Diritto all’oblio e memoria sul web: utopia o possibilità concreta?

Posted on 02 Giu 2018
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Tutto ciò che facciamo, in rete ma anche offline, può lasciare tracce su internet: una miriade di blog, giornali, timeline social, videocamere, archivi e piattaforme di vario genere pompano informazioni nei meandri del web.

Un flusso incontrollato di dati che raccontano le nostre vite e che finisce in un vaso di Pandora senza fondo. Si potrebbe pensare che lo stratificarsi dei contenuti possa portare a un graduale oblio, ma il lavoro dei bot dei motori di ricerca crea invece dei dossier che restano immagazzinati nella memoria del web.

Nel mio precedente articolo ti parlavo di chi è che minaccia la tua privacy online e – spoiler – sei tu. Ma anche imparando a gestire e dosare i dati che condividi con il world wide web la tua riservatezza può essere lesa da terzi, e non sempre in maniera illegale.

La memoria sul web

Ogni volta che mi imbatto in qualche risultato inatteso nelle pagine di Google, che ravviva ricordi ormai svaniti, mi torna in mente l’incipit del romanzo di Proust Alla ricerca del tempo perduto: come all’autore le petites madeleines riportano alla memoria lontani ricordi d’infanzia, così una keyword specifica riesuma un contenuto dimenticato ma ancora reperibile in rete.

Quasi sempre questi relitti digitali sono ricordi di avvenimenti di secondo piano o non rilevanti, ma può succedere che invece le nostre tracce digitali possano far riaffiorare eventi spiacevoli o dolorosi. In altre situazioni può tornare a galla un aspetto di noi che non condivideremmo con un recruiter o con qualcuno che debba doverci giudicare per qualcosa.

Perché si, chiunque voglia farsi un’idea su di noi può avere un rapido ma non necessariamente calzante riassunto della nostra reputazione online semplicemente interrogando Google.

Finché non si hanno scheletri nell’armadio tutto ciò può essere accettabile, il normale contratto sociale che ci impone di perdere un po’ di privacy in nome di una maggiore sicurezza. Il problema sorge nel momento in cui si è coinvolti in situazioni spiacevoli come quando si commette un reato e la notizia di questo resta a far bella mostra di sé anni e anni dopo l’errore commesso.

Si possono cancellare dalla rete le tracce del proprio operato? Agli albori del web, prima della diffusione massiva dei social network, era relativamente semplice tenere sotto controllo la propria reputazione online.

Le aziende poco etiche con azioni di manipolazione ai danni dei motori di ricerca riuscivano a posizionare contenuti autoreferenziali in alto nelle serp e riuscivano a spingere le informazioni dannose oltre le colonne d’Ercole che separano la prima pagina di Google dall’ignoto.

Oggi riuscire a modificare la percezione del proprio brand è più complesso anche per le grandi aziende.

Ma cosa accade quando la vittima della memoria del web è un singolo cittadino? Esiste il diritto all’oblio.

Diritto all’oblio: cos’è e come funziona?

Il diritto all’oblio è una particolare forma di garanzia che prevede la non diffondibilità, senza particolari motivi, di precedenti pregiudizievoli dell’onore di una persona, intensi principalmente da un punto di vista giudiziario.

Secondo questo principio non si possono quindi diffondere notizie relative alla situazione giudiziaria di un soggetto. La diffusione dei dati sensibili può essere effettuata soltanto in virtù del diritto di cronaca, ma con alcune limitazioni.

Infatti la necessità di riservatezza va a cozzare con il diritto all’informazione: se c’è qualcuno che si è reso responsabile di un reato, è giusto che la comunità ne sia a conoscenza.

Esiste però un confine indefinito che ogni tanto viene aggiustato, spostato o rimarcato a suon di sentenze dai vari tribunali del mondo.

Il problema sorge per questioni morali. Dopo quanto tempo la notizia non è più rilevante come evento di cronaca? Se chi commette un reato si riabilita, deve essere comunque marchiato a vita?

Oltre a chi commette il reato spesso la notizia dello stesso danneggia ulteriormente la vittima, come può accadere nei casi di violenza sessuale: è giusto che in nome del diritto di cronaca si vada continuamente ad allargare una ferita già difficile da rimarginare?

In altri casi poi la notizia di un reato continua a girare, mentre quella relativa alla rettifica per l’inesattezza della precedente si arena nel web e scompare, causando così disinformazione.

Quadro normativo e GDPR

Tra diritto all’oblio e di cronaca, tra diritto alla rettifica o alla deindicizzazione, i confini normativi non sono ancora ben delineati anche perché il web è spesso una terra di nessuno, giuridicamente parlando.

Qualche anno fa, in risposta a sentenze e pressioni internazionali, Google ha addirittura iniziato a prendere in carico le domande di deindicizzazione, che sono fioccate numerose e che comunque non sempre vengono accolte.

Da poco è entrato in vigore il Regolamento Europeo GDPR, e di diritto all’oblio si parla negli articoli 17, 21 e 22. Il GDPR va a integrarsi con le varie normative sulla privacy comunitarie, sarà quindi il principale riferimento comunitario oltre alle sentenze della corte europea.

Secondo tale normativa il diritto di opposizione dell’interessato pone fine al trattamento per motivi di marketing diretto, ma è derogabile se il trattamento ha fini di ricerca scientifica o storica o a fini statistici, e ciò avviene per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico.

La richiesta di oblio deve essere motivata ma il titolare del trattamento può comunque continuare a utilizzare i dati se dimostra motivi legittimi.

L’interessato ha poi diritto ad ottenere l’integrazione e la rettifica dei propri dati personali.

Purtroppo però, come in generale sull’ambito privacy, esiste ancora confusione tra gli editori, professionisti o meno, i motori di ricerca e soprattutto tra coloro che condividono tali notizie senza verificarne l’esattezza o la veridicità.

Nonostante gli sforzi del Garante della privacy che cerca, con l’aiuto dei legislatori, di arrivare alla definizione di un preciso quadro giuridico spesso il cittadino si ritrova a dover intraprendere azioni legali.

Queste poi spesso peggiorano la situazione per via dell’effetto Streisand: nel tentativo di censurare o rimuovere un’informazione, se ne provoca invece un’ampia pubblicizzazione.

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