Digital Single Market e riforma del copyright: le responsabilità degli intermediari in Europa

La riforma del copyright sta letteralmente spaccando a metà la Commissione Europea. Ogni paio di giorni salta fuori una novità che scongiura sempre più la possibilità di trovare un punto d’incontro tra le parti, specialmente visto che le votazioni finale saranno ad Ottobre. Adesso nel mirino della riforma ci sono gli intermediari della comunicazione. In gioco c’è come al solito il tuo diritto all’informazione.

La riforma del copyright è costantemente oggetto di critica negli ultimi tempi. Sei visto non come un individuo che usufruisce di internet e contribuisce ai contenuti di cui è fatto, ma come un cliente che genera guadagni che qualcuno vuole incassare. Adesso  è il turno degli intermediari della comunicazione e i provider di finire nel mirino. Continua a leggere per scoprire cosa sta succedendo.

Cosa significa intermediario secondo la riforma del copyright

Prima di entrare nel vivo della discussione vogliamo spogliare il discorso dal politichese e spiegarti cos’è un intermediario della comunicazione. Nella riforma del copyright si parla di “Intermediari”. Per intermediari della comunicazione si intendono tutte quelle aziende che fanno da tramite tra chi vuole fornire delle informazioni e le persone che devono riceverle.

Gli intermediari sotto la luce dei riflettori della riforma sono fondamentalmente gli ISPInternet Service Provider  e gli hosting provider. Parliamo di quelle aziende che mettono a disposizione le loro risorse per permetterti di memorizzare e trasmettere dati su internet. In pratica parliamo delle aziende che ti permettono di navigare su internet e su cui sono caricati i siti che visiti.

Di chi è la responsabilità quando c’è un contenuto illegale online?

Gli obblighi ed i diritti degli intermediari della comunicazione all’interno della Comunità Europea sono regolamentati dalla Direttiva 2000/31/CE ovvero la Direttiva sul commercio elettronico. Uno dei concetti più importanti del documento, l’articolo 15, stabilisce che gli intermediari non hanno l’obbligo di monitorare le tue informazioni che immagazzinano. Gli stati membri possono però richiedere al provider di ricevere comunicazioni in caso esso sia a conoscenza di qualsiasi contenuto illegale. Questo divieto ha lo scopo di favorire la crescita del mercato digitale.

Sempre secondo la direttiva, i provider non sono responsabili delle informazioni memorizzate a costo che:

  • Non siano al corrente dell’illecità delle informazioni o delle attività;
  • Agiscano tempestivamente nel cancellare o precludere l’accesso alle attività ed ai dati illegali.

In parole povere, il provider non è responsabile di quello che un altro utente carica sui suoi sistemi anche quando si tratta di materiale protetto da copyright, a meno che non sia direttamente coinvolto con questa attività. Inoltre, anche se il provider non rispetta totalmente le condizioni dell’articolo 14, non vuol dire che sia automaticamente responsabile dell’illecito di questi ultimi. Va provato che l’ISP (il provider) ha di fatto agito in modo da favoreggiare la condivisione del contenuto illegale.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Secondo chi promuove la riforma del copyright la responsabilità è del provider

Tra le varie proposte all’interno della riforma del copyright, oltre a quelle inerenti all’ancillary copyrightsi parla anche delle responsabilità degli intermediari. La proposta in merito è descritta nell’articolo 13. Questo mira a cambiare totalmente le responsabilità dei provider abolendo la libertà di non monitorare le attività per tutte quelle piattaforme che immagazzinano e offrono accesso a grandi quantità di contenuti.

L’articolo 13 sancisce che se l’intermediario della comunicazione ha un ruolo attivo, esso è automaticamente responsabile dei contenuti caricati dagli utenti. L’unica soluzione diventa quindi applicare delle contromisure come per esempio il monitoraggio dei dati che è in contrasto con la normativa per il commercio online.

In questo modo l’ISP sarà direttamente responsabile di ciò che avviene nell’ambito dei suoi servizi. L’unico modo per un intermediario della comunicazione per non cadere vittima di questa interpretazione discutibile è di essere totalmente conforme alle condizioni dell’articolo 14 della direttiva sul commercio online. Ovvero avere la certezza che il provider di servizi non abbia un ruolo attivo nella condivisione del contenuto illegale.

Cosa cambia per te con l’articolo 13 della riforma del copyright?

Come un po’ in tutti gli ambiti che la riforma del copyright abbraccia, la persona su cui ricadranno le conseguenze di tutto questo sei tu. Quando vengono presi di mira gli aggregatori di notizie quello che ci va a perdere sei tu, poiché si limitano le fonti da cui puoi informarti. Nel momento in cui i provider saranno costretti a monitorare le attività online rischi di perdere il tuo diritto all’informazione.

Monitorare una mole di dati così grande non è qualcosa che può essere fatto manualmente da un essere umano. È quindi qualcosa che gestito con l’aiuto di specifici programmi. La stessa Corte Europea si è dichiarata preoccupata a riguardo durante la sentenza sul caso Sabam-Netlogaffermando che un sistema simile potrebbe ledere alla libertà d’informazione. In quanto potrebbe non essere in grado di distinguere sempre tra un contenuto legale ed illegale, finendo con il creare una vera e propria censura online di contenuti che non hanno nulla di sbagliato.

Questa altro non sembra che l’ennesima prova del fatto che il testo della direttiva sul copyright non tiene minimamente conto dei diritti dei consumatori. Serve solo a cercare tutti i modi possibili per dare in mano a persone come i grandi editori il controllo su cosa può essere su internet, privandoti dei tuoi diritti più fondamentali. Non devi restare in silenzio, puoi difenderti e far sentire le tue ragioni aderendo alla nostra petizione se non l’hai già fatto.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Image credit: Designed by Freepik

Istruzione e copyright, ecco cosa succede quando si scontrano!

Istruzione e copyright divulgano e tutelano il sapere ma non sempre vanno di pari passo. Per esempio, cosa succede quando si scontrano fra loro?

Sai che non puoi fotocopiare la pagina di un libro senza infrangere alcune delle norme del copyright, vero? Questo vuol dire che il diritto di copia (e di stampa) si scontra con il diritto all’istruzione. Un diritto che viene dato per scontato perché tutti pensano di avere la possibilità di imparare.

Perché lo scontro istruzione e copyright può penalizzare anche la formazione culturale degli studenti? In che modo accade? Continua a leggere, per saperne di più.
Continue reading “Istruzione e copyright, ecco cosa succede quando si scontrano!”

Privacy online: ecco perchè è importante difenderla

La tua privacy non è una questione di poco conto. Dovresti difenderla e proteggerla sempre. Oggi ti spiegheremo perché la tua privacy è importante anche se non sei un VIP e non hai nulla da nascondere. Continua a leggere per capire quali sono i rischi di perdere la privacy sul web.

Tutelare la privacy, specialmente in internet, è un argomento che è sempre stato oggetto di discussioni. È dal 2013 però, che l’argomento entrato veramente nel vivo. Edward Snowden un ex impiegato della CIA rivelò che l’NSA, l’agenzia per la Sicurezza Nazionale Americana stava acquisendo i dati degli utenti a loro insaputa. Questo era possibile grazie ad un sistema che registrava chiamate, messaggi, email e ricerche in internet; insomma tutto quello su cui riuscisse a mettere le mani. Da quel momento le persone sono diventate sempre più attente alla propria privacy; ne hanno tutte le ragioni. Sono passati ormai 4 anni dalla fuga di documenti creata da Snowden ma è ancora importante difendere la propria privacy. Scopriamo il perché insieme.

Perchè la privacy è importante soprattutto sul web

Non accetteresti mai di farti visitare dal dottore con la porta aperta, giusto? Lo stesso dovrebbe valere quando sei su internet. Una delle frasi più comuni che si sente dire quando si parla di privacy online è: non sono preoccupato, non ho niente da nascondere. La verità è che non devi essere un criminale o un vip per dover proteggere la tua privacy. I tuoi dati sono inestimabili ed hai tutte le ragioni per tenerli lontani da occhi indiscreti.

Su internet le tue informazioni personali possono essere in pericolo. Non si tratta solo del tuo nome o della data di nascita. Sul web anche l’ultimo stato di Facebook, il tweet di qualche minuto fa e le tue foto sono una risorsa. Per questo è importante tu impari a curare la tua privacy online.

Preoccuparti di dove e quando i tuoi dati sono condivisi con qualcun altro ti aiuta anche ad evitare le bufale. Le tue abitudini online lasciano delle tracce in rete che, possono suggerire a degli estranei quali sono gli argomenti che ti interessano. Questo permette agli algoritmi di social network e motori di ricerca di trovarti tra migliaia di persone solo per proporti magari una notizia falsa. Insomma proteggere i tuoi dati, ti protegge dalla disinformazione.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Ecco cosa rischi quando la privacy è violata

Internet è popolato da tante persone. Alcune pronte a risolvere i tuoi problemi e rispondere alle tue domande. Non tutti sono lì per aiutarti però. Alcuni sono dei malintenzionati che approfittano del fatto che magari non conosci la rete come le tue tasche. Per queste persone i tuoi dati personali sono una vera e propria miniera d’oro. Non vedono l’ora di metterci le mani sopra. Vediamo quali sono i rischi legati alla tua privacy e alla sua protezione:

  • Furto d’identità: il furto d’identità è probabilmente uno dei cyber crimini più comuni e pericolosi. Si parla di furto d’identità quando qualcuno riesce ad accedere alle tue informazioni personali e fa finta di essere te. Chi ha in mano i tuoi dati personali può spacciarsi per te in rete, senza destare alcun sospetto ed accumulando sempre più dati. Può commettere delle frodi a tuo nome. Cerca di essere sempre molto selettivo a riguardo dei siti che hanno i tuoi dati;
  • Dati bancari: i sistemi informatici della tua banca sono davvero sicuri, nessuno lo mette in dubbio. Non devi però abbassare la guardia. Un malintenzionato molto volenteroso può comunque riuscire ad accedere ai tuoi dati e fare prelievi e trasferimenti. Anche se il sito della tua banca è criptato dovresti per sicurezza cambiare spesso la password con cui accedi ed accedere solo da casa tua;
  • Furti in casa: non tutti i malintenzionati si nascondono sempre dietro lo schermo. Alcuni lo usano solo per sapere il più possibile su di te in modo da colpire poi nel mondo reale. Immagina di scrivere uno stato su Facebook in cui dici che partirai per 7 giorni. Questa piccola azione che a te sembra totalmente innocua, per qualcuno che ti tiene d’occhio è fondamentale per sapere quando non c’è nessuno in casa.
  • Furto di dati: negli ultimi anni gli hacker hanno sviluppato nuove strategie. Molti hanno abbandonato l’idea di ficcanasare nei tuoi dati per puro divertimento ed hanno scelto invece di tenerli in ostaggio. Sempre più computer vengono presi di mira fa virus specifici che bloccano l’accesso ai dati finché non si paga un riscatto.
  • Perdi la libertà di informarti: perdere la tua libertà d’informazione potrebbe non sembrarti qualcosa legato alla tua privacy, ma non è così. A volte a minacciare l’anonimitá del web non sono gli hacker; ma i governi stessi che possono in alcuni stati controllare il traffico internet. Un occhio sempre puntato su ciò che leggi e guardi influirebbe sicuramente sulla fonti da cui scegli di informarti.

Chi tutela la privacy dei cittadini?

Nella protezione dei tuoi dati non sei da solo. L’Unione Nazionale Consumatori è sempre dalla tua parte per aiutarti ed ascoltarti. Inoltre la tutela dei tuoi dati è affidata al Garante per la protezione dei dati personaliQuesto organo è indipendente a livello amministrativo e si occupa di tutelare il diritto dei cittadini a difendere i propri dati. Il Garante ha il compito di vegliare sul corretto trattamento dei tuoi dati e sul rispetto delle norme che lo regolamentano, ecco alcuni dei suoi compiti.

  • Controllare che il trattamento dei dati si verifichi a norma di legge;
  • Esaminare i reclami e le segnalazione in merito alla protezione dei dati personali;
  • Bloccare il trattamento dei tuoi dati qualora questa azione a causa della loro natura stessa dei dati possa arrecarti danno;
  • Invitare in determinati settori sensibili, come per esempio il giornalismo, a sottoscrivere codici deontologici e di buona condotta;
  • Sensibilizzare l’opinione pubblica a riguardo della privacy e del trattamento dei dati.

5 consigli per difendere la tua privacy online

Anche se il Garante della privacy è dalla tua parte non è detto tu sia al sicuro dai rischi della rete. Non esiste una bacchetta magica che difenda al 100% i tuoi dati. Questo non significa tu debba rimanere a guardare, così come puoi difendere il tuo diritto all’informazione firmando la nostra petizione, puoi difendere i tuoi dati con questi semplici consigli, prendi carta e penna!

  • Attenzione alle password: le tue password sono letteralmente la chiave dei tuoi dati sensibili ed i malintenzionati farebbero di tutto per tentare di rubartele. Per rendergli la vita difficile crea password complicate. Una buona password è lunga almeno 8 caratteri e contiene una combinazione di lettere sia maiuscole che minuscole. Cerca di non usare la stessa password su tutti i siti che frequenti;
  • Dai sempre meno informazioni possibili: la maggior parte delle app sul tuo computer e sul tuo smartphone cercano di acquisire il maggior numero di informazioni possibili. Cerca sempre di minimizzare il numero di dati che fornisci. Quando possibile tenta di disattivare i servizi di localizzazione e l’accesso alla fotocamera. Sui social condividi stati e foto solo con le persone di cui ti fidi;
  • Tieni sempre aggiornati e protetti i tuoi dispositivi: quando si parla di privacy e sicurezza l’antivirus da solo non basta e andrebbe affiancato ad un firewall. Sia sul tuo computer che sul cellulare è buona norma tenere sempre aggiornati i programmi di sicurezza e il sistema operativo;
  • Fai un backup dei dati: fare un backup dei tuoi dati è una delle buone abitudini digitali che dovresti acquisire. Oltre a sollevarti dalla scocciatura di dover ritrovare tutto quello che ti serve nel caso tu sia stato costretto a formattare, è anche un’ottima assicurazione contro i virus che possono bloccarti l’accesso ai dati;
  • Spegni il Bluetooth: il Bluetooth è davvero molto comodo. Ti permette di collegare i tuoi dispositivi tra loro o scambiare file con i tuoi amici. Allo stesso tempo però questo sistema costituisce una porta d’ingresso per i malintenzionati. Assicurati di spegnerlo quando non lo stai usando.

Come vedi difendere la tua privacy non è per nulla difficile. Tutto sta nell’acquisire delle buone abitudini digitali che mettano al sicuro i tuoi dati da chi vuole prenderli per truffarti o per altri interessi poco nobili.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Fonte Immagine: Designed by Freepik

La nuova proposta sul copyright dell'UE non funzionerà mai!

La campagna che stiamo portando avanti da qualche mese è iniziata prima che le proposte UE sul copyright arrivassero seriamente sotto i riflettori. Quando per limitare i danni si muovono addirittura da Mozilla, da sempre sostenitori della libertà sul Web, vuol dire che stiamo andando nella direzione giusta.

Questo schierarsi dalla parte di chi detiene i diritti, infatti, rende le proposte “disfunzionali, tendenti all’assurdo” secondo Raegan MacDonald, Senior Policy Manager ed EU Principal di Mozilla (intervistata da The Next Web). Sono talmente in disaccordo con le proposte di riforma che hanno una loro campagna attiva, con petizione annessa, per cambiare la disciplina sul copyright.

Uno dei problemi più grandi che la riforma potrebbe generare è che, in effetti, le piattaforme diventerebbero responsabili per tutti i post degli utenti: qualcuno potrebbe denunciare Facebook se un utente (dei circa 2 miliardi attuali) pubblicasse un contenuto protetto da diritto d’autore, che con la nuova riforma accadrebbe praticamente nel 90% dei casi.

I 3 articoli della morte

Poi c’è la questione dei 3 articoli della morte, anch’essi molto discussi: prima di tutto le restrizioni fortissime, e quindi praticamente fatali, per tutto ciò che è basato sul text and data mining (cioè la raccolta direttamente da internet di informazioni da parte di algoritmi e Intelligenze Artificiali). Moltissime startup utilizzano queste tecniche e potrebbero passare dalla parte dei cattivi, risultando così spacciate.

Dopo il data mining c’è l’ancillary copyright a noi tanto caro. Se guardiamo cosa è successo in Spagna e in Germania (per chi si collegasse solo adesso con noi, un fallimento totale) non c’è assolutamente alcun motivo per il quale una riforma che ha fallito a livello nazionale possa funzionare a livello di sovrasistema.

campagna adesione poche parole

Il terzo articolo della morte riguarda l’obbligo per le piattaforme di filtrare i contenuti degli utenti tramite dei veri e propri bot da censura per non esserne responsabile. Per capirci, è come se Google dovesse monitorare tutte le immagini che vengono caricate su internet e confrontarle con tutte le immagini coperte da copyright, per capire se ci sono state violazioni.

Non sembra una follia? Senza contare che questo porterebbe a fortissime limitazioni alla nostra libertà di caricare i contenuti come utenti. L’unico modo per operare in un ambiente giuridico del genere sarebbe avere un team di avvocati per negoziare le licenze di utilizzo prima ancora di effettuare qualunque operazione, e per giunta grande abbastanza per affrontare tutte le cause che sarebbero intentate sulla base dei contenuti infringing.

E allora perché mandano avanti la riforma sul copyright?

Appare chiaro che ci siano pressioni politiche da parte degli editori più “svantaggiati”, che invece di guardare avanti vorrebbero tornare indietro a quando avevano pieno controllo sulla pubblicazione e distribuzione dei contenuti.

Forse la UE non sarà mai in grado di avere una legislazione all’altezza se non prende in considerazione il punto di vista di tutti i soggetti coinvolti, dai più grandi ai più piccoli.

Per questa precisa ragione dobbiamo farci sentire!

campagna adesione poche parole

Ancillary Copyright: ora ci sono anche le bufale?

I diritti connessi sono una delle tematiche che più sta infiammando le aule del Parlamento Europeo. Le votazioni sull’ancillary copyright sono alle porte. Manca davvero poco alla decisione definitiva della Commissione Europea sulla questione. Stavolta il dito viene puntato sulle bufale online.

Da sempre, infatti, i big del settore della comunicazione cercano di arginare il fenomeno, complesso e complicato, delle bufale online. Queste, infatti, sono un sistema validato per guadagni facili sulla pelle dei consumatori di spregiudicati “briganti del web” che – in barba ad ogni regola e giocando anche un po’ sull’ingenuità e la buona fede degli utenti – creano delle vere reti acchiappa-click capaci di generare introiti consistenti derivanti dal sistema pubblicitario che alimentano.

La discussione in Commissione Europea sull’attuazione della proposta del diritto d’autore europeo per gli editori di stampa e web passa ora ad un livello successivo. A marzo 2017 – infatti – il percorso del Digital Single Market si arena: la discussione è più viva che mai ed oggi sposta la sua attenzione sull’argomento bufale online. Parrebbe che limitare la pubblicazione di quelle poche righe di anteprima potrebbe portare ad arginare il fenomeno delle bufale online provocando, però, un corto circuito nella libertà di condivisione (e, soprattutto, di espressione) degli utenti prima, dei consumatori poi. Perché? Cerchiamo di capirlo insieme!

Digital Single Market: la vera soluzione alle bufale online? Non proprio!

Si parla di diritti connessi già da un po’. Sull’argomento abbiamo scritto e continueremo a scrivere tanto poiché la tua tutela è, per noi, importante almeno quanto il tuo diritto all’informazione (se non di più, eh). La questione è ormai al giro di boa e le votazioni finali per la riforma del copyright: l’approvazione del Digital Single Market è qui. Facciamo un piccolo riassunto della situazione per comprendere verso quale direzione stiamo andando.

La posizione del gruppo europarlamentare dei EPP

L’infinita battaglia sull’ancillary copyright continua. Il primo avvenimento che ha dato la speranza di riuscire a fermare la nuova direttiva europea sul copyright è stato a marzo di quest’anno. Therese Comodini Cachia – europarlamentare appartenente al gruppo dei EPP, ha espresso in modo chiaro e preciso cosa pensa a proposito della questione…

Sull’articolo 11 ed i piccoli editori

Sull’articolo 11 – quello relativo al diritto dei pubblisher – il gruppo EPP ha grossi dubbi sul fatto che la sfera digitale possa essere in qualche modo controllata da alcuni aggregatori di notizie e fornitori di servizi online a favore delle proprie attività. La paura più grande è che, senza corrispondere un pagamento adeguato ai creatori di contenuti, la produzione degli stessi sia a rischio. Secondo l’EPP, infatti, la soluzione sarebbe quella di garantire una certezza giuridica per la licenza ad utilizzare parti (anche minime, come l’anteprima di un link) di quel contenuto.

Questo servirebbe – in teoria – a rafforzare la posizione dei pubblisher. In realtà, a conti fatti, questo tipo di iniziativa danneggerebbe l’intero sistema di informazione libera per varie motivazioni: in primis, non tutti i magazine online, blogger e altri siti potrebbero permettersi tale ipotizzata spesa. Altra questione è il mutuo (e tacito) “scambio di favori” tra aggregatori di notizie, siti di news e piccoli e grandi editori: spesso, testate minori non hanno la forza economica di ripagare tutti i creatori di contenuti e l’intera garanzia di pluralità andrebbe a farsi “friggere”. I piccoli magazine, infatti, grazie ai siti demonizzati nella proposta di direttiva alimentano un flusso sicuro e costante al creatore di contenuti quando “anticipano” il suo contentuo. Flusso di utenti senza il quale, forse, molti avrebbero chiuso. Altra considerazione da fare è che – se questa riforma dovesse passare – piccole e grandi imprese digitali dovrebbero cercare fonti alternative “di guadagno” e di visibilità. Uno scenario probabile potrebbe essere quello di aumentare la presenza di pubblicità sul sito, ad esempio. Insomma, forse gli EPP non hanno pensato alle conseguenze della direttiva sull’ancillary copyright? Sembrerebbe di no!

L’ancillary copyright non salvaguarderebbe gli utenti dalle bufale online a favore del giornalismo di qualità, anzi. Sembrerebbe quasi un modo per favorirle, visto che rappresentano un modo (molto facile) per fare click e – quindi – introiti.

Il “value gap”, lo sconosciuto dell’articolo 13

Anche sul “value gap” – ovvero l’articolo 13 della direttiva proposta – l’EPP ha una posizione ben salda. Secondo l’eurogruppo “le piattaforme sono di grande importanza per il pluralismo dei media e la libertà di espressione”. Se ci si ferma a questa prima espressione, sembrerebbe crollare tutto l’impianto per cui questa direttiva limiterebbe la libertà di espressione. Leggendo, però, ancora si chiarisce come una tassa sui contenuti e sui link sia chiaramente dannosa per il consumatore: “tuttavia, la libertà di creazione artistica costituisce un altro aspetto di una società libera e, a questo riguardo, l’emergere di piattaforme online crea nuove difficoltà nell’applicazione dei diritti di proprietà intellettuale”. Insomma, secondo la direttiva (e la posizione dell’EEP) le piattaforme rendono complesso il riconoscimento artistico e della relativa proprietà intellettuale del prodotto autoriale.

Il problema del gap di valore, invece, dovrebbe focalizzarsi sul fatto che l’Europa è lenta nell’adeguarsi all’evoluzione del mercato e dell’innovazione. Un esempio su tutti è quello dell’industria musicale e la pirateria. Si è cercato di bloccare il fenomeno dello sharing oline attraverso continue sanzioni e chisure forzate delle piattaforme che “spacciavano” musica illegalmente, in barba al diritto d’autore e al riconoscimento – economico, ma non solo – all’artista. Non si è, però, cercato una soluzione definitiva al problema cercando di comprendere l’innovazione e di trovare regole e strutture legislative per cavalcare l’esigenza e non per contenerla. Ecco allora che oggi, finalmente, arrivano servizi come Spotify che – in barba ad ogni predizione nefasta – riesce ad incrementare la vendita di dischi e non ad uccidere definitivamente il mercato musicale.

Lo stesso discorso dovrebbe essere applicato ai contenuti digitali: invece di “spremere” ogni centesimo da un lato e dall’altro (aggregatori, siti, blogger, influencer – solo per nominarne alcuni), bisognerebbe comprendere le attuali necessità del mercato e dei consumatori e dialogare con tutti gli attori in campo per arrivare a soluzioni condivise e, soprattutto, efficaci. Non trovi?

In questa categoria – quella delle piattaforme online che dovrebbero sopperire a quello che chiamano “gap value” – dovrebbero rientrare anche gli ecommerce. Secondo l’EPP, infatti, essendo queste piattaforme impegnate in una “comunicazione al pubblico” non sono esenti dalla responsabilità del diritto d’autore. Anche una scheda prodotto che cita il prodotto originale utilizzando una piccola porzione di testo della descrizione prodotto di un brand che viene rivenduto (in modo assolutamente legale) diventa un problema. Insomma, vogliamo davvero questo?
Come potrebbe questo tipo di ragionamento esulare dal fatto che molti brand, piccoli editori, blogger spesso non hanno la forza economica di proporsi al grande pubblico e riuscire a “mantenersi da soli” oppure, spesso, è un accordo tra aggregatore o piattaforma che sia, essere ripagati in mutuo scambio di contenuti, visibilità e traffico? La diatriba è appena all’inizio!

Le eccezioni: testi, dati, significati e panorami (non quelli che vedi in vacanza)

I testi ed il data mining sarebbero – secondo l’EPP – fuori da questo ragionamento. Solo, però, alle organizzazioni di ricerca senza ampliare questa eccezione al mercato perché troppo esteso e pregiudicherebbe, in poche parole, gli interessi legittimi del titolare del diritto.

Ovviamente, questo diritto non apparterebbe agli utenti e ai loro contenuti spontanei (conosciuti come UGC) perché “devierebbe” gli articoli precedenti una eventuale eccezione. Bene, editori sì, utenti no: molto divertente (e coerente, soprattutto).

La questione del “Panorama”, poi, dovrebbe essere lasciata ai singoli stati membri.

Therese Comodini è intanto tornata ai suoi doveri a Malta lasciando il posto di relatore della JURI al collega tedesco Axel Voss, membro del EPP il Partito Popolare Europeo.  Vorrebbero quindi forzare la mano sul value gap ovvero la differenza di remunerazione tra chi crea un contenuto e chi lo diffonde. l’EPP riconosce la grande importanza delle piattaforme per la pluralità d’informazione e la libertà di espressione, per qualche strana ragione però vede gli aggregatori di news come qualcosa che indebolisce la difesa del diritto d’autore.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

I diritti connessi possono combattere chi inventa bufale per fare soldi

Quello delle bufale online è un problema sentito più che mai in questo periodo insieme all’ancillary copyright. I due argomenti non erano mai stati correlati tra loro. A quanto pare secondo alcuni, l’entrata in vigore dell’ancillary copyright a tutela dei grandi editori non andrebbe a minacciare il tuo diritto all’informazione.  Si parla addirittura del fatto che potrebbe proteggerlo combattendo le bufale in rete.

Il discorso ruota tutto intorno al poterti offrire un giornalismo di qualità grazie ai guadagni derivanti dall’entrata in vigore della riforma. È davvero così? Si tratta dell’ennesimo tentativo di offrirti un apparente vantaggio dell’ancillary copyright? Dopotutto niente collega le due cose in modo diretto. Andrebbe realmente analizzato se la link tax, l’altro nome con cui la riforma viene chiamata, possa davvero limitare la pubblicazione e la diffusione delle bufale sul web. Ecco quali sono le cose di cui dovresti tenere conto prima di farti un’opinione a riguardo:

  • Un editore con un maggiore introito può investire maggiori risorse in una maggiore ricerca delle fonti di una notizia; l’ancillary copyright mira proprio ad aumentare gli introiti dei grandi editori;
  • Non esiste un elemento che colleghi concretamente la prevenzione delle fake news con l’ancillary copyright. Il più delle volte chi diffonde le bufale online non ha interesse nel produrre contenuti di qualità; anzi, queste persone mirano esattamente alla disinformazione o non hanno interesse nella veridicità delle notizie che pubblicano. Dopotutto il loro scopo è avere sempre più click per guadagnare;
  • L’eventuale impatto della link tax sulla diffusione delle fake news sarebbe trascurabile poiché chi ha interesse a proporre un giornalismo di qualità, lo fa già da adesso.

Perché la questione del giornalismo di qualità è una bufala?

La soluzione, secondo l’Europa, è quella di puntare sul giornalismo di qualità per combattere le bufale online e il loro proliferare sul web. Limitare la libertà di condivisione e di espressione a favore della speranza di un giornalismo di qualità, etico ed alimentato da fonti certe e verificate? Questo è davvero uno scenario possibile in un mondo, quello del giornalismo, dove i budget sono sempre ridotti all’osso e le verifiche sulle fonti quasi inesistenti? Uno scenario possibile quello in cui tutto viene regolato (i giornali) da budget che dipendono, soprattutto, dal numero di lettori e click e non più dalla tiratura fisica dei giornali. Sono i sistemi pubblicitari – diciamoci tutta la verità, – a sostenere la vita (molto debole) dei magazine online, dei blog e della schiera di giornalisti che – sempre di più – vedono la propria professionalità purtroppo sottopagata e schiava di un sistema che si regge su quante visite fa il tuo articolo quanti follower hai e possiamo sfruttare.

Partendo da questa considerazione, è davvero possibile che il giornalismo di qualità salvi il mondo (del web) dalle bufale online? Forse stiamo sopravvalutando il giornalismo o sottovalutando il fenomeno? A te la risposta!

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Image credit: Designed by Freepik

Facebook continua la lotta al terrorismo

Facebook contro il terrorismo. Il social network più famoso del web, infatti, è sempre stato sensibile alla difesa della libertà d’espressione. Perché? Perché il suo obiettivo è di favorire la circolazione di valori sociali condivisi e positivi.

Valori che subiscono non pochi attacchi. Per questo, sul Il Sole 24 ore, sono state formulate domande e risposte per impedire al bullismo, al terrorismo e a tutte le cattive pratiche online di proliferare aumentando i rischi e penalizzando le opportunità di scambio.

Grazie a questo Facebook si può conversare e allargare i propri orizzonti instaurando nuove relazioni umane e professionali. Per farlo è importante avere la certezza di far parte di una comunità virtuale sana e sicura, aperta al dialogo e alla corretta socializzazione.

Come si fa? Leggiamo domande e risposte.
Continue reading “Facebook continua la lotta al terrorismo”

Twitter vuole bloccare le bufale: ma è vero?

C’è un clima feroce negli ultimi mesi ai piani alti dei principali BIG del web: i manager di Google, Facebook e anche Twitter si sono detti più volte preoccupati dell’andamento dell’informazione online ai giorni nostri, e quasi tutti hanno accennato a manovre indirizzate a rendere le rispettive piattaforme più sicure dal punto di vista della misinformation. Secondo le ultime voci di corridoio Twitter vuole bloccare le bufale, sviluppando un tasto che gli utenti potranno utilizzare per segnalare le fake news.

Prima di farci prendere dal panico, ricordiamo come funziona Twitter: abbiamo un limite di 140 caratteri, cerchiamo le informazioni che desideriamo attraverso gli hashtag, possiamo condividere articoli esterni e contenuti nostri (foto o video), e non esiste (quasi) alcuno strumento di censura.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Perché Twitter vuole bloccare le bufale?

Fonte: Daily mail

È possibile, ad oggi, acquistare centinaia se non migliaia di account finti e utilizzarli per veicolare le informazioni che desideriamo diffondere, senza alcun freno (come invece Facebook sembra aver fatto già anni fa). Secondo moltissimi Twitter è responsabile dell’elezione di Trump, così come della diffusione della fobia anti-europeista che ha portato alla Brexit.

Insomma, se prima i social network erano visti, da tutti noi e da chi li ha creati, come il luogo della libertà d’informazione tout-court, adesso le cose sembrano cambiate. Il padre di Twitter, Evan Williams, qualche mese fa ha detto:

<<Una volta pensavo che il mondo sarebbe stato automaticamente migliore una volta che ognuno fosse stato libero di parlare liberamente e scambiare informazioni ed idee. Mi sbagliavo.>>

Parole durissime che non possono non farci pensare quanto sia difficile e complesso gestire i flussi di informazione senza applicare alcun tipo di censura.
Recentemente il Washington Post ha diffuso il rumor – la voce di corridoio – secondo cui il reparto sviluppo di Twitter stia pensando a introdurre una funzione che renda possibile al social dei cinguettii di frenare le fake news: Twitter vuole bloccare le bufale.

il quotidiano ha contattato due persone rimaste anonime che avrebbero informazioni all’interno dell’azienda, che hanno parlato di un’opzione, un pulsante, inserito in un menù a tendina accanto ad ogni tweet.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Ma è davvero così?

Fonte: financialexpress.com

In effetti sulla notizia c’è ancora un alone di mistero perché i piani alti hanno addirittura smentito la notizia.

Infatti, un portavoce di Twitter ha smentito la notizia, una volta contattato da Mashable: <<Attualmente non stiamo sperimentando questa nuova opzione e non abbiamo alcuna intenzione di rilasciarla>>.

Nonostante la smentita però il vicepresidente di Twitter Colin Crowell ha spiegato che l’azienda sta lavorando molto duramente per scoprire e sanzionare comportamenti scorretti sulla piattaforma, il che praticamente potrebbe significa che il tasto esiste, arriverà, e che quindi è vero: Twitter vuole bloccare le bufale.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

La riforma del copyright in Europa. Francia ed Italia spingono sui contenuti

La riforma del copyright, di cui tanto si parla e che metterebbe in pericolo la nostra libertà d’informazione, è un nemico che proprio non vuol saperne di andare via. Sembra che per i piccoli editori ed i consumatori non ci siano altri alleati se non le associazioni. Qualcosa però si muove: Francia ed Italia, rappresentate dai rispettivi ministri alla cultura, non vogliono rinunciare. Scopriamo cosa bolle in pentola.

Una riforma del copyright al giorno d’oggi è la logica conseguenza al modo in cui i contenuti e le informazioni giungono da chi li ha creati a chi ne usufruirà. Le distanze che ci separano sono praticamente state annullate e questo ha reso più difficile tutelare il diritto d’autore. Far evolvere le leggi e le regole insieme al mondo che dovrebbero tutelare è giusto e nessuno lo mette in dubbio. Ma la nuova riforma del copyright, così com’è strutturata non è la giusta soluzione. Esiste delle alternative e Francia ed Italia se ne sono rese conto.

Riforma del copyright web: come funziona oggi

Allo stato attuale l’articolo 11 della riforma, quello che chiamiamo Link Tax non può essere visto come uno strumento valido. Al contrario sempre più persone pensano sia un tentativo maldestro di correre ai ripari su una questione che non si sa bene come affrontare o non si vuole affrontare perchè a qualcuno fa più piacere.

La norma però porta tutta l’attenzione sul difendere il diritto d’autore andando però a danneggiare la libertà d’informarsi dei consumatori e quella di informare di blogger e piccoli editori. La qualità e la quantità dei contenuti in rete non possono essere messe da parte però. Se ne sono accorti sia il nostro ministro Dario Franceschini che la sua collega Francese Audrey Azoulay.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Italia e Francia si uniscono per dare valore ai contenuti ed al copyright

I due ministri hanno unito le forze per dire che la creatività va protetta, ma sopratutto incentivata.  L’accesso ai contenuti del web da parte dei consumatori non può essere limitato e questo può essere fatto senza tralasciare la tutela della creatività e del diritto d’autore.

Italia e Francia riconoscono nella riforma del copyright un primo passo verso la risoluzione del conflitto sul diritto d’autore in rete ma sono anche consapevoli di come il mercato dei contenuti in rete, specialmente nell’industria discografica si sia evoluto negli ultimi anni. Le leggi attualmente in vigore non sono riuscite a restare al passo; i modelli di business e condivisione dei contenuti che sono nati su internet ci mostrano che esiste più di un modo per rendere i contenuti accessibili a chiunque senza che a rimetterci siano colore che quei contenuti li creano come i blogger per esempio. I due ministri si sono soffermati maggiormente sui contenuti audiovisivi ma la filosofia alla base è applicabile pressocchè ad ogni contenuto.

I due paesi spingono fortemente per raggiungere 3 obiettivi:

  • Rendere facilmente accessibili i contenuti della rete;
  • Sostenere i giusti riconoscimenti per chi i contenuti li crea;
  • Offrire diversità di contenuti tra cui gli utenti possano scegliere.

Insomma la strategia su cui Italia e Francia vogliono puntare in materia di diritto d’autore è riuscire a creare la giusta armonia tra chi i contenuti li crea come per esempio i grandi editori, chi questi contenuti li distribuisce distribuisce e chi ne fa uso. Tutto questo tenendo conto di come il mercato si è evoluto e di come potrà evolvere.

Internet ed i contenuti che veicola non devono assolutamente diventare un’anarchia dove nessuno è davvero tutelato, ma non possono neppure diventare una dittatura dove i più forti non danno scampo ai più deboli. Per questo è fondamentale trovare il giusto sentiero per permettere mantenere la propria libertà di informare ed informarci senza che nessuno ne sia danneggiato.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Facebook acquista Source3: i contenuti saranno più protetti?

Facebook compra Source3. Mark Zuckerberg sempre più lungimirante: grazie alla startup newyorkese, si impegna a pagare i proprietari di contenuti online.

E’ ufficiale: l’inventore di Facebook è sempre un palmo avanti ai suoi avversari (che poi, effettivamente, ne ha?). Stavolta la genialata riguarda espressamente il copyright: Facebook, infatti, nelle scorse settimane ha acquistato la newyorkese Source3. Questo software ha un algoritmo in grado di identificare l’uso improprio dei marchi. Insomma, una killer app a favore dei produttori e proprietari dei contenuti online. Non solo, l’acquisto della startup Source 3 da parte di Facebook segna il definitivo interesse del social nei confronti della tematica del copyright.

Facebook tenta di arginare (anche) la pirateria

Facebook, con l’acquisto di Source3, diventa di fatto paladino del copyright e ha la mira di creare un sistema dove i produttori di contenuti possano essere in grado di guadagnare da quei contenuti. Già con la creazione dei branded contentFacebook dichiara

Definiamo i branded content come contenuto di creatori o di publisher che nasce da una partnership commerciale o è comunque influenzato da un brand esterno per uno scambio di valore (economico e non). Le norme richiedono ai creatori e agli editori di contenuto di specificare i loro partner commerciali nei contenuti nei quali questi vengono coinvolti.

I contenuti sponsorizzati possono essere riconosciuti attraverso la dicitura “paid” all’interno del post. I creatori e gli editori, inoltre, sono responsabili del rispetto di tutte le norme pubblicitarie pertinenti ai loro mercati d’azione (inclusa la fornitura di informazioni necessarie per indicare la natura commerciale del contenuto pubblicato).

Le pagine che desiderano utilizzare lo strumento branded content devono seguire le regole, segnalando la parnership commerciale nei loro post.

Insomma, la posizione di Facebook sui contenuti sponsorizzati a pagamento è chiara: bisogna seguire le regole, dichiarare che è un contenuto creato con fini commerciali ed amen. Ora chiarito che Facebook sta dalla parte di chi è chiaro nelle proprie intenzioni, si entra nella zona grigia ovvero come facciamo a far andare d’accordo fine commerciale e rispettare il copyright del contenuto. Sembra, per la commissione europea, un argomento davvero importante, tanto da rischiare di imbavagliare il web con una link tax e con procedimenti che definiscono nuove norme per il copyright non proprio felici né per gli editori, né per lo scenario che potrebbe venirsi a palesare, né – ancora – per le conseguenze trasversali che potrebbero ricadere sui consumatori.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole

Creatori di contenuti, Facebook vi aiuterà!

Come risolvere, allora, prima di poter pagare i creatori di contenuti e creare per loro un sistema per poter produrre delle campagne che rendano remunerativi i loro contenuti? Semplice, la risposta è l’acquisto di Source3 che – integrata con gli altri sistemi ed algoritmi di cui Facebook è già in possesso – risolverà parte del problema.

source3

Si parla di riconoscimento, organizzazione ed analisi dei contenuti prodotti dagli utenti (conosciuti anche come UGC, user generated content) e della loro proprietà intellettuale. Questo è il compito affidato a Source3 che – suddivisi i contenuti in macro-aree – musica, sport e moda, ad esempio – segue le tracce del contenuto e del suo padrone garantendo il rispetto del copyright con un controllo incrociato tra diritti del possessore e di chi ne ha fatto un uso o meno legale rispettando i termini degli accordi proposti dal possessore.

Source3 risolverà il problema? Secondo la sottoscritta forse, secondo Wired (trovi qui l’articolo completo sull’argomento) potrebbe. Vediamo cosa succede!

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

campagna adesione poche parole