La bontà ai tempi dei social network ha ancora senso?

Per l’ennesima volta è comparso un post sulla tua bacheca di Facebook dove un bambino smagrito chiede aiuto consistente in una condivisione o un like. Tu cosa fai: condividi o segnali?

Hai mai ricevuto via email, tramite Whatsapp o messaggio privato di Facebook uno di quei “Urge sangue RH+: condividi subito, abbiamo bisogno di te?”. Cosa ne pensi? Io li trovo davvero fastidiosi. Sarà perché siamo talmente atrofizzati e desensibilizzati dalla tv, dal mondo moderno, dalle pubblicità che battono e ribattono sempre sugli stessi punti critici che oramai sembrano non fare più effetto.

O ancora, ti è mai capito di ricevere una di quelle email in cui un tuo lontanissimo parente è prigioniero in un paese straniero e ha bisogno di un riscatto di 10 mila euro ma al suo ritorno ti premierà con una ricompensa di un milione di dollari? O un’email di recupero del tuo profilo Apple o, ancora, di quando hai perso la password di Poste Italiane ma l’email è firmata posteitaliene?

Quanto siamo buoni sul web? O siamo ingenui?

Già, beata bontà. Giusta ingenuità. Ne siamo stati tutti vittime almeno una volta nella vita.  Ne siamo stati tutti vittime almeno una volta nella vita. La bontà sul web è (davvero) una brutta bestia. Ti fregano quando hai il cuore (troppo) tenero. Non solo: sul web entra in gioco anche la nostra voglia di mostrare che siamo buoni, caritatevoli ed amorevoli verso il prossimo. Ecco, allora, che “quelli che ci vogliono fregare” hanno vita facile con noi. Basta, infatti, un bel visino di un bimbo che soffre per vincere una nostra condivisione, un parente (ipotetico) all’ospedale per prendere la nostra email o la preoccupazione che qualcuno possa accedere ai nostri “segreti” del cellulare o del computer personale per prendere la nostra password.

Capita a tutti. Non c’è differenza di religione, colore, razza. L’ingenuità e la voglia di mostrarsi “brave persone” davanti agli schermi (e agli occhi) della gente ci frega.

Catene di Sant’Antonio, email fake e cos’altro?

In principio erano le catene di Sant’Antonio. Oggi, è tutto: email, whatsapp, chat di Facebook, live di Instagram. Tutto. Tutto diventa mezzo per conquistare i nostri dati personali ed utilizzarli per inondarci di pubblicità, venderci il codice di sblocco del prossimo virus o chissà cos’altro ancora. E, purtroppo, siamo disposti a tutto pur di apparire e proteggerci, condividere ed essere condivisi. “Inoltra a tutti i tuoi contatti” diventa la nuova religione!

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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“Se hai un cuore commenta o, almeno, metti mi piace” – è questo il mantra delle vecchie e delle nuove generazioni. Quelle del profilo Facebook che condivide bufale, dei lettori poco attenti ma anche dei professionisti che leggono velocemente, dalla distrazione facile e dalla dipendenza da notifica.

“Perchè? Come mai? Esseri senza cuore! Insensibili! Egoisti! Ecco gli epiteti che vi aspettano se provate a spiegare che ad un bambino in Africa non apparirà magicamente un panino col prosciutto tra le mani, o che la leucemia non smetterà di colpire poveri innocenti, se cliccate mi piace o condividete un post. Magari bastasse questo!”

Questo è quello che appariva in un articolo del magazine online Ninja Marketing ben quattro anni fa e la situazione non è migliorata, anzi sembra essere ancora più complessa ed estrema. Sembra quasi che siamo disposti a venderci per meno di un like o per combattere una guerra all’ultimo sangue per poche righe di anteprima su un sito. Rendiamoci conto del dramma.

La bontà per come la vedo io non dovrebbe essere uno sport olimpionico. Uno spara e tutti a correre con il conto corrente in mano, l’sms. Spesso poi i patrocinatori di queste “giuste cause” sono gli stessi che non conoscono il “proporzionale” ma solo il “maggioritario” del buon cuore. Lanciano il sasso e fine. Spesso lo fanno per e non con.

Scrive così Roberto Carvelli sull’Huffington Post. Insomma, forse non è il caso di cominciare a guardare meno al like e più alla concretezza delle cose?

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