Ancillary Copyright: ora ci sono anche le bufale?

I diritti connessi sono una delle tematiche che più sta infiammando le aule del Parlamento Europeo. Le votazioni sull’ancillary copyright sono alle porte. Manca davvero poco alla decisione definitiva della Commissione Europea sulla questione. Stavolta il dito viene puntato sulle bufale online.

Da sempre, infatti, i big del settore della comunicazione cercano di arginare il fenomeno, complesso e complicato, delle bufale online. Queste, infatti, sono un sistema validato per guadagni facili sulla pelle dei consumatori di spregiudicati “briganti del web” che – in barba ad ogni regola e giocando anche un po’ sull’ingenuità e la buona fede degli utenti – creano delle vere reti acchiappa-click capaci di generare introiti consistenti derivanti dal sistema pubblicitario che alimentano.

La discussione in Commissione Europea sull’attuazione della proposta del diritto d’autore europeo per gli editori di stampa e web passa ora ad un livello successivo. A marzo 2017 – infatti – il percorso del Digital Single Market si arena: la discussione è più viva che mai ed oggi sposta la sua attenzione sull’argomento bufale online. Parrebbe che limitare la pubblicazione di quelle poche righe di anteprima potrebbe portare ad arginare il fenomeno delle bufale online provocando, però, un corto circuito nella libertà di condivisione (e, soprattutto, di espressione) degli utenti prima, dei consumatori poi. Perché? Cerchiamo di capirlo insieme!

Digital Single Market: la vera soluzione alle bufale online? Non proprio!

Si parla di diritti connessi già da un po’. Sull’argomento abbiamo scritto e continueremo a scrivere tanto poiché la tua tutela è, per noi, importante almeno quanto il tuo diritto all’informazione (se non di più, eh). La questione è ormai al giro di boa e le votazioni finali per la riforma del copyright: l’approvazione del Digital Single Market è qui. Facciamo un piccolo riassunto della situazione per comprendere verso quale direzione stiamo andando.

La posizione del gruppo europarlamentare dei EPP

L’infinita battaglia sull’ancillary copyright continua. Il primo avvenimento che ha dato la speranza di riuscire a fermare la nuova direttiva europea sul copyright è stato a marzo di quest’anno. Therese Comodini Cachia – europarlamentare appartenente al gruppo dei EPP, ha espresso in modo chiaro e preciso cosa pensa a proposito della questione…

Sull’articolo 11 ed i piccoli editori

Sull’articolo 11 – quello relativo al diritto dei pubblisher – il gruppo EPP ha grossi dubbi sul fatto che la sfera digitale possa essere in qualche modo controllata da alcuni aggregatori di notizie e fornitori di servizi online a favore delle proprie attività. La paura più grande è che, senza corrispondere un pagamento adeguato ai creatori di contenuti, la produzione degli stessi sia a rischio. Secondo l’EPP, infatti, la soluzione sarebbe quella di garantire una certezza giuridica per la licenza ad utilizzare parti (anche minime, come l’anteprima di un link) di quel contenuto.

Questo servirebbe – in teoria – a rafforzare la posizione dei pubblisher. In realtà, a conti fatti, questo tipo di iniziativa danneggerebbe l’intero sistema di informazione libera per varie motivazioni: in primis, non tutti i magazine online, blogger e altri siti potrebbero permettersi tale ipotizzata spesa. Altra questione è il mutuo (e tacito) “scambio di favori” tra aggregatori di notizie, siti di news e piccoli e grandi editori: spesso, testate minori non hanno la forza economica di ripagare tutti i creatori di contenuti e l’intera garanzia di pluralità andrebbe a farsi “friggere”. I piccoli magazine, infatti, grazie ai siti demonizzati nella proposta di direttiva alimentano un flusso sicuro e costante al creatore di contenuti quando “anticipano” il suo contentuo. Flusso di utenti senza il quale, forse, molti avrebbero chiuso. Altra considerazione da fare è che – se questa riforma dovesse passare – piccole e grandi imprese digitali dovrebbero cercare fonti alternative “di guadagno” e di visibilità. Uno scenario probabile potrebbe essere quello di aumentare la presenza di pubblicità sul sito, ad esempio. Insomma, forse gli EPP non hanno pensato alle conseguenze della direttiva sull’ancillary copyright? Sembrerebbe di no!

L’ancillary copyright non salvaguarderebbe gli utenti dalle bufale online a favore del giornalismo di qualità, anzi. Sembrerebbe quasi un modo per favorirle, visto che rappresentano un modo (molto facile) per fare click e – quindi – introiti.

Il “value gap”, lo sconosciuto dell’articolo 13

Anche sul “value gap” – ovvero l’articolo 13 della direttiva proposta – l’EPP ha una posizione ben salda. Secondo l’eurogruppo “le piattaforme sono di grande importanza per il pluralismo dei media e la libertà di espressione”. Se ci si ferma a questa prima espressione, sembrerebbe crollare tutto l’impianto per cui questa direttiva limiterebbe la libertà di espressione. Leggendo, però, ancora si chiarisce come una tassa sui contenuti e sui link sia chiaramente dannosa per il consumatore: “tuttavia, la libertà di creazione artistica costituisce un altro aspetto di una società libera e, a questo riguardo, l’emergere di piattaforme online crea nuove difficoltà nell’applicazione dei diritti di proprietà intellettuale”. Insomma, secondo la direttiva (e la posizione dell’EEP) le piattaforme rendono complesso il riconoscimento artistico e della relativa proprietà intellettuale del prodotto autoriale.

Il problema del gap di valore, invece, dovrebbe focalizzarsi sul fatto che l’Europa è lenta nell’adeguarsi all’evoluzione del mercato e dell’innovazione. Un esempio su tutti è quello dell’industria musicale e la pirateria. Si è cercato di bloccare il fenomeno dello sharing oline attraverso continue sanzioni e chisure forzate delle piattaforme che “spacciavano” musica illegalmente, in barba al diritto d’autore e al riconoscimento – economico, ma non solo – all’artista. Non si è, però, cercato una soluzione definitiva al problema cercando di comprendere l’innovazione e di trovare regole e strutture legislative per cavalcare l’esigenza e non per contenerla. Ecco allora che oggi, finalmente, arrivano servizi come Spotify che – in barba ad ogni predizione nefasta – riesce ad incrementare la vendita di dischi e non ad uccidere definitivamente il mercato musicale.

Lo stesso discorso dovrebbe essere applicato ai contenuti digitali: invece di “spremere” ogni centesimo da un lato e dall’altro (aggregatori, siti, blogger, influencer – solo per nominarne alcuni), bisognerebbe comprendere le attuali necessità del mercato e dei consumatori e dialogare con tutti gli attori in campo per arrivare a soluzioni condivise e, soprattutto, efficaci. Non trovi?

In questa categoria – quella delle piattaforme online che dovrebbero sopperire a quello che chiamano “gap value” – dovrebbero rientrare anche gli ecommerce. Secondo l’EPP, infatti, essendo queste piattaforme impegnate in una “comunicazione al pubblico” non sono esenti dalla responsabilità del diritto d’autore. Anche una scheda prodotto che cita il prodotto originale utilizzando una piccola porzione di testo della descrizione prodotto di un brand che viene rivenduto (in modo assolutamente legale) diventa un problema. Insomma, vogliamo davvero questo?
Come potrebbe questo tipo di ragionamento esulare dal fatto che molti brand, piccoli editori, blogger spesso non hanno la forza economica di proporsi al grande pubblico e riuscire a “mantenersi da soli” oppure, spesso, è un accordo tra aggregatore o piattaforma che sia, essere ripagati in mutuo scambio di contenuti, visibilità e traffico? La diatriba è appena all’inizio!

Le eccezioni: testi, dati, significati e panorami (non quelli che vedi in vacanza)

I testi ed il data mining sarebbero – secondo l’EPP – fuori da questo ragionamento. Solo, però, alle organizzazioni di ricerca senza ampliare questa eccezione al mercato perché troppo esteso e pregiudicherebbe, in poche parole, gli interessi legittimi del titolare del diritto.

Ovviamente, questo diritto non apparterebbe agli utenti e ai loro contenuti spontanei (conosciuti come UGC) perché “devierebbe” gli articoli precedenti una eventuale eccezione. Bene, editori sì, utenti no: molto divertente (e coerente, soprattutto).

La questione del “Panorama”, poi, dovrebbe essere lasciata ai singoli stati membri.

Therese Comodini è intanto tornata ai suoi doveri a Malta lasciando il posto di relatore della JURI al collega tedesco Axel Voss, membro del EPP il Partito Popolare Europeo.  Vorrebbero quindi forzare la mano sul value gap ovvero la differenza di remunerazione tra chi crea un contenuto e chi lo diffonde. l’EPP riconosce la grande importanza delle piattaforme per la pluralità d’informazione e la libertà di espressione, per qualche strana ragione però vede gli aggregatori di news come qualcosa che indebolisce la difesa del diritto d’autore.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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I diritti connessi possono combattere chi inventa bufale per fare soldi

Quello delle bufale online è un problema sentito più che mai in questo periodo insieme all’ancillary copyright. I due argomenti non erano mai stati correlati tra loro. A quanto pare secondo alcuni, l’entrata in vigore dell’ancillary copyright a tutela dei grandi editori non andrebbe a minacciare il tuo diritto all’informazione.  Si parla addirittura del fatto che potrebbe proteggerlo combattendo le bufale in rete.

Il discorso ruota tutto intorno al poterti offrire un giornalismo di qualità grazie ai guadagni derivanti dall’entrata in vigore della riforma. È davvero così? Si tratta dell’ennesimo tentativo di offrirti un apparente vantaggio dell’ancillary copyright? Dopotutto niente collega le due cose in modo diretto. Andrebbe realmente analizzato se la link tax, l’altro nome con cui la riforma viene chiamata, possa davvero limitare la pubblicazione e la diffusione delle bufale sul web. Ecco quali sono le cose di cui dovresti tenere conto prima di farti un’opinione a riguardo:

  • Un editore con un maggiore introito può investire maggiori risorse in una maggiore ricerca delle fonti di una notizia; l’ancillary copyright mira proprio ad aumentare gli introiti dei grandi editori;
  • Non esiste un elemento che colleghi concretamente la prevenzione delle fake news con l’ancillary copyright. Il più delle volte chi diffonde le bufale online non ha interesse nel produrre contenuti di qualità; anzi, queste persone mirano esattamente alla disinformazione o non hanno interesse nella veridicità delle notizie che pubblicano. Dopotutto il loro scopo è avere sempre più click per guadagnare;
  • L’eventuale impatto della link tax sulla diffusione delle fake news sarebbe trascurabile poiché chi ha interesse a proporre un giornalismo di qualità, lo fa già da adesso.

Perché la questione del giornalismo di qualità è una bufala?

La soluzione, secondo l’Europa, è quella di puntare sul giornalismo di qualità per combattere le bufale online e il loro proliferare sul web. Limitare la libertà di condivisione e di espressione a favore della speranza di un giornalismo di qualità, etico ed alimentato da fonti certe e verificate? Questo è davvero uno scenario possibile in un mondo, quello del giornalismo, dove i budget sono sempre ridotti all’osso e le verifiche sulle fonti quasi inesistenti? Uno scenario possibile quello in cui tutto viene regolato (i giornali) da budget che dipendono, soprattutto, dal numero di lettori e click e non più dalla tiratura fisica dei giornali. Sono i sistemi pubblicitari – diciamoci tutta la verità, – a sostenere la vita (molto debole) dei magazine online, dei blog e della schiera di giornalisti che – sempre di più – vedono la propria professionalità purtroppo sottopagata e schiava di un sistema che si regge su quante visite fa il tuo articolo quanti follower hai e possiamo sfruttare.

Partendo da questa considerazione, è davvero possibile che il giornalismo di qualità salvi il mondo (del web) dalle bufale online? Forse stiamo sopravvalutando il giornalismo o sottovalutando il fenomeno? A te la risposta!

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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