignato… non possono non dirti niente queste parole: sono, tra tante altre formule, forse le più usate in Italia quando si tratta di contenuti che circolano sui social network.

Spesso ci imbattiamo in articoli che riportano una notizia, e molto spesso la condividiamo con i nostri contatti senza preoccuparci che la stessa notizia sia vera o falsa. Quest’abitudine è estremamente pericolosa e dannosa, perché anche solo una condivisione contribuisce al diffondersi di notizie errate, alimentando paure, rabbia incontrollata, panico: parliamo dei rischi della disinformazione.

Ci spiega Alessandro De Felice, presidente di ANRA:

“A seguito del verificarsi di eventi considerati largamente improbabili dai media tradizionali, come i recenti risultati elettorali a favore dell’elezione di Trump e del referendum pro-Brexit, si è diffusa la teoria che l’opinione pubblica possa essere stata guidata da un flusso pilotato di notizie fuorvianti via web e social network”.

Qual è la soluzione ai rischi della disinformazione? Censuriamo?

Chiaramente non può essere la censura la soluzione, perché porterebbe alla limitazione totale dei contenuti liberi che rendono il web il posto ricco di informazioni come lo conosciamo oggi. Immagina di vivere in un paese in cui è impossibile accedere alle informazioni libere, come in Nord Corea o in Cina – per la Cina le cose stanno progressivamente cambiando, ma sono ancora lontani dall’avere accesso libero a tutto come noi -. Non sono soltanto le economie emergenti ad avere questo tipo di problemi, ti abbiamo già parlato di cos’è successo in Germania e in Spagna e del gravissimo stallo in cui si trovano centinaia se non migliaia di piccole testate in questi ultimi mesi, impossibilitate a comparire sui motori di ricerca per volontà dei governi locali.

Il mondo è andato troppo avanti per pensare a una soluzione che implichi manovre di censura: il nostro comportamento è influenzato ormai da come facciamo uso dei contenuti online, non soltanto dei contenuti stessi! Ci hai mai pensato?
Se prima andavi in edicola e acquistavi un giornale, oppure accendevi la TV in tempo per il telegiornale, oggi accedi a Facebook oppure cerchi su Google una parola chiave che ti porterà al contenuto che ti interessa.

Il progresso ci ha portati fin qui e non possiamo fare passi indietro: piuttosto, proviamo a immaginare dei passi avanti per raggirare i rischi della disinformazione. 

Attenzione alle fonti e un nuovo algoritmo?

Mentre per la stesura di un articolo di giornale una notizia è verificata e sottoposta a controlli diversi, quando io pubblico un mio contenuto online ho la stessa possibilità di raggiungere milioni di persone di un giornale che esegue controlli sui contenuti.

Il rischio disinformazione è proprio in questa falla tecnica, come spiegava il presidente di ANRA: eventi mondiali molto importanti come l’elezione di un Presidente USA o esiti di referendum, o anche episodi di diffamazione a danno di personaggi pubblici o privati, sono la conseguenza di un assente controllo della diffusione delle notizie.

Una soluzione possibile è ripensare gli algoritmi su cui sono basati i motori di ricerca, ma questo implicherebbe ripensare completamente i motori di ricerca stessi, che al momento premiano principalmente le fonti più coerenti con quello che noi stiamo cercando. I motori di ricerca, così come tutti i social network a cui siamo iscritti, conoscono i nostri gusti e sanno sempre fornirci l’informazione e il contenuto che più probabilmente sarà di nostro gradimento.

Evidentemente, se io condivido spesso bufale è perché spesso mi imbatto in bufale, e se mi imbatto spesso in bufale è perché Facebook o Google ritengono che io sia una persona a cui piace leggere questo tipo di contenuti.

La partita è nelle tue mani: cosa puoi fare tu?

Siamo anche noi quindi a dover fare la nostra parte, rieducandoci e rieducando motori di ricerca e social network – e pian piano, contribuendo così a rieducare la nostra rete di amici, ci avevi mai pensato? -.

Infatti, soluzioni a monte come modifiche all’algoritmo oppure controllo delle fonti hanno sì un certo valore, ma non sono di reale impatto se vogliamo lasciare la rete libera com’è sempre stata. Dobbiamo essere noi a dar valore ai contenuti validi, e ignorare le sciocchezze e le bugie in cui tante volte incappiamo perché attratti da un titolo allarmante o un’immagine di anteprima forte.

Ecco perché questo articolo ti parla di proteggere i tuoi dati: se cominciamo a rieducarci, giorno dopo giorno e resistendo al richiamo degli allarmismi facili, faremo un favore a noi stessi – informandoci correttamente – ai nostri contatti e amici – non condividendo con loro notizie false – e soprattutto all’intero mondo dell’informazione, che se non facciamo niente, verrà presto danneggiato dalle nostre abitudini e sarà penalizzata l’informazione dal basso che ci piace tanto.

Un piccolo passo che puoi fare oggi è firmare la petizione per impedire che si arrivi a parlare di censura in Europa e quindi anche in Italia.

 

2 Commenti

  1. D’accordissimo con il giudizio misurato per evitare allarmismi. Ma libertà deve essere spazio di dissenso e critica perché molte notizie ufficiali sono comunque presentate per fini che c’entrano poco con l’informazione (migranti, epidemie, clima, ecosostenibilità, attacchi terroristici…)

    1. Vero, infatti noi escludiamo la censura. Ma un controllo sulle fonti va fatto sempre perché non è vero che la stampa ufficiale ci manipola e le altre no.

      Esiste un modo per proteggersi dalle informazioni manipolate: leggere molto, approfondire e non fidarsi mai nemmeno delle fonti che sembrano indipendenti, perché spesso sono quelle che vogliono i nostri clic per guadagnare.

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