GDPR: l’alba di una nuova era? Sì, no, forse, chissà

Posted on 19 Giu 2018
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Informativa sulla privacy

Non possiamo esimerci dall’iniziare rassicurandovi che i dati di voi lettori sono al sicuro, archiviati e sempre trattati in maniera conforme alla nuova Direttiva Generale sulla Protezione dei Dati, che forse conoscerete meglio col nome di GDPR.

Parliamo della GDPR, seriamente

È passata più di una settimana dall’entrata in vigore della Direttiva, cerchiamo di analizzare la situazione per vedere cosa è cambiato, se è cambiato ovviamente. Sicuramente abbiamo ricevuto tante, tantissime (troppe?) email molto (troppo?) simili tra loro, che ci avvisavano dell’aggiornamento delle policy di trattamento dei nostri dati.

Chiariamo subito un punto: secondo la direttiva avrebbero dovuto contattarci uno per volta e chiedere esplicitamente il nostro consenso, ma è evidente che sarebbe risultato quanto meno scomodo e difficile: ce la vedete un’azienda come Google o Facebook, che hanno centinaia di milioni di utenti in Europa, a contattarli uno per volta?

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“Pronto, sono Larry Page, uno dei fondatori di Google, posso continuare a usare il suo indirizzo email?” qualche centinaio di milioni di volte.
Sembrerebbe un pochino surreale, no? E infatti c’è stato anche chi ha preferito tagliare la testa al toro e non esporsi affatto: molte testate americane, tra cui il Los Angeles Times e il Chicago Tribune hanno deciso da un giorno all’altro di impedire completamente l’accesso agli utenti che dovevano essere protetti da GDPR, bloccando il traffico proveniente dall’UE.

Soluzione drastica, ma non possiamo dire che manchi di efficacia, perché adesso loro sono sicuramente compliant, in attesa di trovare la maniera giusta di adeguarsi. Se si viene beccati in flagrante si rischiano multe parecchio salate, e in questi casi prevenire è sempre meglio che curare.

Non solo i giornali spaventati dalla GDPR

Dello stesso avviso sono stati anche network televisivi come History Channel, e addirittura applicazioni largamente conosciute e utilizzate come Klout e Instapaper hanno chiuso definitivamente i battenti (ciao Klout, insegna agli angeli a misurarsi i follower).

Qualcun altro, anzi forse la maggior parte, hanno risolto tutto installando dei grossi popup sui siti e inviando le famose email di cui sopra, un po’ come quando è entrata in vigore la cookie law.

La GDPR era stata accolta bene all’inizio, perché sembrava indirizzata ai colossi come Facebook e Google, che dopo lo scandalo Cambridge Analytica avevano suscitato più di un interrogativo su come venissero gestiti i dati degli utenti, ma forse era mancata qualche riflessione.

Per esempio, come si fa a vedere la pubblicità ultra-profilata se gli utenti scelgono di disattivare i pixel di tracciamento che consentono ai network di sapere quali annunci inviare? E infatti le previsioni sulle vendite di advertising online erano a dir poco catastrofiche.

Quindi che succede in concreto?

Poi ci si è accorti che paradossalmente la Direttiva potrebbe aver reso ancora più potenti i soggetti che intendeva limitare: avete mai letto i termini di servizio delle piattaforme a cui vi iscrivete? Quei documenti giganteschi da decine di pagine che saltate a piè pari e premete solo su “accetta”? I dati li abbiamo forniti noi, insieme al consenso.

Se ci pensiamo bene loro hanno già l’autorizzazione, l’hanno sempre avuta, e hanno sempre esplicitato in maniera molto chiara che i dati degli utenti sarebbero stati utilizzati per profilare anche gli annunci pubblicitari. Solo che non tutti l’avevamo letto subito.

In attesa di vedere le applicazioni serie della GDPR teniamo bene a mente questa situazione, può servirci di lezione per quando dovremo affrontare altre leggi dalla dubbia urgenza (chi ha detto link tax e riforma del copyright?)

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