Ancillary Copyright: scopriamo di più con Virgilio D’Antonio

Finora ti abbiamo parlato tanto di Ancillary Copyright, dandoti una panoramica rispetto alla normativa e spiegandoti di cosa si tratta nel concreto. Oggi abbiamo chiesto un parere autorevole, a chi mastica questa materia quotidianamente. Fare informazione intorno al tema è importante affinché i cittadini digitali siano consapevoli dei rischi e dei vantaggi che si possono trarre da questa normativa di cui si sta tanto discutendo in tutto il mondo. Ne abbiamo parlato in maniera molto approfondita con Virgilio D’Antonio, Professore ordinario di Diritto Privato Comparato presso l’Università degli Studi di Salerno, phd in Comparazione e Diritti della Persona,  titolare delle cattedre di Diritto Comparato dell’Informazione e della Comunicazione, di Trademark and Advertising Comparative Law e di Istituzioni di Diritto Privato, nonché Presidente del Consiglio Didattico di Scienze della Comunicazione.

Iniziamo dunque parlando di diritto d’autore e approfondendo questo tema comparando le normative a livello internazionale, per comprendere a fondo come l’Ancillary Copyright si va ad inserire all’interno di questo scenario.

L’Ancillary Copyright potrebbe essere una risposta alla creazione di un’armonia normativa circa le differenze che attualmente esistono nell’ambito delle normative sul diritto d’autore?

Il tema dell’armonizzazione delle diverse discipline nazionali in tema di diritto d’autore, quand’anche si prenda come prospettiva di riferimento il solo ambito ristretto dell’Unione europea, è datata ed estremamente complessa.

Sicuramente l’ancillary copyright, che rappresenta un particolare schema di disciplina nei rapporti tra operatori specifici (cioè i motori di ricerca ed i fornitori di contenuti editoriali online), non può essere la risposta a questo (macro)problema. 

Di ancillary copyright si è cominciato a discorrere sin dal 2013, da quando nell’ordinamento tedesco si è delineata l’esistenza di questa figura, che – in termini generalissimi – imporrebbe ai motori di ricerca di corrispondere royalties in favore degli editori titolari dei contenuti indicizzati. Si tratta, in buona sostanza, di un tentativo di redistribuire i proventi che derivano dalla pubblicizzazione dei contenuti informativi in rete tra gli editori ed i cosiddetti “aggregatori”, ossia i motori di ricerca. 

La logica da cui prende le mosse la teorizzazione di forme di ancillary copyright è chiaramente collegata all’approccio che, negli anni, si è consolidato rispetto al mercato dell’indicizzazione dei contenuti in Internet. Oggi i motori di ricerca aggregano i contenuti online senza pagare alcunché a coloro che “creano” e caricano le pagine web e le opere indicizzate. L’introduzione dell’ancillary copyright implica forme di remunerazione da parte dei motori di ricerca in favore degli editori. 

Da più parti si è cominciato a discorrere della surrettizia introduzione di una sorta di “Google Tax”, cioè di una tassa che i motori di ricerca sarebbero costretti a pagare. In realtà, come detto, non è così: con la previsione di forme di ancillary copyright, infatti, i motori di ricerca dovrebbero pagare i titolari dei contenuti presenti online per poterli indicizzare, con particolare riferimento agli estratti degli articoli di giornale (i cd. snippets). Non una tassa, dunque, ma una forma di redistribuzione – in favore dei fornitori di contenuti editoriali online – di una (piccola) parte dei proventi che attualmente i motori di ricerca mantengono esclusivamente per sé. 

Una soluzione in questo senso, in astratto, può apparire equa, auspicabile e priva di qualunque conseguenza negativa, ma non è mancato chi – a ragione – ha segnalato i rischi di distorsione rispetto alla libertà di manifestazione del pensiero ed alla accessibilità dei contenuti online, nella misura in cui un motore di ricerca, forte magari della propria posizione in questo specifico mercato, potrebbe decidere, in liena di principio, di indicizzare soltanto i contenuti caricati online da quegli editori che rinunceranno a qualsivoglia forma di remunerazione.

In riferimento a questo tema si parla spesso di diritto alla condivisione. Quanto l’Ancillary Copyright può effettivamente ledere la libertà degli utenti di poter condividere contenuti online?

In consonanza con quanto ribadito a più riprese dalla Corte di Giustizia europea, in tutti gli ordinamenti ove ne è stata teorizzata l’esistenza, l’ancillary copyright trova comunque applicazione esclusivamente rispetto alle “attività di richiamo” ai contenuti giornalistici che siano effettuate a scopo di lucro (con esclusione, quindi, del singolo utente che magari sceglie di effettuare attività di linking tramite un social network oppure un blog). 

Ad ogni modo, guardare al tema dell’ancillary copyright nella sola prospettiva di quanto i motori di ricerca devono pagare per indicizzare contenuti presenti in rete è limitante. L’altro lato della medaglia, assolutamente non trascurabile, è quello della accessibilità dei contenuti del web, che è favorita in maniera esponenziale dall’attività di “mediazione” che compiono proprio i motori di ricerca. In altre parole, i motori di ricerca attribuiscono visibilità (e, dunque, in ultima analisi accessibilità) a contenuti che altrimenti rischierebbero di rimanere ai margini della conoscibilità degli utenti online. 

Tanto premesso, la domanda è: giornalisti ed editori hanno maggior interesse ad ottenere una retribuzione per lo sfruttamento delle proprie opere da parte dei motori di ricerca oppure il “volano” di accessibilità che questi operatori garantiscono? Il quesito è tanto più cruciale allorché si pensi che l’aggregatore di contenuti potrebbe anche scegliere di non indicizzare le opere di uqegli editori che dovessero – anche legittimamente – pretendere una remunerazione (cioè l’ancillary copyright di cui discorriamo). 

Rispetto a questa problematica si sono consolidate prospettive differenti nel contesto europeo: quella tedesca, originaria nella teorizzazione del copyright ancillare, che prevedeva il pagamento delle royalties collegate alla citazione o riproduzione di contenuti informativi, con esclusione dei cosiddetti “small texts” come dell’indicizzazione e del linking privi di scopo di lucro (cioè quelle attività di “riproposizione” telematica del pezzo giornalistico realizzate magari tramite un blog). 

Parzialmente diversa dall’impostazione tedesca è quella spagnola del 2014, per certi aspetti ancora più rigida, caratterizzata dall’assoluta obbligatorietà  del pagamento delle royalties collegate alla citazione o riproduzione di contenuti informativi, anche molto piccoli, senza facoltà per il fornitore dei medesimi di rinunciarvi (sicché l’ancillary copyright diventa sostanzialmente indisponibile). Esiti di questa soluzione normativa? Google decise di privare gli utenti spagnoli del servizio “Google News”, sicché editori e giornalisti, a quel punto, a seguito del conseguente “crollo” di visibilità dei propri articoli, hanno cominciato a far pressione per un ripensamento di questa impostazione rigida dell’ancillary copyright. 

Poi v’è la posizione franco – italiana, che affida la definizione dell’assetto di equilibri tra motori di ricerca ed editori a soluzioni di stampo puramente negoziale, senza interventi normativi ad hoc. 

Volgendo lo sguardo oltreocenano, è interessante l’esperienza brasiliana, dove gli editori hanno invece deciso di abbandonare in blocco il sistema di indicizzazione di Google News come forma di protesta perché non veniva loro riconosciuta alcuna forma di compenso. 

Ad ogni modo, vorrei sottolineare un profilo: come detto, bisogna superare l’idea che l’ancillary copyright sia una tassa da imporre ai grandi motori di ricerca. Discorriamo di royalties connesse alla fruizione di contenuti editoriali presenti sul web. 

Eppure, non può essere questo il meccanismo giuseconomico tramite cui si può immaginare di sovvenzionare, magari in forma indiretta, l’editoria cartacea ed, in particolare, i piccoli editori. Difatti, siccome i motori di ricerca vengono percepiti, oggi, come i polarizzatori principali delle risorse economiche del mercato dei media, a discapito dei mezzi di comunicazione tradizionali, non vorrei che, dietro l’introduzione di forme più o meno rigide di ancillary copyright, vi fosse il retropensiero di “ricanalizzare” artificiosamente capitali verso i media tradizionali. Una visione di questo tipo è miope: i motori di ricerca, infatti, potrebbero aver un interesse reale a raggiungere accordi con i grandi gruppi editoriali per l’utilizzo, anche remunerato, dei loro contenuti online a discapito degli editori più piccoli, rispetto ai quali potrebbe finire per imporsi l’alternativa secca “cessione gratuita / rifiuto dell’indicizzazione”. 

Per paradosso, l’ancillary copyright, in questo senso, potrebbe finire per essere controproducente proprio per i piccoli editori, costretti dalle logiche di mercato a cedere i propri contenuti gratuitamente per evitare di essere ignorati dai gradi motori di ricerca con una marginalizzazione sostanziale in termini di visibilità dei propri contenuti.

Si parla appunto tanto di tasse, anche sui link. Nasce così il movimento Save The Link, con una startup in cui si inneggia al fatto che i link sono sotto attacco e che il web potrebbe cambiare. Questo movimento quindi non ha motivo di essere?

Il movimento nasce in seno al Parlamento Europeo come campagna volta ad un sostanziale ripensamento della attuale proposta di introduzione a livello comunitario dell’ancillary copyright. La normativa oggi in discussione parrebbe sposare la prospettiva tedesca cui abbiamo accennato in precedenza, inasprendola tuttavia non poco. 

Come detto, la scelta circa l’introduzione di forme di ancillary copyright ed il modello da seguire va ponderata attentamente, in quanto opzioni normative troppo frettolose e poco prospettiche potrebbero rivelarsi un boomerang che andrebbe a colpire proprio gli operatori più piccoli. Ritengo sia un rischio che, per come è attualmente disegnata la normativa comunitaria in discussione, si corra effettivamente. 

Da questo punto di vista, il movimento “Save the link” vuole favorire la discussione su aspetti estremamente delicati di questa scelta legislativa, puntando l’attenzione sul fatto che l’introduzione di soluzioni poco ponderate potrebbe seriamente alterare il mercato, con distorsioni rilevanti. 

D’altro canto, va detto pure che l’attuale schema di ancillary copyright teorizzato a livello comunitario nasce a seguito di una consultazione pubblica, lanciata dalla Commissione nel marzo 2016, dal titolo “Public consultation on the role of publishers in the copyright value chain and on the panorama exception”. 

Personalmente, sono favorevole a tutti i movimenti che favoriscono il dibattito e l’approfondimento circa le ricadute (sociali ed economiche) della nuova disciplina, così come è decisivo il dialogo tra coloro che saranno i principali destinatari di queste previsioni, soprattutto perché discorriamo di un tema estremamente tecnico che non può essere affidato a scelte umorali o propagandistiche.

Il diritto d’autore, rispetto all’attuale distribuzione e fruizione dei contenuti ha alcune zone grigie. L’Ancillary potrebbe essere un modo per bypassare queste zone grigie che ha il diritto d’autore rispetto ai contenuti digitali?

Come accennato, l’ancillary copyright va a toccare un rapporto specifico: quello tra motori di ricerca ed alcuni peculiari fornitori di contenuti online (in specie, giornalisti ed editori). Partiamo da un dato: il diritto d’autore più di altre posizioni giuridiche ha subito le conseguenze dell’innovazione tecnologica e, in particolare, della nascita del web con conseguente moltiplicazione esponenziale dei contenuti informativi, dei fruitori, dei sistemi di business, delle potenziali violazioni. I meccanismi di regolazione dei rapporti conosciuti fino a quel momento in materia, pensati per la creazione e la fruizione offline delle opere intellettuali, si sono rivelati via via sempre più inefficaci. Basti pensare a come è cambiato completamente il mercato delle opere musicali con l’introduzione delle tecnologie informatiche. 

L’ancillary copyright, chiaramente, non è  – né ambisce ad essere – la risposta rispetto a tutti questi (complessi) problemi, ma rappresenta una delle possibili soluzioni che il diritto d’autore può offrire nella regolamentazione di un rapporto specifico tra fornitori di contenuti online (in primis, gli editori), da un lato, e motori di ricerca, dall’altro. 

Siffatto rapporto, peraltro, non deve porsi necessariamente in termini conflittuali. Su questo fronte, non si menziona spesso l’esperienza belga, ove il principale motore di ricerca esistente – Google – ha raggiunto un accordo con gli editori (di lingua francese) in base al quale le royalties vengono commutate sotto forma di meccanismi di ritorno commerciale e pubblicitario (essere indicizzato da un grande aggregatore come Google permette chiaramente di ottenere un numero di visualizzazioni maggiore e, pertanto, garantisce maggior valore agli spazi pubblicitari della pagina che ospita l’articolo di turno). 

Ritorniamo al quesito di fondo cui abbiamo già accennato: un editore ha maggiore interesse ad ottenere una remunerazione in termini di ancillary copyright per l’indicizzazione dei propri contenuti oppure, indipendentemente da qualunque remunerazione, più visualizzazioni aumentando così il valore della testata? È questo il nodo intorno al quale si muove il dibattito sull’ancillary copyright.

Personalmente, non sono contrario a prescindere rispetto all’introduzione di un copyright ausiliario in favore degli editori, ma bisogna star ben attenti ad identificare un punto di equilibrio corretto tra gli interessi degli aggregatori e quello dei fornitori di contenuti editoriali. 

Come pure sovente accade, la soluzione del problema non può essere quella  troppo semplicistica, per cui si sostiene acriticamente che il motore di ricerca – soltanto perché soggetto economicamente forte – debba pagare, sempre e comunque, a prescindere.

 

 

 

Ancillary Copyright ed editoria, cosa ci aspetta? Lo abbiamo chiesto a Ciro Pellegrino

Abbiamo intervistato Ciro Pellegrino, capo cronache di Fanpage.it

È un grande piacere parlare con Ciro Pellegrino, a proposito dell’Ancillary Copyright nel contesto dell’editoria italiana.

Mi chiamo Ciro Pellegrino e sono un giornalista ormai da 20 anni. Molti li ho passati a fare il cronista, oggi sono capo servizio a Fanpage.it. Insegno Etica e Deontologia del giornalismo all’università Lumsa. Da tempo mi occupo delle questioni che riguardano l’editoria italiana e i social network. Ho un blog e una newsletter su Napoli, la mia città.

Quali sono secondo te i rischi di quanto sta accadendo in UE a proposito dell’Ancillary Copyright?

Secondo me il copyright ausiliario danneggia il giornalismo online, in particolare quello di qualità.
Motivo? Di cosa parliamo, bene chiarirlo.
Parliamo di aggrapparsi alle “anteprime” degli articoli per far traffico sui motori di ricerca, o alle info ‘base’ (meteo, traffico veicolare, addirittura oroscopo): questo è raschiare il fondo del barile. Anziché ripensare e investire, gli editori – non tutti per fortuna – si arroccano per un pugno di clic.
E contro chi, poi? Contro quello stesso motore (Google) che a sua volta è anche la gigantesca concessionaria pubblicitaria di gran parte dei siti web?

In che condizioni verte l’informazione italiana, secondo te?

Pessimo. Le ragioni sono editori poco inclini all’innovazione e interessati al guadagno immediato a scapito della qualità. Abbiamo legioni di giornali e periodici cartacei fotocopia, senza identità né prospettiva, legata ai bei tempi che furono. E una platea di testate online che tranne alcune eccezioni è avvilente.

Cosa ne pensi della questione fake news? In Italia siamo messi meglio o peggio di altri paesi?

I mistificatori e i manipolatori esistevano, esistono, esisteranno. L’informazione è una commodity, se n’era accorto pure lo speculatore Gordon Gekko nel film Wall Street («The most valuable commodity i know of is information»). Logico che si tenti di distorcerle a proprio uso e consumo.

A proposito di fake news, pensi che una “censura” sia da applicare a monte (il modo di lavorare degli editori deve cambiare radicalmente), o che siano preferibili le modifiche agli algoritmi e a come funzionano le piattaforme che ospitano i contenuti?

Abbiamo leggi. Abbiamo codici deontologici. Abbiamo Authority. Ma cos’altro dobbiamo inventarci? Il legislatore deve sfornare una nuova normativa mettendoci dentro la parola ‘internet’? Sicuramente è giusto tenere sotto pressione le piattaforme che devono affinare i meccanismi di segnalazione e i filtri. Ma di altre leggi non sento la mancanza.

Perché secondo te in Germania e Spagna è passato il provvedimento sull’Ancillary Copyright (e in altri paesi no)?

Penso semplicemente che le aziende editoriali si sentissero più forti. Il tempo sta dimostrando che non è così.

I piccoli editori rischiano di essere penalizzati, quali credi che sarebbero gli effetti sui giornalisti e cronisti?

Restrizione degli spazi per realizzare inchieste costose o lunghe, meno fiducia ai giovani cronisti. Insomma, una accelerata ad un processo già in atto.

Quale sarebbe lo scenario per i lettori? Quali conseguenze potrebbe avere questa legge sull’utente finale?

Meno giornalismo. Meno conoscenza. Meno libertà. Uno scenario pessimo

Secondo te, non si parla ancora troppo poco della questione dell’Ancillary Copyright?

Ma quando smettiamo di chiamarlo – almeno in Italia – ancillary copyright che è incomprensibile e troviamo un termine più comprensibile dal vasto pubblico?

 

Dalla SEO all’Ancillary Copyright: intervista a Federico Simonetti

Insieme all’esperto Federico Simonetti parliamo di posizionamento dei contenuti e dell’effetto dell’Ancillary Copyright sulla SERP di Google

Il tema dell’Ancillary Copyright sta entrando sempre più nella nostra testa. La tutela dei diritti di copia anche online è una tematica che via via si sta facendo sempre maggiore spazio nel dibattito pubblico, a causa degli effetti che avrebbe sulla diffusione dei contenuti posizionati sui motori di ricerca. Per questo motivo abbiamo deciso di affrontare questo spinoso argomento con l’esperto Federico Simonetti, SEO Specialist e Growth Hacker, il quale tramite le sue risposte ci ha chiarito le sue idee circa gli effetti che potrebbe avere la SEO sull’Ancillary Copyright e viceversa. Sei pronto? Iniziamo a conoscere Federico:

Ciao Federico, per cominciare presentati ai nostri lettori. Raccontaci brevemente chi sei e di cosa ti occupi.

Mi chiamo Federico Simonetti e sono nato nel 1984, come il Grande Fratello di George Orwell. Nella mia vita ho sempre avuto una grande passione: studiare il mondo attorno a me. Per questo mi sono laureato in Filosofia, mantenendo però una grande attenzione per l’informatica e la comunicazione. Appena uscito dall’Università, ho coniugato queste mie tre skill e mi sono innamorato del web marketing, dei dati e della sperimentazione. Nel 2013, grazie a Luca Barboni, ho incontrato il Growth Hacking e da lì un percorso che mi ha portato alla consulenza aziendale orientata alla crescita. Nella vita privata, mi piacciono le cose belle, fatte bene, buone e giuste. Mi piace anche la filosofia francese, le serie TV americane e la pizza napoletana. A volte non sono antipatico.

Adesso che insieme abbiamo conosciuto il nostro esperto del giorno, possiamo addentrarci nel cuore dell’argomento. Siamo infatti subito passati a parlare direttamente di Ancillary Copyright e di motori di ricerca. Chi meglio di una persona che passa le sue giornate a posizionare contenuti online può fornirci tutte le risposte di cui abbiamo bisogno per capire l’argomento fino in fondo?

Veniamo subito all’argomento per il quale abbiamo deciso di contattarti: l’ancillary copyright. Un professionista come te, che si occupa anche di posizionare contenuti online, ha sicuramente visto come la materia del copyright sia stata forzatamente plasmata ai nuovi contesti tecnologici. Qual è la tua opinione al riguardo? Pensi che l’ancillary copyright sia la giusta direzione da seguire?

Seguo il dibattito sul diritto d’autore online con molta attenzione da ormai molti anni e, nel tempo, ho avuto modo di farmi un’idea. Non essendo un giurista né un giornalista, la mia posizione è piuttosto obliqua e riguarda il modo in cui il nostro mondo e il modo in cui fruiamo dei contenuti sta cambiando: è un dato curioso che il “diritto d’autore” venga sempre più chiamato in causa per difendere un mondo editoriale che viene messo nell’angolo dai distributori di contenuti.

I player Over The Top (OTT) hanno dimostrato di saper giocare molto bene con il concetto di “open source” e “Creative Commons”, imparando a capitalizzare e monetizzare a partire da tutti quelli che sono contenuti privi di diritto d’autore: dai codici sorgente aperti ai contenuti creati dal lavoro collettivo, come Wikipedia. Se devo scommettere un euro su chi, alla fine, ne uscirà vincitore, io punto sugli OTT.

In un mondo nel quale i consumatori vogliono pagare sempre meno per essere informati, in modo rapido ed efficiente e, allo stesso modo, non vogliono venire invasi da banner pubblicitari invasivi, è normale che gli editori non abbiano grandi possibilità di guadagno se non quelle di cercare di “farla pagare” a chi quei contenuti li distribuisce.

Il punto, però, a mio avviso, è proprio il modello di business dell’editoria: è fallimentare, non si è mai adeguato e seriamente ammodernato e, ormai, rischia di andare fuori mercato, aggrappandosi a qualsiasi scampolo di guadagno possibile.

In questo l’ancillary è solo l’ultimo tassello delle varie “Google Tax” di cui si è parlato negli anni: con le dovute differenze, è un po’ come se i giornali cartacei facessero pagare ogni singola edicola per avere la possibilità di esporre il giornale alla clientela. Dal mio punto di vista, il problema non è il fatto che io metta in evidenza il tuo contenuto gratis, il problema è piuttosto che quella roba nessuno ha voglia di leggerla.

Discorso a parte, ovviamente, rappresentano quei player che mostrano per intero il contenuto di un editore (magari perché “agganciati” ai suoi Feed RSS) senza riconoscere nulla al giornale. In quel caso, indubbiamente, va trovata una strategia perché venga riconosciuto in qualche modo un ritorno economico. Però anche qui: se viene mostrata l’interezza del contenuto il danno c’è. Viceversa, se a venire mostrata è solo una parte di esso, non andiamo più d’accordo.

Il tema ci porta subito a parlare anche di snippet. Nella sua forma originaria, la legge avrebbe dovuto includere anche gli snippet, appunto, che gli utenti visualizzano sui motori di ricerca. L’intento era quello di forzare Google a pagare delle fee in base alle visualizzazioni. Pensi che questa Google Tax possa avere ripercussioni pesanti sul posizionamento dei contenuti?

Non so che cosa sceglierà di fare Google, ma a mio avviso qualcosa si è già mosso nel senso di una più intelligente gestione degli snippet, che ad oggi hanno contenuti informativi e, soprattutto da mobile, una porzione di testo dell’articolo molto contenuta.

Questa cosa, tuttavia, non si vede sulle keyword informazionali che, anzi, stanno aumentando lo spazio dedicato allo snippet sintetico: nel futuro, magari, Google potrebbe privilegiare, per questa particolare categoria di keyword, quei contenuti prodotti con protocolli aperti, come il Creative Commons – ma siamo nel campo delle ipotesi. L’impatto nel breve termine, se ci sarà, riguarderà per lo più Google News e le sue integrazioni con il motore di ricerca principale.

Sinceramente, Google ha sempre mostrato molta attenzione e ponderazione nei cambi algoritmici: Panda, Penguin, Hummingbird… persino il famigerato “Mobilegeddon” non hanno mai agito in maniera drastica e “rivoluzionaria”, ma sempre in maniera piuttosto graduale. Quindi non credo che, dall’oggi al domani, si cambierà scenario ma, nel caso, che ci sarà un adeguamento alle norme che ci costringerà, tutti, a cambiare alcuni comportamenti.

Il modo in cui fruiamo i contenuti, quindi, non sembra essere messo a rischio da questi potenziali cambiamenti. Google ha sempre mostrato una particolare attenzione per la tutela dell’utente e dei contenuti pertinenti rispetto alla ricerca, quindi se dovesse essere introdotta una nuova formula non avremmo nulla da temere. Fin qui tutto bello, ma quale potrebbe essere invece l’impatto negativo? Torniamo a parlare insieme a Federico Simonetti dei limiti di questa nuova proposta.

Quali sono i limiti che potremmo incontrare nell’applicazione dell’Ancillary Copyright alle SERP?

Mah, ne vedo tanti: qual è la dimensione che un testo deve avere per essere definito univoco? La traduzione automatica, fatta con un sistema analogo a Google Translate, di un testo inglese, vale come violazione di diritto d’autore? Qual è la differenza tra traduzione e citazione? La visualizzazione di una meta-description, impostata dall’autore esplicitamente per apparire sui motori di ricerca, vale come violazione del diritto d’autore?

Insomma, il punto è: i giornali vogliono visite da Google o no? Perché se non le vogliono possono tranquillamente deindicizzare i propri siti e tenersi cari cari i propri contenuti. Se il problema, però, è che nessuno legge i loro articoli, magari dovrebbero trovare altre strade per far sì che vengano fruiti. Un esempio positivo, dal mio punto di vista, è l’ultima evoluzione di Wired, che è addirittura tornato alla carta, proponendo degli speciali monografici che affrontano dei temi importanti: al di là di un comprensibile “effetto-wow”, il punto è che coi contenuti di basso livello non si va da nessuna parte e si entra in un circolo vizioso che ti fa pagare poco gli articoli che, di conseguenza, saranno sempre più scadenti. Viceversa, lavorare su contenuti che siano utili e che trasmettano valore all’utente può costituire una strada alternativa valida.

Un’ultima domanda. Si dice che questa legge possa in qualche modo danneggiare le startup, tanto da lanciare la campagna #SAVETHELINK per proteggere le giovani attività che operano nel campo dei nuovi media e che vedrebbero minata la libertà d’espressione e di informazione. Tu che ti occupi anche di giovani imprese, cosa pensi al riguardo?

Onestamente, credo che il mondo dell’editoria tradizionale debba trovare una strada alternativa al presente: qualcosa di simile a quello che Netflix e Spotify hanno rappresentato per il mondo dell’home video e della musica. Cinque anni fa tutti scaricavamo musica, film e serie TV illegalmente e in maniera gratuita e nessuno riusciva più a guadagnare una lira da questi due settori: i due mercati erano al collasso. Oggi, sinceramente, nessuna delle persone che conosco scarica mp3 illegalmente e, se lo fanno per film e serie TV, è solo perché non ci sono (ancora) su Netflix.

Non è una soluzione a tutti i problemi, ovviamente, perché comporta una dipendenza da altri player OTT, che diventano distributori dei tuoi contenuti e ti mettono in un rapporto di dipendenza che può strozzare chi i contenuti li produce, però anziché guadagnare zero, è già qualcosa. Poi dipende anche dai rapporti di forza in campo: se i consumatori sono convinti che non devono pagare una cosa, non è sempre detto che abbiano ragione.

Come vedi, questa tematica riguarda noi utenti direttamente da vicino. Il modo in cui fruiamo delle informazioni online potrebbe radicalmente cambiare, così come ci è già successo per altri settori. Essere informati è la prima arma che abbiamo per difenderci da qualsiasi aggiornamento e grazie a questa intervista abbiamo sicuramente appreso di più su quello che riguarda le notizie posizionate online e il modo in cui l’editoria può affrontare i possibili cambiamenti in atto. Ti sei fatto una tua idea rispetto a questo argomento? Facci sapere cosa ne pensi nei commenti e non dimenticare di firmare la nostra petizione!