La riforma del copyright in Europa. Francia ed Italia spingono sui contenuti

La riforma del copyright, di cui tanto si parla e che metterebbe in pericolo la nostra libertà d’informazione, è un nemico che proprio non vuol saperne di andare via. Sembra che per i piccoli editori ed i consumatori non ci siano altri alleati se non le associazioni. Qualcosa però si muove: Francia ed Italia, rappresentate dai rispettivi ministri alla cultura, non vogliono rinunciare. Scopriamo cosa bolle in pentola.

Una riforma del copyright al giorno d’oggi è la logica conseguenza al modo in cui i contenuti e le informazioni giungono da chi li ha creati a chi ne usufruirà. Le distanze che ci separano sono praticamente state annullate e questo ha reso più difficile tutelare il diritto d’autore. Far evolvere le leggi e le regole insieme al mondo che dovrebbero tutelare è giusto e nessuno lo mette in dubbio. Ma la nuova riforma del copyright, così com’è strutturata non è la giusta soluzione. Esiste delle alternative e Francia ed Italia se ne sono rese conto.

Riforma del copyright web: come funziona oggi

Allo stato attuale l’articolo 11 della riforma, quello che chiamiamo Link Tax non può essere visto come uno strumento valido. Al contrario sempre più persone pensano sia un tentativo maldestro di correre ai ripari su una questione che non si sa bene come affrontare o non si vuole affrontare perchè a qualcuno fa più piacere.

La norma però porta tutta l’attenzione sul difendere il diritto d’autore andando però a danneggiare la libertà d’informarsi dei consumatori e quella di informare di blogger e piccoli editori. La qualità e la quantità dei contenuti in rete non possono essere messe da parte però. Se ne sono accorti sia il nostro ministro Dario Franceschini che la sua collega Francese Audrey Azoulay.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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Italia e Francia si uniscono per dare valore ai contenuti ed al copyright

I due ministri hanno unito le forze per dire che la creatività va protetta, ma sopratutto incentivata.  L’accesso ai contenuti del web da parte dei consumatori non può essere limitato e questo può essere fatto senza tralasciare la tutela della creatività e del diritto d’autore.

Italia e Francia riconoscono nella riforma del copyright un primo passo verso la risoluzione del conflitto sul diritto d’autore in rete ma sono anche consapevoli di come il mercato dei contenuti in rete, specialmente nell’industria discografica si sia evoluto negli ultimi anni. Le leggi attualmente in vigore non sono riuscite a restare al passo; i modelli di business e condivisione dei contenuti che sono nati su internet ci mostrano che esiste più di un modo per rendere i contenuti accessibili a chiunque senza che a rimetterci siano colore che quei contenuti li creano come i blogger per esempio. I due ministri si sono soffermati maggiormente sui contenuti audiovisivi ma la filosofia alla base è applicabile pressocchè ad ogni contenuto.

I due paesi spingono fortemente per raggiungere 3 obiettivi:

  • Rendere facilmente accessibili i contenuti della rete;
  • Sostenere i giusti riconoscimenti per chi i contenuti li crea;
  • Offrire diversità di contenuti tra cui gli utenti possano scegliere.

Insomma la strategia su cui Italia e Francia vogliono puntare in materia di diritto d’autore è riuscire a creare la giusta armonia tra chi i contenuti li crea come per esempio i grandi editori, chi questi contenuti li distribuisce distribuisce e chi ne fa uso. Tutto questo tenendo conto di come il mercato si è evoluto e di come potrà evolvere.

Internet ed i contenuti che veicola non devono assolutamente diventare un’anarchia dove nessuno è davvero tutelato, ma non possono neppure diventare una dittatura dove i più forti non danno scampo ai più deboli. Per questo è fondamentale trovare il giusto sentiero per permettere mantenere la propria libertà di informare ed informarci senza che nessuno ne sia danneggiato.

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Facebook acquista Source3: i contenuti saranno più protetti?

Facebook compra Source3. Mark Zuckerberg sempre più lungimirante: grazie alla startup newyorkese, si impegna a pagare i proprietari di contenuti online.

E’ ufficiale: l’inventore di Facebook è sempre un palmo avanti ai suoi avversari (che poi, effettivamente, ne ha?). Stavolta la genialata riguarda espressamente il copyright: Facebook, infatti, nelle scorse settimane ha acquistato la newyorkese Source3. Questo software ha un algoritmo in grado di identificare l’uso improprio dei marchi. Insomma, una killer app a favore dei produttori e proprietari dei contenuti online. Non solo, l’acquisto della startup Source 3 da parte di Facebook segna il definitivo interesse del social nei confronti della tematica del copyright.

Facebook tenta di arginare (anche) la pirateria

Facebook, con l’acquisto di Source3, diventa di fatto paladino del copyright e ha la mira di creare un sistema dove i produttori di contenuti possano essere in grado di guadagnare da quei contenuti. Già con la creazione dei branded contentFacebook dichiara

Definiamo i branded content come contenuto di creatori o di publisher che nasce da una partnership commerciale o è comunque influenzato da un brand esterno per uno scambio di valore (economico e non). Le norme richiedono ai creatori e agli editori di contenuto di specificare i loro partner commerciali nei contenuti nei quali questi vengono coinvolti.

I contenuti sponsorizzati possono essere riconosciuti attraverso la dicitura “paid” all’interno del post. I creatori e gli editori, inoltre, sono responsabili del rispetto di tutte le norme pubblicitarie pertinenti ai loro mercati d’azione (inclusa la fornitura di informazioni necessarie per indicare la natura commerciale del contenuto pubblicato).

Le pagine che desiderano utilizzare lo strumento branded content devono seguire le regole, segnalando la parnership commerciale nei loro post.

Insomma, la posizione di Facebook sui contenuti sponsorizzati a pagamento è chiara: bisogna seguire le regole, dichiarare che è un contenuto creato con fini commerciali ed amen. Ora chiarito che Facebook sta dalla parte di chi è chiaro nelle proprie intenzioni, si entra nella zona grigia ovvero come facciamo a far andare d’accordo fine commerciale e rispettare il copyright del contenuto. Sembra, per la commissione europea, un argomento davvero importante, tanto da rischiare di imbavagliare il web con una link tax e con procedimenti che definiscono nuove norme per il copyright non proprio felici né per gli editori, né per lo scenario che potrebbe venirsi a palesare, né – ancora – per le conseguenze trasversali che potrebbero ricadere sui consumatori.

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Creatori di contenuti, Facebook vi aiuterà!

Come risolvere, allora, prima di poter pagare i creatori di contenuti e creare per loro un sistema per poter produrre delle campagne che rendano remunerativi i loro contenuti? Semplice, la risposta è l’acquisto di Source3 che – integrata con gli altri sistemi ed algoritmi di cui Facebook è già in possesso – risolverà parte del problema.

source3

Si parla di riconoscimento, organizzazione ed analisi dei contenuti prodotti dagli utenti (conosciuti anche come UGC, user generated content) e della loro proprietà intellettuale. Questo è il compito affidato a Source3 che – suddivisi i contenuti in macro-aree – musica, sport e moda, ad esempio – segue le tracce del contenuto e del suo padrone garantendo il rispetto del copyright con un controllo incrociato tra diritti del possessore e di chi ne ha fatto un uso o meno legale rispettando i termini degli accordi proposti dal possessore.

Source3 risolverà il problema? Secondo la sottoscritta forse, secondo Wired (trovi qui l’articolo completo sull’argomento) potrebbe. Vediamo cosa succede!

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Quando anche in politica è tutta una questione di copyright

Il copyright per una legge sui vitalizi? In Italia succede anche questo. Quando c’è da raccogliere i frutti di qualcosa tutti vogliono essere sotto i riflettori e prendersene il merito. Quando però le cose vanno male è sempre colpa degli altri. È davvero così importante di chi è il merito di qualcosa quando a guadagnarci sono tutti? Scopriamo cosa è successo.

Risulta strano vedere discorsi simili a quelli sul copyright quando si parla di leggi che dovrebbero essere un patrimonio comune. Il mese scorso è stata votata a Montecitorio la proposta di legge sullabolizione dei vitalizi dei parlamentari con il pdl Richetti. Da questa votazione è scaturita una diatriba tra Partito Democratico e Movimento 5 stelle. Qui non ci interessa tanto focalizzarci sull’orientamento politico, mettiamolo subito in chiaro ma come il copyright (e le modifiche che vengono proposte in parlamento europeo in questi giorni) non è una questione così lontana dalla vita di tutti i giorni. Una questione – quella dell’ancillary copyright – che riguarda anche il linguaggio politico, quello dei quotidiani e, più in generale, quello dell’informazione.

Analizziamo la vicenda sulla paternità dell’espressione “no ai vitalizi”, argomento del contendere fra PD e Movimento 5 Stelle. Ripetiamo, evitiamo ogni giudizio di valore perché non è tanto il colore politico ad interessarci in questo momento quanto, soprattutto, l’impatto che il copyright e le sue modifiche possono avere nella nostra vita quotidiana. Sei pronto? Capiamo cos’è successo!

I vitalizi sono stati aboliti e c’è chi quasi parla di copyright

Il pdl Richetti è approdato alla camera poco meno di un mese fa. Il risultato probabilmente ha superato anche le aspettative più rosee. Sebbene vi siano stati voti contrari e addirittura banchi vuoti durante la votazione, la proposta non ha avuto problemi a farsi strada grazie all’unione delle forze tra PD, M5S e Lega. Molti infatti, piuttosto che mostrare pubblicamente che erano contro l’abolizione dei vitalizi hanno preferito non presentarsi direttamente.

Cosa succede però al tavolo dei vincitori? Una volta che la proposta ha fatto rotta verso il senato sono iniziati i primi battibecchi. La legge porta la firma di Matteo Richetti del PD che è stato ben contento di ricevere manforte dal Movimento 5 Stelle, ma che al contempo ci tiene a precisare e a calcare la mano sulla questione che la paternità è del Partido Democratico e che i pentastellati, sebbene non abbiano mai fatto mistero di volere ritoccare i vitalizi, si siano aggiunti a questa manovra solo di recente.

Beppe Grillo dal canto suo taglia corto affermando che la politica non dovrebbe essere una questione di meriti o copyright, ma una questione di morale. Se il PD ci tiene tanto alla paternità della legge possono tenersela. Questo avvenimento ha dato parecchio da pensare a molte persone. Quando qualcosa dovrebbe essere fatto per il bene comune come per esempio una legge, ha davvero senso accanirsi al punto da quasi voler estromettere tutti gli altri che non facevano altro che fare i nostri interessi. Qualcosa di simile succede anche quando parliamo di informazione.

Toglie i diritti, il scary movie 4 viagra lavoro, il periodo levitra 20 mg di ferie in quanto avevo. York nebivololo e uso viagra dinamica travolgente come non mai, mi capita.

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Nessuno vuole che Internet sia posto dove non esista Copyright

Su internet succede sempre più spesso qualcosa di molto simile a quello che è successo nelle nostre aule. Qualcuno che tendenzialmente dovrebbe fare dell’informazione la sua missione finisce con il mettere il suo profitto davanti ai nostri diritti. Questo capita sempre più spesso nel mondo delle notizie dove i grandi editori usando la tutela della loro proprietà intellettuale come scusa cercano una nuova fonte di guadagno grazie all’ancillary copyright che limita la possibilità di blogger e piccoli editori di condividere i link delle testate più grandi, imponendo di fatto una link tax.

Il mezzo che le grandi case editrici stanno usando per raggiungere lo scopo è quello di spingere sempre con forza sulla riforma del copyright, la proposta che già da un po’ è discussa tra i banchi dell’Unione Europea rischia di farci perdere il nostro diritto all’informazione grazie all’articolo 11 della riforma. È bene specificare che nessuno si sognerà mai di negare ad un editore la paternità e i gadagni dei contenuti che portano la loro firma.

Resta però che, chi fa delle notizie la sua professione dovrebbe avere a cuore la possibilità degli utenti di portersi informare. Cercare soluzioni alternative affinchè possa esserci un guadagno senza penalizzare noi cittadini dovrebbe essere la priorità di ogni giornalista, anche perchè altrove provvedimenti simili a quelli che i grandi editori invocano a gran voce hanno portato non pochi problemi e non fanno bene a nessuno, ecco qualche esempio:

  • Se siti di aggregazione come Google News dovessero vedersi costretti a pagare per linkare delle notizie ci andrebbero a perdere anche gli editori che, non vogliono sicuramente rinunciare al traffico che arriva da siti esterni ai loro.
  • Imporre un costo a chi fa da tramite tra noi e la fonte della notizie significa correre il rischio che per ovviare a quei costi saremo noi consumatori ad avere meno servizi e fonti d’informazione o addirittura dover pagare per informarci.

Il nostro diritto ad informarci non dovrebbe essere messo da parte per l’avidità di qualcun’altro. Le case editrici possono trovare una strada alternativa per tutelare il diritto d’autore delle loro creazioni senza danneggiare noi consumatori. Se non vuoi perdere il tuo diritto all’informazione fatti valere, il primo passo è firmare la nostra petizione se non l’hai già fatto.

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Procter & Gamble denunciato per violazione del copyright

Procter & Gamble (P&G) è stato denunciato dalla fotografa Annette Navarro per violazione del copyright. Anche le fotografie, infatti, sono un contenuto e un prodotto creativo tutelato da copyright. Questo non vuol dire che non si possono usare a fini commerciali ma, ci sono delle regole da rispettare, se non si vuole essere denunciati per aver preso tutto il braccio invece del dito (precedentemente concordato).

Cosa è successo? Te lo spieghiamo in questo post.
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Come riconoscere un'immagine fake?

Uno studio ha dimostrato che 6 volte su 10 l’occhio umano non riconosce un’immagine fake. Quali sono i trucchi per individuarle?

Uno studio pubblicato dall’Università di Warwick ha dimostrato che 6 volte su 10 l’occhio umano non è in grado di riconoscere una foto modificata da una scena reale. La ricerca è stata condotta su 707 soggetti e si è partiti dal fatto che, con l’avvento delle nuove tecnologie, molto spesso ci troviamo di fronte ad immagini fake senza accorgercene. Gli intervistati infatti hanno valutato dapprima delle istantanee, la cui metà era composta da foto ritoccate. Ebbene, 6 volte su 10 le persone non hanno riconosciuto l’immagine reale. Inoltre, anche dopo aver saputo che l’immagine non era reale, solo nel 45% dei casi si è riconosciuto il punto modificato. Le ragioni per cui accade ciò possono essere due: in primo luogo, l’essere umano tende sempre a fidarsi delle immagini che vede, soprattutto online. Non si pensa mai al fatto che qualcuno potrebbe aver manipolato un’immagine per trarci in inganno. In secondo luogo invece, c’è la questione del nostro sistema visivo che ha delle capacità limitate per cui non ha modo di percepire i cambiamenti di un’immagine. Questa ricerca si rivela piuttosto interessante in tema di fake news, dato che troppo spesso ormai gli utenti vengono tratti in inganno per far sì che qualcun altro possa trarne guadagno. Non a caso anche Facebook ha recentemente cambiato le regole per contrastare coloro i quali diffondevano questa tipologia di informazioni ingannevoli. Ma se abbiamo imparato a riconoscere una notizia falsa, possiamo fare altrettanto per le fake image? 

come riconoscere una fake image

4 modi per riconoscere un’immagine fake

Fai attenzione alla luce: le immagini composte da diversi pezzi presi da diverse immagini possono presentare sottili differenze nelle condizioni di illuminazione in base alle quali ciascuna persona o oggetto è stata originariamente fotografata. Tali discrepanze spesso passano inosservate da un occhio nudo. La quantità di luce che colpisce una superficie dipende dall’orientamento della superficie rispetto alla sorgente luminosa. Una sfera, per esempio, è illuminata più sul lato rivolto alla luce e il minimo dal lato opposto, con gradazioni di ombreggiatura sulla superficie secondo l’angolo tra la superficie e la direzione verso la luce in ogni punto. Per dedurre la direzione della sorgente luminosa, è necessario conoscere l’orientamento della superficie. Nella maggior parte dei luoghi su un oggetto in un’immagine è difficile determinare l’orientamento. L’unica eccezione è lungo un profilo, dove l’orientamento è perpendicolare al profilo. Misurando la luminosità e l’orientamento lungo diversi punti su un contorno, il nostro occhio calcola la direzione della sorgente luminosa.

La posizione degli occhi dei soggetti: poiché gli occhi hanno forme molto coerenti, possono essere utili per valutare se una fotografia è stata alterata. L’iride di una persona è circolari in realtà ma appariranno sempre più ellittiche in base al fatto che gli occhi si rivolgono verso il lato o verso l’alto o verso il basso. Inoltre bisogna valutare anche la posizione, ossia l’orientamento dello sguardo rispetto alla camera fotografica: se ad esempio si tratta di una foto scattata frontalmente ma gli occhi sono rivolti altrove, probabilmente il soggetto è stato inserito successivamente con un programma grafico ad hoc.

Le luci presenti nell’immagine: le luci circostanti si riflettono negli occhi per formare piccoli punti bianchi chiamati highlights. La forma, il colore e l’ubicazione di questi punti ci dice molto sull’illuminazione. Se ad esempio la luce nell’immagine si sposta da sinistra verso destra, così dovrebbe succedere anche per gli highlights presenti sulle persone. Per determinare la posizione della luce occorre tenere conto della forma dell’occhio e dell’orientamento tra l’occhio, la fotocamera e la luce. L’orientamento è importante perché gli occhi non sono sfere perfette: il chiaro rivestimento dell’iride o della cornea, che viene proiettato come sfera il cui centro è sfalsato dall’iride è un chiaro segno di manomissione.

Attento alla clonazione: la clonazione, ossia il copia e incolla di una parte dell’immagine, è una forma di manipolazione molto comune e potente. La ricerca di parti clonate in un’immagine, pixel per pixel, di tutte le possibili regioni duplicate è impraticabile perché potrebbero essere di qualsiasi forma e posizionati ovunque. Il numero di confronti da fare è astronomico e innumerevoli piccole regioni saranno identiche solo per caso (“falsi positivi”).

Sei pronto a metterti alla prova? Facci sapere nei commenti quale delle due immagini secondo te è quella manipolata!

 

 

Piccoli editori digitali addio?

Le nuove norme sul copyright elimineranno per sempre i piccoli editori, una delle risorse più importanti per il nostro diritto all’informazione?

Non si contano più le associazioni che si dicono preoccupate a causa delle nuove norme sul copyright. Quelle più in allarme, ne hanno tutte le ragioni, sono quelle che rappresentano i piccoli editori. La nuova riforma di internet verrà approvata entro la fine del 2017, comprenderà norme che abbracciano gli e-commerce, la telefonia ed i provider di internet, ma maggiormente avrà un impatto devastante sul diritto d’autore.

L’articolo 11 della link tax logicamente è una manna dal cielo per i grandi editori. Le grandi realtà editoriali spingono con forza per vedersi riconoscere nuovi fonti di guadagno a partire da internet. Sono i piccoli editori ed i consumatori che invece verrebbero danneggiati da questo provvedimento a causa della sola soluzione che è stata proposta, l’ancillary copyright. Vediamo nello specifico cosa sta succedendo e a cosa andiamo incontro.

Ancillary copyright: come funziona

L’articolo 11 della manovra piace molto ai grandi editori che, vedono in esso la soluzione ai loro problemi sul copyright. Nessuno mette in dubbio che sia giusto proteggere i propri contenuti da chi se ne appropria senza scrupoli. Cercare però di farlo con l’ausilio dell’ancillary copyright non è davvero una soluzione. La tassa sui link obbligherà a pagare una fee al creatore di un contenuto ogni qualvolta quel contenuto venga:

  • condiviso;
  • linkato;
  • ripresentato anche parzialmente.

Questo va parecchio contro la filosofia di internet che può essere riassunta come: “guarda, ho trovato questa cosa che mi è piaciuta e credo la troveresti interessante o utile. Ti va di leggerla?

Il provvedimento danneggia un po’ tutti, anche i grandi editori. Questo è esattamente quello che è successo nei paesi in cui norme simili sono state già adottate. In Spagna Google Noticias è stato chiuso. In Germania i grandi editori dopo che Google ha smesso di linkare i loro contenuti, quindi l’affluenza di visite ai loro siti è diminuita spaventosamente, hanno fatto marcia indietro.

Perchè l’ancillary copyright danneggia sia i piccoli editori che noi consumatori?

La riforma sul copyright ha alla base alcune motivazioni che non hanno nulla di sbagliato. Per i grandi editori fare in modo di essere pagati per i propri diritti ausiliari significa di fatto tutelarsi da quelle persone che, copiano senza rimorsi i contenuti che trovano in rete senza neppure citare le fonti e con il solo scopo di guadagnarci.

D’altro canto però i grandi editori hanno scelto la via più semplice per risolvere il problema e la loro scarsa capacità di progredire insieme alla tecnologia; ignorando di fatto gli utenti della rete che si trovano ad essere vittime della fama di soldi. Infatti con l’entrata in vigore della norma:

  • Farebbe in modo di aggiungere ulteriori passaggi all’iter che porta una notizia dalla sua fonte a noi consumatori, allungando i tempi necessari ad informarsi;
  • Il nascere di nuove somme da pagare per un’azienda si riflette in un aumento dei prezzi per il consumatore finale.
  • I piccoli editori invece si ritroverebbero a dover pagare cifre proibitive che li costringerebbero a chiudere bottega e quindi a limitare la nostra scelta di fonti da cui informarci.

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Dobbiamo difendere il diritto ad informarci così come il copyright

A differenza di quello che vogliono farci credere la normativa così come è presentata ora non è per nulla l’unica soluzione esistente per tutelare il diritto d’autore. È chiaro come sia necessario stilare una normativa che sia univoca per tutti i paesi dell’Unione Europea, ma questo non può e non deve andare a discapito dei consumatori.

Cosa possiamo fare quindi per evitare che ci venga tolto il nostro diritto ad informarci? L’unica soluzione è far sentire la nostra voce e dire chiaramente che noi consumatori non siamo solo quelli a cui va venduto un prodotto, ma persone che abitano il web tanto quanto il mondo reale.

Ancillary copyright: come tutelarsi da chi vuole toglierci il diritto all’informazione

La normativa così com’è adesso al vaglio, è un vero e proprio pericolo per la nostra libertà di informazione e di divulgare quello di cui veniamo a conoscenza. Cosí come i grandi editori sentono la necessità di vedere riconosciuti i loro diritti in quanto creatori di un contenuto, noi sentiamo il bisogno di vedere riconosciuto il nostro diritto a poterci informare. La normativa può essere cambiata; per farlo serve l’impegno di tutti, basta aderire alla nostra petizione.

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Fermiamo il declino dell'informazione subito!

Punto. Fermiamo il declino dell’informazione non è un ordine da seguire tassativamente ma un libro, edito Il Mulino, di Paolo Pagliaro. Che noia, un altro libro da leggere? Ebbene sì, un altro libro da leggere.

Ci tieni al diritto all’informazione e alla libertà di condivisione sui social? Bene, allora è importante capire quali sono i rischi e i pericoli che si corrono quando non ci si documenta secondo un minimo di criterio. Quali pericoli? Elenchiamoli.
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La bontà ai tempi dei social network ha ancora senso?

Per l’ennesima volta è comparso un post sulla tua bacheca di Facebook dove un bambino smagrito chiede aiuto consistente in una condivisione o un like. Tu cosa fai: condividi o segnali?

Hai mai ricevuto via email, tramite Whatsapp o messaggio privato di Facebook uno di quei “Urge sangue RH+: condividi subito, abbiamo bisogno di te?”. Cosa ne pensi? Io li trovo davvero fastidiosi. Sarà perché siamo talmente atrofizzati e desensibilizzati dalla tv, dal mondo moderno, dalle pubblicità che battono e ribattono sempre sugli stessi punti critici che oramai sembrano non fare più effetto.

O ancora, ti è mai capito di ricevere una di quelle email in cui un tuo lontanissimo parente è prigioniero in un paese straniero e ha bisogno di un riscatto di 10 mila euro ma al suo ritorno ti premierà con una ricompensa di un milione di dollari? O un’email di recupero del tuo profilo Apple o, ancora, di quando hai perso la password di Poste Italiane ma l’email è firmata posteitaliene?

Quanto siamo buoni sul web? O siamo ingenui?

Già, beata bontà. Giusta ingenuità. Ne siamo stati tutti vittime almeno una volta nella vita.  Ne siamo stati tutti vittime almeno una volta nella vita. La bontà sul web è (davvero) una brutta bestia. Ti fregano quando hai il cuore (troppo) tenero. Non solo: sul web entra in gioco anche la nostra voglia di mostrare che siamo buoni, caritatevoli ed amorevoli verso il prossimo. Ecco, allora, che “quelli che ci vogliono fregare” hanno vita facile con noi. Basta, infatti, un bel visino di un bimbo che soffre per vincere una nostra condivisione, un parente (ipotetico) all’ospedale per prendere la nostra email o la preoccupazione che qualcuno possa accedere ai nostri “segreti” del cellulare o del computer personale per prendere la nostra password.

Capita a tutti. Non c’è differenza di religione, colore, razza. L’ingenuità e la voglia di mostrarsi “brave persone” davanti agli schermi (e agli occhi) della gente ci frega.

Catene di Sant’Antonio, email fake e cos’altro?

In principio erano le catene di Sant’Antonio. Oggi, è tutto: email, whatsapp, chat di Facebook, live di Instagram. Tutto. Tutto diventa mezzo per conquistare i nostri dati personali ed utilizzarli per inondarci di pubblicità, venderci il codice di sblocco del prossimo virus o chissà cos’altro ancora. E, purtroppo, siamo disposti a tutto pur di apparire e proteggerci, condividere ed essere condivisi. “Inoltra a tutti i tuoi contatti” diventa la nuova religione!

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“Se hai un cuore commenta o, almeno, metti mi piace” – è questo il mantra delle vecchie e delle nuove generazioni. Quelle del profilo Facebook che condivide bufale, dei lettori poco attenti ma anche dei professionisti che leggono velocemente, dalla distrazione facile e dalla dipendenza da notifica.

“Perchè? Come mai? Esseri senza cuore! Insensibili! Egoisti! Ecco gli epiteti che vi aspettano se provate a spiegare che ad un bambino in Africa non apparirà magicamente un panino col prosciutto tra le mani, o che la leucemia non smetterà di colpire poveri innocenti, se cliccate mi piace o condividete un post. Magari bastasse questo!”

Questo è quello che appariva in un articolo del magazine online Ninja Marketing ben quattro anni fa e la situazione non è migliorata, anzi sembra essere ancora più complessa ed estrema. Sembra quasi che siamo disposti a venderci per meno di un like o per combattere una guerra all’ultimo sangue per poche righe di anteprima su un sito. Rendiamoci conto del dramma.

La bontà per come la vedo io non dovrebbe essere uno sport olimpionico. Uno spara e tutti a correre con il conto corrente in mano, l’sms. Spesso poi i patrocinatori di queste “giuste cause” sono gli stessi che non conoscono il “proporzionale” ma solo il “maggioritario” del buon cuore. Lanciano il sasso e fine. Spesso lo fanno per e non con.

Scrive così Roberto Carvelli sull’Huffington Post. Insomma, forse non è il caso di cominciare a guardare meno al like e più alla concretezza delle cose?

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Le fake news sono pericolose per la democrazia?

Le notizie false che girano in Rete sono diventate quasi indistinguibili da quelle vere. Tante volte la realtà supera la fantasia e, onestamente, chiunque si troverebbe in difficoltà se gli venisse chiesto di indovinare quanto è vera la notizia che sta leggendo.

Le fake news come strumento di polarizzazione del pubblico

Forse non tutti sanno che alcune persone, per mestiere, producono fake news e le diffondono. Questo fatto dovrebbe far riflettere sulla potenza dell’informazione: una notizia può essere creata da zero e arricchita degli elementi necessari, come i bottoni, gli accessori e le finiture di un vestito.

La cosa peggiore è che possono essere usate, in maniera mirata, per polarizzare l’opinione di un determinato pubblico. Pensa a quando il pubblico in questione sono tutti i lettori di un giornale o tutti gli iscritti o simpatizzanti di un determinato partito politico: le conseguenze possono essere catastrofiche, anche perché di solito le fake news diventano uno strumento per far aumentare il livello di violenza verbale, odio e volgarità.

A questo dobbiamo aggiungere che la velocità di circolazione delle informazioni, propria della Rete, aumenta il potere delle fake news quando vengono utilizzate per semplificare in maniera estrema i problemi complessi, generando superficialità e il fenomeno di polarizzazione che gli addetti ai lavori amano chiamare “gentismo”, una sorta di estremismo online, che per qualcuno è addirittura pericoloso per il benessere della democrazia e della libertà di informazione, che già non se la passano benissimo per conto loro.

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Come si possono combattere le fake news?

Si discute da tempo anche dell’eventualità (e delle modalità) di regolamentarle: le istituzioni e i loro rappresentanti temono che non basti affidarsi all’etica professionale dei giornalisti, e a essere sincero non me la sentirei di dar loro completamente torto, viste le notizie che vediamo girare ogni giorno.

È poco ma sicuro che bisogna trovare delle armi di difesa, e tra le mille proposte (leggi, algoritmi, autorità di censura, abolizione dell’anonimato) ne voglio citare una che ho trovato particolarmente brillante. Un’emittente radio-televisiva norvegese sta sperimentando un metodo molto creativo, partendo dalla premessa che difficilmente le persone, prima di condividere un articolo, lo leggono e soprattutto lo capiscono (qualcuno legge solo il titolo, qualcun altro legge lo snippet).

E sappiamo bene che i titoli possono essere fuorvianti, ancora di più quando sono fatti apposta per esserlo. Per evitare di alimentare il fenomeno del “leone da tastiera”, e forse anche per calmare i lettori, hanno inserito un quiz alla fine degli articoli. Un esame in pratica: chi non lo supera, non può commentare. Un chiaro invito a fermarsi un attimo, capire bene, verificare prima di scrivere qualcosa di cui ci potremmo pentire.

Un invito che mi sento di condividere.

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Fake news sempre più credibili grazie all’intelligenza artificiale

Le bufale si stanno evolvendo! Adesso grazie all’intelligenza artificiale è possibile creare audio e video contraffatti. Ci potremo ancora fidare di quello che vediamo su internet ed in televisione? Scopriamo insieme a cosa stiamo andando incontro.

Ogni giorno se ne sente una nuova sulle bufale online. Sarà perchè le bufale sono un business e quindi qualcuno cerca di fregarci sempre, mentre noi impariamo come scoprire le bufale, le grandi aziende ed i governi si impegnano per combatterle. L’ultima è molto più che preoccupante e dovrebbe seriamente portarci a riflettere.

Qualche giorno fa una notizia ha iniziato a preoccupare molti utenti di internet riguardo l’affidabilità di qualsiasi cosa vedremo e sentiremo in rete. Pare infatti che le bufale si stiano evolvendo al punto che, in un futuro per niente lontano non saranno solo da leggere, ma anche da vedere ed ascoltare. Com’é possibile tutto questo? È tutto merito delle intelligenze artificiali e della tecnologia che progredisce. Vediamo cosa ci aspetta.

Come creare bufale che nessuno può scoprire

Ogni giorno siamo assaliti da fake news e notizie riportate in volutamente errato. Non si contano le pagine, i siti e le persone che tentano di ingannarci con questo tipo di contenuti ed il loro numero cresce costantemente. Fortunatamente ci abbiamo fatto l’abitudine e stiamo imparando come evitare le bufale:

  • Mettiamo in discussione quello che leggiamo;
  • Ci informiamo da più fonti;
  • Nel caso la notizia sia vera ci assicuriamo sia stata riportata in modo corretto.

Ma se perdessimo questa possibilità? Se non potessimo più fidarci dei video, degli audio e delle foto che la rete ci offre ogni giorno? Internet diventerebbe un posto inaffidabile, dove non riusciremmo più a capire cosa è vero e cosa è falso. È questo il rischio verso cui stiamo facendo rotta. Mentre noi cerchiamo di difenderci da chi diffonde bufale e ci manipola arrivando a poter influenzare le elezioni, adesso ci si mettono anche le intelligenze artificiali a crearne di nuove e di migliori. Le bufale di nuova generazione verranno create da programmi e robot che saranno in grado di creare video, audio e foto a partire da poco o nulla.

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Cosa sono le bufale di nuova generazione?

In un periodo in cui la nostra fiducia verso quello che leggiamo è spesso messa a dura prova, l’ultima cosa che ci voleva era doverci preoccupare anche dei video e dei contenuti audio che eravamo abituati a trovare più affidabili. Dopotutto quando un video è fatto al computer risulta sempre abbastanza semplice accorgersene.

I robot ci faranno dire quello che vogliono

Un audio falso al giorno d’oggi è davvero semplice da creare. In generale è possibile far dire ad un politico o un vip qualsiasi cosa. Basta avere la pazienza di prendere cose vere che ha detto, spezzettarle e incollarle in modo da creare da 0 un discorso tutto nuovo. In genere questo tipo di contenuti è comunque molto poco spontaneo nei toni e salta subito all’occhio, o meglio all’orecchio, che si tratta di tanti piccoli pezzettini di audio incollati insieme. L’assistente vocale che abbiamo sul cellulare ne è un esempio pratico. Ma non è questo tipo di audio a minacciare l’affidabilità di quello che troviamo online.

Con l’ausilio di specifici software è possibile analizzare il modo di parlare di qualcuno e la bufala è fatta. Basterà decidere cosa si vuole far dire ed il programma genererà un audio indistinguibile da quello reale in cui: cadenza, accento e anche le sfumature più impercettibili del parlato di qualcuno saranno riprodotte fedelmente.

I video falsi sono più difficili da creare, ma non impossibili

Creare un video falso o un’immagine è molto più difficile, ma per nulla impossibile. Ian Goodfellow attualmente parte del progetto Google Brain, un progetto di Google che si occupa di intelligenza artificiale, già nel 2014 partì con una sua impresa personale; creare un software che creasse immagini fake da 0. È riuscito in poco tempo, facendo confrontare tra loro due intelligenze artificiali, a superare la sfida che si era lanciato da solo. Infatti la prima delle due intelligenze artificiali è in grado di creare piccole immagini (si parla di immagini grandi quanto un francobollo) che il secondo bot non è in grado di distinguere da quelle reali.

La tecnologia però fa letteralmente passi da gigante. Già nel 2016 grazie al riconoscimento facciale un gruppo di ricercatori ha è riuscita a creare dei piccoli filmati in cui un software acquisiva il loro viso e riusciva a riprodurre la loro mimica facciale su dei video dell’ora ex presidente americano Barack Obama e di Donald Trump. Ecco il video rilasciato l’anno scorso su Youtube, clicca qui per vedere con i tuoi occhi di cosa stiamo parlando.

Come difendersi dalle bufale anche quando le crea un computer

Anche se chi diffonde bufale online ha nuove frecce al suo arco non dobbiamo arrenderci. Anzi, dobbiamo impegnarci sempre di più per combattere le bufale. Noi utenti nel nostro piccolo possiamo continuare ad essere oculati e critici su quello che leggiamo e da oggi sentiamo e vediamo. È necessario però che le grandi aziende e organizzazioni rinnovino il loro impegno nel combattere questi contenuti fraudolenti; analizzando più in profondità le tracce audio ed i video per scoprire se si tratta di contenuti alterati.

Questa nuova generazione di fake news porta anche noi a dover evolvere le nostre strategie su come scoprire le bufale. Fortunatamente la tecnologia non ci rema solo contro. Grazie ad essa è possibile analizzare le foto ed i video e controllare i loro metadati, ovvero quei parametri che ci dicono dove, quando e come è stata scattata una foto o girato un video. Il più delle volte, un’analisi approfondita rivela delle incongruenze in questi dati che ci suggeriscono di trovarci di fronte ad un contenuto falsificato. Per proteggerti dalle bufale, anche quelle più subdole, una delle soluzioni è poter confrontare più fonti, firma la nostra petizione per continuare ad avere il diritto di informarti.

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