I contenuti che postiamo sul web sono ancora nostri? Come funziona il copyright su Internet

Uno degli aspetti più belli di Internet è il fatto che chiunque può portare un contenuto all’attenzione di milioni, forse miliardi di persone, nel giro di pochi secondi. Ma è anche uno degli aspetti più brutti di Internet, perché una volta postato quel contenuto non è più necessariamente di proprietà dell’autore.

Quando ci iscriviamo a un qualunque servizio o piattaforma accettiamo dei termini di servizio (per capirci, quelle caselline che quasi tutti spuntano senza leggere) e, molto spesso, questo può significare che le foto del nostro gatto che abbiamo postato su Internet, oppure l’album delle nostre vacanze, potrebbero non essere più esclusivamente nostri.

Come funziona il copyright su Internet

La notizia buona è che il funzionamento del diritto d’autore, o copyright, è semplicissimo: quando qualcuno crea una qualsiasi opera, da uno scritto a un disegno a un video, ne assume automaticamente il copyright. Non ci sono moduli da compilare o pratiche burocratiche da sbrigare.

Lo stesso principio si può applicare sul web, quando pubblichiamo online un contenuto questo diventa nostro in automatico e ne deteniamo tutti i diritti, fino al punto di poter intraprendere azioni (legali o meno) se qualcun altro cerca di farlo passare come proprio.

Il tutto è applicabile alle “opere di ingegno”, quindi scritti, brani musicali, filmati, e quant’altro, ma non a fatti, idee e sistemi di utilizzo delle idee, per quelli è meglio tutelarsi anche legalmente. Poi arriva la questione dell’utilizzo, che ci tocca più da vicino.

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Non è semplicissimo da spiegare, ma facciamo finta che qualcuno voglia commentare questo articolo in altra sede: può usarne un pezzettino (uno snippet, poche parole), ma non riprodurlo completamente, per non ledere la proprietà intellettuale dell’opera, che in linea di massima sarebbe mia. In linea di massima perché dipende anche dal luogo in cui questo articolo è pubblicato: qui torniamo ai famosi termini e condizioni di utilizzo.

Termini e condizioni

Se postiamo su Facebook le foto del nostro gatto, sono ancora nostre? Sì, certamente, ma nel momento in cui le carichiamo sui server di Facebook (o di qualunque altra piattaforma) ne stiamo cedendo in parte i diritti, nello specifico una licenza per riutilizzarle per vari scopi. E se Facebook usa la foto del nostro gatto a noi non tocca nemmeno un centesimo.

Per esempio, le piattaforme più usate definiscono così: su Facebook la licenza è “non esclusiva, trasferibile, cedibile a terzi, royalty-free, in tutto il Mondo”; su Twitter è “in tutto il Mondo, non esclusiva, royalty free, con il diritto di cederla a terzi”.

I termini sono volutamente vaghi e complessi da capire, perché le piattaforme hanno bisogno di un certo spazio di manovra per funzionare, il che significa lasciare agli altri utenti e ad altre piattaforme la licenza di condividere i nostri contenuti o mostrarli in una ricerca.

Per questo, per quanto possa essere noioso, dovremmo sempre leggere i termini di servizio prima di accettarli, altrimenti potrebbe succedere che i nostri contenuti (le nostre foto personali, ad esempio) siano concessi in licenza ad aziende terze.

Come proteggere i contenuti?

Se proprio non vogliamo esporci al rischio che qualcuno possa vedere e riutilizzare i nostri contenuti, meglio tenerli offline o su un sito di nostra proprietà. Altrimenti basta trovare un servizio con termini e condizioni di nostro gradimento, per esempio che concedono alla piattaforma solo il diritto di mostrarli e/o modificarli senza cederne i diritti a terzi.

Insomma, alla fine della fiera possiamo stare tranquilli, non c’è da preoccuparsi più di tanto.

Ma tutto questo potrebbe cambiare nel momento in cui dovessimo perdere il diritto a condividere contenuti degli altri (e di conseguenza anche i nostri).

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PizzaCloud: il copyright arriva in Pizzeria

PizzaCloud: che cos’è? Per spiegartelo ti diciamo che da poco, a Cardito, in provincia di Napoli e a pochissimo dalla nuova stazione dell’alta velocità di Afragola, ha aperto una nuova pizzeria. Agorini Pizzera Gourmet, di Salvatore Impero.

Salvatore è un pizzaiolo e un imprenditore con le idee molto chiare: è infatti il primo pizzaiolo ad aver registrato alla Camera di Commercio l’impasto della sua pizza, con il nome di PizzaCloud.

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L’impasto di Salvatore pare sia particolare perché la cottura richiede due minuti invece di pochi secondi, perché frutto di lievitazione e mix di farine studiati per garantire un impasto che, dopo la cottura, non sia bruciato ma morbido e croccante insieme.

Una vera delizia parrebbe dalla presentazione che Salvatore stesso fa della sua creatura:

<<Un po’ come una nuvola, spumosa e anche un po’ ruffiana al palato>>

Perché registrare Pizzacloud?

Il menù di Agorini Pizzeria Gourmet propone tre distinte categorie di pizze, tutte fatte con l’impasto registrato: le tradizionali, per quelli che preferiscono sempre le proposte classiche; le tendenze, per quelli che amano farsi ammaliare dalle nuove proposte; infine le pizze per buongustai, per i golosi sempre alla ricerca di stimoli per il palato.
Senza dubbio l’impostazione del menù è in linea con le tendenze delle pizzerie moderne, e chiunque sia entrato in una pizzeria negli ultimi anni questa cosa la sa bene: ormai non esiste più la storica dicotomia margherita-marinara, sia a Napoli che fuori.

Varianti curiose, ingredienti locali e stagionali, impasti creativi e offerte sempre più variegate sono all’ordine del giorno e ogni pizzeria ormai ha la sua specialità su cui punta tantissimo, affollando profili social aziendali di foto e video delle proprie creature.

Salvatore però è il primo ad aver capito che nella giungla della concorrenza, è bene tutelarsi: ecco perché ha registrato PizzaCloud. E questo a noi sembra senza dubbio un segnale che il diritto d’autore sia l’unico modo che hanno le aziende per sopravvivere alla concorrenza.

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Monopolio SIAE: è davvero finita?

Quanto costa davvero difendere il copyright in Rete?

Non se n’è parlato molto, ma lo scorso 16 ottobre è apparso in Gazzetta Ufficiale il decreto legge 148 (il “collegato fiscale” alla Legge di Bilancio), deciso dal Governo, e si parla di liberalizzazione della raccolta dei diritti d’autore. Ma che cosa significa precisamente?Troviamo all’interno del decreto una disposizione che riguarda la raccolta dei diritti d’autore: prima di quella data in Italia il compito della gestione dei diritti d’autore era affidato per legge alla SIAE, la quale operava in regime di monopolio. (il famoso monopolio SIAE di cui si parla ormai da anni).

Come tutti sappiamo, il monopolio SIAE dei diritti d’autore in Italia è sempre stata una situazione molto chiacchierata poiché estremamente limitante, e soprattutto era in contrasto con la direttiva europea Barnier che, invece, dettava la linea della liberalizzazione del settore del diritto d’autore.

Per cui in Italia per non arrivare a scontri con l’Unione Europea, il Governo ha decretato la liberalizzazione del settore, dichiarando quanto segue:
«È superato il monopolio della Siae in materia di raccolta dei diritti d’autore» recita il comunicato stampa, una formula che sembra porre per sempre fine al monopolio SIAE. Ma è davvero così?

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Monopolio SIAE: è davvero finita?

E invece no: perché tra le righe del testo di legge compare la nota secondo cui le società e le aziende che possono operare nella raccolta dei diritti d’autore – facendo concorrenza alla SIAE – devono necessariamente essere «enti senza fine di lucro, e a base associativa».
Questa nota, che sembra di poco conto, automaticamente esclude la più famosa concorrente di SIAE in Italia, ovvero Soundreef, che già vanta tra i propri clienti Fedez, Rovazzi e Gigi d’Alessio: Soundreef infatti è una società privata e anche con la nuova disposizione continuerà a non poter concorrere legalmente con SIAE.

Praticamente gli unici enti a livello comunitario con le caratteristiche indicate dal decreto sono le omologhe di SIAE negli altri Paesi, i quali però lavorano in accordo con SIAE quando si tratta di gestirne i diritti sul territorio italiano.

Quindi un artista in Italia può anche affidarsi a una società straniera europea, ma paradossalmente non farebbe altro che compiere un inutile giro più lungo, perché i suoi diritti passerebbero comunque al vaglio di SIAE. Il monopolio non finisce qui, insomma.

La materia dei diritti d’autore è in ogni caso molto complessa, e difficilmente un decreto avrebbe potuto risolvere la questione: è necessaria la regolamentazione.
L’ideale sarebbe prendere le mosse da modelli di regolamentazione già applicati in altri settori: un unico centro di controllo che si occupi soltanto della supervisione, e, separata, la struttura capillare che si occupi della circolazione delle licenze e dei pagamenti.

Questa strada però richiederebbe una scissione delle due anime della SIAE, ma sembra mancare la volontà politica per farlo. Insomma, siamo salvi da infrazioni delle direttive europee, ma la liberalizzazione vera e propria è molto lontana ancora: la fine del monopolio SIAE non sembra così vicina.

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Propaganda russa su Facebook: scopri se anche tu sei stato esposto

Forse non ti sarà sfuggito il dibattito di questi giorni sulla questione della propaganda russa durante le elezioni americane: pare infatti che, stando alla fazione democratica statunitense, i russi abbiano manipolato le elezioni americane diffondendo messaggi di odio contro Hillary Clinton, favorendo l’ascesa del concorrente Donald Trump.
Prima di cimentarci in ipotesi di complottismo e di analisi di politica internazionale che non sono di nostra competenza: soffermiamoci su un aspetto:
è davvero possibile essere influenzati, da utenti, quando ci si imbatte in messaggi sui social che screditano un candidato alle elezioni?

Fonte: Agi.it

A quanto pare sì, o meglio, di questo sono convinti tre società che analizzano il comportamento degli utenti dei social: Data for Democracy, Factual democracy e New Knowledge, che insieme hanno ideato la piattaforma Facebook EXPOSED.

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Facebook EXPOSED: dimmi come la pensi e ti dirò se sei stato influenzato dalla Propaganda russa

In poche parole, su Facebook EXPOSED si spiega il ragionamento che hanno seguito gli ideatori del progetto: secondo il Wall Street Journal più di 10 milioni di utenti hanno visto gli annunci russi che avrebbero monipolato le elezioni, e le nuove rivelazioni di questa settimana ci dicono che gli utenti raggiunti da questa operazione velenosa sono stati 120 milioni.
Tecnicamente la piattaforma nasce per lo più per cittadini americani, perché sono stati loro i bersagli della propaganda russa (in questo caso specifico).

Ma può essere interessante fare un esperimento anche se non si è americani, e rispondere alla domanda che ci pone la piattaforma: basta scegliere una tra quattro posizioni politiche ben precise (favorevole alle armi, sostenitore dei diritti LGBTQ, sostenitori di Blaxk Lives Matter, favorevoli alla costruzione di un muro al confine con il Mexico), e si avrà un riassunto di che tipo di strategia comunicativa, messa in atto dalla propaganda russa, sia stata messa in atto con i cittadini americani che la pensano come noi.

Insomma, sembrerebbe uno scenario preoccupante: se fosse vero, dovremmo aspettarci di ricevere una propaganda simile quando sarà il turno delle nostre elezioni? E se questo stesse già accadendo e noi non ce ne siamo ancora accorti?

Una cosa è certa: questo tipo di fenomeno, anche se sembra il contrario, è esattamente il nemico numero uno della libera informazione: dobbiamo imparare a fidarci delle fonti a prescindere da quanto ci possa sembrare credibile il contenuto, perché spesso molti contenuti che vediamo vogliono colpirci dove siamo più deboli, cioè sui nostri ideali politici più viscerali.

La vera libertà di informazione non è cascare nella propaganda russa studiata a tavolino, anche quando è di origine americana o italiana: la libertà d’informazione significa tutelare la pluralità di pensiero, e noi dobbiamo continuare a lottare per questa pluralità.

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Copyright Romania: cosa succede con la link tax?

Copyright Romania: di cosa parliamo? Cosa c’entra con la link tax il paese dell’Est Europa?

Ormai saprai tutto sulla questione della Link Tax: pro, contro, rischi ed opportunità. Te ne abbiamo parlato per mesi perché in Italia e Unione Europea se ne parla sempre di più. Ebbene, non siamo solo noi e i paesi occidentali “forti” come Spagna e Germania ad esser coinvolti, ma anche paesi che spesso molte persone considerano meno attenti di noi ai diritti che reputiamo fondamentali come libertà d’espressione, libera concorrenza, etc. Errore: stavolta ti parliamo dell’ennesimo campanello d’allarme: Link Tax e Romania, è guerra.

Copyright Romania: uno sguardo d’insieme sulla questione

Il 23 giugno l’associazione ApTI (la romena Asociația pentru Tehnologie și Internet, ovvero “Associazione Tecnologia e Internet”) insieme all’Associazione Nazionale di Biblioteche e Pubbliche Biblioteche della Romania (ANBPR) e al Centro per il Giornalismo Indipendente (CJI), insieme al membro del Parlamento Europeo Victor Negrescu, ha organizzato una giornata di discussione sul tema della Direttiva Europea tanto discussa anche nel resto d’Europa.

Al centro del dibattito si è discusso del famoso Articolo 11 – che introduce proprio la Link Tax e quindi del controverso Ancillary Copyright – e dell’Articolo 13, che si basa sulla proposta di imporre dei filtri ai portali online per caricare materiale.

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Link Tax e Romania, è guerra: perché?

Negrescu ha commentato così lo scenario che avrebbe condotto alla nascita della direttiva:

<<Purtroppo, questa direttiva non è partita da esigenze di giornalisti. È partita dalla volontà di alcuni paesi e, implicitamente, delle lobby di questi paesi, di nuocere ai loro grandi concorrenti americani. Questa proposta è stata creata come un attacco deliberato contro Google, YouTube e Yahoo. E dovreste tutti essere consapevoli del fatto che questa è la loro posizione ufficiale. Ho partecipato a riunioni con i rappresentanti della Commissione europea che hanno dichiarato chiaramente che questo è il loro obiettivo ufficiale.>>

Ora capisci perché ti diciamo che la tra Link Tax e Romania è guerra? Una posizione così netta da un rappresentante del Parlamento Europeo non è un episodio da prendere alla leggera.

<<In Germania, ciò che è stato tentato di fare è stato costringere gli aggregatori di notizie a pagare un contributo agli editori e ai giornali per il contenuto utilizzato come frammenti. Ma ad un certo punto si parlava anche dei collegamenti ipertestuali, perché i collegamenti ipertestuali possono contenere alcune parole dell’articolo.
E cos’è successo? I grandi aggregatori, in particolare Google News, si arrestano in Germania, causando una caduta enorme del numero di visualizzazioni di pagine per questi siti. Tuttavia, hanno introdotto nella legge qualcosa che ha finito per interrompere i loro piani: la possibilità per il creatore di contenuti di fornire liberamente l’accesso al loro contenuto. Quello che è successo subito dopo è che i grandi publisher hanno offerto a Google l’accesso gratuito a pubblicare link e frammenti dei loro contenuti. Ma non lo hanno offerto a Yahoo o ai concorrenti tedeschi. Perché sul mercato esistevano concorrenti tedeschi. Che succede ora? Google News esiste e offre collegamenti mentre i loro concorrenti, che dovevano essere aiutati da questa legge, sono fuori attività.>>

Praticamente Negrescu ci ha spiegato non soltanto il vero intento della nascita della Link Tax, ovvero quello di mettere i bastoni tra le ruote ai Big del web; ma ci ha anche detto che in Germania, il primo paese ad approvare la Link Tax, l’effetto è stato addirittura controproducente e ha causato danni a coloro che intendevano rivalersi su Google.

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Ma non finisce qui

Copyright Romania: ci sono tantissime differenze con gli altri paesi europei! L’esperienza tedesca avrebbe dovuto fare da monito e da precedente, invece, gli spagnoli sono cascati nella stessa trappola, con l’aggravante di aver imposto anche un pagamento per la fruizione dei contenuti. Cos’è successo? Google Noticias è stato chiuso, Yahoo ha cessato di operare in territorio spagnolo, e l’unica società rimasta a fornire contenuti editoriali (leggi: notizie) è un’applicazione Android, di origine, guarda caso, tedesca:

<<[l’applicazione] È come Google News, ma in una forma di un’applicazione a pagamento. Si parla di una nuova, interessante, innovativa e dinamica azienda, un’avventura europea di grande successo. Tuttavia, dietro le quinte, è di proprietà di una grande società tedesca, Axel Springer, che, coincidente, è il principale driver di questo tipo di legislazione in Germania, in Spagna e in Europa>>.

Springer, un’enorme azienda tedesca sta letteralmente beneficiando del caos in Spagna che la Germania ha contribuito a creare, mentre le piccole imprese spagnole soffrono. Forse sono solo coincidenze?
Possibile ma improbabile, visti gli scenari che si sono delineati. E per questo possiamo voler credere nel buon senso di Commissione Europea e Parlamento, non possiamo ignorare questo aspetto, ovvero che si tratta di fatto di concorrenza sleale.

Copyright Romania: se c’è di mezzo la link tax è guerra. E non possiamo far altro che augurarci che in Europa sia presto presa una decisione che rispetti davvero i piccoli editori, e non faccia gli interessi di grosse realtà locali interessate soltanto a fare le scarpe a chi è, semplicemente, più bravo di loro.

Per lanciare un messaggio chiaro, noi non possiamo far altro che continuare a raccontarti quello che succede, e invitarti a firmare la petizione.

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La nuova proposta sul copyright dell’UE non funzionerà mai!

La campagna che stiamo portando avanti da qualche mese è iniziata prima che le proposte UE sul copyright arrivassero seriamente sotto i riflettori. Quando per limitare i danni si muovono addirittura da Mozilla, da sempre sostenitori della libertà sul Web, vuol dire che stiamo andando nella direzione giusta.

Questo schierarsi dalla parte di chi detiene i diritti, infatti, rende le proposte “disfunzionali, tendenti all’assurdo” secondo Raegan MacDonald, Senior Policy Manager ed EU Principal di Mozilla (intervistata da The Next Web). Sono talmente in disaccordo con le proposte di riforma che hanno una loro campagna attiva, con petizione annessa, per cambiare la disciplina sul copyright.

Uno dei problemi più grandi che la riforma potrebbe generare è che, in effetti, le piattaforme diventerebbero responsabili per tutti i post degli utenti: qualcuno potrebbe denunciare Facebook se un utente (dei circa 2 miliardi attuali) pubblicasse un contenuto protetto da diritto d’autore, che con la nuova riforma accadrebbe praticamente nel 90% dei casi.

I 3 articoli della morte

Poi c’è la questione dei 3 articoli della morte, anch’essi molto discussi: prima di tutto le restrizioni fortissime, e quindi praticamente fatali, per tutto ciò che è basato sul text and data mining (cioè la raccolta direttamente da internet di informazioni da parte di algoritmi e Intelligenze Artificiali). Moltissime startup utilizzano queste tecniche e potrebbero passare dalla parte dei cattivi, risultando così spacciate.

Dopo il data mining c’è l’ancillary copyright a noi tanto caro. Se guardiamo cosa è successo in Spagna e in Germania (per chi si collegasse solo adesso con noi, un fallimento totale) non c’è assolutamente alcun motivo per il quale una riforma che ha fallito a livello nazionale possa funzionare a livello di sovrasistema.

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Il terzo articolo della morte riguarda l’obbligo per le piattaforme di filtrare i contenuti degli utenti tramite dei veri e propri bot da censura per non esserne responsabile. Per capirci, è come se Google dovesse monitorare tutte le immagini che vengono caricate su internet e confrontarle con tutte le immagini coperte da copyright, per capire se ci sono state violazioni.

Non sembra una follia? Senza contare che questo porterebbe a fortissime limitazioni alla nostra libertà di caricare i contenuti come utenti. L’unico modo per operare in un ambiente giuridico del genere sarebbe avere un team di avvocati per negoziare le licenze di utilizzo prima ancora di effettuare qualunque operazione, e per giunta grande abbastanza per affrontare tutte le cause che sarebbero intentate sulla base dei contenuti infringing.

E allora perché mandano avanti la riforma sul copyright?

Appare chiaro che ci siano pressioni politiche da parte degli editori più “svantaggiati”, che invece di guardare avanti vorrebbero tornare indietro a quando avevano pieno controllo sulla pubblicazione e distribuzione dei contenuti.

Forse la UE non sarà mai in grado di avere una legislazione all’altezza se non prende in considerazione il punto di vista di tutti i soggetti coinvolti, dai più grandi ai più piccoli.

Per questa precisa ragione dobbiamo farci sentire!

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Le fake news sono pericolose per la democrazia?

Le notizie false che girano in Rete sono diventate quasi indistinguibili da quelle vere. Tante volte la realtà supera la fantasia e, onestamente, chiunque si troverebbe in difficoltà se gli venisse chiesto di indovinare quanto è vera la notizia che sta leggendo.

Le fake news come strumento di polarizzazione del pubblico

Forse non tutti sanno che alcune persone, per mestiere, producono fake news e le diffondono. Questo fatto dovrebbe far riflettere sulla potenza dell’informazione: una notizia può essere creata da zero e arricchita degli elementi necessari, come i bottoni, gli accessori e le finiture di un vestito.

La cosa peggiore è che possono essere usate, in maniera mirata, per polarizzare l’opinione di un determinato pubblico. Pensa a quando il pubblico in questione sono tutti i lettori di un giornale o tutti gli iscritti o simpatizzanti di un determinato partito politico: le conseguenze possono essere catastrofiche, anche perché di solito le fake news diventano uno strumento per far aumentare il livello di violenza verbale, odio e volgarità.

A questo dobbiamo aggiungere che la velocità di circolazione delle informazioni, propria della Rete, aumenta il potere delle fake news quando vengono utilizzate per semplificare in maniera estrema i problemi complessi, generando superficialità e il fenomeno di polarizzazione che gli addetti ai lavori amano chiamare “gentismo”, una sorta di estremismo online, che per qualcuno è addirittura pericoloso per il benessere della democrazia e della libertà di informazione, che già non se la passano benissimo per conto loro.

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Come si possono combattere le fake news?

Si discute da tempo anche dell’eventualità (e delle modalità) di regolamentarle: le istituzioni e i loro rappresentanti temono che non basti affidarsi all’etica professionale dei giornalisti, e a essere sincero non me la sentirei di dar loro completamente torto, viste le notizie che vediamo girare ogni giorno.

È poco ma sicuro che bisogna trovare delle armi di difesa, e tra le mille proposte (leggi, algoritmi, autorità di censura, abolizione dell’anonimato) ne voglio citare una che ho trovato particolarmente brillante. Un’emittente radio-televisiva norvegese sta sperimentando un metodo molto creativo, partendo dalla premessa che difficilmente le persone, prima di condividere un articolo, lo leggono e soprattutto lo capiscono (qualcuno legge solo il titolo, qualcun altro legge lo snippet).

E sappiamo bene che i titoli possono essere fuorvianti, ancora di più quando sono fatti apposta per esserlo. Per evitare di alimentare il fenomeno del “leone da tastiera”, e forse anche per calmare i lettori, hanno inserito un quiz alla fine degli articoli. Un esame in pratica: chi non lo supera, non può commentare. Un chiaro invito a fermarsi un attimo, capire bene, verificare prima di scrivere qualcosa di cui ci potremmo pentire.

Un invito che mi sento di condividere.

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Quanto costa davvero difendere il copyright in Rete?

Stiamo parlando da un po’ della riforma del copyright proposta dalla Corte Europea, molto discussa per una lunga serie di motivazioni. Tra queste c’è anche il suo costo potenziale, che potrebbe richiedere un bel po’ di investimenti, non solo agli editori (piccoli o grandi che siano) ma anche alle piattaforme.

All’interno della riforma è previsto l’obbligo di inserire dei sistemi di riconoscimento e filtraggio dei contenuti User generated, quelli che servono appunto a riconoscere le parti protette da diritto d’autore. Anche qui sorgono un po’ problemini.

Che problema c’è?

Primo, l’articolo 15 della direttiva sul commercio elettronico, promulgata dalla stessa UE, proibisce di imporre un obbligo di monitoraggio dei contenuti che vada a restringere la libertà di produzione e condivisione degli stessi. Bella contraddizione, no?

Secondo, questi sistemi di filtraggio costano abbastanza, malgrado quello che ne possono pensare i proponenti la legge. Per loro basterebbe impostare un po’ di sistemi automatici e con “qualche centinaio di dollari” (cito testualmente) si risolverebbe il problema. Questa visione è quanto meno semplicistica e non ci è voluto molto tempo per dimostrare che non è proprio realistica.

Quanto costerebbe davvero?

YouTube, ad esempio, ha investito più di 60 milioni di dollari in tecnologie per identificare i contenuti, e SoundCloud ne ha spesi più di 5 per sviluppare un suo sistema di filtraggio alla cui manutenzione e aggiornamento cui lavorano costantemente sette persone a tempo pieno (fonte: CopyBuzz: indagine sul costo degli strumenti di tutela del copyright).

È vero che Audible Magic, uno dei sistemi più utilizzati, costa 900 euro al mese circa, ma consente di filtrare solo fino a 5000 file musicali (quindi niente video): per farvi un esempio, qualche anno fa ogni minuto venivano caricate su SoundCloud dodici ore di contenuti audio, che si risolvevano in decine di migliaia di dollari di spese solo per la licenza di Audible Magic.

E naturalmente non sarebbe quello l’unico costo, perché la proposta sul copyright copre tutti i tipi di contenuti frutto dell’intelletto (parole, musica, coreografie, sceneggiature, immagini, disegni, sculture e quant’altro) per i quali non esiste un vero e proprio metodo di valutazione, e che quindi rendono eventuali controlli anche molto facili da “imbrogliare”.

Che senso avrebbe allora implementare degli strumenti costosi, facili da aggirare e limitati, a parte danneggiare (e anche parecchio) utenti, creatori di contenuti, startup, aziende e piattaforme in generale?

Parliamone insieme, magari in poche parole.

Lotta alle fake news: arrivano i chatbot

La tecnologia può aiutarci a contrastare le fake news? Grazie allo sviluppo di specifici chatbot anche questo è possibile

Chiunque abbia mai provato a contattare un’azienda attraverso un call center sa quanto possa essere lento e frustrante il processo. Anche con gli aggiornamenti e l’applicazione delle pratiche base per migliorare l’esperienza dell’utente non c’è molto da fare per migliorare la situazione, perché nella maggior parte dei casi la persona che risponde al telefono sta guardando attraverso più CRM ed è limitato dalla velocità dei programmi. Tuttavia, i nuovi sviluppi tecnologici hanno aperto le porte a una soluzione più veloce e semplice: i chatbot.

Un chatbot può avere una conversazione con un cliente, ma non è limitata dalla tecnologia perché gli algoritmi di AI sono incorporati nel software. Nella maggior parte dei casi, i chatbot utilizzano l’applicazione Messenger di Facebook per comunicare con i clienti. Una persona può digitare o fare una domanda e il chatbot risponde con le informazioni giuste. A seconda della situazione, molti chatbot possono apprendere da ciò che un utente dice per personalizzare l’interazione e per costruire interazioni future. Ad esempio, se un cliente parla con un chatbot e chiede consigli sui film, il chatbot può ricordare quale film il cliente ha visto e seguito per fornire una risposta pertinente. I chatbot hanno la capacità di trovare enormi quantità di dati in pochissimo tempo e il tempo è il nuovo valore che determina la bontà di un consiglio o della risoluzione di un problema.

Ma quindi come possono i chatbot contrastare le fake news?

come possono i chatbot contrastare le fake news

Nonostante gli algoritmi di intelligenza artificiale siano oggi in grado di tradurre da una lingua all’altra, non è facile analizzare concetti complessi per stabilire in maniera del tutto meccanica se una notizie è vero oppure falsa. Sia Facebook che Google hanno infatti provato a contrastare le fake news tramite i loro algoritmi, ma questa impresa rappresenta un bel grattacapo per le due grandi aziende. I chatbot invece potrebbero rappresentare la giusta strada tecnologica con cui arrivare a un punto sulla questione. La novità è tutta italiana, grazie allo sviluppo di una startup che vuole proprio abbattere la disinformazione in rete con un chatbot: Loudemy.com. Questo progetto vuole aiutare gli utenti ad andare contro tutto l’odio che spesso viene espresso sui social network e per fare da scudo contro le fake news che sempre più invadono le nostre giornate e minano il nostro diritto ad una libera informazione.

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Come funziona Loudemy: il chatbot che contrasta le fake news

Il chatbot in questione è stato creato per individuare parole e concetti che esprimono odio o negatività, intolleranza verso l’altro o notizie prive di fondamento. Come è possibile? Grazie ad una approfondita analisi del testo! La lingua italiana è sicuramente tra le più ambigue al mondo a causa dell’accoppiamento di parole che insieme assumono un significato terzo. Ti faccio un esempio: immagina l’espressione bello schifo. Un qualsiasi algoritmo potrebbe attribuire un punteggio neutro a questa esclamazione, dando a bello un +1 e a schifo -1. Tutti noi però sappiamo che non è assolutamente così. Questa teoria però va a cadere quando trattiamo lo specifico tema dell’intolleranza online che prende vita tramite specifici concetti e parole che, una volta inserite in un database o in un dizionario online presumibilmente utilizzato dal chatbot, diventano immediatamente riconoscibili.

Quello che fa Loudemy non è cancellare commenti o bannare persone, come invece erano soliti fare altri strumenti realizzati in precedenza. Il compito di questo chatbot contro le fake news è proprio quello di offrire una contro informazione veritiera. Il suo intervento nella conversazione prevede infatti la pubblicazione di informazioni utili e dati commentati per stemperare i toni assunti dall’utente in questione e portare una tesi supportata da ricerche per provare che non è esattamente come appena espresso.

Quando l’essere umano chiede alla tecnologia di distruggere qualcosa che lui stesso ha creato

chatbot per contrastare le fake news

In buona sostanza quindi si sta rincorrendo questa idea della realizzazione di un bot per contrastare le fake news che noi stessi abbiamo creato nel tempo. Con lo sviluppo dei social network e le possibilità di guadagnare online, si sono moltiplicati i siti acchiappaclick che utilizzano questi espedienti per allarmare gli utenti che, spinti dalla paura, leggono la notizia falsa. Lì dove l’essere umano non può più intervenire, si fa ricorso alla tecnologia. Loudemy sicuramente ha ottime probabilità di combattere l’odio online, ma contrastare le notizie false non è di certo cosa semplice proprio a causa delle ambiguità della lingua di cui ti abbiamo parlato precedentemente. Non è semplice intercettare all’interno della conversazione dei concetti che non corrispondono alla realtà, in quanto il bot dovrebbe essere in grado di scavare tra svariate fonti per stabilire se quella affermazione deriva da una fake news o meno.

Al momento tutti gli sforzi sono basati sulla ricerca fatta a partire dall’elaborazione naturale della lingua, che insegna all’intelligenza artificiale come leggere un testo, comprendere i concetti all’interno e fornire informazioni sul suo significato. L’apprendimento moderno della macchina per l’elaborazione naturale della lingua è in grado di fare cose come tradurre da una lingua all’altra, perché tutto ciò che deve sapere è già nella sua libreria. Altra cosa invece è individuare delle rivendicazioni in una conversazione, tracciare informazioni attraverso centinaia di fonti e dare un giudizio circa la verità o meno di quella affermazione stessa. Tutto ciò si basa su una comprensione olistica del mondo, la capacità di concatenare i concetti che non sono connessi con parole esatte o uno specifico significato semantico.

Vuoi tutelare i tuoi diritti di consumatore digitale? Sostieni subito la nostra campagna!

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Notizie a pagamento su Facebook: che ne pensi?

Oggi ti parliamo della notizia delle ultime ore che fa gola a decine di editori in tutta Italia, e migliaia di editori in tutto il mondo, editori e testate giornalistiche che ogni giorno raggiungono il proprio bacino di lettori grazie alla visibilità concessa da Facebook: arrivano le notizie a pagamento.

Non si conoscono ancora tutti i dettagli, ma una cosa è certa: è ferma intenzione di Mark Zuckerberg cominciare a rendere le notizie che tutti i giorni leggiamo dalle pagine Facebook delle nostre testate preferite, a pagamento. Insomma:

Due miliardi di persone – tra cui anche tu – d’ora in poi dovranno pagare per leggere le news.

Il responsabile dei rapporti con i Media di Facebook, Campbell Brown, ha dichiarato: “Una delle cose che gli editori di giornali digitali ci hanno chiesto è di attivare un paywall in Facebook. E noi lo stiamo facendo: stiamo lanciando un prodotto a sottoscrizione”, durante il Digital Publishing Innovation Summit di New York.

Notizie a pagamento su Facebook: cosa significa?

Non tutti sanno che da circa un anno Facebook ha lanciato la possibilità per gli editori di pubblicare notizie fruibili dai lettori senza uscire dal social network, e questa funzione si chiama Instant Articles: il problema è che Instant articles, studiata per garantire una presenza di spazi pubblicitari che garantisse agli editori un ritorno economico da ogni visita all’articolo, non ha funzionato come si sperava: insomma, a quanto pare agli editori guadagnare dalla pubblicità non basta più, e hanno cominciato a farsi sentire. A discapito nostro.

Quali soluzioni sono state messe in atto? Molti giornali hanno una presenza di banner e spazi pubblicitari davvero ingombrante, al punto da rallentare la navigazione di un articolo e addirittura portare gli utenti ad abbandonare le pagine, senza neanche leggere quello che stavano cercando.

Invece da Facebook, adesso, arriva la notizia per cui da ottobre le news saranno a pagamento, e gli editori potranno tirare un sospiro di sollievo perché non servirà più utilizzare la pubblicità per guadagnare.

Ma davvero è una notizia positiva per gli editori?

In realtà, se ci pensiamo, questa novità potrebbe portare a una decrescita drammatica della fruizione dei contenuti online. Pensiamo a quanti articoli leggiamo al giorno, soltanto scrollando il nostro feed di Facebook: secondo te è verosimile pensare che saremmo tutti disposti a pagare per poter leggere le news?

Il mondo dell’informazione ha subito una rivoluzione mai avuta prima: accesso libero e gratis a tutti, sempre e ovunque, perché basta uno smartphone. Convincere tutte le persone – parliamo di due miliardi di utenti attivi! – a dover ricominciare a pagare per conoscere le novità da tutto il mondo, pagare per informarsi, per indignarsi, per essere sempre sul pezzo.

Per i lettori non è una buona notizia e questo è abbastanza scontato; ma in realtà non lo è neanche per gli editori, perché in questo modo si lascerà enorme spazio a tutti i contenuti pubblicati direttamente sui social – Facebook questo lo sa molto bene – che non richiedono all’utente di uscire dal social.

L’informazione cambia quotidianamente e questo lo sappiamo: tornare alle notizie a pagamento può sembrare una buona idea per il finanziamento di editori “liberi” da finanziamenti dall’alto, ma pensiamo a come sono stati penalizzati gli editori in Germania e Spagna con l’Ancillary Copyright, una legge molto simile che a breve sarà discussa anche in Italia: non fasciamoci la testa prima di romperla, però stiamo in guardia perché i rischi per noi lettori e per gli editori sono tantissimi.

Vuoi continuare ad informarti liberamente? Firma la nostra petizione per impedire alla direttiva europea sull’Ancillary Copyright di non farci più condividere link online!

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