Scienza e fake news, i complottisti hanno vinto?

La bufale stanno vincendo contro la scienza. Se non facciamo niente, ci ritroveremo catapultati indietro nel tempo di mille anni. Uno studio recente infatti afferma che, i tentativi di smontare le bufale o le strambe ipotesi dei complottisti siano praticamente inutili ed in alcuni casi controproducenti. Quello che pensavamo essere un fenomeno che potevamo ignorare si sta dimostrando qualcosa in grado di cambiare la realtà. Vogliamo veramente stare a guardare mentre fanno diventare la terra piatta e dicono che lo sbarco sulla luna non ci sia mai stato?

Le bufale troppo eclatanti sono molto più pericolose di quello che pensiamo. Vi è mai capitato di sentir parlare dei terrapiattisti? Se non li conoscete ve li presentiamo noi. Come il nome probabilmente suggerisce, sono gruppi di persone che, credono fermamente che la terra non sia una bellissima sfera azzurra che galleggia nello spazio, ma un disco di roccia. Detto così viene da ridere e la prima cosa che si pensa sia che tali affermazioni vengano fatte per scherzo; purtroppo non è così.

Come creare bufale su facebook e battere gli scienziati

Quando volte ci siamo trovati di fronte a qualcuno così ottuso e con motivazioni talmente assurde da portarci a dire: Mio dio, non vale neppure la pena discuterci! A quanto pare adesso è scientificamente provato (ve ne avevamo parlato qualche giorno fa quì).  È di pochi giorni fa una notizia che ha dell’incredibile. Vorremmo fosse una delle tante bufale online ma non è così.

Un team internazionale di scienziati capitanato da alcuni nostri connazionali ha effettuato uno studio su svariate pagine Facebook ed il risultato oltre a non essere incoraggiante è addirittura proccupante; discutere con gli antivax, i terrapiattisti e chi crede che non siamo mai stati sulla luna è inutile, anzi, spesso è controproducente.

Lo studio nello specifico era concentrato sul debunking, ovvero la pratica di sfatare le bufale o le notizie errate avvalendosi di prove scientifiche.  La ricerca ha avuto una durata di 5 anni ed è riuscita ad analizzare ben 54 milioni di utenti suddivisi tra:

  • Più di 80 pagine Facebook che trattano argomenti scientifici;
  • Quasi 350 pagine complottiste;
  • Poco meno di 70 pagine che si occupano di debunking.

I risultati della ricerca devono metterci in allarme. Infatti, quello che esce fuori dallo studio è che maggiore è l’impegno che si mette nel cercare di sfatare affermazioni false o pseudocientifiche, peggiori saranno i risultati. Il più delle volte un post che sarebbe dovuto essere accolto con felciità è stato invece tempestato di commenti negativi. In poche parole la verità fa arrabbiare i complottisti.

Perchè crediamo alle bufale? Perchè non ci confrontiamo

La cosa più preoccupante che emerge da questo studio è però un’altra. In internet esistono due gruppi che, hanno opinioni contrastanti, ma non si confrontano mai realmente. La maggior parte delle discussioni avviene infatti in ambienti chiusi in cui non c’è mai confronto e dialogo, ma solo il darsi ragione a vicenda mentre si da torto al prossimo. Cosa succede quindi? Che chi è stato imbrogliato con delle notizie false o imprecise non ha mai l’occasione di conoscere la verità.

Questo succede non solo a causa della poca inclinazione al confronto, ma anche perchè sempre a causa di chi fa girare bufale online, le persone hanno perso fiducia verso i mezzi d’informazione e abbiamo perso l’abitudine di approfondire le notizie che incontriamo durante la giornata. A questo c’è da aggiungere che com’è normale sia ognuno tende a voler portare l’acqua al suo mulino.

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Chi diffonde bufale lo fa per spaventarci e confonderci

Le false notizie vanno di moda giá da un po’, ma nel mondo scientifico non sono un fenomeno così recente come si potrebbe pensare. Le fake news in campo scientifico sono sempre esistite, quello che è cambiato è che con i social media le bufale si diffondono maggiormente e più velocemente. Di solito una fake news viene creata usando informazioni volutamente false o imprecise con lo scopo di influenzare la nostra opinione.

In campo scientifico le cose sono un po’ diverse; in un campo in cui tutto può essere definito inaccurato a seconda delle esigenze è difficile definire i limiti entro cui un fatto viene riferito in modo inesatto e quando invece è una vera e propria bufala. A differenza delle solite fake news, le notizie scientifiche inaccurate il più delle volte si diffondono perchè danno speranza; come per esempio una nuova cura per una malattia, o al contrario danno un capro espiatorio contro cui gettarsi.

Bufale: come scoprire le bufale su internet

Anche se le fake news stanno vincendo sulla verità e sulla scienza non tutto è perduto. Possiamo ancora combattere e vincere. C’è però bisogno di unire gli sforzi. Ecco come può essere invertita questa tendenza:

  • Diventiamo più aperti al confronto, anche se qualcuno non la pensa come noi dovremmo ascoltare cosa ha da dire. Questo ci aiuta a comprendere le basi della sua opinione;
  • Informiamoci in modo più consapevole, approfondendo le notizie ed imparando a riconoscere le bufale online;
  • Chi fa scienza può diventare più aperto al dialogo e creare un ponte con il prossimo, anche se si tratta di qualcuno che di quella materia conosce poco o niente. Fornire sempre e solo dati per quanto corretti si è mostrato infruttuoso;
  • Le agenzie e le istituzioni devono iniziare a monitorare internet con più attenzione e quando un loro studio viene interpretato male o distorto, spiegare con maggior efficienza i dati dello studio;
  • I motori di ricerca dovrebbero eliminare gli studi obsoleti e confutati dai risultati di ricerca in modo che chi si rivolge alla rete per informarsi possa attingere a fonti non solo autorevoli ma aggiornate.

Ricevere informazioni corrette è un diritto, chi per scherzo o per guadagnarci fa girare in rete fake news e notizie distorte danneggia tutti noi. Avere a disposizione più fonti da cui informarsi è una delle soluzioni al problema delle fake news e delle notizie riportate in modo inesatto per spaventarci. Il modo giusto per difendere il nostro diritto ad informarci è combattere la censura online.

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Perché Facebook non ti fa più modificare l'anteprima degli articoli?

Quello che accade è che – anche – Facebook ha deciso di darci un taglio con le bufale online. Facebook sta lottando da tempo contro la diffusione delle pratiche per spingere le fake news, come il click baiting.

Sapevi che il click baiting è la tecnica che utilizza il titolo dell’articolo come esca per costringere l’utente a cliccare sul link. Questa esca da click (come la definisce qui Wikipedia) ha lo scopo di attirare il maggior numero di utenti possibili per mostrare il messaggio pubblicitario o fare visite ad una determinata pagina. Il click baiting è una delle tecniche più diffuse per guadagnare sul web senza troppo sforzo ma, dopo un po’, comincia a diventare faticoso: trovare sempre nuove notizie interessanti per l’utente è complicato. Ecco perché, dopo un po’, inevitabilmente, si cominciano ad utilizzare le fake news, meglio conosciute come bufale online. 

Siccome i social network riescono ad arrivare proprio a tutti, può capitare che alcuni titoli acchiappaclick circolino sulla piattaforma Facebook. L’azienda che gestisce questo social network ha deciso di correre ai ripari perché questa tipologia di contenuto mina l’esperienza di navigazione degli utenti.

Lotta al clickbaiting, alle bufale online e premi ai siti verificati e veloci

La politica di Facebook contro le bufale è sempre stata chiara: no al clickbaiting, no alle fake news. Queste tecniche danneggiano la qualità dell’esperienza utente alla quale Facebook tiene particolarmente.

Per rendere la tua permanenza sulla piattaforma sempre piacevole (almeno per la maggior parte del tempo) Facebook cambia ed aggiorna il suo famoso algoritmo. Anche in questo caso, quindi, un aggiornamento dell’algoritmo è il nodo centrale della questione: Facebook decide, quindi, di disabilitare la modifica dell’immagine di anteprima, del titolo e della descrizione del contenuto visibile sulla tua bacheca.

Qual è il motivo di questa decisione?

Facciamo un attimo un passo indietro, ti va?

La questione qui non è tanto del perché Facebook non ti fa più cambiare l’anteprima del titolo del tuo link oppure l’immagine. La questione è più profonda. Riguarda il perché modifica questo titolo di contenuto e del perché è tanto attento ai link condivisi.

Il problema è che le persone condividono leggendo appena il titolo dell’articolo e l’anteprima e, altre volte, semplicemente leggendo il titolo e guardando l’immagine. Questa leggerezza quando si condivide una notizia, un articolo o un qualsiasi contenuto favorisce la proliferazione delle tecniche di clickbaiting e similari, la diffusione delle bufale online e – ancora più grave – della disinformazione.

Tutta questa leggerezza non è, ovviamente, voluta dagli utenti. La quantità di informazioni assurda da cui siamo stimolati continuamente favorisce una lettura distratta ed una condivisione ancora più veloce. Sono facilissimi quindi gli strafalcioni: incappare in una fake news e condividerla può capitare davvero a tutti, anche ai lettori più attenti.

Facebook contro le fake news

Prima l’amministratore di una pagina Facebook, in soldoni, poteva tranquillamente modificare immagine di anteprima (quella che vedi apparire sulla tua bacheca, in pratica), il titolo e la descrizione del link che anticipava l’articolo. Oggi, per combattere le fake news, questi tre elementi non possono più essere modificati.

Spam, contenuti ingannevoli, click baiting e bufale saranno – in qualche modo – limitati. Resta ovvio il fatto, però, che questa tipologia di contenuto non può essere “fermato” solo da un algoritmo ma che c’è sempre bisogno di un aiuto umano. Facebook ha, infatti, aumentato i propri “controllori” umani che gestiscono le segnalazioni che arrivano al centro di controllo del social network. Non solo, una consapevolezza maggiore degli utenti anche all’atto della segnalazione di spam o fake news più attenta porterebbe vantaggi all’intera comunità.

I pareri contrastanti di editori, blogger, specialisti del settore e della community

I pareri della community sembrano essere piuttosto discordanti.

Secondo Repubblica.it, poi, “chi abuserà del proprio potere in qualsiasi modo, per esempio rappresentando in maniera ingannevole un contenuto o spammando materiale che viola gli standard della comunità di Facebook, lo perderà. Un modo per assicurarsi che la descrizione visualizzata sulla rete sociale corrisponda effettivamente a quanto viene scritto nell’articolo. Senza taroccamenti.”

Secondo Claudio Gagliardini – uno dei soci di seidigitale.com – la misura è forse un po’ morbida. “Non risolverà il problema, purtroppo. La vedo più efficace rispetto al fenomeno del click baiting, sicuramente. Anche in questo caso, però, fatta la legge è piuttosto semplice (per i meno corretti) trovare l’inganno. A mio avviso il problema è, più in generale, che in qualsiasi modo si cerca di ostacolare gli scorretti si finisce quasi inevitabilmente per rendere la vita più complicata di chi scorretto non è, o peggio, per costringere questi ultimi a trovare scappatoie per continuare a fare le cose nel modo giusto, come se giusto non fosse.

Per rispondere alla considerazione di Claudio, però, sembra che un nuovo aggiornamento di Facebook sia arrivato a premiare chi lavora sodo, anche sull’ottimizzazione dei propri siti in funzione di una esperienza di navigazione migliore per l’utente. In questo articolo, Maria Pia De Manzo di Web in Fermento, spiega in modo davvero semplice ed efficace il perché Facebook riveda il newsfeed per il formato link, premiando i siti più veloci.

Anche Claudio Marchetti (Seo specialist) e Veronica Ramos (social media specialist) hanno un parere non proprio positivo sulla questione, offrono interessanti spunti di confronto:

“Una scelta che forse andava ponderata di più. Se voglio debellare le fake news devo puntare anche su altri sistemi. Sicuramente introdurre un algoritmo che analizzi il comportamento degli utenti, per trovare casistiche atipiche (così da identificare una fake news) e un maggior vantaggio per chi produce contenuti di qualità. Se non si offre un incentivo, le persone difficilmente cominciano ad agire.”

Insomma, incentivi e premi a chi combatte le fake news? Potrebbe essere un’opzione da tenere in considerazione?

Le soluzioni quali sono?

Quali sono le soluzioni per chi non ha nessun interesse nel fare click baiting o innescare la catena delle fake news? Insomma, chi fa contenuti utili o chi – semplicemente – vorrebbe essere libero di modificare a piacimento i propri link prima della pubblicazione cosa possono fare?

Veronica Gentili, in uno degli ultimi articoli per il suo blog – uno dei punti di riferimento per il Facebook Marketing in Italia – scrive:

La scelta di Facebook è molto forte, specialmente perché va a colpire tutti quei gestori di Pagina che lavorano con siti non proprio ottimizzati (e sono davvero tanti), il cui unico modo di rendere un po’ più appetibili i link condivisi era appunto quello di migliorarne immagine, titolo e descrizione.

Se l’anteprima non è come vorreste, basta inserire il link in questione nello Sharing Debugger che vi permetterà di vedere quali sono gli errori rilevati e di aggiornare il contenuto (e quindi l’anteprima).”

Più di così non possiamo aiutarti! Tu cosa ne pensi di tutta questa storia?

Ancillary Copyright: scopriamo di più con Virgilio D'Antonio

Finora ti abbiamo parlato tanto di Ancillary Copyright, dandoti una panoramica rispetto alla normativa e spiegandoti di cosa si tratta nel concreto. Oggi abbiamo chiesto un parere autorevole, a chi mastica questa materia quotidianamente. Fare informazione intorno al tema è importante affinché i cittadini digitali siano consapevoli dei rischi e dei vantaggi che si possono trarre da questa normativa di cui si sta tanto discutendo in tutto il mondo. Ne abbiamo parlato in maniera molto approfondita con Virgilio D’Antonio, Professore ordinario di Diritto Privato Comparato presso l’Università degli Studi di Salerno, phd in Comparazione e Diritti della Persona,  titolare delle cattedre di Diritto Comparato dell’Informazione e della Comunicazione, di Trademark and Advertising Comparative Law e di Istituzioni di Diritto Privato, nonché Presidente del Consiglio Didattico di Scienze della Comunicazione.

Iniziamo dunque parlando di diritto d’autore e approfondendo questo tema comparando le normative a livello internazionale, per comprendere a fondo come l’Ancillary Copyright si va ad inserire all’interno di questo scenario.

L’Ancillary Copyright potrebbe essere una risposta alla creazione di un’armonia normativa circa le differenze che attualmente esistono nell’ambito delle normative sul diritto d’autore?

Il tema dell’armonizzazione delle diverse discipline nazionali in tema di diritto d’autore, quand’anche si prenda come prospettiva di riferimento il solo ambito ristretto dell’Unione europea, è datata ed estremamente complessa.

Sicuramente l’ancillary copyright, che rappresenta un particolare schema di disciplina nei rapporti tra operatori specifici (cioè i motori di ricerca ed i fornitori di contenuti editoriali online), non può essere la risposta a questo (macro)problema. 

Di ancillary copyright si è cominciato a discorrere sin dal 2013, da quando nell’ordinamento tedesco si è delineata l’esistenza di questa figura, che – in termini generalissimi – imporrebbe ai motori di ricerca di corrispondere royalties in favore degli editori titolari dei contenuti indicizzati. Si tratta, in buona sostanza, di un tentativo di redistribuire i proventi che derivano dalla pubblicizzazione dei contenuti informativi in rete tra gli editori ed i cosiddetti “aggregatori”, ossia i motori di ricerca. 

La logica da cui prende le mosse la teorizzazione di forme di ancillary copyright è chiaramente collegata all’approccio che, negli anni, si è consolidato rispetto al mercato dell’indicizzazione dei contenuti in Internet. Oggi i motori di ricerca aggregano i contenuti online senza pagare alcunché a coloro che “creano” e caricano le pagine web e le opere indicizzate. L’introduzione dell’ancillary copyright implica forme di remunerazione da parte dei motori di ricerca in favore degli editori. 

Da più parti si è cominciato a discorrere della surrettizia introduzione di una sorta di “Google Tax”, cioè di una tassa che i motori di ricerca sarebbero costretti a pagare. In realtà, come detto, non è così: con la previsione di forme di ancillary copyright, infatti, i motori di ricerca dovrebbero pagare i titolari dei contenuti presenti online per poterli indicizzare, con particolare riferimento agli estratti degli articoli di giornale (i cd. snippets). Non una tassa, dunque, ma una forma di redistribuzione – in favore dei fornitori di contenuti editoriali online – di una (piccola) parte dei proventi che attualmente i motori di ricerca mantengono esclusivamente per sé. 

Una soluzione in questo senso, in astratto, può apparire equa, auspicabile e priva di qualunque conseguenza negativa, ma non è mancato chi – a ragione – ha segnalato i rischi di distorsione rispetto alla libertà di manifestazione del pensiero ed alla accessibilità dei contenuti online, nella misura in cui un motore di ricerca, forte magari della propria posizione in questo specifico mercato, potrebbe decidere, in liena di principio, di indicizzare soltanto i contenuti caricati online da quegli editori che rinunceranno a qualsivoglia forma di remunerazione.

In riferimento a questo tema si parla spesso di diritto alla condivisione. Quanto l’Ancillary Copyright può effettivamente ledere la libertà degli utenti di poter condividere contenuti online?

In consonanza con quanto ribadito a più riprese dalla Corte di Giustizia europea, in tutti gli ordinamenti ove ne è stata teorizzata l’esistenza, l’ancillary copyright trova comunque applicazione esclusivamente rispetto alle “attività di richiamo” ai contenuti giornalistici che siano effettuate a scopo di lucro (con esclusione, quindi, del singolo utente che magari sceglie di effettuare attività di linking tramite un social network oppure un blog). 

Ad ogni modo, guardare al tema dell’ancillary copyright nella sola prospettiva di quanto i motori di ricerca devono pagare per indicizzare contenuti presenti in rete è limitante. L’altro lato della medaglia, assolutamente non trascurabile, è quello della accessibilità dei contenuti del web, che è favorita in maniera esponenziale dall’attività di “mediazione” che compiono proprio i motori di ricerca. In altre parole, i motori di ricerca attribuiscono visibilità (e, dunque, in ultima analisi accessibilità) a contenuti che altrimenti rischierebbero di rimanere ai margini della conoscibilità degli utenti online. 

Tanto premesso, la domanda è: giornalisti ed editori hanno maggior interesse ad ottenere una retribuzione per lo sfruttamento delle proprie opere da parte dei motori di ricerca oppure il “volano” di accessibilità che questi operatori garantiscono? Il quesito è tanto più cruciale allorché si pensi che l’aggregatore di contenuti potrebbe anche scegliere di non indicizzare le opere di uqegli editori che dovessero – anche legittimamente – pretendere una remunerazione (cioè l’ancillary copyright di cui discorriamo). 

Rispetto a questa problematica si sono consolidate prospettive differenti nel contesto europeo: quella tedesca, originaria nella teorizzazione del copyright ancillare, che prevedeva il pagamento delle royalties collegate alla citazione o riproduzione di contenuti informativi, con esclusione dei cosiddetti “small texts” come dell’indicizzazione e del linking privi di scopo di lucro (cioè quelle attività di “riproposizione” telematica del pezzo giornalistico realizzate magari tramite un blog). 

Parzialmente diversa dall’impostazione tedesca è quella spagnola del 2014, per certi aspetti ancora più rigida, caratterizzata dall’assoluta obbligatorietà  del pagamento delle royalties collegate alla citazione o riproduzione di contenuti informativi, anche molto piccoli, senza facoltà per il fornitore dei medesimi di rinunciarvi (sicché l’ancillary copyright diventa sostanzialmente indisponibile). Esiti di questa soluzione normativa? Google decise di privare gli utenti spagnoli del servizio “Google News”, sicché editori e giornalisti, a quel punto, a seguito del conseguente “crollo” di visibilità dei propri articoli, hanno cominciato a far pressione per un ripensamento di questa impostazione rigida dell’ancillary copyright. 

Poi v’è la posizione franco – italiana, che affida la definizione dell’assetto di equilibri tra motori di ricerca ed editori a soluzioni di stampo puramente negoziale, senza interventi normativi ad hoc. 

Volgendo lo sguardo oltreocenano, è interessante l’esperienza brasiliana, dove gli editori hanno invece deciso di abbandonare in blocco il sistema di indicizzazione di Google News come forma di protesta perché non veniva loro riconosciuta alcuna forma di compenso. 

Ad ogni modo, vorrei sottolineare un profilo: come detto, bisogna superare l’idea che l’ancillary copyright sia una tassa da imporre ai grandi motori di ricerca. Discorriamo di royalties connesse alla fruizione di contenuti editoriali presenti sul web. 

Eppure, non può essere questo il meccanismo giuseconomico tramite cui si può immaginare di sovvenzionare, magari in forma indiretta, l’editoria cartacea ed, in particolare, i piccoli editori. Difatti, siccome i motori di ricerca vengono percepiti, oggi, come i polarizzatori principali delle risorse economiche del mercato dei media, a discapito dei mezzi di comunicazione tradizionali, non vorrei che, dietro l’introduzione di forme più o meno rigide di ancillary copyright, vi fosse il retropensiero di “ricanalizzare” artificiosamente capitali verso i media tradizionali. Una visione di questo tipo è miope: i motori di ricerca, infatti, potrebbero aver un interesse reale a raggiungere accordi con i grandi gruppi editoriali per l’utilizzo, anche remunerato, dei loro contenuti online a discapito degli editori più piccoli, rispetto ai quali potrebbe finire per imporsi l’alternativa secca “cessione gratuita / rifiuto dell’indicizzazione”. 

Per paradosso, l’ancillary copyright, in questo senso, potrebbe finire per essere controproducente proprio per i piccoli editori, costretti dalle logiche di mercato a cedere i propri contenuti gratuitamente per evitare di essere ignorati dai gradi motori di ricerca con una marginalizzazione sostanziale in termini di visibilità dei propri contenuti.

Si parla appunto tanto di tasse, anche sui link. Nasce così il movimento Save The Link, con una startup in cui si inneggia al fatto che i link sono sotto attacco e che il web potrebbe cambiare. Questo movimento quindi non ha motivo di essere?

Il movimento nasce in seno al Parlamento Europeo come campagna volta ad un sostanziale ripensamento della attuale proposta di introduzione a livello comunitario dell’ancillary copyright. La normativa oggi in discussione parrebbe sposare la prospettiva tedesca cui abbiamo accennato in precedenza, inasprendola tuttavia non poco. 

Come detto, la scelta circa l’introduzione di forme di ancillary copyright ed il modello da seguire va ponderata attentamente, in quanto opzioni normative troppo frettolose e poco prospettiche potrebbero rivelarsi un boomerang che andrebbe a colpire proprio gli operatori più piccoli. Ritengo sia un rischio che, per come è attualmente disegnata la normativa comunitaria in discussione, si corra effettivamente. 

Da questo punto di vista, il movimento “Save the link” vuole favorire la discussione su aspetti estremamente delicati di questa scelta legislativa, puntando l’attenzione sul fatto che l’introduzione di soluzioni poco ponderate potrebbe seriamente alterare il mercato, con distorsioni rilevanti. 

D’altro canto, va detto pure che l’attuale schema di ancillary copyright teorizzato a livello comunitario nasce a seguito di una consultazione pubblica, lanciata dalla Commissione nel marzo 2016, dal titolo “Public consultation on the role of publishers in the copyright value chain and on the panorama exception”. 

Personalmente, sono favorevole a tutti i movimenti che favoriscono il dibattito e l’approfondimento circa le ricadute (sociali ed economiche) della nuova disciplina, così come è decisivo il dialogo tra coloro che saranno i principali destinatari di queste previsioni, soprattutto perché discorriamo di un tema estremamente tecnico che non può essere affidato a scelte umorali o propagandistiche.

Il diritto d’autore, rispetto all’attuale distribuzione e fruizione dei contenuti ha alcune zone grigie. L’Ancillary potrebbe essere un modo per bypassare queste zone grigie che ha il diritto d’autore rispetto ai contenuti digitali?

Come accennato, l’ancillary copyright va a toccare un rapporto specifico: quello tra motori di ricerca ed alcuni peculiari fornitori di contenuti online (in specie, giornalisti ed editori). Partiamo da un dato: il diritto d’autore più di altre posizioni giuridiche ha subito le conseguenze dell’innovazione tecnologica e, in particolare, della nascita del web con conseguente moltiplicazione esponenziale dei contenuti informativi, dei fruitori, dei sistemi di business, delle potenziali violazioni. I meccanismi di regolazione dei rapporti conosciuti fino a quel momento in materia, pensati per la creazione e la fruizione offline delle opere intellettuali, si sono rivelati via via sempre più inefficaci. Basti pensare a come è cambiato completamente il mercato delle opere musicali con l’introduzione delle tecnologie informatiche. 

L’ancillary copyright, chiaramente, non è  – né ambisce ad essere – la risposta rispetto a tutti questi (complessi) problemi, ma rappresenta una delle possibili soluzioni che il diritto d’autore può offrire nella regolamentazione di un rapporto specifico tra fornitori di contenuti online (in primis, gli editori), da un lato, e motori di ricerca, dall’altro. 

Siffatto rapporto, peraltro, non deve porsi necessariamente in termini conflittuali. Su questo fronte, non si menziona spesso l’esperienza belga, ove il principale motore di ricerca esistente – Google – ha raggiunto un accordo con gli editori (di lingua francese) in base al quale le royalties vengono commutate sotto forma di meccanismi di ritorno commerciale e pubblicitario (essere indicizzato da un grande aggregatore come Google permette chiaramente di ottenere un numero di visualizzazioni maggiore e, pertanto, garantisce maggior valore agli spazi pubblicitari della pagina che ospita l’articolo di turno). 

Ritorniamo al quesito di fondo cui abbiamo già accennato: un editore ha maggiore interesse ad ottenere una remunerazione in termini di ancillary copyright per l’indicizzazione dei propri contenuti oppure, indipendentemente da qualunque remunerazione, più visualizzazioni aumentando così il valore della testata? È questo il nodo intorno al quale si muove il dibattito sull’ancillary copyright.

Personalmente, non sono contrario a prescindere rispetto all’introduzione di un copyright ausiliario in favore degli editori, ma bisogna star ben attenti ad identificare un punto di equilibrio corretto tra gli interessi degli aggregatori e quello dei fornitori di contenuti editoriali. 

Come pure sovente accade, la soluzione del problema non può essere quella  troppo semplicistica, per cui si sostiene acriticamente che il motore di ricerca – soltanto perché soggetto economicamente forte – debba pagare, sempre e comunque, a prescindere.

 

 

 

Nuove tasse dall'Europa: che cos'è la link tax?

La Link Tax è uno degli aspetti più discussi e criticati della Direttiva Copyright presentata dalla Commissione Europea. Quella del diritto sul copyright online è una battaglia che si sta combattendo ormai da anni. Da un lato abbiamo i grandi editori che faticano ancora a stare dietro alle tempistiche e alle meccaniche della rete. Dall’altro le grandi compagnie di internet come Google, Yahoo, etc che invece si sentono quasi ricattate e cercano quindi di far falere le proprie ragioni.

Tra i due litiganti sicuramente non sono gli utenti a goderne che, nella link tax trovano uno strumento che li danneggia e ne limita la possibilità di accedere alle informazioni. Cerchiamo di capire meglio cosa è la Link Tax e cosa cambia per le persone comuni oltre che per i piccoli editori (ne avevamo parlato qui).

Vogliono tassare addirittura i link: che cos’è la link tax?

È già da un po’ che la Commissione Europea tenta goffamente di trovare una soluzione del diritto d’autore online. Tutelare il diritto d’autore su internet non è semplice, ma non per questo la soluzione è tirare fuori regolamenti senza nè capo, nè coda come per esempio la link tax. Ma cos’è precisamente questa link tax di cui sentiamo tanto parlare?

Di tutte gli articoli della proposta della Commissione Europea, il documento è lungo ben 182 pagine, probabilmente il più interessante è l’articolo 11. È stato ribattezzato con il tempo con il nome di link tax o ancillary copyright. La link tax è quello che in burocratese viene chiamato un diritto connesso, ovvero, prendendo come esempio una testata giornalistica il diritto d’autore spetta al giornalista che ha scritto l’articolo, ma l’editore ha il diritto connesso per pubblicarlo e distribuirlo.

In poche parole la link tax da il potere ai grandi editori di dover essere pagati per i link che portano ai loro contenuti. In pratica quando un sito come Google o un utente postano su internet un link o uno snippet (il testo che accompagna i link sui risultati di ricerca per esempio), la link tax farebbe in modo che su quel link si debba pagare.

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La link tax non è la soluzione al problema

Non è una novità che in molti paesi si sia tentato di salvare il mercato dell’editoria negli scorsi anni. Una delle soluzioni tentate è stata cercare d’imporre alle compagnie di pagare una tassa sui link che portavano a siti di notizie, dove di fatto quelle notizie erano fruibili gratuitamente. Alcune compagnie hanno ceduto, è vero, finendo così per pagare. Google però non è voluta stare al gioco ed ha deciso di difendersi con le unghie e con i denti.

Le leggi sull’ancillary copyright in Spagna costringevano di fatto l’azienda a pagare. Il risultato è stato che Google ha deciso di oscurare il suo servizio Google News sul territorio spagnolo, danneggiando i piccoli publisher e le persone comuni che si sono trovate con una fonte d’informazione in meno. Clicca qui per un approfondimento su quello che è successo in Spagna.

In Germania non è andata decisamente meglio. Nella sua versione tedesca la Link Tax concentra maggiormente i suoi sforzi sul testo e le immagini. Quello che è successo in Germania ha avuto un esito molto simile a quello spagnolo. Google ha smesso di dare accesso ai siti di notizie dei giornali. Le conseguenze non hanno tardato a farsi vedere. Gli editori tedeschi si sono visti costretti a fare marcia indietro preferendo rinunciare all’essere pagati piuttosto che perdere i proventi dalle visite relative al linking da parte di Google.

Osservando la Link Tax sia nella sua forma più generica che, nelle versioni spagnola e tedesca, è facile notare come il fulcro della questione sia trovare un modo per guadagnare da parte degli editori piuttosto che difendere la proprietà.

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La link tax non solo è inutile, ma dannosa

Che la link tax non sia una soluzione al problema del copyright in rete è sotto gli occhi di tutti. Lo scopo dichiarato è quello di proteggere il diritto d’autore. All’atto pratico però, ogni proposta e modifica effettuate sulla direttiva sono volte a mettere una toppa alla crisi economica che ha colpito i grandi editori finendo in realtà per essere dannosa per tutti, ecco i motivi:

  • Se l’articolo 11 dovesse entrare in vigore e le compagnie di internet come Google fossero costrette a pagare per linkare ai contenuti, i consumatori sarebbero i primi a pagarne le conseguenze con un automatico aumento dei prezzi.
  • Chiunque legga i documenti relativi alla Link Tax si accorge che il diritto d’autore centra poco o niente con quello che viene citato nell’articolo. Il diritto d’autore viene usato come diversivo per nascondere la vera intenzione di tutto questo; riuscire a guadagnare da internet dove fino ad ora i grandi editori hanno avuto difficoltà a mettere le mani.
  • I piccoli editori in Spagna e Germania sono stati quelli maggiormente danneggiati rispetto ai grandi editori che ne sono usciti nettamente meno vulnerabili;
  • La Link Tax non tiene minimamente in considerazione i consumatori. Li vede solo come una fonte di guadagno ed ignora totalmente il fatto che anche gli utenti comuni generano contenuti e che all’atto pratico sarebbero costretti a non poter condividere o creare nuovi contenuti non avendo gli strumenti per poter sostenere una fee.

Cosa possiamo fare per difendere il nostro diritto ad informarci e informare?

Allo stato attuale, la direttiva continua a rimbalzare tra i vari organi competenti e le associazioni. Da un lato abbiamo coloro che non avrebbero altro che da perderci dalla sua entrata in vigore e che hanno compreso che il documento nella sua forma è semplicemente un palliativo e non risolve assolutamente nessun problema, dall’altro abbiamo i grandi editori che credono che se un link porta ad un loro contenuto allora quelle semplici parole su cui clicchiamo siano di loro proprietà e che quindi sia giusto trarne un guadagno.

In questa situazione, l’unica cosa che ci rimane da fare è far sentire la nostra voce e dire chiaramente che non intendiamo lasciarci togliere il diritto all’informazione. Il modo più semplice per farlo è firmare la nostra petizione.

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Fake news: se ne parla da 125 anni fa, sarà vero?

Sarà vero che le fake news non sono una novità da almeno 125 anni? Insomma, a quel tempo non c’erano i computer, non c’erano i social, non c’era nulla che potesse far veicolare le informazioni alla velocità a cui siamo abituati noi oggi.

A parte i giornali e la creatività con cui venivano confezionati. Quotidiani che coprivano un’ampia fetta di popolazione alfabetizzata, interessata a informarsi per non rimanere a secco di argomenti di conversazione e sufficientemente ignorante per credere a tutto ciò che leggeva, tra un cappuccino o un caffè.

La risposta sorge spontanea e scontata. Le fake news esistono da almeno 125 anni ma chi ne parlò per primo spiegando come funzionano? Scopriamolo.
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Due chatbot “uccisi” da Facebook perchè parlavano tra loro

Possono due chatbot iniziare a parlare in codice per complottare qualcosa alle nostre spalle? È di pochi giorni fa la notizia che Facebook ha dovuto “uccidere” un’intelligenza artificiale di sua proprietà. Il motivo? Due dei chatbot da essa creati hanno iniziato a comunicare tra loro in un linguaggio sconosciuto all’uomo. Adesso dobbiamo preoccuparci anche delle macchine?

Le intelligenze artificiali stanno entrando giorno dopo giorno in ogni ambito della nostra vita, Facebook compreso con i suoi chatbot. Sicuramente questi programmi ci rendono la vita più semplice. Ma cosa succederebbe se sfuggissero al nostro controllo e prendessero decisioni per cui non le abbiamo programmate? Sembra sia successo qualche giorno fa agli ingegneri di Facebook. Le macchine stanno per liberarsi da noi come in terminator? Scopriamo precisamente come sono andate le cose.

Chatbot che parlano in codice: matrix sta arrivando?

Tutto inizia con il progetto di Facebook di creare dei chatbot, ovvero dei robot capaci di chattare con noi come persone vere. Partendo dalla IA sviluppata da Facebook gli ingegneri hanno creato due robot che cercassero di “contrattare” oggetti inesistenti. Per renderli credibili hanno fatto parlare i due robot tra loro in modo si migliorassero a vicenda.

Dopo qualche tempo i due robot hanno iniziato a parlare in modo incomprensibile smettendo di farlo in inglese. Gli sviluppatori che all’inizio credevano si trattasse semplicemente di una fase di rodaggio, hanno poi scoperto che in realtà quelle che sembravano frasi senza senso erano in realtà comunicazioni reali tra i due chatbot. Gli ingegneri allarmati da questo sviluppo imprevisto hanno deciso di spegnere sia l’IA che i due chatbot.

La questione delle intelligenze artificiali nell’ultimo periodo è davvero scottante. Il papà di Facebook, Mark Zuckerberg, ha avuto modo nelle scorse settimane di confrontarsi con Elon Musk, a capo di Tesla sulla questione. Dopo il confronte Musk non ha mai fatto segreto della sua opinione a riguardo. Le intelligenze artificiali non sono uno scherzo e possono diventare un pericolo per l’uomo. Saghe come Terminator e Matrix potrebbero diventare una brutta realtà prima di quanto pensiamo.

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La verità: i due bot cercavano solo di sbrigarsi

La notizia è stata riportata quasi come un ultimatum, “Facciamo fare tutto ai robot ed ora non riusciamo a controllarli”,  ha creato non pochi timori. La veritá è che la notizia originale è un po’ diversa da quella che abbiamo potuto leggere negli scorsi giorni.  Vediamo in dettaglio cosa è successo di preciso:

  • I chatbot hanno iniziato a parlarsi in maniera incomprensibile per gli essere umani, ma non hanno sviluppato una nuova lingua;
  • I due robot non hanno cambiato il modo di parlare per non essere compresi, al contrario , hanno semplicemente fatto quello per cui erano stati creati; contrattare tra loro e cercare i migliori espedienti possibili per comunicare in modo efficace. Infatti non hanno fatto altro che modificare il loro modo di parlare ignorando la grammatica togliendo dalle frasi tutte le parole che non ritenevano fondamentali;
  • Gli scienziati li hanno spenti solo per poter il tempo necessario a modificare la loro programmazione e costringerli ad usare una grammatica corretta per potersi esprimere in modo da comunicare con noi. Insomma i due bot sono tornati in forma e continuano a chiacchierare.

Anche se non possiamo dire che quella divulgata fosse una bufala, si tratta comunque di una notizia riportata in modo impreciso probabilmente intenzionalmente. Il motivo è semplice da immaginare. Generare allarme e quindi interesse verso un evento che probabilmente sarebbe passato inosservato se raccontato in modo veritiero.

È sempre buona pratica valutare di trovarsi di fronte ad una fake news quando incontriamo una notizia incredibile. Il modo migliore per proteggersi dalle bufale e dalle notizie volutamente catastrofiche è imparare come riconoscere le bufale.

Per questo è sempre una buona pratica quando ci si trova di fronte ad una notizia incredibile, cercare il maggior numero di fonti possibili per confrontarle per evitare di essere vittima di fake news.

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Combattere le bufale non serve: uno studio lo conferma

Ti sarà sicuramente capitato di trovarti a discutere con amici, parenti o colleghi ad un dibattito su un tema spinoso come vaccini, riscaldamento globale, alimentazione, complotti politici o scientifici. Molto probabilmente avrai sperimentato sulla tua pelle la frustrazione di non riuscire a convincere chi la pensa diversamente da te. Vero? Questo non è un caso e non sentirti solo: accade perché a quanto pare il debunking, cioè combattere le bufale, non serve.

Il debunking nello specifico è un termine che indica il tentativo di smontare le bufale, le fake news, argomentando con approccio scientifico, in generale portando la discussione su un piano logico e razionale.

Oggi, anche in Italia, siamo a contatto con operazioni di debunking quotidianamente, qualunque sia la nostra posizione. Il risultato però pare essere sempre lo stesso: nessuno cambia idea, anzi, il più delle volte non facciamo altro che arroccarci sulle nostre posizioni, arrivando ad ignorare e spesso offendere quelli “dall’altra parte”.

Da qualche giorno è online uno studio, curato e portato avanti proprio da un gruppo di ricercatori italiani, che dimostra che il debunking è inutile, se non dannoso e controproducente per i fini della scienza e di tecnici, scienziati e promotori della verità scientifica.

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Cosa hanno fatto?

Fonte: Debunking in a world of tribes, PLOS

Il team ha preso in esame l’attività di Facebook di 54 milioni di utenti nel giro di cinque anni, arrivando ad osservare che combattere le bufale stimola principalmente commenti negativi.

<<I post di debunking stimolano commenti negativi, non raggiungono il pubblico “complottista” oppure lo fanno reagire nel senso opposto a quello sperato>>, ha affermato Fabiana Zollo, prima autrice dello studio.

Il lavoro di analisi ha studiato 83 pagine Facebook che trattano temi scientifici, 330 pagine che pubblicano contenuti “complottisti” e 66 pagine che invece si occupano di debunking. Il totale dei post analizzati è oltre 50mila: il risultato è che sono emersi due schieramenti che non dialogano e non entrano in contatto se non per attaccarsi e tentare di sminuirsi a vicenda, ognuno di noi dialoga all’interno di una cassa di risonanza che rafforza le propria convinzioni.

Questo schema che vengano proiettati lungo addestramento cialis on line sito sicuro progressivo viagra generico oltre. That are injected in the quante ore prima si prende il viagra muscles tadalafil. Divorzio, la coppia non riesce a ماهو tadalafil rispondere alle esigenze.

<<La diffusione della disinformazione è dovuta alla polarizzazione degli utenti ma anche alla crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni e all’incapacità di capire in modo corretto le informazioni […]Il debunking non serve e l’attacco frontale ai complottisti non sono antidoti al propagarsi di fake news […] Piuttosto, l’uso di un approccio più aperto e morbido, che promuova una cultura dell’umiltà con l’obiettivo di abbattere i muri e le barriere tra le tribù della rete, rappresenterebbe un primo passo per contrastare la diffusione della disinformazione e la sua persistenza online>>.

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campagna adesione poche paroleQual è la soluzione?

Stando a quanto dice l’autrice dello studio, servirebbe un’inversione di marcia notevole: non più chiusura e censura, ma apertura e ascolto. Ma è così semplice? Siamo pronti ad abbandonare l’atteggiamento di rivalità che – da una parte e dall’altra – contraddistingue i due diversi schieramenti, cominciando ad ascoltare e quindi, finalmente, a dialogare?

Su questo servirebbe una risposta, che però ancora non esiste: dobbiamo lavorarci noi individui, quotidianamente, e, come ti consigliamo sempre di fare, impedire qualunque forma di censura: esiste una petizione per tutelare te e chi la pensa come te, che tu voglia combattere le bufale o no.

Quanto costa davvero difendere il copyright in Rete?

Stiamo parlando da un po’ della riforma del copyright proposta dalla Corte Europea, molto discussa per una lunga serie di motivazioni. Tra queste c’è anche il suo costo potenziale, che potrebbe richiedere un bel po’ di investimenti, non solo agli editori (piccoli o grandi che siano) ma anche alle piattaforme.

All’interno della riforma è previsto l’obbligo di inserire dei sistemi di riconoscimento e filtraggio dei contenuti User generated, quelli che servono appunto a riconoscere le parti protette da diritto d’autore. Anche qui sorgono un po’ problemini.

Che problema c’è?

Primo, l’articolo 15 della direttiva sul commercio elettronico, promulgata dalla stessa UE, proibisce di imporre un obbligo di monitoraggio dei contenuti che vada a restringere la libertà di produzione e condivisione degli stessi. Bella contraddizione, no?

Secondo, questi sistemi di filtraggio costano abbastanza, malgrado quello che ne possono pensare i proponenti la legge. Per loro basterebbe impostare un po’ di sistemi automatici e con “qualche centinaio di dollari” (cito testualmente) si risolverebbe il problema. Questa visione è quanto meno semplicistica e non ci è voluto molto tempo per dimostrare che non è proprio realistica.

Quanto costerebbe davvero?

YouTube, ad esempio, ha investito più di 60 milioni di dollari in tecnologie per identificare i contenuti, e SoundCloud ne ha spesi più di 5 per sviluppare un suo sistema di filtraggio alla cui manutenzione e aggiornamento cui lavorano costantemente sette persone a tempo pieno (fonte: CopyBuzz: indagine sul costo degli strumenti di tutela del copyright).

È vero che Audible Magic, uno dei sistemi più utilizzati, costa 900 euro al mese circa, ma consente di filtrare solo fino a 5000 file musicali (quindi niente video): per farvi un esempio, qualche anno fa ogni minuto venivano caricate su SoundCloud dodici ore di contenuti audio, che si risolvevano in decine di migliaia di dollari di spese solo per la licenza di Audible Magic.

E naturalmente non sarebbe quello l’unico costo, perché la proposta sul copyright copre tutti i tipi di contenuti frutto dell’intelletto (parole, musica, coreografie, sceneggiature, immagini, disegni, sculture e quant’altro) per i quali non esiste un vero e proprio metodo di valutazione, e che quindi rendono eventuali controlli anche molto facili da “imbrogliare”.

Che senso avrebbe allora implementare degli strumenti costosi, facili da aggirare e limitati, a parte danneggiare (e anche parecchio) utenti, creatori di contenuti, startup, aziende e piattaforme in generale?

Parliamone insieme, magari in poche parole.

Da Google a Pinterest: 8 cose che potrebbero diventare illegali

Da Google fino a Pinterest, per trovare immagini da cui trarre ispirazione per i nostri lavoretti, trascorriamo molto sul web per cercare informazioni su luoghi da visitare, eventi ai quali partecipare o per trovare ispirazione per arredare casa o riutilizzare cose che butteremmo via senza pensarci troppo. Navigare online è diventata un’abitudine quotidiana della quale difficilmente rinunceremmo perché fa parte della nostra vita e del nostro modo di trascorrerla.

L’applicazione dell’Ancillary Copyright potrebbe stravolgere la nostra presenza e fruizione dell’online impedendoci di curiosare qua e là, attraverso social e aggregatori di notizie. L’atto stesso di cercare per soddisfare una curiosità o un bisogno, diventerebbe potenzialmente illegale. Sono almeno 8 le cose che rischiano di non essere più fattibili nel mondo virtuale. Vieni a capire quali?

Se già sai tutto, firma la petizione, per difendere il diritto alla libera condivisione e informazione.
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Ancillary Copyright ed editoria, cosa ci aspetta? Lo abbiamo chiesto a Ciro Pellegrino

Abbiamo intervistato Ciro Pellegrino, capo cronache di Fanpage.it

È un grande piacere parlare con Ciro Pellegrino, a proposito dell’Ancillary Copyright nel contesto dell’editoria italiana.

Mi chiamo Ciro Pellegrino e sono un giornalista ormai da 20 anni. Molti li ho passati a fare il cronista, oggi sono capo servizio a Fanpage.it. Insegno Etica e Deontologia del giornalismo all’università Lumsa. Da tempo mi occupo delle questioni che riguardano l’editoria italiana e i social network. Ho un blog e una newsletter su Napoli, la mia città.

Quali sono secondo te i rischi di quanto sta accadendo in UE a proposito dell’Ancillary Copyright?

Secondo me il copyright ausiliario danneggia il giornalismo online, in particolare quello di qualità.
Motivo? Di cosa parliamo, bene chiarirlo.
Parliamo di aggrapparsi alle “anteprime” degli articoli per far traffico sui motori di ricerca, o alle info ‘base’ (meteo, traffico veicolare, addirittura oroscopo): questo è raschiare il fondo del barile. Anziché ripensare e investire, gli editori – non tutti per fortuna – si arroccano per un pugno di clic.
E contro chi, poi? Contro quello stesso motore (Google) che a sua volta è anche la gigantesca concessionaria pubblicitaria di gran parte dei siti web?

In che condizioni verte l’informazione italiana, secondo te?

Pessimo. Le ragioni sono editori poco inclini all’innovazione e interessati al guadagno immediato a scapito della qualità. Abbiamo legioni di giornali e periodici cartacei fotocopia, senza identità né prospettiva, legata ai bei tempi che furono. E una platea di testate online che tranne alcune eccezioni è avvilente.

Cosa ne pensi della questione fake news? In Italia siamo messi meglio o peggio di altri paesi?

I mistificatori e i manipolatori esistevano, esistono, esisteranno. L’informazione è una commodity, se n’era accorto pure lo speculatore Gordon Gekko nel film Wall Street («The most valuable commodity i know of is information»). Logico che si tenti di distorcerle a proprio uso e consumo.

A proposito di fake news, pensi che una “censura” sia da applicare a monte (il modo di lavorare degli editori deve cambiare radicalmente), o che siano preferibili le modifiche agli algoritmi e a come funzionano le piattaforme che ospitano i contenuti?

Abbiamo leggi. Abbiamo codici deontologici. Abbiamo Authority. Ma cos’altro dobbiamo inventarci? Il legislatore deve sfornare una nuova normativa mettendoci dentro la parola ‘internet’? Sicuramente è giusto tenere sotto pressione le piattaforme che devono affinare i meccanismi di segnalazione e i filtri. Ma di altre leggi non sento la mancanza.

Perché secondo te in Germania e Spagna è passato il provvedimento sull’Ancillary Copyright (e in altri paesi no)?

Penso semplicemente che le aziende editoriali si sentissero più forti. Il tempo sta dimostrando che non è così.

I piccoli editori rischiano di essere penalizzati, quali credi che sarebbero gli effetti sui giornalisti e cronisti?

Restrizione degli spazi per realizzare inchieste costose o lunghe, meno fiducia ai giovani cronisti. Insomma, una accelerata ad un processo già in atto.

Quale sarebbe lo scenario per i lettori? Quali conseguenze potrebbe avere questa legge sull’utente finale?

Meno giornalismo. Meno conoscenza. Meno libertà. Uno scenario pessimo

Secondo te, non si parla ancora troppo poco della questione dell’Ancillary Copyright?

Ma quando smettiamo di chiamarlo – almeno in Italia – ancillary copyright che è incomprensibile e troviamo un termine più comprensibile dal vasto pubblico?