Diritto all’oblio e memoria sul web: utopia o possibilità concreta?

Tutto ciò che facciamo, in rete ma anche offline, può lasciare tracce su internet: una miriade di blog, giornali, timeline social, videocamere, archivi e piattaforme di vario genere pompano informazioni nei meandri del web.

Un flusso incontrollato di dati che raccontano le nostre vite e che finisce in un vaso di Pandora senza fondo. Si potrebbe pensare che lo stratificarsi dei contenuti possa portare a un graduale oblio, ma il lavoro dei bot dei motori di ricerca crea invece dei dossier che restano immagazzinati nella memoria del web.

Nel mio precedente articolo ti parlavo di chi è che minaccia la tua privacy online e – spoiler – sei tu. Ma anche imparando a gestire e dosare i dati che condividi con il world wide web la tua riservatezza può essere lesa da terzi, e non sempre in maniera illegale.

La memoria sul web

Ogni volta che mi imbatto in qualche risultato inatteso nelle pagine di Google, che ravviva ricordi ormai svaniti, mi torna in mente l’incipit del romanzo di Proust Alla ricerca del tempo perduto: come all’autore le petites madeleines riportano alla memoria lontani ricordi d’infanzia, così una keyword specifica riesuma un contenuto dimenticato ma ancora reperibile in rete.

Quasi sempre questi relitti digitali sono ricordi di avvenimenti di secondo piano o non rilevanti, ma può succedere che invece le nostre tracce digitali possano far riaffiorare eventi spiacevoli o dolorosi. In altre situazioni può tornare a galla un aspetto di noi che non condivideremmo con un recruiter o con qualcuno che debba doverci giudicare per qualcosa.

Perché si, chiunque voglia farsi un’idea su di noi può avere un rapido ma non necessariamente calzante riassunto della nostra reputazione online semplicemente interrogando Google.

Finché non si hanno scheletri nell’armadio tutto ciò può essere accettabile, il normale contratto sociale che ci impone di perdere un po’ di privacy in nome di una maggiore sicurezza. Il problema sorge nel momento in cui si è coinvolti in situazioni spiacevoli come quando si commette un reato e la notizia di questo resta a far bella mostra di sé anni e anni dopo l’errore commesso.

Si possono cancellare dalla rete le tracce del proprio operato? Agli albori del web, prima della diffusione massiva dei social network, era relativamente semplice tenere sotto controllo la propria reputazione online.

Le aziende poco etiche con azioni di manipolazione ai danni dei motori di ricerca riuscivano a posizionare contenuti autoreferenziali in alto nelle serp e riuscivano a spingere le informazioni dannose oltre le colonne d’Ercole che separano la prima pagina di Google dall’ignoto.

Oggi riuscire a modificare la percezione del proprio brand è più complesso anche per le grandi aziende.

Ma cosa accade quando la vittima della memoria del web è un singolo cittadino? Esiste il diritto all’oblio.

Diritto all’oblio: cos’è e come funziona?

Il diritto all’oblio è una particolare forma di garanzia che prevede la non diffondibilità, senza particolari motivi, di precedenti pregiudizievoli dell’onore di una persona, intensi principalmente da un punto di vista giudiziario.

Secondo questo principio non si possono quindi diffondere notizie relative alla situazione giudiziaria di un soggetto. La diffusione dei dati sensibili può essere effettuata soltanto in virtù del diritto di cronaca, ma con alcune limitazioni.

Infatti la necessità di riservatezza va a cozzare con il diritto all’informazione: se c’è qualcuno che si è reso responsabile di un reato, è giusto che la comunità ne sia a conoscenza.

Esiste però un confine indefinito che ogni tanto viene aggiustato, spostato o rimarcato a suon di sentenze dai vari tribunali del mondo.

Il problema sorge per questioni morali. Dopo quanto tempo la notizia non è più rilevante come evento di cronaca? Se chi commette un reato si riabilita, deve essere comunque marchiato a vita?

Oltre a chi commette il reato spesso la notizia dello stesso danneggia ulteriormente la vittima, come può accadere nei casi di violenza sessuale: è giusto che in nome del diritto di cronaca si vada continuamente ad allargare una ferita già difficile da rimarginare?

In altri casi poi la notizia di un reato continua a girare, mentre quella relativa alla rettifica per l’inesattezza della precedente si arena nel web e scompare, causando così disinformazione.

Quadro normativo e GDPR

Tra diritto all’oblio e di cronaca, tra diritto alla rettifica o alla deindicizzazione, i confini normativi non sono ancora ben delineati anche perché il web è spesso una terra di nessuno, giuridicamente parlando.

Qualche anno fa, in risposta a sentenze e pressioni internazionali, Google ha addirittura iniziato a prendere in carico le domande di deindicizzazione, che sono fioccate numerose e che comunque non sempre vengono accolte.

Da poco è entrato in vigore il Regolamento Europeo GDPR, e di diritto all’oblio si parla negli articoli 17, 21 e 22. Il GDPR va a integrarsi con le varie normative sulla privacy comunitarie, sarà quindi il principale riferimento comunitario oltre alle sentenze della corte europea.

Secondo tale normativa il diritto di opposizione dell’interessato pone fine al trattamento per motivi di marketing diretto, ma è derogabile se il trattamento ha fini di ricerca scientifica o storica o a fini statistici, e ciò avviene per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico.

La richiesta di oblio deve essere motivata ma il titolare del trattamento può comunque continuare a utilizzare i dati se dimostra motivi legittimi.

L’interessato ha poi diritto ad ottenere l’integrazione e la rettifica dei propri dati personali.

Purtroppo però, come in generale sull’ambito privacy, esiste ancora confusione tra gli editori, professionisti o meno, i motori di ricerca e soprattutto tra coloro che condividono tali notizie senza verificarne l’esattezza o la veridicità.

Nonostante gli sforzi del Garante della privacy che cerca, con l’aiuto dei legislatori, di arrivare alla definizione di un preciso quadro giuridico spesso il cittadino si ritrova a dover intraprendere azioni legali.

Queste poi spesso peggiorano la situazione per via dell’effetto Streisand: nel tentativo di censurare o rimuovere un’informazione, se ne provoca invece un’ampia pubblicizzazione.

La federazione antipirateria contro Italiansubs e il mondo del fansubbing: ci ricorda qualcosa?

Questo articolo non parla esattamente dei nostri argomenti soliti, ma forse può essere utile a inquadrare i fatti che cerchiamo di mettere in evidenza da un altro punto di vista e in un altro contesto che sicuramente sarà più familiare e anche meno “di nicchia” rispetto alla condivisione e diffusione dei link.

I sottotitoli sono illegali?

La Federazione per la Tutela dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali, o Fapav se preferite, ha recentemente denunciato in maniera molto aspra la community Italiansubs, che traduce e rende disponibili sottotitoli in italiano per film e serie tv in lingua inglese.

Secondo Federico Bagnoli Rossi, il segretario generale della Fapav, l’attività di Italiansubs sarebbe illegale perché – cito – “viola la legge in quanto non in possesso del consenso per realizzare la traduzione in lingua italiana dei relativi dialoghi dei contenuti audiovisivi, generando un danno alle imprese che hanno investito in quel determinato prodotto e alterando il mercato stesso”.

Sempre secondo Bagnoli Rossi, la disponibilità dei sottotitoli in italiano per contenuti audiovisivi alimenterebbe la pirateria, perché gli utenti sarebbero portati a scaricare illegalmente il materiale, arrecando un ulteriore danno ai detentori dei diritti d’autore su tali opere.

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Soffermiamoci un attimo su questo ultimo punto: vi ricorda qualcosa? Sì, esatto, in pratica è la stessa identica argomentazione che stanno usando altri soggetti per i contenuti musicali, ma anche per i contenuti sul web che sono a noi tanto cari. La stessa anacronistica e protezionistica argomentazione.

Censura o altro?

Lungi da me voler fare da contraddittorio alla Fapav o difendere soggetti che affermano apertamente di svolgere attività “borderline con l’illegale” (e per giunta lo pubblicizzano), ma non mi sento nemmeno di condannarli così apertamente solo perché prendono dei materiali già presenti su Internet (questo è l’elemento che dovrebbe fare la differenza) e li traducono. 24writer is the best essay writer service you can find online.

È come se qualcuno volesse denunciare, o peggio ancora, tassare qualcun altro solo perché dice: “ehi, qui c’è un articolo molto interessante che ho trovato su questo sito, perché non ci date un’occhiata? Guardate, vi metto anche il link così dovete solo cliccare. E prima di cliccarci vi copio un breve estratto del testo così potete capire se vi interessa”.

O peggio ancora, se qualcuno si scagliasse contro i motori di ricerca solo perché indicizzano snippet di testo per linkare le pagine. Come dite, lo vogliono già fare?

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I contenuti che postiamo sul web sono ancora nostri? Come funziona il copyright su Internet

Uno degli aspetti più belli di Internet è il fatto che chiunque può portare un contenuto all’attenzione di milioni, forse miliardi di persone, nel giro di pochi secondi. Ma è anche uno degli aspetti più brutti di Internet, perché una volta postato quel contenuto non è più necessariamente di proprietà dell’autore.

Quando ci iscriviamo a un qualunque servizio o piattaforma accettiamo dei termini di servizio (per capirci, quelle caselline che quasi tutti spuntano senza leggere) e, molto spesso, questo può significare che le foto del nostro gatto che abbiamo postato su Internet, oppure l’album delle nostre vacanze, potrebbero non essere più esclusivamente nostri.

Come funziona il copyright su Internet

La notizia buona è che il funzionamento del diritto d’autore, o copyright, è semplicissimo: quando qualcuno crea una qualsiasi opera, da uno scritto a un disegno a un video, ne assume automaticamente il copyright. Non ci sono moduli da compilare o pratiche burocratiche da sbrigare.

Lo stesso principio si può applicare sul web, quando pubblichiamo online un contenuto questo diventa nostro in automatico e ne deteniamo tutti i diritti, fino al punto di poter intraprendere azioni (legali o meno) se qualcun altro cerca di farlo passare come proprio.

Il tutto è applicabile alle “opere di ingegno”, quindi scritti, brani musicali, filmati, e quant’altro, ma non a fatti, idee e sistemi di utilizzo delle idee, per quelli è meglio tutelarsi anche legalmente. Poi arriva la questione dell’utilizzo, che ci tocca più da vicino.

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Non è semplicissimo da spiegare, ma facciamo finta che qualcuno voglia commentare questo articolo in altra sede: può usarne un pezzettino (uno snippet, poche parole), ma non riprodurlo completamente, per non ledere la proprietà intellettuale dell’opera, che in linea di massima sarebbe mia. In linea di massima perché dipende anche dal luogo in cui questo articolo è pubblicato: qui torniamo ai famosi termini e condizioni di utilizzo.

Termini e condizioni

Se postiamo su Facebook le foto del nostro gatto, sono ancora nostre? Sì, certamente, ma nel momento in cui le carichiamo sui server di Facebook (o di qualunque altra piattaforma) ne stiamo cedendo in parte i diritti, nello specifico una licenza per riutilizzarle per vari scopi. E se Facebook usa la foto del nostro gatto a noi non tocca nemmeno un centesimo.

Per esempio, le piattaforme più usate definiscono così: su Facebook la licenza è “non esclusiva, trasferibile, cedibile a terzi, royalty-free, in tutto il Mondo”; su Twitter è “in tutto il Mondo, non esclusiva, royalty free, con il diritto di cederla a terzi”.

I termini sono volutamente vaghi e complessi da capire, perché le piattaforme hanno bisogno di un certo spazio di manovra per funzionare, il che significa lasciare agli altri utenti e ad altre piattaforme la licenza di condividere i nostri contenuti o mostrarli in una ricerca.

Per questo, per quanto possa essere noioso, dovremmo sempre leggere i termini di servizio prima di accettarli, altrimenti potrebbe succedere che i nostri contenuti (le nostre foto personali, ad esempio) siano concessi in licenza ad aziende terze.

Come proteggere i contenuti?

Se proprio non vogliamo esporci al rischio che qualcuno possa vedere e riutilizzare i nostri contenuti, meglio tenerli offline o su un sito di nostra proprietà. Altrimenti basta trovare un servizio con termini e condizioni di nostro gradimento, per esempio che concedono alla piattaforma solo il diritto di mostrarli e/o modificarli senza cederne i diritti a terzi.

Insomma, alla fine della fiera possiamo stare tranquilli, non c’è da preoccuparsi più di tanto.

Ma tutto questo potrebbe cambiare nel momento in cui dovessimo perdere il diritto a condividere contenuti degli altri (e di conseguenza anche i nostri).

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