Cambridge Analytica: la responsabilità è nostra

Negli ultimi giorni non si fa che parlare del caso di Cambridge Analytica, di come un presunto furto di dati abbia contribuito al verificarsi di particolari risultati politici. Ieri Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, ha fatto richiesta a Facebook circa l’impiego dei dati per finalità di comunicazione politica da parte di soggetti terzi.

Dopo poche settimane dalle elezioni politiche, sappiamo quanto possa essere delicato il tema, anche perché Agcom fa presente che pare che queste tattiche di profilazione degli utenti siano state utilizzate anche da noi e non solo negli USA, precisamente nel 2012.

L’Agcom ricorda: «con una precedente comunicazione, sono state già richieste informazioni circa l’acquisizione di dati relativi a servizi e strumenti messi a disposizione da Facebook, sia per gli utenti sia per i soggetti politici, durante la campagna elettorale italiana per le scorse elezioni politiche 2018. Questa seconda richiesta si inserisce pertanto in continuità con le iniziative intraprese».

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In due giorni Facebook ha perso circa 60 miliardi di dollari per gli scossoni in borsa, e si è portato con sé Twitter e Snap, società che controlla Snapchat. Sembra che l’intero sistema dei social media sia improvvisamente bersagliato da sospetti e paure su come questi colossi abbiano usato le informazioni che, a torto o ragione, noi riteniamo di nostra proprietà.

Dopo un paio di giorni in cui ne abbiamo davvero lette di ogni su Cambridge Analytica, possiamo però fermarci e capire realmente cosa sia successo.

Innanzitutto, il fatto principale è questo: l’azienda di data analytics che ha aiutato la campagna presidenziale di Donald Trump, Cambridge Analytica, ha raccolto i dati Facebook di oltre 50 milioni di persone con lo scopo di profilare gli utenti e, confezionare su misura messaggi politici precisi.

Il modo in cui si sia riusciti a ottenere questi dati, però, è la cosa veramente importante da analizzare: nel 2014 il ricercatore Kogan ha collezionato i dati attraverso un’app – come quelle con cui facciamo i test e i giochini mentre siamo su Facebook – riuscendo a ottenere da 270.000 persone la spunta su “acconsento al trattamenti dei miei dati”.

Lo scopo ufficiale dell’app, quello dichiarato a Facebook da Kogan quando l’app è stata accettata dal social network, era di ottenere dati per scopi di ricerca. Visto che acconsentendo al trattamento dei loro dati i 270.000 utenti acconsentivano anche al trattamento di quelli dei loro amici – regola che Facebook ha cambiato solo dopo il 2014 – da 270.000 profili consenzienti si è arrivati a un totale di 50 milioni di profili analizzati.

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Moltissime persone stanno parlando di data breach, ovvero di violazione dei dati. Ma la realtà è che la raccolta di quei dati è stata fatta secondo le regole.

Questo significa che i veri responsabili di tutto quello che è successo sono gli utenti che hanno acconsentito all’utilizzo dei propri dati, nel momento in cui hanno accettato di utilizzare l’app.

Facebook sostiene che si tratti di un abuso di scopo, perché Kogan aveva dichiarato che li avrebbe utilizzati solo a scopo di ricerca accademica, mentre la realtà è che quei dati sono stati usati per altri motivi, e quindi da questo punto di vista la responsabilità cadrebbe interamente su Kogan. Ma staremo a vedere come evolverà la faccenda di Cambridge Analytica.

La verità, arrivati a questo punto, è che dovremmo cominciare a diventare più responsabili nei confronti di noi stessi – acconsentire all’utilizzo di qualunque strumento, perché tanto è gratis, è un ragionamento che non ci possiamo più permettere – e nei confronti delle nostre reti: impariamo una volta per tutte che tutti noi siamo parte di una rete, e non ci siamo solo noi e i nostri selfie: è una nuova educazione civica, sarebbe il momento di metterla in atto.

 

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