La buona informazione non può essere gratis. O forse sì?

Sappiamo bene, anche perché ne parliamo ormai da qualche mese, che i giornali e gli editori in generale chiedono a gran voce all’UE di essere tutelati con norme chiare (e stringenti) sul copyright. Come se non bastasse, indicano come principali “nemiche” le piattaforme che più di tutte agevolano la diffusione e la condivisione di notizie, informazioni e contenuti. E lo fanno perché consentono di accedere a questi gratis.

Questo stesso articolo raggiungerebbe molte meno persone se non potesse essere rilanciato sui vari Facebook e Twitter, oppure indicizzato e poi trovato su Google tra mesi o anni. Qui volevo arrivare, perché questa premessa mi consente di evidenziare un chiarissimo paradosso: erano proprio loro, i giornali, a sottolineare come la rivoluzione vera portata da Internet fosse la libera condivisione. Senza contare il libero scambio di qualsiasi tipo di contenuto, anche quelli protetti da diritto d’autore, di quando tutti quanti usavamo il peer to peer.

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Il paradosso dell’informazione gratis

Una volta i “pirati“ erano gli eroi che sfidavano il sistema perché rimuovevano la barriera del prezzo e rendevano tutto accessibile a tutti, e come faceva notare qualcuno erano anche i beniamini della stampa e dell’informazione.

Cosa è cambiato oggi per causare un dietrofront così importante nelle opinioni? All’epoca, probabilmente non erano ancora toccati dal “problema”, che ha riguardato invece le major cinematografiche e discografiche dal primo momento. Loro il cambiamento portato dal digitale l’hanno abbracciato, altrimenti sarebbero andate incontro a morte certa, e quindi al posto di Napster o eMule (da cui si poteva scaricare tutto gratis, ma illegalmente) abbiamo piattaforme come Spotify e Netflix che danno libero accesso a un catalogo vastissimo in cambio di una tariffa fissa mensile.

Abbracciare il futuro o fallire?

Guadagnano meno per singolo utente? Sicuramente, ma quanti iscritti perderebbero se iniziassero a far pagare di più per ogni singolo contenuto? Lo dice anche Jeff Bezos, che forse ne capisce un po’ più di noi: i giornali non sono ancora spacciati, ma devono entrare nel futuro senza lamentarsi, perché lamentarsi non è una strategia. E infatti il suo Washington Post va alla grande dopo essere passato al digitale.

Insomma, Google e Facebook sono spesso viste come un impedimento, un cattivo da fermare, ma basterebbe cercare la maniera giusta di utilizzarli per espandere il proprio pubblico. La maniera giusta, naturalmente, non è riprendere le notizie più condivise sui social e “citarle”. Sarebbe molto più opportuno cercare di restituire valore ai lettori che, di fatto, li finanziano acquistando giornali e abbonamenti.

Altrimenti per forza cercano altre strade per reperire le informazioni, e tra l’altro possono trovarle anche gratis.

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