Ho scritto CIT. sulla sabbia: quando scrivi una citazione devi pagare?

“Per farsi dei nemici non è necessario dichiarare guerra, basta dire quello che si pensa.”— M.L.King
Ma quanto ci piace postare una citazione sui nostri profili social?

Su Twitter, rigorosamente con l’hashtag #cit #quote, oppure su Facebook, sottoforma di immagine evocativa di paesaggio, natura morta o bacio appassionato, su cui campeggia una frase detta da qualcuno di famoso, o quantomeno attribuitagli. Tutti l’abbiamo fatto almeno una volta.

Nel merito, è stato addirittura condotto uno studio che sostiene che più siamo propensi a pubblicare una citazione di dubbio valore filosofico/motivazionale, magari accompagnandola ad un selfie in pose ammiccanti, più in realtà siamo stupidi.

Strabiliante, vero? Postare una citazione può farci apparire stupidi agli occhi di chi ci segue. Ci avevi mai pensato?

In realtà, citare significa prendere le parole di qualcuno che avremmo voluto dire noi, parole che rispecchiano il nostro stato d’animo del momento. Non c’è niente di male ed è giusto che si possa continuare a farlo tutti i giorni come facciamo adesso.

Eppure, l’abitudine di esprimerci attraverso citazioni potrebbe portarci a pensare di poter utilizzare sempre frasi dette da qualcun altro, vivo o morto che sia: e invece non sempre è così.

Per il libero utilizzo di fonti altrui, infatti, secondo il comma 1 dell’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n.633 In Italia la legge sul diritto d’autore indica come «liberi» il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera.  E’ libera, dunque, la loro comunicazione:

  • se effettuati per uso di critica o di discussione,
  • nei limiti giustificati da tali fini
  • purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera.
  • se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l’utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali.

In generale la normativa chiarisce in più punti che le citazioni sono libere, purché si tratti sempre di estratti di un’opera tutelata sufficientemente ridotti, quindi che non possano entrare in competizione con la fruizione dell’opera stessa.

Esempio: io posso citare una frase o un paragrafo di un testo scritto, ma se copio interi capitoli arrivando a “citare” una grossa parte dell’opera di partenza, non sto più citando, sto danneggiando l’autore.

Sulla dimensione della citazione che è consentito diffondere su questo la norma è abbastanza fumosa, non esistono percentuali applicabili a tutti i contenuti tutelati dal diritto perché ogni opera d’ingegno è diversa dalle altre (pensa a quanto sono diverse le strutture di una canzone, di un romanzo, di un quadro, di un film…).
La norma italiana è figlia della famosa Convenzione di Berna che risale addirittura al 1886, ed è la madre di tutto il diritto d’autore sul piano internazionale.

Citazione al giorno d’oggi: è ancora libera?

Ma come ci comportiamo allora con i contenuti digitali, che non erano previsti nè nel 1886 nè nel 1941?
Ecco, anche qui le cose potrebbero cambiare molto presto, perché la legge che è in discussione al Parlamento europeo potrebbe bloccare DRASTICAMENTE la nostra attuale libertà di citazione.

Immagina cosa dovrà significare in un futuro – ahinoi – molto vicino, scorrere la tua home page di Instagram, Twitter o Facebook, e non trovare più non tanto i selfie con le citazioni di dubbio gusto, ma addirittura interi articoli o post che oggi sono liberi di circolaresempre con il buon senso, diciamo ancora NO alle bufale! 😊 – perché in Unione Europea potrebbe essere presto vietato riprodurre anche citazioni minime di opere altrui.

Al momento non possiamo far altro che continuare a utilizzare citazioni che ci piacciono o condividere quelle dei nostri amici, ma una persona di buon senso preoccupata per la propria libertà di citazione dovrebbe firmare la petizione per bloccare la nuova legge, la cosiddetta Ancillary Copyright, che ha già fatto danni in Germania e Spagna, sta arrivando in Francia, e domani toccherà anche a noi.

Che succede se perdiamo il diritto a informarci?

 

Diritto all’informazione: hai mai pensato a cosa succederebbe se una legge ti impedisse di informarti? Se andando dal giornalaio tu non trovassi più una sola notizia tra le pagine? Come ti sentiresti? E se succedesse anche online?

Molti sostengono che la funzione di informazione del pubblico (o meglio, della popolazione) sia ancora in mano ai mass media, quindi televisione, giornali, testate, riviste e quant’altro. La realtà, però, ci dice che le cose non stanno esattamente così e questa affermazione, per quanto corretta, lo è solo in parte.

Uno dei significati antichi della parola informazione era in – formare, cioè dare forma a un qualcosa. Oggi ci stiamo tornando, perché ognuno può confezionare fatti e notizie come vuole e come gli fa più comodo.

Il ruolo educativo di Internet e la responsabilità del pubblico

Da quando esiste Internet, e ancora di più da quando esistono i social network, è diventato estremamente più semplice accedere a notizie e informazioni, anzi molto spesso ci lamentiamo di esserne bombardati fino all’esasperazione. Le stesse informazioni, poi, sono semplicissime da condividere con chi ci segue o con i nostri amici, bastano un paio di clic.

Pur essendo un gigantesco passo avanti per l’umanità intera e per la libertà di informazione, il fatto che possiamo influenzare il pensiero di altri con così poco sforzo ci conferisce anche una notevole responsabilità, togliendone buona parte ai mass media di cui sopra. Se è così semplice e, soprattutto, se lo facciamo tutti, vuol dire che la funzione di informare il pubblico è passata a noi, al pubblico stesso!

Ok, bellissimo, alla grande, ma quante volte devo pensarci prima di diffondere un post, sapendo che posso fare del bene, ma anche del male, al mio prossimo?

Per questo preciso motivo dobbiamo stare attenti a selezionare bene le notizie che condividiamo: se, ad esempio, io contribuissi a diffondere una notizia falsa che scredita un’altra persona, potrei influenzare la percezione di altre persone che si fidano di me e prendono per buona la notizia solo perché l’hanno vista condivisa da me.

Bufale, notizie false e controllo

La domanda più importante dovrebbe essere: come posso capire se sto facendo un favore oppure un danno a chi mi legge? Dovrei applicare un minimo di metodo giornalistico, quello che oggi si chiama fact-checking: verificare l’attendibilità della fonte della notizia, la sua neutralità, quanto abbellimento utilizza, quante altre fonti la riportano e in che modo, cercare un approfondimento per capire bene.

L’unico modo per combattere la disinformazione è batterla sul tempo e cominciare a informare prima ancora che venga messa in moto. Ma come si fa senza aggregatori, motori di ricerca e algoritmi di condivisione? Se perdiamo la possibilità di accedere rapidamente a determinati servizi (cosa che dovrebbe essere un diritto fondamentale), perdiamo in un certo senso anche la libertà (e il diritto) di informarci, rimanendo in balìa degli altri.

Perché, allora, non difendiamo il nostro diritto a informarci senza ostacoli e senza barriere?

Firma la petizione, dacci una mano anche tu!

Che cos’è l’Ancillary Copyright e perché tutti dovremmo saperne di più

“Tra un po’ ci toccherà pagare anche i link che condividiamo!” Ah no, l’espressione giusta era “l’aria che respiriamo”. Però insomma, forse ho reso l’idea.

Periodicamente (da qualche anno, ormai) si discute di una serie di provvedimenti proposti dall’Unione Europea per tutelare (ricordati bene questa parola perché ci torneremo più avanti) meglio i contenuti protetti da diritto d’autore. O meglio, per attualizzare la giurisprudenza vigente che era rimasta un po’ indietro già dopo la prima diffusione delle tecnologie digitali, ma risultava esserlo ancor di più dopo la loro diffusione di massa. A dire tutta la verità, le premesse facevano ben sperare. Cito testualmente dalla relazione della Commissione Europea COM(2016) 593 final, del 14 settembre 2016 (curiosità: la stessa che vieta di fotografare le opere d’arte nei musei).

“L’evoluzione delle tecnologie digitali ha cambiato il modo in cui le opere e altro materiale protetto vengono creati, prodotti, distribuiti e sfruttati. Sono emersi nuovi usi, nuovi attori e nuovi modelli di business. […] Per i consumatori, si sono aperte nuove opportunità di accesso a contenuti protetti dal diritto d’autore. Sebbene gli obiettivi e i principi stabiliti dal quadro UE in materia di diritto d’autore rimangano tuttora validi, occorre adattarsi a queste nuove realtà. Un intervento a livello dell’UE si rende necessario anche per evitare una frammentazione del mercato interno. In questo contesto la strategia per il mercato unico digitale adottata nel maggio 2015 ha individuato la necessità di “assorbire le differenze fra i diversi regimi nazionali del diritto d’autore e aprire maggiormente agli utenti l’accesso online alle opere in tutta l’UE”, […] favorire nuovi utilizzi nei settori della ricerca e dell’istruzione e chiarire il ruolo dei servizi online nella distribuzione di opere e altro materiale.”

Una premessa sacrosanta, non c’è che dire. Però seguimi un altro po’ perché ora viene la parte bella. Nel dicembre 2015 la Commissione aveva già delineato una serie di azioni mirate e una visione a lungo termine per un aggiornamento delle norme UE, ma naturalmente erano rimaste in sospeso diverse problematiche. E infatti la proposta continua:

“L’evoluzione delle tecnologie digitali ha fatto emergere nuovi modelli di business e ha rafforzato il ruolo di Internet quale principale mercato per la distribuzione e l’accesso ai contenuti protetti dal diritto d’autore. Nel nuovo contesto i titolari di diritti incontrano difficoltà nel momento in cui cercano di concedere una licenza e di essere remunerati per la diffusione online delle loro opere, il che potrebbe mettere a rischio lo sviluppo della creatività europea e la produzione di contenuti creativi. […] Infine, gli autori e gli artisti (interpreti o esecutori) hanno spesso scarso potere negoziale nei rapporti contrattuali all’atto della concessione di una licenza per i loro diritti. Spesso vi è poca trasparenza sui proventi derivanti dall’utilizzo delle loro opere o esecuzioni, il che alla fine incide negativamente sulla loro remunerazione. La proposta include misure volte a migliorare la trasparenza e ad instaurare rapporti contrattuali più equilibrati tra gli autori e gli artisti (interpreti o esecutori) e coloro cui essi cedono i loro diritti.”

Rapporti più equilibrati tra gli autori dei contenuti (quindi detentori dei diritti) e chi li utilizza, altrimenti i creatori di contenuti rischiano di non poter più esercitare il loro ruolo. La categoria includerebbe anche gli editori delle testate giornalistiche:

“Un’equa ripartizione del valore è altresì necessaria per garantire la sostenibilità del settore dell’editoria giornalistica. Ad oggi gli editori di giornali riescono difficilmente a concedere licenze per le pubblicazioni online ricavando una quota equa del valore che esse generano, il che, in ultima analisi, potrebbe pregiudicare l’accesso dei cittadini all’informazione. La proposta prevede, per gli editori di giornali, l’introduzione di un nuovo diritto mirante a facilitare la concessione di licenze online per le pubblicazioni, il recupero dell’investimento e il rispetto dei diritti.”

Insomma, un lettore poco attento potrebbe interpretare il testo quasi come un’accusa di concorrenza sleale alle tecnologie digitali, che siccome sono più accessibili (e molto spesso gratuite) stanno piano piano sgretolando le entrate degli editori dei giornali, che quindi producono meno informazione per i liberi cittadini dell’UE, che non rinunciano mai alla loro informazione quotidiana quando le loro carrozze trainate da cavalli si accingono a trasportarli lungo il tragitto casa-lavoro.

Un lettore attento, invece, potrebbe capire che la Commissione sta proponendo di introdurre una vera e propria tassa per bypassare tutte le aree grigie del diritto d’autore sui contenuti digitali. Questa tassa è stata quasi subito battezzata “link tax”, perché i soggetti più colpiti sarebbero gli aggregatori di notizie e i social network, piattaforme sulle quali tutti condividiamo ogni giorno notizie e contenuti provenienti da altre fonti, utilizzando un link.

Come facciamo a distinguere qualcosa che ci interessa in questo marasma di link condivisi? Siano benedette quelle poche parole, in genere non più di due righe di testo, che compaiono come anteprima accanto a ciascun link (il termine tecnico è snippet). Le suddette poche parole in questione, ovviamente, sono scritte dallo stesso autore del contenuto che stiamo condividendo, e questo secondo la Commissione può costituire una violazione del suo diritto di essere equamente ricompensato per il lavoro che ha svolto.

Se vogliamo, è un allargamento del copyright inteso nella maniera classica: il contenuto è mio, quando qualcun altro lo usa è giusto che mi venga corrisposto qualcosa in cambio. In questo caso, il diritto scatta anche nel caso in cui qualcuno utilizzi una (piccolissima) parte del contenuto per portare all’attenzione di altri il contenuto stesso. In italiano si definisce “diritto connesso”, meglio conosciuto nel Mondo come ancillary copyright (letteralmente, copyright supplementare, aggiunto). C’è addirittura chi la chiama Google-tax, siccome in Germania e in Spagna dei provvedimenti già approvati hanno causato fortissimi danni (fino alla chiusura, nel caso della Spagna) ad alcuni servizi di Google e altri aggregatori, primo tra tutti Google News.

Tutto questo può sembrare quanto meno anacronistico oltre che concettualmente errato: nell’atto stesso di “linkare” un contenuto, non sto forse conferendo ad esso una visibilità maggiore, aumentando la probabilità che venga scoperto (e ricondiviso) da altri utenti come me? I link sono le strade che guidano i navigatori di Internet da un punto all’altro, attaccare loro è come attaccare Internet stesso, per giunta con una motivazione che può sembrare illogica e contro-intuitiva.

Se ci tolgono la possibilità di linkare liberamente quello che vogliamo non è più difficile informarci e capire verso quali pagine stiamo andando? O peggio, i fornitori di servizi, gli editori e in generale i soggetti interessati potrebbero scaricare la maggiorazione di costo sugli utenti finali, quindi su te, me e tutti gli altri che usano Internet. Facendo una semplificazione, alla fine i link li dovremmo pagare noi, o peggio dovremmo addirittura smettere di utilizzarli.

Per darti un’idea più chiara abbiamo un esempio in casa nostra, dove è già successo con i dispositivi elettronici: hai notato che i prezzi di uno stesso smartphone o computer in Italia sono più alti rispetto ad altri Paesi? Devi ringraziare la legge sull’equo compenso, voluta dall’allora ministro Bondi per tutelare i detentori di diritti su film e musica. Per il semplice fatto che qualcuno potrebbe archiviare file ottenuti in modo illegale (cioè scaricati senza pagarli) paghiamo una vera e propria tassa preventiva sulle memorie dei dispositivi elettronici. Brutta storia, no? Ora prova ad estenderla a tutti i contenuti linkabili su Internet, un massacro! Per tutelare i diritti di chi, poi?

Ecco, torniamo alla parola tutela. L’enciclopedia Treccani, tra le definizioni, ne riporta una molto significativa:
“Difesa, salvaguardia, protezione di un diritto o di un bene materiale o morale, e del loro mantenimento e regolare esercizio e godimento (da parte non solo di un individuo ma anche di una collettività)”.

Forse per capire da quale parte stare dovremmo chiederci qual è il diritto più importante da tutelare, tra il diritto degli autori dei contenuti a essere equamente compensati, quello degli editori a dividere i compensi con tutti coloro che utilizzano i contenuti e quello degli utenti finali (che poi siamo tutti noi) di reperire e condividere le informazioni in maniera più o meno libera.

Non c’è da sorprendersi che ognuno porti acqua al suo mulino: gli editori spingono per una regolamentazione che consenta loro di continuare a guadagnare con il modello di business attuale, qualcun altro come OpenMedia promuove campagne come #SavetheLink, supportata dal Partito Pirata e qualche altro gruppetto in quel di Bruxelles (sede del Parlamento Europeo).

Indipendentemente da come la pensi, forse è il caso di reperire informazioni, farti un’opinione sulla questione e agire di conseguenza, perché la situazione è più seria di quello che può sembrare.

Se vorrai seguirci, l’obiettivo del nostro progetto è proprio quello di dartene la possibilità e gli strumenti. Magari in poche parole.

Link Tax e Copyright: per i piccoli editori tira una brutta aria

È sempre più vicina la regolamentazione, in sede europea, della cosiddetta link tax che ha fatto discutere, e continua a farlo, l’intero mondo dell’editoria europeo: se da un lato i grossi gruppi editoriali sembrano spingere affinché i motori di ricerca, in particolar modo, siano sottoposti a regolamentazione serrata, i piccoli editori – giovani webzine, blog, piccole testate registrate – potrebbero subire brusche penalizzazioni. Vediamo perché.

Unione Europea: arriva il diritto d’autore esteso al digitale

Dopo l’attuazione di una regolamentazione del copyright in Germania nel 2013, ed una manovra ancora più serrata in Spagna l’anno successivo, da qualche mese è l’Unione Europea a sembrare sempre più intenzionata a definire regole condivise per tutti gli Stati membri al fine di regolamentare, uniformare e produrre una Direttiva che porti i governi locali ad aggiornarsi in materia di copyright.

L’ultima Direttiva in materia risale al 2001 e si proponeva di fornire le linee guida per l’attuazione di un diritto d’autore conforme a tutti gli Stati, ma dal testo del 2001 era ancora esclusa la materia dei contenuti digitali, o meglio, l’intero panorama del digitale non era sufficientemente maturo com’è invece oggi, motivo per cui non era regolamentato con le stesse regole del patrimonio culturale analogico. Circa quindici anni dopo arriva la proposta, che però porta con sé dei rischi non da poco.

La proposta del 2016, discussa in più sedute, vede l’estensione del divieto di riproduzione ai contenuti digitali.

Fonte: Creating a Digital Single Market Bringing down barriers to unlock online opportunities European Commission

Se guardiamo l’immagine, è immediatamente chiaro il tentativo di frenare la fruizione incontrollata dei contenuti attraverso piattaforme digitali, attuando strategie di remunerazione obbligata per garantire agli editori la protezione del proprio contenuto creativo.

La proposta di Direttiva del Parlamento e del Consiglio Europeo del 14 Settembre 2016 punta proprio a ridefinire il delicato equilibrio tra diritto d’autore e la necessità di far fronte a un contesto completamente stravolto rispetto allo scenario che conoscevamo nel 2001.

Fonte: Proposta di DIRETTIVA DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO sul diritto d’autore nel mercato unico digitale
Fonte: Proposta di DIRETTIVA DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO sul diritto d’autore nel mercato unico digitale

Gli articoli 11 e 12 indicano l’estensione del Diritto di riproduzione e di comunicazione di opere al pubblico all’utilizzo digitale delle pubblicazioni di carattere giornalistico: in sostanza, se nel 2001 i contenuti digitali erano esclusi dai Diritti sulle pubblicazioni, con la nuova proposta di legge si estendono le regole anche a tutto quello che sarà pubblicato online, limitando la riproduzione di contenuti sul web e quindi creando un enorme ostacolo a testate, blog e siti di divulgazione che vivono proprio grazie a questi contenuti.

Fonte: DIRETTIVA 2001/29/CE

Cosa significa davvero introdurre la Link Tax

Direttiva 2001

Proposta 2016

Gli Stati dell’Unione Europea tutelavano le opere protette da copyright,
artisti ed esecutori attraverso la regolamentazione della Riproduzione.

Diffondere materiale citato negli articoli della direttiva richiedeva un pagamento del diritto d’autore.

La Proposta vuole estendere i diritti della direttiva 2001 anche alle produzione digitali: oggi citare e riprodurre in parte contenuti di terzi è consentito, purché la fonte sia citata.

Domani potrebbe essere regolamentata e sottoposta a pagamento del diritto d’autore.

 

La questione porta con sé un aspetto che non dobbiamo sottovalutare: il rischio di attuare la proposta così com’è è quello di infliggere una penalizzazione in particolar modo ai piccoli editori, invece di tutelarne i diritti. Perché?
Sulla questione è intervenuto il vicepresidente di ANSO – Associazione Nazionale Stampa Online – Matteo Rainisio.

Quali sono i rischi per i piccoli editori?

<<Ad avvantaggiarsi (della Google Tax, NdR) sarebbero unicamente i grandi gruppi editoriali che potrebbero da un lato proteggere il proprio contenuto e dall’altro far valere la loro forza per ottenere il pagamento del dovuto. […]  “bloccare” questa onda è oramai impossibile a meno che non si voglia dare a pochi il controllo dell’informazione online, uccidendo di fatto non solo piccole testate storiche che sono già alle prese con la trasformazione verso il digitale, ma anche e soprattutto tutte le aziende […] native digitali che in questi anni hanno contribuito a creare nuovi posti di lavoro e a sopperire ad una sempre maggiore distanza tra i grandi media e i territori più periferici e distanti dai grandi agglomerati urbani.>>

In qualità di rappresentante dell’AMSO la posizione di Matteo Rainisio è molto chiara e anche molto preoccupata: imporre una tassa sulla diffusione e la riproduzione di materiale protetto da copyright significa letteralmente abbattere un’intera galassia di piccoli editori che oggi garantiscono la pluralità di voci caratteristica dell’editoria digitale.

 

Rainisio prosegue e spiega perché la Proposta, così com’è, è pericolosa e dannosa per la pluralità d’informazione:

<<dove una legge simile è in vigore – vedi Germania e Spagna – i risultati hanno portato al fallimento di centinaia di start up editoriali. Addirittura, per com’è scritta oggi, la norma potrebbe imporre una vera e propria tassa sul link, anche a quelli condivisi su twitter. L’adozione di questo sistema obbligherebbe quindi i piccoli editori di tutta Europa a dover rinunciare al traffico proveniente da servizi come Google news o Facebook, aprendo così la strada ad una tassazione sui link presenti nei motori di ricerca. Ovviamente le aziende, come fatto in Spagna dove si è giunti alla chiusura del servizio di Google news, piuttosto che pagare vieteranno la condivisione di articoli danneggiando così i piccoli editori che perderanno un’autentica linfa vitale, mentre i grandi potranno da un lato guadagnare per i link, godere di una minore concorrenza e quindi di un aumento del traffico a discapito dei piccoli editori che invece, in molti casi, saranno costretti a spegnere i server>>.

La necessità di una regolamentazione sta portando i governi locali e adesso anche il governo comunitario ad ascoltare soltanto una parte di editori, quell’editoria strutturata che si sente saccheggiata e privata del proprio diritto d’autore.
Per tutti gli altri piccoli publisher che non sono tutelati ma fortemente penalizzati dalla Proposta, è importante capire gli effetti prima che sia troppo tardi: non è una supposizione basata su ipotesi, basta guardare a cosa è già successo in Germania e in Spagna.

Sai cos’è l’ancillary Copyright?

 

L’Ancillary Copyright nasce nel 2012 in sede del Parlamento tedesco – la Germania è il primo paese dell’UE ad aver applicato la legislazione – e vuole estendere il diritto d’autore agli editori: per far questo, si è provato a imporre il pagamento di un compenso per ogni riproduzione parziale di una fonte.

Il risultato in Germania e Spagna è stato far sì che Google, in qualità di principale motore di ricerca, decidesse di bloccare la pubblicazione dei risultati in rete di ricerca per non corrispondere il compenso dovuto a centinaia di migliaia di testate citate, penalizzando altrettante migliaia di piccoli editori che vivono grazie alle visite che ricevono dai risultati dei motori di ricerca.

La battaglia voluta dai grandi editori e firmata dall’Unione Europea sta uccidendo i piccoli editori.

È possibile fare in modo che la Proposta sia modificata, soprattutto firmando la nostra petizione: è importante che i piccoli editori facciano sentire la propria voce, prima che la Proposta passi e che ci sia una vera ecatombe di contenuti digitali.