Razzismo e odio online: cosa succede al nostro cervello?

Basta un click, una condivisione, un mi piace per fomentare razzismo e odio online in nome della libertà di espressione e condivisione. Perché accade questo? Perché il mondo online viene percepito come terra di nessuno e luogo dove si ride, si scherza e non si prende mai seriamente quel che si legge sui social. Sì, c’è tanta ignoranza e disinformazione che portano razzismo e odio online ma, ragionandoci su, perché il nostro cervello non reagisce come dovrebbe?

Perché si è più diffidenti nei confronti di progetti e petizioni che informano e aprono gli occhi sullo stato attuale delle cose mentre si cade, spesso e volentieri, nelle trappole e negli allarmismi alimentati da bufale e fake news?

Razzismo e odio online: perché il nostro cervello non fa scattare l’allarme?

Per fare un esempio pratico del perché, in caso di razzismo e odio online, il nostro cervello non fa scattare, facciamo un tuffo nel passato. Tra le pagine dei diari di scuola degli studenti degli anni ‘90, inizi 2000.

Non so se te ne sei mai accorto ma c’era una frase che girava sugli orari dell’autobus, sui muri delle strade di città, nei sottopassaggi, ovunque, che diceva pressapoco così:

“Non sono razzista, odio tutti allo stesso modo”.

Una frase che dovrebbe indignare ma che, invece, scatenava l’effetto contrario e faceva ridere. Ma che, davvero? Prova a pensarci bene, a fare un’analisi del testo ponendoti delle domande.

  1. Che cos’è il razzismo?
  2. Perché e cosa scatena l’odio?
  3. Cosa c’entra il cervello con tutto questo?

Risposte spicciole, tratte da Wikipedia, sui primi due quesiti:

  1. Il razzismo è la tendenza psicologica o politica che, fondandosi sulla presunta superiorità di una razza o sull’altra favorisca o o determini discriminazioni sociali o, addirittura, il genocidio.
  2. L’odio rappresenta il costante desiderio a nuocere qualcuno.
  3. Il razzismo, l’odio, i rapporti sociali così come le loro discriminazioni hanno a che fare con la mente e il pensiero la cui sede è proprio il cervello. Ecco quindi trovato il collegamento, la connessione con l’argomento, ma perché di fronte a frasi del genere non scattò alcun segnale d’allarme nelle menti degli adolescenti di ieri ma, anzi, venivano condivise su diari, muri e quaderni?

Perché la citazione è una contraddizione in termini ed è probabile che generi un black out mentale, disabilitando la paura dell’ignoto e la sua reazione ad esso. Dire di non essere razzisti e di odiare tutti allo stesso modo è un po’ come giustificare l’incapacità a gestire la tensione che si prova quando si intrattengono delle relazioni sociali. Una frase facile da ricordare, che si può ripetere all’infinito e non andrà mai via dalla memoria, come il ritornello di Despacito. Cosa c’entra con l’online?

Razzismo e odio online: perché il cervello li lascia passare inosservati?

Il razzismo e l’odio online passano inosservati al nostro cervello perché siamo abituati a leggerli e a percepirli come la frase riportata su muri e diari. I contenuti controversi e le bufale compaiono ripetutamente su pagine e bacheche, in meme e citazioni. Ovunque. Siamo così abituati a vederli scorrere nelle homepage dei social network che ormai non se ne fa più caso, non ci si sofferma a leggere quel che realmente dicono. Sono solo parole affisse tra le strade e gli angoli del mondo online. A vederle in continuazione viene meno la paura, l’effetto wow che fa scattare l’allarme nel nostro cervello.

In pratica, le fake news, le bufale, i commenti negativi sono così tanti che ormai fanno parte del contesto virtuale. Non indignano perché siamo desensibilizzati ad esse, non avvisano di un pericolo ed entrano a far parte della sfera dell’abitudine. Ci sono, ma non si riflette su quello che comunicano. Un po’ come i soprammobili di casa. A forza di vederli tutti i giorni, ci dimentichiamo di averli. Eppure, comunicano agli ospiti di passaggio lo stile d’arredamento che abbiamo scelto per la casa, raccontano di noi e di quello che facciamo o abbiamo fatto. Parlano delle nostre idee e dei nostri pregiudizi.

La stessa cosa vale anche per i nostri profili online e di come li riempiamo di contenuti (frasi, immagini, video, commenti e condivisioni). Non c’è nulla di male in tutto questo ma, bisogna fare molta attenzione perché se per noi una determinata frase non ha alcun significato, per chi la legge potrebbe assumerne diversi, sia positivi sia negativi e far scatenare il razzismo e l’odio online.

Tanto sono solo parole riportate su uno schermo di pc, cosa mai può succedere se si risponde ad esse con commenti aggressivi o prese in giro? Sono cose lette così per ridere e passare il tempo. Tutto sommato, il cervello non reagisce al razzismo e all’odio online perché non riesce a collegare il contenuto alla persona che l’ha scritto e non si rende conto che, “aggredendo” il contenuto soddisfa il desiderio di nuocere a qualcuno, anche se non lo si conosce.

Si può fare qualcosa per vivere l’online basandolo sul dialogo e la conversazione civile? Sì e, se vuoi sapere come fare, firma la nostra petizione. 😉

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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