GDPR: l’alba di una nuova era? Sì, no, forse, chissà

Informativa sulla privacy

Non possiamo esimerci dall’iniziare rassicurandovi che i dati di voi lettori sono al sicuro, archiviati e sempre trattati in maniera conforme alla nuova Direttiva Generale sulla Protezione dei Dati, che forse conoscerete meglio col nome di GDPR.

Parliamo della GDPR, seriamente

È passata più di una settimana dall’entrata in vigore della Direttiva, cerchiamo di analizzare la situazione per vedere cosa è cambiato, se è cambiato ovviamente. Sicuramente abbiamo ricevuto tante, tantissime (troppe?) email molto (troppo?) simili tra loro, che ci avvisavano dell’aggiornamento delle policy di trattamento dei nostri dati.

Chiariamo subito un punto: secondo la direttiva avrebbero dovuto contattarci uno per volta e chiedere esplicitamente il nostro consenso, ma è evidente che sarebbe risultato quanto meno scomodo e difficile: ce la vedete un’azienda come Google o Facebook, che hanno centinaia di milioni di utenti in Europa, a contattarli uno per volta?

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“Pronto, sono Larry Page, uno dei fondatori di Google, posso continuare a usare il suo indirizzo email?” qualche centinaio di milioni di volte.
Sembrerebbe un pochino surreale, no? E infatti c’è stato anche chi ha preferito tagliare la testa al toro e non esporsi affatto: molte testate americane, tra cui il Los Angeles Times e il Chicago Tribune hanno deciso da un giorno all’altro di impedire completamente l’accesso agli utenti che dovevano essere protetti da GDPR, bloccando il traffico proveniente dall’UE.

Soluzione drastica, ma non possiamo dire che manchi di efficacia, perché adesso loro sono sicuramente compliant, in attesa di trovare la maniera giusta di adeguarsi. Se si viene beccati in flagrante si rischiano multe parecchio salate, e in questi casi prevenire è sempre meglio che curare.

Non solo i giornali spaventati dalla GDPR

Dello stesso avviso sono stati anche network televisivi come History Channel, e addirittura applicazioni largamente conosciute e utilizzate come Klout e Instapaper hanno chiuso definitivamente i battenti (ciao Klout, insegna agli angeli a misurarsi i follower).

Qualcun altro, anzi forse la maggior parte, hanno risolto tutto installando dei grossi popup sui siti e inviando le famose email di cui sopra, un po’ come quando è entrata in vigore la cookie law.

La GDPR era stata accolta bene all’inizio, perché sembrava indirizzata ai colossi come Facebook e Google, che dopo lo scandalo Cambridge Analytica avevano suscitato più di un interrogativo su come venissero gestiti i dati degli utenti, ma forse era mancata qualche riflessione.

Per esempio, come si fa a vedere la pubblicità ultra-profilata se gli utenti scelgono di disattivare i pixel di tracciamento che consentono ai network di sapere quali annunci inviare? E infatti le previsioni sulle vendite di advertising online erano a dir poco catastrofiche.

Quindi che succede in concreto?

Poi ci si è accorti che paradossalmente la Direttiva potrebbe aver reso ancora più potenti i soggetti che intendeva limitare: avete mai letto i termini di servizio delle piattaforme a cui vi iscrivete? Quei documenti giganteschi da decine di pagine che saltate a piè pari e premete solo su “accetta”? I dati li abbiamo forniti noi, insieme al consenso.

Se ci pensiamo bene loro hanno già l’autorizzazione, l’hanno sempre avuta, e hanno sempre esplicitato in maniera molto chiara che i dati degli utenti sarebbero stati utilizzati per profilare anche gli annunci pubblicitari. Solo che non tutti l’avevamo letto subito.

In attesa di vedere le applicazioni serie della GDPR teniamo bene a mente questa situazione, può servirci di lezione per quando dovremo affrontare altre leggi dalla dubbia urgenza (chi ha detto link tax e riforma del copyright?)

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Single Digital Market: la nuova era digitale

Siamo abituati a pensare al mercato unico dell’Unione Europea come quel luogo in cui persone e merci possono circolare liberamente. Niente documenti per l’espatrio, nè dazi doganali. Ma da qualche tempo giustamente si è sentita l’esigenza di pensare e organizzare anche un mercato unico in chiave digitale: ecco cosa si intende per Single Digital Market.

Cos’è il Single Digital Market?

Il Single Digital Market è un luogo tutto digitale dove sia i privati cittadini che le imprese possano accedere con facilità al mondo online di beni e servizi.

Il presupposto del Mercato Unico Digitale Europeo è quello di creare reti più forti. Minori barriere e maggiori tutele. I consumatori devono sentirsi più tutelati e le imprese più fiduciose di oltrepassare anche i confini del vecchio continente. 

Lo scopo è quello di rafforzare la parte strettamente online della rete. Anche e soprattutto grazie a normative che possano potenziare la digitalizzazione, la circolazione di informazioni, l’interconnessione tra privati e imprese.

Il Single Digital Market nasce su tre pilastri e prevede ben 16 azioni. 

Primo Pilastro: accesso e circolazione più facile per cittadini e imprese

“favorire un migliore accesso ai consumatori e alle imprese ai beni e ai servizi online in Europa”

L’intento è di rendere sempre più intercambiabile lo scambio di prodotti e servizi che avviene offline con quello online.

Con il Single Digital Market questo dovrebbe essere possibile attraverso proposte legislative che operino in varie direzioni.

  • Maggiore tutela per i consumatori.
  • Semplificazione delle norma in materia di contratti transfrontalieri.
  • riduzione delle differenze tra i diversi regimi copyright per rendere anche i contenuti più accessibili.
  • Coordinamento delle norme in tema di diritto d’autore.

Secondo Pilastro: lo sviluppo delle reti digitali

“creare le giuste condizioni per lo sviluppo delle reti digitali e dei servizi”

Per farlo è necessario avere una regolamentazione adeguata che garantisca libera concorrenza, competitività. In questo modo si potranno anche più facilmente attirare nuovi investimenti che alimentino il mondo digitale. 

Ma soprattutto quello che è necessario è regolamentare e sviluppare le reti a banda larga ad alta velocità. Così facendo si facilitano e spronano gli investimenti.

Nonché una maggiore attenzione alla privacy e alla sicurezza informatica e alla conseguente responsabilità per tutto quello che riguarda i contenuti online.

Terzo Pilastro: la digitalizzazione delle imprese

“massimizzare il potenziale di crescita dell’economia digitale europea”

Con il Single Digital Market si vuole puntare anche a trasformare l’industria europea al fine di digitalizzarla e renderla così più attrattiva e competitiva. 

Per costruire al meglio questo pilastro le parole d’ordine è interoperatività e interconnessione, non solo per quanto riguarda i servizi essenziali che servono alle imprese (come trasporti ed energia). Per potenziare la crescita è necessario anche utilizzare strumenti di standardizzazione. Ad esempio mettendo in collegamento i registri delle imprese. O anche realizzando sistemi che possano facilitare, e dunque favorire, l’utilizzo di procedure di e-procurement e e-signature.

Da un punto di vista economico si stima che la realizzazione delle azioni previste del programma del Single Digital Market possano fruttare circa 415 miliardi di euro. 

Siamo tutti pronti alla nuova digital age. In realtà lo siamo già da un po’.

Ci tocca solo tenere gli occhi ben aperti perché il Mercato Unico Digitale Europeo può essere vantaggioso per tutti, ma quanta libertà sei disposto a cedere in suo nome?

Cambridge Analytica: la responsabilità è nostra

Negli ultimi giorni non si fa che parlare del caso di Cambridge Analytica, di come un presunto furto di dati abbia contribuito al verificarsi di particolari risultati politici. Ieri Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, ha fatto richiesta a Facebook circa l’impiego dei dati per finalità di comunicazione politica da parte di soggetti terzi.

Dopo poche settimane dalle elezioni politiche, sappiamo quanto possa essere delicato il tema, anche perché Agcom fa presente che pare che queste tattiche di profilazione degli utenti siano state utilizzate anche da noi e non solo negli USA, precisamente nel 2012.

L’Agcom ricorda: «con una precedente comunicazione, sono state già richieste informazioni circa l’acquisizione di dati relativi a servizi e strumenti messi a disposizione da Facebook, sia per gli utenti sia per i soggetti politici, durante la campagna elettorale italiana per le scorse elezioni politiche 2018. Questa seconda richiesta si inserisce pertanto in continuità con le iniziative intraprese».

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In due giorni Facebook ha perso circa 60 miliardi di dollari per gli scossoni in borsa, e si è portato con sé Twitter e Snap, società che controlla Snapchat. Sembra che l’intero sistema dei social media sia improvvisamente bersagliato da sospetti e paure su come questi colossi abbiano usato le informazioni che, a torto o ragione, noi riteniamo di nostra proprietà.

Dopo un paio di giorni in cui ne abbiamo davvero lette di ogni su Cambridge Analytica, possiamo però fermarci e capire realmente cosa sia successo.

Innanzitutto, il fatto principale è questo: l’azienda di data analytics che ha aiutato la campagna presidenziale di Donald Trump, Cambridge Analytica, ha raccolto i dati Facebook di oltre 50 milioni di persone con lo scopo di profilare gli utenti e, confezionare su misura messaggi politici precisi.

Il modo in cui si sia riusciti a ottenere questi dati, però, è la cosa veramente importante da analizzare: nel 2014 il ricercatore Kogan ha collezionato i dati attraverso un’app – come quelle con cui facciamo i test e i giochini mentre siamo su Facebook – riuscendo a ottenere da 270.000 persone la spunta su “acconsento al trattamenti dei miei dati”.

Lo scopo ufficiale dell’app, quello dichiarato a Facebook da Kogan quando l’app è stata accettata dal social network, era di ottenere dati per scopi di ricerca. Visto che acconsentendo al trattamento dei loro dati i 270.000 utenti acconsentivano anche al trattamento di quelli dei loro amici – regola che Facebook ha cambiato solo dopo il 2014 – da 270.000 profili consenzienti si è arrivati a un totale di 50 milioni di profili analizzati.

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Moltissime persone stanno parlando di data breach, ovvero di violazione dei dati. Ma la realtà è che la raccolta di quei dati è stata fatta secondo le regole.

Questo significa che i veri responsabili di tutto quello che è successo sono gli utenti che hanno acconsentito all’utilizzo dei propri dati, nel momento in cui hanno accettato di utilizzare l’app.

Facebook sostiene che si tratti di un abuso di scopo, perché Kogan aveva dichiarato che li avrebbe utilizzati solo a scopo di ricerca accademica, mentre la realtà è che quei dati sono stati usati per altri motivi, e quindi da questo punto di vista la responsabilità cadrebbe interamente su Kogan. Ma staremo a vedere come evolverà la faccenda di Cambridge Analytica.

La verità, arrivati a questo punto, è che dovremmo cominciare a diventare più responsabili nei confronti di noi stessi – acconsentire all’utilizzo di qualunque strumento, perché tanto è gratis, è un ragionamento che non ci possiamo più permettere – e nei confronti delle nostre reti: impariamo una volta per tutte che tutti noi siamo parte di una rete, e non ci siamo solo noi e i nostri selfie: è una nuova educazione civica, sarebbe il momento di metterla in atto.

 

La federazione antipirateria contro Italiansubs e il mondo del fansubbing: ci ricorda qualcosa?

Questo articolo non parla esattamente dei nostri argomenti soliti, ma forse può essere utile a inquadrare i fatti che cerchiamo di mettere in evidenza da un altro punto di vista e in un altro contesto che sicuramente sarà più familiare e anche meno “di nicchia” rispetto alla condivisione e diffusione dei link.

I sottotitoli sono illegali?

La Federazione per la Tutela dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali, o Fapav se preferite, ha recentemente denunciato in maniera molto aspra la community Italiansubs, che traduce e rende disponibili sottotitoli in italiano per film e serie tv in lingua inglese.

Secondo Federico Bagnoli Rossi, il segretario generale della Fapav, l’attività di Italiansubs sarebbe illegale perché – cito – “viola la legge in quanto non in possesso del consenso per realizzare la traduzione in lingua italiana dei relativi dialoghi dei contenuti audiovisivi, generando un danno alle imprese che hanno investito in quel determinato prodotto e alterando il mercato stesso”.

Sempre secondo Bagnoli Rossi, la disponibilità dei sottotitoli in italiano per contenuti audiovisivi alimenterebbe la pirateria, perché gli utenti sarebbero portati a scaricare illegalmente il materiale, arrecando un ulteriore danno ai detentori dei diritti d’autore su tali opere.

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Soffermiamoci un attimo su questo ultimo punto: vi ricorda qualcosa? Sì, esatto, in pratica è la stessa identica argomentazione che stanno usando altri soggetti per i contenuti musicali, ma anche per i contenuti sul web che sono a noi tanto cari. La stessa anacronistica e protezionistica argomentazione.

Censura o altro?

Lungi da me voler fare da contraddittorio alla Fapav o difendere soggetti che affermano apertamente di svolgere attività “borderline con l’illegale” (e per giunta lo pubblicizzano), ma non mi sento nemmeno di condannarli così apertamente solo perché prendono dei materiali già presenti su Internet (questo è l’elemento che dovrebbe fare la differenza) e li traducono.

È come se qualcuno volesse denunciare, o peggio ancora, tassare qualcun altro solo perché dice: “ehi, qui c’è un articolo molto interessante che ho trovato su questo sito, perché non ci date un’occhiata? Guardate, vi metto anche il link così dovete solo cliccare. E prima di cliccarci vi copio un breve estratto del testo così potete capire se vi interessa”.

O peggio ancora, se qualcuno si scagliasse contro i motori di ricerca solo perché indicizzano snippet di testo per linkare le pagine. Come dite, lo vogliono già fare?

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I contenuti che postiamo sul web sono ancora nostri? Come funziona il copyright su Internet

Uno degli aspetti più belli di Internet è il fatto che chiunque può portare un contenuto all’attenzione di milioni, forse miliardi di persone, nel giro di pochi secondi. Ma è anche uno degli aspetti più brutti di Internet, perché una volta postato quel contenuto non è più necessariamente di proprietà dell’autore.

Quando ci iscriviamo a un qualunque servizio o piattaforma accettiamo dei termini di servizio (per capirci, quelle caselline che quasi tutti spuntano senza leggere) e, molto spesso, questo può significare che le foto del nostro gatto che abbiamo postato su Internet, oppure l’album delle nostre vacanze, potrebbero non essere più esclusivamente nostri.

Come funziona il copyright su Internet

La notizia buona è che il funzionamento del diritto d’autore, o copyright, è semplicissimo: quando qualcuno crea una qualsiasi opera, da uno scritto a un disegno a un video, ne assume automaticamente il copyright. Non ci sono moduli da compilare o pratiche burocratiche da sbrigare.

Lo stesso principio si può applicare sul web, quando pubblichiamo online un contenuto questo diventa nostro in automatico e ne deteniamo tutti i diritti, fino al punto di poter intraprendere azioni (legali o meno) se qualcun altro cerca di farlo passare come proprio.

Il tutto è applicabile alle “opere di ingegno”, quindi scritti, brani musicali, filmati, e quant’altro, ma non a fatti, idee e sistemi di utilizzo delle idee, per quelli è meglio tutelarsi anche legalmente. Poi arriva la questione dell’utilizzo, che ci tocca più da vicino.

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Non è semplicissimo da spiegare, ma facciamo finta che qualcuno voglia commentare questo articolo in altra sede: può usarne un pezzettino (uno snippet, poche parole), ma non riprodurlo completamente, per non ledere la proprietà intellettuale dell’opera, che in linea di massima sarebbe mia. In linea di massima perché dipende anche dal luogo in cui questo articolo è pubblicato: qui torniamo ai famosi termini e condizioni di utilizzo.

Termini e condizioni

Se postiamo su Facebook le foto del nostro gatto, sono ancora nostre? Sì, certamente, ma nel momento in cui le carichiamo sui server di Facebook (o di qualunque altra piattaforma) ne stiamo cedendo in parte i diritti, nello specifico una licenza per riutilizzarle per vari scopi. E se Facebook usa la foto del nostro gatto a noi non tocca nemmeno un centesimo.

Per esempio, le piattaforme più usate definiscono così: su Facebook la licenza è “non esclusiva, trasferibile, cedibile a terzi, royalty-free, in tutto il Mondo”; su Twitter è “in tutto il Mondo, non esclusiva, royalty free, con il diritto di cederla a terzi”.

I termini sono volutamente vaghi e complessi da capire, perché le piattaforme hanno bisogno di un certo spazio di manovra per funzionare, il che significa lasciare agli altri utenti e ad altre piattaforme la licenza di condividere i nostri contenuti o mostrarli in una ricerca.

Per questo, per quanto possa essere noioso, dovremmo sempre leggere i termini di servizio prima di accettarli, altrimenti potrebbe succedere che i nostri contenuti (le nostre foto personali, ad esempio) siano concessi in licenza ad aziende terze.

Come proteggere i contenuti?

Se proprio non vogliamo esporci al rischio che qualcuno possa vedere e riutilizzare i nostri contenuti, meglio tenerli offline o su un sito di nostra proprietà. Altrimenti basta trovare un servizio con termini e condizioni di nostro gradimento, per esempio che concedono alla piattaforma solo il diritto di mostrarli e/o modificarli senza cederne i diritti a terzi.

Insomma, alla fine della fiera possiamo stare tranquilli, non c’è da preoccuparsi più di tanto.

Ma tutto questo potrebbe cambiare nel momento in cui dovessimo perdere il diritto a condividere contenuti degli altri (e di conseguenza anche i nostri).

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PizzaCloud: il copyright arriva in Pizzeria

PizzaCloud: che cos’è? Per spiegartelo ti diciamo che da poco, a Cardito, in provincia di Napoli e a pochissimo dalla nuova stazione dell’alta velocità di Afragola, ha aperto una nuova pizzeria. Agorini Pizzera Gourmet, di Salvatore Impero.

Salvatore è un pizzaiolo e un imprenditore con le idee molto chiare: è infatti il primo pizzaiolo ad aver registrato alla Camera di Commercio l’impasto della sua pizza, con il nome di PizzaCloud.

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L’impasto di Salvatore pare sia particolare perché la cottura richiede due minuti invece di pochi secondi, perché frutto di lievitazione e mix di farine studiati per garantire un impasto che, dopo la cottura, non sia bruciato ma morbido e croccante insieme.

Una vera delizia parrebbe dalla presentazione che Salvatore stesso fa della sua creatura:

<<Un po’ come una nuvola, spumosa e anche un po’ ruffiana al palato>>

Perché registrare Pizzacloud?

Il menù di Agorini Pizzeria Gourmet propone tre distinte categorie di pizze, tutte fatte con l’impasto registrato: le tradizionali, per quelli che preferiscono sempre le proposte classiche; le tendenze, per quelli che amano farsi ammaliare dalle nuove proposte; infine le pizze per buongustai, per i golosi sempre alla ricerca di stimoli per il palato.
Senza dubbio l’impostazione del menù è in linea con le tendenze delle pizzerie moderne, e chiunque sia entrato in una pizzeria negli ultimi anni questa cosa la sa bene: ormai non esiste più la storica dicotomia margherita-marinara, sia a Napoli che fuori.

Varianti curiose, ingredienti locali e stagionali, impasti creativi e offerte sempre più variegate sono all’ordine del giorno e ogni pizzeria ormai ha la sua specialità su cui punta tantissimo, affollando profili social aziendali di foto e video delle proprie creature.

Salvatore però è il primo ad aver capito che nella giungla della concorrenza, è bene tutelarsi: ecco perché ha registrato PizzaCloud. E questo a noi sembra senza dubbio un segnale che il diritto d’autore sia l’unico modo che hanno le aziende per sopravvivere alla concorrenza.

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Monopolio SIAE: è davvero finita?

Quanto costa davvero difendere il copyright in Rete?

Non se n’è parlato molto, ma lo scorso 16 ottobre è apparso in Gazzetta Ufficiale il decreto legge 148 (il “collegato fiscale” alla Legge di Bilancio), deciso dal Governo, e si parla di liberalizzazione della raccolta dei diritti d’autore. Ma che cosa significa precisamente?Troviamo all’interno del decreto una disposizione che riguarda la raccolta dei diritti d’autore: prima di quella data in Italia il compito della gestione dei diritti d’autore era affidato per legge alla SIAE, la quale operava in regime di monopolio. (il famoso monopolio SIAE di cui si parla ormai da anni).

Come tutti sappiamo, il monopolio SIAE dei diritti d’autore in Italia è sempre stata una situazione molto chiacchierata poiché estremamente limitante, e soprattutto era in contrasto con la direttiva europea Barnier che, invece, dettava la linea della liberalizzazione del settore del diritto d’autore.

Per cui in Italia per non arrivare a scontri con l’Unione Europea, il Governo ha decretato la liberalizzazione del settore, dichiarando quanto segue:
«È superato il monopolio della Siae in materia di raccolta dei diritti d’autore» recita il comunicato stampa, una formula che sembra porre per sempre fine al monopolio SIAE. Ma è davvero così?

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Monopolio SIAE: è davvero finita?

E invece no: perché tra le righe del testo di legge compare la nota secondo cui le società e le aziende che possono operare nella raccolta dei diritti d’autore – facendo concorrenza alla SIAE – devono necessariamente essere «enti senza fine di lucro, e a base associativa».
Questa nota, che sembra di poco conto, automaticamente esclude la più famosa concorrente di SIAE in Italia, ovvero Soundreef, che già vanta tra i propri clienti Fedez, Rovazzi e Gigi d’Alessio: Soundreef infatti è una società privata e anche con la nuova disposizione continuerà a non poter concorrere legalmente con SIAE.

Praticamente gli unici enti a livello comunitario con le caratteristiche indicate dal decreto sono le omologhe di SIAE negli altri Paesi, i quali però lavorano in accordo con SIAE quando si tratta di gestirne i diritti sul territorio italiano.

Quindi un artista in Italia può anche affidarsi a una società straniera europea, ma paradossalmente non farebbe altro che compiere un inutile giro più lungo, perché i suoi diritti passerebbero comunque al vaglio di SIAE. Il monopolio non finisce qui, insomma.

La materia dei diritti d’autore è in ogni caso molto complessa, e difficilmente un decreto avrebbe potuto risolvere la questione: è necessaria la regolamentazione.
L’ideale sarebbe prendere le mosse da modelli di regolamentazione già applicati in altri settori: un unico centro di controllo che si occupi soltanto della supervisione, e, separata, la struttura capillare che si occupi della circolazione delle licenze e dei pagamenti.

Questa strada però richiederebbe una scissione delle due anime della SIAE, ma sembra mancare la volontà politica per farlo. Insomma, siamo salvi da infrazioni delle direttive europee, ma la liberalizzazione vera e propria è molto lontana ancora: la fine del monopolio SIAE non sembra così vicina.

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Propaganda russa su Facebook: scopri se anche tu sei stato esposto

Forse non ti sarà sfuggito il dibattito di questi giorni sulla questione della propaganda russa durante le elezioni americane: pare infatti che, stando alla fazione democratica statunitense, i russi abbiano manipolato le elezioni americane diffondendo messaggi di odio contro Hillary Clinton, favorendo l’ascesa del concorrente Donald Trump.
Prima di cimentarci in ipotesi di complottismo e di analisi di politica internazionale che non sono di nostra competenza: soffermiamoci su un aspetto:
è davvero possibile essere influenzati, da utenti, quando ci si imbatte in messaggi sui social che screditano un candidato alle elezioni?

Fonte: Agi.it

A quanto pare sì, o meglio, di questo sono convinti tre società che analizzano il comportamento degli utenti dei social: Data for Democracy, Factual democracy e New Knowledge, che insieme hanno ideato la piattaforma Facebook EXPOSED.

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Facebook EXPOSED: dimmi come la pensi e ti dirò se sei stato influenzato dalla Propaganda russa

In poche parole, su Facebook EXPOSED si spiega il ragionamento che hanno seguito gli ideatori del progetto: secondo il Wall Street Journal più di 10 milioni di utenti hanno visto gli annunci russi che avrebbero monipolato le elezioni, e le nuove rivelazioni di questa settimana ci dicono che gli utenti raggiunti da questa operazione velenosa sono stati 120 milioni.
Tecnicamente la piattaforma nasce per lo più per cittadini americani, perché sono stati loro i bersagli della propaganda russa (in questo caso specifico).

Ma può essere interessante fare un esperimento anche se non si è americani, e rispondere alla domanda che ci pone la piattaforma: basta scegliere una tra quattro posizioni politiche ben precise (favorevole alle armi, sostenitore dei diritti LGBTQ, sostenitori di Blaxk Lives Matter, favorevoli alla costruzione di un muro al confine con il Mexico), e si avrà un riassunto di che tipo di strategia comunicativa, messa in atto dalla propaganda russa, sia stata messa in atto con i cittadini americani che la pensano come noi.

Insomma, sembrerebbe uno scenario preoccupante: se fosse vero, dovremmo aspettarci di ricevere una propaganda simile quando sarà il turno delle nostre elezioni? E se questo stesse già accadendo e noi non ce ne siamo ancora accorti?

Una cosa è certa: questo tipo di fenomeno, anche se sembra il contrario, è esattamente il nemico numero uno della libera informazione: dobbiamo imparare a fidarci delle fonti a prescindere da quanto ci possa sembrare credibile il contenuto, perché spesso molti contenuti che vediamo vogliono colpirci dove siamo più deboli, cioè sui nostri ideali politici più viscerali.

La vera libertà di informazione non è cascare nella propaganda russa studiata a tavolino, anche quando è di origine americana o italiana: la libertà d’informazione significa tutelare la pluralità di pensiero, e noi dobbiamo continuare a lottare per questa pluralità.

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Copyright Romania: cosa succede con la link tax?

Copyright Romania: di cosa parliamo? Cosa c’entra con la link tax il paese dell’Est Europa?

Ormai saprai tutto sulla questione della Link Tax: pro, contro, rischi ed opportunità. Te ne abbiamo parlato per mesi perché in Italia e Unione Europea se ne parla sempre di più. Ebbene, non siamo solo noi e i paesi occidentali “forti” come Spagna e Germania ad esser coinvolti, ma anche paesi che spesso molte persone considerano meno attenti di noi ai diritti che reputiamo fondamentali come libertà d’espressione, libera concorrenza, etc. Errore: stavolta ti parliamo dell’ennesimo campanello d’allarme: Link Tax e Romania, è guerra.

Copyright Romania: uno sguardo d’insieme sulla questione

Il 23 giugno l’associazione ApTI (la romena Asociația pentru Tehnologie și Internet, ovvero “Associazione Tecnologia e Internet”) insieme all’Associazione Nazionale di Biblioteche e Pubbliche Biblioteche della Romania (ANBPR) e al Centro per il Giornalismo Indipendente (CJI), insieme al membro del Parlamento Europeo Victor Negrescu, ha organizzato una giornata di discussione sul tema della Direttiva Europea tanto discussa anche nel resto d’Europa.

Al centro del dibattito si è discusso del famoso Articolo 11 – che introduce proprio la Link Tax e quindi del controverso Ancillary Copyright – e dell’Articolo 13, che si basa sulla proposta di imporre dei filtri ai portali online per caricare materiale.

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Link Tax e Romania, è guerra: perché?

Negrescu ha commentato così lo scenario che avrebbe condotto alla nascita della direttiva:

<<Purtroppo, questa direttiva non è partita da esigenze di giornalisti. È partita dalla volontà di alcuni paesi e, implicitamente, delle lobby di questi paesi, di nuocere ai loro grandi concorrenti americani. Questa proposta è stata creata come un attacco deliberato contro Google, YouTube e Yahoo. E dovreste tutti essere consapevoli del fatto che questa è la loro posizione ufficiale. Ho partecipato a riunioni con i rappresentanti della Commissione europea che hanno dichiarato chiaramente che questo è il loro obiettivo ufficiale.>>

Ora capisci perché ti diciamo che la tra Link Tax e Romania è guerra? Una posizione così netta da un rappresentante del Parlamento Europeo non è un episodio da prendere alla leggera.

<<In Germania, ciò che è stato tentato di fare è stato costringere gli aggregatori di notizie a pagare un contributo agli editori e ai giornali per il contenuto utilizzato come frammenti. Ma ad un certo punto si parlava anche dei collegamenti ipertestuali, perché i collegamenti ipertestuali possono contenere alcune parole dell’articolo.
E cos’è successo? I grandi aggregatori, in particolare Google News, si arrestano in Germania, causando una caduta enorme del numero di visualizzazioni di pagine per questi siti. Tuttavia, hanno introdotto nella legge qualcosa che ha finito per interrompere i loro piani: la possibilità per il creatore di contenuti di fornire liberamente l’accesso al loro contenuto. Quello che è successo subito dopo è che i grandi publisher hanno offerto a Google l’accesso gratuito a pubblicare link e frammenti dei loro contenuti. Ma non lo hanno offerto a Yahoo o ai concorrenti tedeschi. Perché sul mercato esistevano concorrenti tedeschi. Che succede ora? Google News esiste e offre collegamenti mentre i loro concorrenti, che dovevano essere aiutati da questa legge, sono fuori attività.>>

Praticamente Negrescu ci ha spiegato non soltanto il vero intento della nascita della Link Tax, ovvero quello di mettere i bastoni tra le ruote ai Big del web; ma ci ha anche detto che in Germania, il primo paese ad approvare la Link Tax, l’effetto è stato addirittura controproducente e ha causato danni a coloro che intendevano rivalersi su Google.

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Ma non finisce qui

Copyright Romania: ci sono tantissime differenze con gli altri paesi europei! L’esperienza tedesca avrebbe dovuto fare da monito e da precedente, invece, gli spagnoli sono cascati nella stessa trappola, con l’aggravante di aver imposto anche un pagamento per la fruizione dei contenuti. Cos’è successo? Google Noticias è stato chiuso, Yahoo ha cessato di operare in territorio spagnolo, e l’unica società rimasta a fornire contenuti editoriali (leggi: notizie) è un’applicazione Android, di origine, guarda caso, tedesca:

<<[l’applicazione] È come Google News, ma in una forma di un’applicazione a pagamento. Si parla di una nuova, interessante, innovativa e dinamica azienda, un’avventura europea di grande successo. Tuttavia, dietro le quinte, è di proprietà di una grande società tedesca, Axel Springer, che, coincidente, è il principale driver di questo tipo di legislazione in Germania, in Spagna e in Europa>>.

Springer, un’enorme azienda tedesca sta letteralmente beneficiando del caos in Spagna che la Germania ha contribuito a creare, mentre le piccole imprese spagnole soffrono. Forse sono solo coincidenze?
Possibile ma improbabile, visti gli scenari che si sono delineati. E per questo possiamo voler credere nel buon senso di Commissione Europea e Parlamento, non possiamo ignorare questo aspetto, ovvero che si tratta di fatto di concorrenza sleale.

Copyright Romania: se c’è di mezzo la link tax è guerra. E non possiamo far altro che augurarci che in Europa sia presto presa una decisione che rispetti davvero i piccoli editori, e non faccia gli interessi di grosse realtà locali interessate soltanto a fare le scarpe a chi è, semplicemente, più bravo di loro.

Per lanciare un messaggio chiaro, noi non possiamo far altro che continuare a raccontarti quello che succede, e invitarti a firmare la petizione.

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